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23.3.12

Un doveroso minuto di silenzio …

di Valentina Valeri 

In questi giorni sdegno e sgomento per la strage di Tolosa, indubbiamente un atto deplorevole che lascia il turbamento ovvio per la morte di innocenti … 
Si susseguono immagini della cattura, supposizioni sui moventi e liste di obiettivi e possibili seguaci e come da copione sale l’ansia per il riaccendersi di posizioni erroneamente definite antisemite . Sono certamente episodi da condannare e senza dubbio vanno indagate tutte le cause che possono alimentare comportamenti e atteggiamenti volti a discriminare un uomo in ragione della sua appartenenza etnica, così come in ragione delle sue preferenze sessuali, delle sue convinzioni religiose e politiche. 
Tante sono le reazioni della gente di fronte a questa notizia, ma mi chiedo se e quanto episodi come questo siano tanto eclatanti perché efferati e incomprensibili o perché appunto vanno a colpire, vigliaccamente certo, il popolo di Israele; è evidente che le vicende che toccano persone di religione ebraica siano sensibili alla nostra coscienza di europei reduci dalle colpe della storia.
Il minuto di silenzio osservato in qualche scuola della nostra provincia in memoria delle vittime è un atteggiamento nobile e soggettivamente comprensibile, ma qualcosa rende questa vicenda diversa dalle altre, seppure simili per la tragicità di eventi. E’ incredibile come le vicende di appartenenti alla religione ebraica in europa, scalfiscano il nostro essere più di altre. Forse è il senso di colpa, forse la disinformazione che parte sin dalla terminologia (antisemita), forse l’impronta storico-sociale che ci ha abituato ad essere sensibili a questi avvenimenti. Difficile valutarlo, ma è certo che niente ci turba come la minaccia al popolo di Israele e ci riesce facile prendere una posizione.
Qualcuno ha parlato dei 5 militari di colore probabilmente uccisi qualche tempo prima dallo stesso soggetto reo della strage alla Sinagoga? No. Questo prima della sparatoria alla Sinagoga non ha destato clamore, almeno non fuori dai confini francesi. 
Qualche giorno fa un militare americano, aggettivato come impazzito, incomprensibile, esasperato, ha sparato su una folla di persone in Afghanistan uccidendo 9 bambini, ma qualcuno ha osservato un minuto di silenzio nella scuole? Ci si è affrettati invece a dare una lettura della situazione e del militare, mai chiamandolo assassino ovviamente, cosa che invece è stata doverosamente dichiarata dell’uccisore di Tolosa. 
Che cosa rende le due vicende tanto differenti da sentire l’esigenza di osservare il silenzio per una e non per l’altra? Di spiegare ai bambini e ai ragazzi l’accaduto e di rendere sensibili le loro coscienze affinché si rendano conto che uccidere in nome di una religione, di una convinzione politica, di una idea razzista è sbagliato SEMPRE. 
Nel mondo muore un bambino ogni 3 secondi per fame, malattie e stenti; provate a contare in silenzio 1….2….3…e 1….2…..3….e 1….2…..3…. è angosciante. Ma quanti minuti di silenzio abbiamo osservato nelle nostre scuole? Dovremmo smettere di parlare e stare zitti tutti i giorni. Ma non sentiamo la colpa di questo, perché? Perché non riusciamo a percepire con la stessa sensibilità e lo stesso senso di colpa queste tragiche vicende?
Che cosa ci frena dal condannarle? L’area geografica in cui avvengono? Le circostanze? La lontananza? Tutte possono essere valide e forse dovremmo rifletterci perché non possono e non devono esserci vite che valgono meno di altre perché stroncate in circostanze di guerra, in paesi a noi estranei, da insospettabili in divisa.
Che cosa rende diversi i bambini palestinesi che ogni giorno muoiono a Gaza, stretti dentro le mura di confini imposti dalla prepotenza umana e dalla convinzioni politiche? Che cosa rende diversi quei bambini che vivono con la costante minaccia di raid aerei israeliani, che uccidono senza possibilità di scampo una città murata viva, dove la gente vive come topi in gabbia? A Gaza, in questo sperduto posto in Palestina, paese che nessuna cartina riporta, ma che ha una bandiera, un popolo, una storia e un territorio flagellato, estinto, martoriato, sono morti migliaia di bambini, quelli che la politica di Israele chiama gli effetti collaterali. Ma gli effetti collaterali hanno un nome proprio come i piccoli ebrei uccisi in Francia; per loro nessun minuto di silenzio che non sia additato come irrispettoso nei confronti di Israele. 
E così meglio continuare a perpetrare l’errore linguistico che utilizza il termine antisemitismo per parlare di razzismo contro gli ebrei, dimenticando o ignorando che semiti etimologicamente sono tutti i popoli che parlano, o hanno parlato, lingue collegate al ceppo linguistico semitico (tra questi Arabi, Ebrei, Cananeo-Fenici, Cartaginesi, Maltesi); palestinesi ed ebrei hanno una comune origine culturale, che forse loro stessi a volte ignorano. Eppure non ci riferiamo alle stragi che si perpetuano da anni nel conflitto israelo-palestinese e che vedono inenarrabili morti palestinesi con lo stesso termine. Sono semiti anche i palestinesi e anche loro vengono uccisi nelle loro città, nelle loro moschee, a loro vengono vietati i diritti fondamentali, tutti, in nome della loro appartenenza etnica, senza lo sdegno della comunità internazionale. E sono migliaia di persone che per l’europa NON ESISTONO. Non un  minuto di silenzio per loro. 
Dobbiamo farcene una ragione, stiamo usando ed abusando della strage degli ebrei nella seconda guerra mondiale per omettere i fatti che accadono oggi e per quietare il nostro senso di colpa e allontanare dalla mente le certezza che l’orrore della Shoah si ripete ogni giorno in forme diverse e che a volte le vittime possono diventare i carnefici.
Sgomento e tristezza per tutte le morti vittime del razzismo e della negazione dei diritti umani, condanna unanime per chi rende l’altro non persona tanto da annientarla, da invadere il su territorio per tornaconti economico-politici, tanto da fare delle sue origini motivo di negazione totale, che sia esso ebreo, rom, africano, afghano, palestinese. Per tutti loro un doveroso minuto di silenzio e l’impegno a pretendere giustizia, anche scomoda che sia, anche difficile da gridare perché volta ad intaccare equilibri economici, politici, storici. Ma che giustizia sarebbe se fosse condizionata da interessi altri, se ne fossero taciute le ragioni, le verità, discapito dei diritti umani?




11.11.11

26 novembre: giornata internazionale per il popolo palestinese.

Il 26 novembre è la giornata internazionale per la difesa dei diritti del popolo palestinese. Quel giorno, quest'anno, si terrà una grande giornata nella città natale di Vittorio Arrigoni, il militante dell'International Solidarity Mouvement morto a Gaza pochi mesi fa.
Non sappiamo ancora se ci saremo fisicamente come LGS, di sicuro lo spirito viaggerà a Bulciago con la mente alla Palestina e Vittorio nel cuore.

Nel paese di Vittorio Arrigoni, a Bulciago (Lecco), il 26 novembre prossimo è convocato il Convegno nazionale per celebrare la Giornata Onu per i diritti del popolo palestinese, con esperti e appassionati che non si rassegnano all’indifferenza del mondo per l’oppressione, l’occupazione e la colonizzazione che fanno a pezzi la terra di Palestina.
Ma è l’ACQUA quest’anno al centro dei lavori, in particolare nella VALLE DEL GIORDANO e nella STRISCIA DI GAZA.

Di seguito, il programma della manifestazione:

ASSETATI DI GIUSTIZIA

Acqua e vite rubate da Gaza alla Valle del Giordano
ricordando Vittorio Arrigoni
sabato 26 novembre – Bulciago (Lecco)

PROGRAMMA
Mattino
9.30  accoglienza. Saluti e presentazione
della giornata.

ore 10.00 – 13.00
L’acqua rubata nella Valle del Giordano
Tra colonizzazione, furto della terra e dell’acqua: cos’è oggi la splendida Valle del Giordano?
LUISA MORGANTINI già vicepresidente Parlamento europeo
Testimonianze
Una  carovana contro il muro dell’acqua CINZIA THOMAREIZIS  Comitato italiano Contratto mondiale sull’acqua
Boicottare per r-esistere STEPHANY WESTBROOK  Coordinamento BDS
Espropriazione e sfruttamento. Rapporto B’TSELEM Gruppo  GIOVANI JABBOK

Dibattito

13.00- 14.30  Pranzo presso l’oratorio di Bulciago

Pomeriggio

14.30 – 17.30
Acqua dolce e acqua salata a Gaza. Vivere e sopravvivere sotto embargo. La solidarietà viene dal mare: i pescatori di Gaza e la Freedom Flotilla
MARIA ELENA DELIA coordinamento italiano Freedom Flotilla

Testimonianze
Vittorio, uomo di terra e di mare. Di Gaza EGIDIA BERETTA ARRIGONI
Una  Striscia contaminata dalla terra all’acqua GIUDITTA BRATTINI Gazzella Onlus
La controinformazione di Vittorio. Quando l’occupazione punta al  silenzio MARCO BESANA
Parole  in dramma. L’orrore quotidiano nella denuncia di Vittorio.  Con la voce degli AMICI DI VIK

Dibattito

Conclusioni previste per le 17.30

20.9.11

Onu, manovre contro la Palestina

Di Michele Giorgio, inviato in Palestina del Manifesto

Soffocare sul nascere l'idea dello stato di Palestina evitando il veto. È questo l'impegno garantito dall'Amministrazione Obama al governo israeliano mentre comincia a prendere corpo alle Nazioni unite l'iniziativa palestinese. Ieri il presidente dell'Olp e dell'Anp Abu Mazen ha informato il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon della sua intenzione di presentare, questo venerdì, una richiesta di adesione come stato delle Nazioni unite. Impegno Usa che, spiegava ieri l'ambasciatore d'Israele all'Onu, Dan Prosor, dovrebbe concretizzarsi nella costituzione in seno al Consiglio di sicurezza di un blocco di sette paesi (Usa, Gabon, Bosnia, Colombia, Germania, Portogallo e Nigeria, ai quali potrebbero aggiungersi, ma con l'astensione, Francia e Regno unito) pronti a fermare la richiesta di adesione della Palestina come 194mo Stato membro dell'Onu.
In questo modo Washington conta di fermare subito il cammino di Abu Mazen senza dover ricorrere al veto che renderebbe più negativa l'immagine degli Usa tra palestinesi e arabi. Per le questioni di procedura è necessaria una maggioranza di nove membri e visto che il Consiglio ne conta 15 (5 permanenti e dieci a rotazione), il «no» di sette paesi sarebbe sufficiente per chiudere la questione.
È incessante il lavoro diplomatico contro lo stato di Palestina. Eppure anche un cieco vedrebbe che il passo di Abu Mazen è utile anche agli interessi di Israele che in questo modo confinerebbe in uno staterello disomogeneo e senza sovranità reale gran parte dei palestinesi oggi sotto occupazione (lo stato-bantustan denunciato da più parti). Ma il premier israeliano Netanyahu, evidentemente, non pensa ad altro che a proseguire l'espansione delle colonie ebraiche in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. E Washington gli sta dando tutto l'appoggio possibile. Lo stesso Netanyahu durante l'ultima seduta del consiglio dei ministri, ha sottolineato che la cooperazione con Barack Obama non è mai stata tanto proficua come in questi ultimi quattro mesi. «È stata eccellente», ha detto con tono soddisfatto il primo ministro.
Secondo il Jerusalem Post Washington vuole dare nuova linfa alla proposta discussa a luglio dal Quartetto (Usa, Russia, Onu e Ue) che prevede il sì, con riserve, di Israele a negoziare con i palestinesi sulla base delle linee del 4 giugno 1967 (antecedenti all'occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est) in cambio del riconoscimento da parte di Abu Mazen di Israele come stato ebraico. Proposta che dovrebbe già essere morta e sepolta perché nessun leader palestinese, incluso il fragile presidente dell'Olp, ha il consenso popolare necessario per approvare la rinuncia al diritto al ritorno dei profughi palestinesi della guerra del 1948 ai loro villaggi d'origine (oggi in territorio israeliano) che, di fatto, deriverebbe dal riconoscimento di Israele come stato ebraico. Ne è una prova in questi giorni la televisione pubblica palestinese, megafono di Abu Mazen, che mostra un logo con il numero 194 corrispondente alla risoluzione dell'Onu che sancisce il diritto dei profughi al ritorno. Allo stesso tempo Netanyahu, anche se decidesse di moderare la sua linea oltranzista, dovrebbe fare i conti con una porzione significativa del governo e della Knesset che lo esortano a «rispettare i principi del partito Likud» (controllo della biblica Eretz Israel e sviluppo delle colonie). Il suo governo, peraltro, appare diviso sulle misure punitive da adottare contro l'Anp. I ministri degli esteri, Avigdor Lieberman, delle finanze Yuval Steiniz e il vice premier Moshe Yaalon invocano la mano pesante, mentre il titolare della difesa Ehud Barak e quello dell'intelligence Dan Meridor si oppongono a sanzioni severe.
Ma il gioco non è solo nelle mani di Netanyahu e dei suoi ministri. In campo, nella posizione di punta centrale, ci sono anche i coloni. Oggi migliaia di settler israeliani terranno due marce in Cisgiordania in sostegno della colonizzazione. La prima nei pressi dell'insediamento di Bet El, la seconda, più provocatoria, in direzione di Nablus. Si tratta di una delle aree ad alta tensione della Cisgiordania dove i coloni presentano spesso ai residenti palestinesi il cosiddetto «prezzo da pagare», ossia il conto per le rare iniziative dell'esercito contro la colonizzazione selvaggia. «Questa settimana organizzeremo marce e mostreremo la nostra presenza per far capire a tutti a chi appartiene questa terra», ha dichiarato Meir Bertler, leader del gruppo ultranazionalista «I Ragazzi delle Colline».
I comitati popolari palestinesi da parte loro preparano contromisure, come hanno spiegato ieri alcuni attivisti alla sorgente di Ein al-Qaws (Ramallah). Faranno affidamento anche sull'aiuto di volontari israeliani ed internazionali per documentare quanto avverrà in Cisgiordania. «L'idea principale è quella di avere un gruppo di volontari con videocamere che possano proteggere i palestinesi», ha dichiarato Mohammed Khatib, del Comitato Popolare di Bilin, «se questo non fermerà i coloni, proteggeremo il nostro popolo con i nostri corpi, senza mai fare ricorso alla violenza. Se loro vogliono usare la violenza sono liberi di farlo, ma noi utilizzeremo solo metodi non-violenti». Dal 7 al 13 settembre, riferisce Ocha (Nazioni Unite), i coloni israeliani hanno ferito sette palestinesi in tre diversi episodi di violenza. E nei primi otto mesi del 2011, almeno 6.680 alberi di proprietà palestinesi sono stati sradicati, tagliati o dati alle fiamme.

11.7.11

Punto di svolta

Editoriale tratto da bocchescucite.org


Mentre sentiamo il limite di un Editoriale che avrebbe preferito potersi collegare in diretta con le nostre navi della Freedom Flottilla 2, la più grande flotta umanitaria contro l’embargo di un popolo oppresso, dedichiamo ai membri degli equipaggi questo numero del nostro BoccheScucite.

“Scudo difensivo”? Proprio così. “Piombo fuso”? Chiarissimo. Ancora una volta il nome che gli è stato trovato è…tutto un programma.
In effetti quella paura che da gennaio sta sconvolgendo Israele, attonito spettatore del diffondersi del vento rivoluzionario arabo, si è impossessata di ogni sua giornata e di ogni sua istituzione. “Punto di svolta” è il nome della mostruosa esercitazione che ha manovrato giorni fa tutta la popolazione di Israele, migliaia e migliaia di persone, all’unisono e senza la minima perplessità, per affrontare “l’attacco nucleare che -a detta dei vertici militari- potrebbe abbattersi sull’intero Paese”. Simulazione di pioggia di razzi e missili e conseguente corse nei rifugi atomici. Lo scenario ipotizzato prevede che il centro del paese sia colpito da centinaia di missili ogni giorno; sono stati simulati l’esplosione di un elicottero in un centro abitato della Galilea, un attacco alla Knesset, la mobilitazione di ospedali e ospizi.
La paura è diventata panico nel governo israeliano, che invia milioni di sms sul pericolo imminente di un attacco nemico a tutta la popolazione, mentre distribuisce a tutti l’ultimo modello di maschera antigas. “I nostri nemici sanno perfettamente che, se ci attaccheranno, noi li colpiremo in modo devastante, ma dobbiamo prepararci”, ha spiegato il vice ministro della difesa Matan Vilnai.
Siamo ad un punto di svolta, ma non temete -sembrano dire i vertici del governo- come sempre vinceremo ma solo se sapremo prepararci a colpire “in modo devastante”.
E’ proprio questa fiammata di follia che preoccupa tutti coloro che hanno salutato dalle banchine di ogni angolo del mondo la partenza della Flotta più bella del mondo…che ci fa commuovere per la sua straordinaria bandiera di lotta nonviolenta facendoci scorgere all’orizzonte, finalmente, la sponda della libertà. (Non dimenticate di condividere in Facebook o in ogni altro modo la bellissima canzone Freedom for Palestine: http://www.youtube.com/watch?v=V28HnPTYz-I )
Intanto, di sicuro, come sempre, c’è quella quotidiana distruzione della terra e della vita, che non stupisce ormai quasi più quasi nessuno.
BoccheScucite ha incontrato in Italia un funzionario dell’UNRWA: “Sono ritornato dopo tre anni a Gerusalemme ed era irriconoscibile… Le colonie hanno stravolto gli stessi quartieri e aprendo la finestra della location delle nazioni unite, il serpente del muro che avvolge il Monte Scopus mi ha tolto il fiato. Quando sono andato a trovare i miei colleghi di Ramallah mi sono trovato in una grande metropoli piena di cantieri ed enormi cartelloni pubblicitari che annunciavano l’apertura di nuove compagnie finanziarie e imprese economiche”.
In effetti, sta tornando di moda la cosiddetta “pace economica”: Netanyahu ripete sempre più spesso che “’L'occupazione non è un ostacolo allo sviluppo dell’economia palestinese, anche per l’allentamento di alcune misure di sicurezza”(Al Congresso Usa, 24 maggio). Vi ricordate i ricorrenti “Piani Marshall”, oscene soluzioni alla cosiddetta “instabilità politica” mai chiamata col suo vero nome di occupazione, che anche il nostro impresentabile primo ministro Berlusconi invoca periodicamente? Il trucco è semplice: far arrivare più denaro nei Territori Occupati per non far pensare all’occupazione e nascondere dietro ai cartelloni pubblicitari l’oppressione in atto. È proprio questo amico funzionario dell’UNRWA ad aprirci l’ultimo loro Report: “Un palestinese su 4 della forza lavoro in Cisgiordania rimane disoccupato. La crisi è totale, nonostante una modesta crescita occupazionale all’inizio del 2010. L’occupazione e le infrastrutture ad essa correlate, come gli insediamenti, le by-pass road che dividono la terra palestinese, la violenza dei coloni e il muro in Cisgiordania, hanno ridotto le prospettive per i palestinesi e in particolar modo per i rifugiati”.
Altro che boom economico, caro Netanyahu. Nessuna svolta per un popolo schiacciato e umiliato.
Nessun cambiamento per un popolo abituato a vedere colonizzata la sua terra senza ritegno e senza paura nemmeno della contestazione dell’inossidabile alleato americano. Infatti, anche la scorsa settimana si è ripetuto il pesante affronto diplomatico già più volte messo in atto, l’ultima volta con Joe Biden. Il bis è avvenuto con Catherine Ashton, Alto Rappresentante della politica estera dell’Ue. Il ministro dell’interno israeliano, senza temere lo sconcerto e le proteste conseguenti, le ha sbattuto in faccia l’annuncio ufficiale di una nuova autorizzazione per l’ingrandimento di 2.000 alloggi nell’insediamento di Ramat Schlomo, a Gerusalemme Est. Un nuovo colpo assestato alla possibilità di una ripresa del processo di pace. Secondo il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, è un segnale chiaro in vista di Settembre, quando i palestinesi pretenderebbero di affermare i loro diritti davanti all’Onu, proclamando unilateralmente l’indipendenza della Palestina davanti all’Assemblea generale del Palazzo di Vetro.
Stavolta, anche la diplomazia fa paura. L’elenco dei Paesi pronti a sostenere questo riconoscimento aumenta e aumentano parallelamente le minacce di Israele. Il primo ministro è stato chiaro: “la proclamazione unilaterale di uno Stato palestinese causerebbe danni irrimediabili al processo di pace”. Esatto. Proprio un “Punto di svolta” “irrimediabile” perché segnerebbe la fine dell’impunità dell’aggressore e forse, segnerebbe “irrimediabilmente” l’inizio della pace giusta per il medioriente!
Lasciate a questo punto che sottolineiamo con tutti gli evidenziatori possibili un documento eccezionale, per autore e contenuto, che vi chiediamo di leggere qui di seguito nella rubrica LENTE D’INGRANDIMENTO.
Così, mentre vi suggeriamo di spostarvi nei prossimi giorni dalla Newsletter al sito www.bocchescucite.org per accompagnare la rotta della Flotta della pace verso l’inferno di Gaza, noi abbiamo l’ardire di sperare contro ogni speranza che dalla comunità internazionale, oggi prima ancora di settembre, venga davvero l’insperato punto di svolta, la pace.

BoccheScucite

I nostri articoli-testimonianza dalla Palestina:

25.4.11

Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare. Vittorio Arrigoni un vincitore.


Tra il silenzio assordante di una politica lontana anni luce e l'indifferenza del giornalismo che largo spazio hanno dato ai militari caduti nelle tante guerre, con dirette televisive, gran titoli, omaggi e indignazioni, ieri l'ultimo saluto ad un vincitore: Vittorio Arrigoni.

In segno di polemica con le istituzioni, che hanno ignorato non solo Vittorio in quanto persona, il suo sacrificio, ma colpevolmente la sua lotta per i diritti umani, ieri il vice sindaco di Bulciano ha parlato alle celebrazioni togliendosi la fascia tricolore. Una battaglia scomoda quella di Vittorio, che non lasciava spazio a interpretazioni, che rendeva limpida l'assurdità di una condizione, quella dei palestinesi, di assedio continuo e di costante violazione dei diritti umani da parte del governo di Israele. L'assenza totale e irrispettosa delle cariche politiche è inaccettabile.

Vittorio era un pacifista che aveva scelto di raccontare Gaza durante "piombo fuso", che aveva scelto di stare tutti i giorni accanto ai palestinesi, mentre rischiano la vita per andare a coltivare le LORO terre, o a pescare nelle LORO acque. Vittorio aveva scelto di dare voce alla Palestina che troppo spesso viene soffocata, taciuta, dipinta ad arte per restituirci ciò che fa comodo alla politica, all'economia e calpesta la storia. Giornalista freelance e blogger attivo, con Manifestolibri aveva pubblicato un libro sulla sua esperienza nella Striscia intitolato “Gaza Restiamo Umani”, già tradotto in 4 lingue. Nell’ultimo periodo stava aiutando a organizzare la partenza di un’ imbarcazione dall’Italia con aiuti per i palestinesi di Gaza: una ‘Freedom Flotilla’ italiana per rompere l’embargo israeliano”.

A salutare Vittorio c'era però tutto il mondo che la pace la sperimenta veramente, con azioni quotidiane e che si adopera costantemente per costruire ponti e non muri, tendere mani e non fucili, spianare strade e non case, coltivare verità e non ingiustizia. Tutta questa gente era presente e ha fatto sentire la sua voce, una voce decisa, piena, consapevole e non soffocabile. Queste voci si sono unite a quelle dei palestinesi che hanno tanto amato Vittorio e che con lui hanno dato vita a una resistenza non violenta strenue e incessante a Gaza, da dove RESTARE UMANI è davvero difficile quando tutti i diritti fondamentali sono lesi, negati, taciuti colpevolmente anche e soprattutto dall'Occidente che conta.

Questa grande assenza sarà dura da colmare e certamente non sarà facile da comprendere, ma non sarà una ragione per abbandonare la Palestina nella sua lotta per la giustizia, una giustizia che è l'unica condizione per la pace.

Il laboratorio, che era in contatto con Vittorio da qualche tempo, e che ha visto da vicino i territori palestinesi occupati, si unisce al dolore dei familiari ed esprime solidarietà e vicinanza a quanti operano per i diritti umani, mettendo a servizio la propria vita.

18.4.11

Vittorio, mai vivo come ora

di Egidia Beretta Arrigoni

Bisogna morire per diventare un eroe, per avere la prima pagina dei giornali, per avere le tv fuori di casa, bisogna morire per restare umani? Mi torna alla mente il Vittorio del Natale 2005, imprigionato nel carcere dell'aeroporto Ben Gurion, le cicatrici dei manettoni che gli hanno segato i polsi, i contatti negati con il consolato, il processo farsa. E la Pasqua dello stesso anno quando, alla frontiera giordana subito dopo il ponte di Allenbay, la polizia israeliana lo bloccò per impedirgli di entrare in Israele, lo caricò su un bus e in sette, una era una poliziotta, lo picchiarono «con arte», senza lasciare segni esteriori, da veri professionisti qual sono, scaraventandolo poi a terra e lanciandogli sul viso, come ultimo sfregio, i capelli strappatagli con i loro potenti anfibi.

Vittorio era un indesiderato in Israele. Troppo sovversivo, per aver manifestato con l'amico Gabriele l'anno prima con le donne e gli uomini nel villaggio di Budrus contro il muro della vergogna, insegnando e cantando insieme il nostro più bel canto partigiano: «O bella ciao, ciao...»

Non vidi allora televisioni, nemmeno quando, nell'autunno 2008, un commando assalì il peschereccio al largo di Rafah, in acque palestinesi e Vittorio fu rinchiuso a Ramle e poi rispedito a casa in tuta e ciabatte. Certo, ora non posso che ringraziare la stampa e la tv che ci hanno avvicinato con garbo, che hanno «presidiato» la nostra casa con riguardo, senza eccessi e mi hanno dato l'occasione per parlare di Vittorio e delle sue scelte ideali.

Questo figlio perduto, ma così vivo come forse non lo è stato mai, che come il seme che nella terra marcisce e muore, darà frutti rigogliosi. Lo vedo e lo sento già dalle parole degli amici, soprattutto dei giovani, alcuni vicini, altri lontanissimi che attraverso Vittorio hanno conosciuto e capito, tanto più ora, come si può dare un senso ad «Utopia», come la sete di giustizia e di pace, la fratellanza e la solidarietà abbiano ancora cittadinanza e che, come diceva Vittorio, «la Palestina può anche essere fuori dell'uscio di casa». Eravamo lontani con Vittorio, ma più che mai vicini. Come ora, con la sua presenza viva che ingigantisce di ora in ora, come un vento che da Gaza, dal suo amato mar Mediterraneo, soffiando impetuoso ci consegni le sue speranze e il suo amore per i senza voce, per i deboli, per gli oppressi, passandoci il testimone. Restiamo umani.

28.2.11

Gaza, soldati israeliani uccidono tre palestinesi al confine.

Articolo tratto da PeaceReporter, scritto da Vittorio Arrigoni, militante per i diritti umani da Gaza.

Per i palestinesi stavano estraendo ghiaia. Per Israele stavano piantando esplosivi.
Soldati israeliani hanno ucciso la notte scorsa la tre giovani palestinesi nella Striscia di Gaza. Lo riferiscono fonti sanitarie locali.
Secondo i palestinesi, i tre stavano estraendo ghiaia da un ex insediamento israeliano a ovest di Beit Lahiya, nel nord della Striscia.
Fonti militari israeliane hanno dichiarato invece che i tre sono stati uccisi mentre tentavano di infiltrarsi in Israele, apparentemente per piantare ordigni esplosivi.
Testimoni locali riferiscono di aver udito il suono di fucili mitragliatori e che nell'operazione è stato impiegato anche un elicottero.
Nessun gruppo militante palestinese ha rivendicato i morti come suoi membri. I tre avevano 20, 25 e 29 anni e facevano i pescatori.
Israele ha imposto una zona cuscinetto di trecento metri oltre il confine con Gaza per distanziare i militanti dalle sue truppe e torri di sorveglianza.

27.1.11

Cosa significa Giorno della Memoria

Il termine campo di concentramento è stato usato inizialmente per descrivere campi costruiti dal Regno Unito nella seconda guerra borea in Sudafrica. Tuttavia, il termine ha perduto molto del suo significato originale dopo la scoperta dei campi di concentramento nazisti e da allora il suo significato precipuo è stato quello di luogo di patimenti e sofferenza, lavoro forzato e, soprattutto, di morte. È stato calcolato che 15.000 campi furono installati in stati dell'Europa occupati dalla Germania nazista, non tenendo conto di piccoli campi creati ad hoc per la popolazione locale. Il totale delle vittime ammonta a circa 6 milioni di morti dal 1933 al 1945 (la somma algebrica dei dati qui sopra riportati, tenuto conto delle note, dà 5.919.482). Queste morti sono concentrate per la stragrande maggioranza dal 1939 al 1945; infatti se si contano le vittime dei campi già attivi prima del '39 si arriva "solo" a 370.000 (ed è anche da notare che questa è una cifra totale, che riguarda strutture attive ad es. dal 1933 al 1945: nella cifra in sé non c'è indicazione se queste vittime siano state uccise prima del '39 o dopo).

http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_dei_campi_di_concentramento_nazisti#Lista

Oggi nel giorno della memoria, vogliamo ricordare le tante, troppe vittime di quel progetto indicibile che ha visto la morte di innocenti, tra i quali ebrei, slavi, rom e sinti, dissidenti tedeschi, polacchi, comunisti, omosessuali, testimoni di geova e pentecostali. Non possiamo dimenticarli e dobbiamo continuare a studiare come si sviluppò quel progetto, non la follia di un pazzo, ma la calibrata azione di un regime, per indignarci di fronte ai tanti genocidi che si consumano oggi e che si sono consumati nel silenzio dell'indifferenza.

Nel mondo sono incorso 24 conflitti: Medio Oriente, Asia, Africa, Europa, America Latina. Senza considerare i muri che ci sono nel mondo e che fisicamente dividono, uccidono e favoriscono l'odio, primo fra tutti quello costruito da Israele ai danni dei Palestinesi: più di 700km.

Con la consapevolezza che non possiamo celebrare la giornata della memoria senza pensare a quelli che sono i genocidi di oggi, i campi di concentramento e di sfruttamento del mondo occidentale, i discriminati per le loro idee, le convinzioni sessuali e le credenze religiose, gli stili di vita. E' fondamentale essere capaci di indignarci di fronte a queste situazioni, di fronte a chi in questo mondo non ha diritti e continua a non averli nel silenzio colpevole di chi sa ma non si mette in gioco per cambiare le cose, di chi sa ,ma sfrutta la situazione, di chi sa ma fa finta di non sapere per non mettere in discussione le sue certezze, di chi sa ma preferisce sia così.

Ecco, credo sia questo il modo per celebrare dignitosamente questa memoria importante e sempre viva, viva affinché possiamo essere capaci di vedere e agire, con coraggio e convinzione, consapevoli che non serve a nulla ricordare una tragedia simile se permettiamo in silenzio che anche oggi accada la stessa cosa....

Valentina

25.1.11

Portare la Palestina a scuola...

Più che (soddi)sfatti torniamo a casa dall'assemblea d'istituto di Ragioneria.




Il Laboratorio ha portato a 1000 persone la testimonianza di un conflitto vero, quello in Medioriente, e di una sofferenza vera, quella del popolo palestinese.

Gli abbracci ed i ringraziamenti, il silenzio e gli interventi ci ripagano degli sforzi fatti e ci invitano ulteriormente a prendere posizione e impegnarci laddove regna l'ingiustizia, perché raccontare (mostrare, far vedere, svelare) i regimi di oppressione non è inutile, anzi: la gente ascolta, i giovani si indignano, gli esclusi riprendono voce.


Abbiamo parlato di educare all'indignazione, alla presa di posizione, ad alzarsi dalla sedia, a lottare contro chi opprime.

La disponibilità e buona volontà dei rappresentanti dell'istituto e del carissimo Leonardo Gironella, oltre che delle professoresse che ci hanno supportato, hanno aperto davvero il campo ad un racconto della marginalità come raramente accade nelle scuole.


Dobbiamo rilanciare questo impegno, che è l'impegno del Laboratorio Giovanile Sociale come della Rete degli Studenti Medi, a riaprire la discussione: sugli spazi e l'autonomia degli studenti, sulle tematiche, sulle possibilità di cambiamento, sull'inclusione e contro l'emarginazione.

Va rilanciata la coscienza critica e l'impegno politico nelle scuole, contro chi si oppone all'autonomia degli studenti o pensa solo alla propria sterile posizione politica.


Un grazie a tutt*, un grazie a chi ha saputo ascoltare e organizzare, un grazie a chi ci accompagnerà ancora in questa battaglia di civiltà e comunità.


PS: il 6 maggio siamo tornati a scuola, all'ITAS di Macerata, invitati dai rappresentanti d'istituto che abbiamo sostenuto alle elezioni, dimostrano che fare rete significa fare cultura, informazione e politica. Anche a loro va il nostro grazie per aver dato voce ad un popolo sofferente, e per aver voluto ascoltare la verità capendo cosa avviene in terra di Palestina


Stefano, Laboratorio Giovanile Sociale

27.11.10

GIORNATA ONU per i diritti del popolo palestinese

Oggi è la giornata ONU per i diritti del popolo palestinese, per dire che la Palestina esiste, che esiste un popolo che dal secondo dopo guerra ha iniziato a scomparire...lentamente spazzato via, accerchiato, murato, recintato, richiuso, oppresso. Un popolo tacciato di essere terrorista, antisemita, violento e armato. Un popolo che non vede riconosciute nessuna delle risoluzioni ONU, risoluzioni che Israele si arroga il diritto di non rispettare, con la complice indifferenza della comunità internazionale. Per questo popolo che piange e dispera la terra che ingiustamente gli è stata tolta, oggi si celebra questa giornata.
A Fiesole, Firenze, dalle 9.30 con Daoud Nassar e il racconto di come i contadini cerano di difendere la loro terra: Tent of Nations, Kifah Nasser e l'esperienza di donne che cercano di tessere una nuova vita, la cooperativa At Twani, Joi Ellison e il ruolo dei volontari, e in fine la proiezione del film Palestina Homeless.
Una giornata per non tacere, per gridare i diritti, per dimostrare come la resistenza parta dal basso.

13.10.10

Troppo vero per essere dimenticato

Altro report dai nostri amici di 'Tutti a Raccolta' che sono in Palestina con Pax Christi


Aboud, 12 ottobre 2010 - Una delle cose che si scoprono viaggiando tra Israele e i Territori occupati è che, come per quegli ebrei che hanno alle spalle l’assurdo dramma della shoà, anche dietro ogni palestinese si scopra una tragedia e come dietro ogni pietra si nasconda una storia drammatica.

Uno degli elementi fondamentali per comprendere la situazione Israelo-palestinese è quello storico, aspetto di cui generalmente si conosce molto poco. Nell’immediato dopoguerra, negli anni in cui lo stato israeliano, tutt’ora senza confini né costituzione definiti, creava una nazione ispirata a modelli occidentali, si affermava quella che poi diventerà la versione ufficiale sulle vicende che diedero vita a Israele. Difficilmente la realtà dei fatti così come si sono svolti avrebbe potuto essere accolta positivamente dall’opinione pubblica mondiale, risultando dura da accettare persino da quella moltitudine di ebrei che anche in buona fede andavano occupando quella che non era certo «una terra senza popolo per un popolo senza terra». Si trattava invece di una regione che non cessò mai di essere abitata, un territorio che, oltre a essere ricco di memoria, era anche la terra delle popolazioni semitiche da sempre presenti nella zona con le loro greggi, le loro attività artigianali, le loro colture, culture e religioni ebraica, cristiana, islamica.

Il mito di una nazione israeliana che si va costruendo pacificamente, vedendosi poi costretta a imbracciare le armi per difendersi da attacchi da parte degli arabi tali da minacciarne l’esistenza, non è sostenibile sulla base dei documenti che, sempre più numerosi, è possibile consultare. La realtà dei fatti che avvennero allora viene confermata dalle testimonianze di chi, tutt’ora vivente, venne cacciato da uno dei circa 600 villaggi arabi sfollati e distrutti dall’avanzata dell’esercito israeliano, in quello che da sessant’anni è l’ex territorio della Palestina. Alla ricostruzione della realtà dei fatti danno inoltre il loro contributo persino ex combattenti israeliani, con i racconti dei loro ricordi, di quando portavano avanti la guerra di conquista di quello che divennero le terre dell’attuale Israele.

E’ nota la storia degli oltre 700.000 profughi palestinesi del 1948, presente nei documenti dell’ONU che dovette gestirne l’esodo, testimoniata anche dalle immagini che ritraggono una miriade di uomini, donne, vecchi e bambini in fuga, assieme ai pochi oggetti che erano riusciti a salvare prima di lasciare i propri villaggi. Tutta gente che verrà smistata nei tanti campi profughi, i quali sono ancora lì proprio a testimonianza storica di ciò che il popolo palestinese chiama la Nakba, la catastrofe. E la memoria è fisicamente visibile nei campi, appunto, dove i nomi delle strade richiamano simbolicamente i nomi dei villaggi da cui provengono le famiglie che abitano lì ormai da più generazioni. A volte questi stessi nomi sono scritti su segnavia nonostante che seguendone le indicazioni non si giungerebbe più ad alcun abitato.

Molto meno nota è la vicenda parallela dei profughi rimasti nello stesso periodo all’interno di Israele, degli arabo-israeliani, musulmani e cristiani, i quali sono tuttora in grado di accompagnarvi nei luoghi che i loro padri, i loro nonni hanno dovuto abbandonare tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50 o persino più tardi. Come è accaduto per il villaggio di Saffran, sgombrato nel 1957 nel giro di due giorni e quindi coperto, come sempre in questi casi, da un bosco piantato di proposito con la doppia finalità di cancellare la memoria e impedire un recupero abitativo dell’area, e ai cui margini sorge ora la località ebraica di Zappori. Ma le rovine dell’abitato arabo sono ancora visibili tra gli alberi e gli arbusti, nei luoghi dove ci hanno accompagnato i “profughi interni”, deportati in una Nazareth che passò all’improvviso da dieci a trentamila abitanti (alcuni, tra i vecchi, hanno ancora il documento che testimonia la loro nascita a Saffran!), e in cui tuttora il 75% della popolazione è costituita dai profughi e dai loro figli, mentre gran parte delle terre di chi lì viveva sono state confiscate per l’edificazione di Nazareth Illit, una zona residenziale che è ormai tre volte più estesa della città originaria, oggi ai suoi piedi.
Bisogna andare lungo i confini di boschi innaturali e cercare le pietre vive, e ascoltare i loro ricordi.

12.10.10

Vita quotidiana in libertà limitata.

Riprendiamo con i report dalla martoriata terra palestinese. Ecco il contributo di amici partiti per Aboud, centro-ovest della Cisgiordania, per la raccoltà delle olive.


Nonostante l’occupazione e la crescente pressione economica che creano povertà, disoccupazione e sofferenza, i palestinesi continuano ad avere la loro quotidianità come qualunque uomo, donna o bambino italiano. Ossessionati dai segni dell’oppressione e del disagio, troppo spesso sottovalutiamo questi aspetti considerandoli a torto di secondaria importanza.


Università di Hebron: la troviamo inaspettatamente frequentata per l’80% da donne, perché, al contrario dei ragazzi, non possono frequentare atenei lontani dagli occhi delle proprie famiglie.
Pur girando con il velo le studentesse non si rivelano timide nel parlare dei loro sogni, della loro vita, o nel mostrare curiosità sulla nostra. Gli edifici brulicano di studenti in moto perpetuo sulle scale e nei corridoi. A 27 anni Mohammed è ancora studente, ha passato 7 anni nelle prigioni di Israele perché durante la seconda intifada si è opposto alla demolizione della sua casa. Dal suo inglese stentato capiamo che sono in molti ad aver condiviso la stessa sorte.


Bet Jala: Famiglia Kassan; Suad e Sharmi sono genitori di 5 figli. Suad ha partorito il quinto lottando contro il coprifuoco e il checkpoint prima di giungere all’ospedale. Ora i suoi occhi, illuminati da uno sguardo vitale, ci raccontano il suo lavoro di insegnante, la vita di casa, la gita a Gerusalemme con i figli grazie a un permesso speciale. Lui, di poche parole, sorride calmo mentre gioca a scacchi con il figlio minore. Guarda sport in TV: è una passione! Della squadra di basket del circolo dei greco-ortodossi è il capitano.


At Twani: villaggio di pastori a sud di Hebron, esempio di lotta nonviolenta; Kifah è diventata leader di una cooperativa di donne.
Sia chiaro, non vuole sottrarsi ai compiti della donna in un villaggio beduino, come fare i lavori di casa, badare ai bambini, roba da nulla secondo i mariti! Ma si afferma, insieme alle altre donne del villaggio, con il lavoro cooperativo. Questo vento di cambiamento le ha sospinte fino a Tel Aviv, con l’aiuto di alcune volontarie. Impensabile per loro, che il mare non l’avevano mai visto prima! Nei loro vestiti lunghi hanno fatto il bagno per ore.
Seppur piccole, significative lotte quotidiane, dato che i mariti più rigidi hanno preteso addirittura di scortarle. Gli altri, a casa, hanno capito che il mestiere di donna non è così semplice.
Ecco come in un villaggio beduino, costantemente minacciato dai coloni, si fa strada coraggioso un segno di libertà.


Ramallah: qui la vita è più frenetica: ristoranti, locali notturni e cinema. La gente veste curata e tutto sembra diverso rispetto a Betlemme, Hebron o Nablus. Dietro a questa vetrina, Saed, 26 anni. Durante la seconda Intifada, nel 2002, è stato usato come scudo umano dai soldati israeliani, ha visto la casa requisita dagli stessi, un amico polverizzato da un missile mentre andava a soccorrere un ferito. Ringrazia la sorte di essere sopravvissuto e ora vuole vivere senza pensieri: si alza alle 6, va al lavoro, la sera esce fino alle due del mattino. Come un giovane di Tel Aviv, come un giovane qualsiasi.


Villaggio beduino vicino a Gerusalemme: “artisti” italiani hanno costruito una scuola fatta di pneumatici, per eludere gli ordini di distruzione da parte del governo israeliano che impedisce di importare il cemento. I bambini vanno lì ogni giorno e fa tenerezza vederli entrare in classe dopo la ricreazione. Invitati ad un matrimonio, partecipiamo alla festa sotto una tenda. Davanti a un té scopriamo che sono profughi provenienti dal deserto del Neghev. Welcome: dicono che gli italiani sono amici… a volte, diremmo noi.


Ramallah: il mensile This week in Palestine; è una rivista nata da pochi anni che a ogni numero monografico pubblica articoli di gente comune e libera di esprimersi. Vorremmo tradurre alcuni articoli in italiano sulla nostra newsletter Bocchescucite (qualcuno è disponibile?).


La vita, come le piante che spuntano dai pertugi dell’asfalto, non può essere soppressa totalmente. Nelle piccole cose di ogni giorno i palestinesi tengono accesa la speranza. Segni di resistenza politica e culturale. I palestinesi non si arrendono facilmente.
Ci sono però anche segnali allarmanti: il rischio è che anni di speranze tradite portino le persone a vivere alla giornata, senza preoccuparsi di un futuro che non sarà semplice. Il peso dell’occupazione israeliana infatti significa mancanza di libertà di movimento e di autonomia economica. Si tende così a godere delle cose quotidiane, che Israele permette a volte in alcune zone, senza più impegnarsi nella lotta per il cambiamento dello status quo. Questo è il rischio reale: lasciare che Israele continui a erodere terra e spirito fino all’ultima briciola.


Tutti a Raccolta 2010


Per contattare il Team 00972 543176361

4.9.10

Sconcerto.

Oggi condivido con voi l'assurdità totale di una situazione, quella israelo-palestinese, che oltrepassa i limiti dell'immaginario e raggiunge picchi di violenza inaudita, tanto violenti quanto sistematici e inarrestabili. E così vi presento Omar, un uomo intelligente, accogliente, delicato e umile, che in Palestina tre settimane fa ci chiese di aiutarlo a demolire la sua casa o almeno a portare fuori tutto il materiale che vi era all'interno prima della demolizione. Ricordo le facce di tutti quando il giorno di andare da Omar si avvicinava, i miei compagni di viaggio ed io non potevamo nominare quell'impegno preso senza il groppo in gola di chi non se la sente ma porta a compimento una richiesta fatta da un amico. Che dolore.
Siamo stati da Omar, abbiamo conosciuto la sua famiglia allargata, abbiamo ascoltato i loro racconti, ovviamente serviti e riveriti come fossimo gli ospiti più attesi, abbiamo visionato quei documenti che dovrebbero aver garantito Omar a suo fratello, abbiamo tentato di capire. Ma cosa c'è da capire quando l'assurdità di fa legge...
Così abbiamo abbiamo visitato quella casa e abbiamo filmato le ragioni di Omar per dar loro voce, per tentare almeno di far sapere quello che subisce il popolo palestinese; ma nulla più di questo.
L'abbiamo aiutato come potevamo e ci siamo salutati alla nostra partenza all'aeroporto, consapevoli che quella casa sarebbe stata demolita nonostante tutto.
Così è stato e vedere quei video è davvero una tortura, immaginate per Omar....
Non ho parole per descrivere, spero solo che leggiate anche voi, che non avete avuto la fortuna di conoscere Omar e guardando abbiate la sensibilità di indignarvi.
Omar non sei solo.

27.8.10

Due maceratesi in Palestina alla ricerca della verità.

C’erano anche due maceratesi nel team “Ricucire la Pace” Pax Christi 2010 che si è recato – dal 5 al 20 agosto - in Palestina per un’attività di peace building. Stefano Casulli e Valentina Valeri, i nostri giovanissimi conterranei che hanno scelto di dare il loro contributo alla pace, hanno raccontato il loro viaggio in un dettagliato resoconto.
“E’ senza dubbio difficile provare a riassumere in un articolo un viaggio di 15 giorni nei territori occupati palestinesi. Siamo partiti con un team selezionato di 9 persone: ‘Ricucire la Pace 2010′, avente il compito di raccogliere materiale e testimonianze in diverse realtà della Palestina, da Nablus ad Hebron, a Gerusalemme, Betlemme, Taybeh e molti altri vilaggi della Cisgiordania.
Abbiamo viaggiato con un pulmino vivendo direttamente la realtà locale: i posti di blocco, l’attraversamento del Muro divisorio, i controlli dei militari israeliani, il contrasto tra i villaggi arabi distruttti e le verdeggianti colonie illegali israeliane in territorio palestinese.

Il Muro della Cisgiordania
Scrivere della realtà israelo-palestinese significa, per noi, dire la Verità. Significa raccontare quanto abbiamo visto in quelle terre e studiato nel nostro percorso di formazione, mettere assieme la voce dei testimoni, le loro sofferenze e i loro sogni, mentre spesso le notizie dei media si mostrano superficiali, parziali, ricche di pregiudizi. Soprattutto, rimuovono quel racconto diretto che la vita delle persone produce, che i muri cercano di zittire, che i potenti ignorano. Dire la Verità è una scelta politica. Una scelta di giustizia. Un dovere per chi fa informazione e per chi ‘ha visto’. “I sofferenti non ci lasceranno dormire”, si potrebbe dire parafrasando Alex Zanotelli.
Vogliamo cosi provare a raccontare la Verità, convinti che si possa lavorare per la giustizia e la pace anche nel piccolo: ciascuno lo può fare, mettendo insieme contatti, sensibilizzando, prendendo posizione. C’è un popolo oppresso, quello palestinese, e un governo che opprime, quello israeliano. C’è una narrazione storica che si nutre e strumentalizza i testi sacri e una narrazione mediatica schierata in favore di un governo che si dichiara democratico e laico, ma nei fatti non lo è.

Strutture militari
Abbiamo visto l’ingiustizia di cittadini giudicati davanti alla corte marziale, di uno stato che non è il loro, abbiamo vissuto sulla nostra pelle l’ipossibilità di muoversi; e poi le strade divise per palestinesi ed israeliani; la nascita repentina di colonie che mangiano terra, ulivi, limoni, si approriano e gestiscono acqua, energia elettrica: servizi controllati da Israele anche in territorio palestinese. Abbiamo ascoltato storie di gente costretta a scappare a causa delle demolizioni e degli spostamenti forzati dai propri villaggi secolari. Abbiamo trovati i resti di villagi scomparsi da un giorna all’altro, incontrato i beduini arabo-israeliani che per l’ennesima volta li ricostruiscono, con dignità e voglia di resistere. Ma abbiamo anche imparato a conoscere due popoli legati alla terra in maniera vitale. Abbiamo sperimentato la splendida alterità di un mondo tanto diverso come quello arabo: accogliente, dinamico e con tanta voglia di raccontarsi. Abbiamo compreso che Hamas è molto più e molto meno di un movimento terroristico: è una realtà radicata, meno integralista di quanto si pensi, ma intransigente verso le politiche israeliane e in grado di collaborare a Gaza con altri movimenti, anche cristiani.

Questa costellazione di esperienze ci ha permesso di capire che i ripetuti appelli per la pace non hanno senso se prima di tutto non si lavora per la giustizia. Non possiamo dire: “Apriamo le trattative senza condizioni”. La giustizia deve alleviare la sofferenza, consentire la libertà (di movimento, di culto, di autodeterminazione). Ciò significa abbattere il Muro e fermare gli insediamenti, innanzitutto. Per noi, lavorare per la Giustizia significa quindi dire la Verità tutta, sino in fondo. Solo allora potrà realizzarsi la Pace. Una pace che non sia pacificazione, cristallizazione di posizioni asimmetriche. Una pace giusta e vera.”
Nel corso del loro viaggio Stefano, Valentina e gli altri componenti del team sono anche andati a verificare la nota dell’Ansa del 15 agosto che ha riportato la notizia dell’abbattimento del muro nella colonia di Gilo, titolando che Israele stava finalmente abbattendo il Muro che dal 2002 ha iniziato a costruire. “La notizia, ripresa da tutti i giornali, – sottolinea Stefano Casulli – ha mancato però di specificare che il menzionato muro non è quello che divide e circonda la Cisgiordania, lungo 780 Km e alto tra gli 8 e i 12 metri; infatti il tracciato dello stesso è decisamente integro e in costante allargamento. Andati personalmente sul posto indicato dall’articolo Ansa per verificare di cosa si trattasse, abbiamo constatato che il muro di cui si parlava altro non era che una serie di piccoli blocchi di cemento alti appena 2
metri posti a dividere la colonia dalla vallata sottostante di Beit’Jalla, quartiere di Betlemme in territorio palestinese, Abbiamo cosi verificato che la rimozione dei blocchi a Gilo è funzionale all’ampliamento del tracciato del Muro vero e proprio, che in breve andrà a tagliare Betlemme prendendo l’intera vallata di ulivi. La costruzione è attualmente in atto e visibile”

20.8.10

Perchè stiamo con i palestinesi? Perchè siamo ebrei!

Qualcuno ci domanda come mai stiamo con i palestinesi.

"Perchè issate la bandiera palestinese. Perchè sostenete la causa palestinese?" "Siete ebrei" - ci dicono - "Che state facendo?"

La nostra risposta è molto semplice:

E' proprio perchè siamo ebrei che stiamo con i palestinesi e issiamo la loro bandiera. E' proprio perchè siamo ebrei che esigiamo la restituzione ai palestinesi delle loro case e di tutti i loro beni.

Sì, la nostra Torah ci impone di essere giusti. Siamo chiamati a camminare sulla via della giustizia. Ma cosa c'è di più ingiusto del tentativo, vecchio di un secolo, del movimento sionista di invadere il paese di un altro popolo, espellerlo e impadronirsi dei suoi beni? I primi sionisti parlavano di un popolo senza terra che sarebbe andato in una terra senza un popolo. Parole che sembrano innocenti. Ma sono completamente false.

La Palestina era un paese abitato da un popolo. Un popolo che aveva sviluppato una coscienza nazionale. Se dei rifugiati ebrei fossero arrivati in Palestina senza l'intenzione di dominare, di creare uno stato ebraico, di espropriare i palestinesi e privarli dei loro diritti fndamentali, sarebbero stati accolti - ne siamo assolutamente certi - con la stessa ospitalità che i popoli musulmani hanno riservato agli ebrei nel corso della storia. Avremmo vissuto insieme come altre volte, in pace e armonia.

Amici musulmani e palestinesi di tutto il mondo, per favore ascoltate il nostro messaggio. Ci sono ebrei che sostengono la vostra causa. Quando diciamo di sostenerla, non pensiamo a una qualche proposta di partizione, come quella del 1947 presentata dall'ONU, che non aveva nessun diritto di farlo. Non pensiamo a uno spezzettamento della Cisgiordania, come quello proposto da Barak a Camp David, che al massimo avrebbe reso giustizia al 10% dei rifugiati palestinesi. Noi sosteniamo la restituzione alla sovranità palestinese di tutto il territorio, compresa Gerusalemme.

Quando verrà il momento, giustizia vorrà che sia il popolo palestinese a decidere se gli ebrei potranno restare sul suo territorio e in che numero. Questa è la sola via che possa portare a una vera riconciliazione.

Ma noi vogliamo di più. La restituzione del territorio ai suoi legittimi proprietari non sarà sufficiente. Bisognerà che chiediamo perdono al popolo palestinese in modo chiaro e preciso: il sionismo vi ha fatto del male, ha rubato le vostre case, ha rubato il vostro paese.

In questo modo proclamiamo di fronte al mondo che siamo il popolo della Torah, che la nostra fede ci impone di essere onesti, giusti e buoni.

Abbiamo preso parte a centinaia di assemblee palestinesi negli ultimi anni. Dappertutto i dirigenti e il pubblico ci hanno accolto col calore dell'ospitalità mediorientale. Che menzogna quando si sente dire che i palestinesi in particolare o i musulmani in generale detestano gli ebrei. Quello che detestano è l'ingiustizia, non gli ebrei.

Non abbiate paura, amici. Il male non potrà trionfare per molto tempo. L'incubo sionista è arrivato alla fine. E' esaurito. Le sue più recenti brutalità sono l'ultimo disperato sussulto di un agonizzante. Noi vedremo insieme il giorno in cui ebrei e palestinesi si abbracceranno in pace sotto la bandiera palestinese a Gerusalemme.

E alla fine, quando il redentore dell'umanità verrà, le sofferenze del presente saranno sommerse da tempo tra le benedizioni del futuro.

17.8.10

I chicchi di melograno

Be’er Sheva, 15 Agosto 2010
Scaglie di resistenza in Palestina
I nostri compagni Stefano e Valentina scrivono dalla Palestina

Il melograno è simbolo di fertilità e speranza. Ha al suo interno tanti chicchi diversi che, sebbene avvolti da una pellicola amara, sono dolcissimi.
Cercare frammenti di dolcezza in un frutto aspro…

Girare la Palestina con un pullmino ti porta a vedere in breve tempo i muri creati da un regime di apartheid fondato sulla diseguaglianza politica e giuridica, sull’organizzazione meticolosa di una pulizia etnica del popolo della West Bank (la Cisgiordania), sulla razionale politica di esclusione della minoranza arabo-israeliana e la reclusione degli abitanti della Striscia di Gaza.
Potremmo provare a raccontare, come pulci all’interno di uno stringente reticolato, cosa significa ‘abitare’ questa Palestina. Segnalare così i punti di contatto tra queste politiche discriminatorie e ingiustificabili con la vita delle singole persone. Lo faremo.
Oggi però abbiamo deciso di condividere l’altra faccia della medaglia: la Palestina che resiste, quel contro-potere quotidiano fatto di volti e volontà, percorsi comuni e speranze. E abbiamo deciso di provare ad indagarne i metodi, in tutta onestà, per cercare gli spiragli e le proiezioni future di una lotta tutta nuova, nella convinzione che il nostro esaltare ‘l’ottimismo della volontà’ di chi non si arrende rappresenti una scelta politica ben specifica.

Il radicarsi dell’occupazione militare nei territori palestinesi, la maggiore presenza di coloni nelle aree circostanti ciascuna singola municipalità e l’assiduo controllo delle risorse (acqua, corrente elettrica, campi coltivabili) operato dalle forze israeliane anche nelle zone di competenza dell’Autorità Nazionale Palestinese, hanno prodotto un peggioramento delle condizioni di vita generali e la scomparsa delle garanzie per molti abitanti. Sempre più frequentemente arrivano ordini di sgomberi e demolizioni senza giusta causa: Omar, autista di pullman a tempo pieno, ci porta a vedere l’abitazione che dovrà demolire con le proprie mani, mentre Joseph ci mostra a Gerusalemme Est la casa sotto cui manifesta: era la sua, adesso è un avamposto dei coloni al centro di un quartiere arabo. Quanti Joseph e quanti Omar lungo il nostro cammino…
Ecco quindi che piuttosto che di ‘occupazione’, termine opportuno per definire la complessiva situazione politica, dovremmo parlare di ‘micro-ingiustizie’ che si ripercuotono sulla vita di tutti i giorni: l’assenza di servizi e prospettive nei campi profughi, la mancanza d’acqua nei villaggi beduini della Valle del Giordano, l’assenza di luce elettrica a Sud di Hebron, le ridottissime possibilità di lavoro per giovani e donne impossibilitati a girare liberamente per la loro terra.
Scavando dentro queste situazioni, scopriamo che laddove c’è una difficoltà la vita risorge, resiste a ciò che vuole annullarla. E così si trova che a Beil Jibrin, campo profughi di Betlemme, nasce un centro sociale gestito da giovani volontari quindicenni e denominato ‘Andala’, il nome del bambino-fumetto palestinese che guarda il dramma della propria terra voltando le spalle al lettore; o a Nablus, nel campo di Balata Camp, sorge un centro culturale per accogliere la generazione di ragazzi che ha visto solo guerriglia e divise militari; o a Qalandia, un campo profughi di migliaia di abitanti, dove Salim ed alcuni residenti del luogo hanno messo in piedi una cooperative di scarpe che vende in Europa tramite il Commercio Equo&Solidale.
In particolare, contrariamente a quanto dicono i luoghi comuni su queste terre, protagoniste di questa rinascita sembrano essere le donne: nelle tante cooperative sorte negli ultimi anni, dal Negev fino al centro di Ramallah, dove la nostra amica Rosa ci conduce all’interno di una fabbrica di borse e gioielli artigianali. At-Tuwani, a riguardo, ne è la riprova: una giovane donna decide di mettere in piedi una cooperativa femminile che lavora e discute in un villaggio di 250 abitanti circondato da una colonia di ebrei ortodossi e un avamposto illegale; questo percorso collettivo le porterà ad aprire un piccolo negozietto artigianale e ad essere protagoniste di un limpido esempio di lotta nonviolenta: dinnanzi ai soldati israeliani, pronte anche alla prigione, impediranno la distruzione dei pali elettrici del villaggio. Sarà questo l’inizio di un cammino nonviolento che sta garantendo la sopravvivenza del villaggio.
Ma donne sono anche i membri di Macsom Watch, un gruppo di ebree israeliane che presidiano i checkpoint col fine di tutelare i palestinesi che vi vengono fermati.
Le battaglie quotidiane vengono combattute in diversi villaggi con manifestazioni e presidi. A Bil’in, famosa realtà ‘nonviolenta’ che ogni venerdì marcia contro l’esistenza del Muro, sono i lacrimogeni ad allontanare dei manifestanti nervosi, dando vita ad una guerriglia che sembra perdere i tratti della nonviolenza. A Sheik Jarra sono gli stessi israeliani a protestare contro l’occupazione della Palestina, ed i canti e le musiche in arabo ed ebraico ci lasciano intravedere un mondo che sa parlare entrambe le lingue. Due facce di una stessa medaglia: la voglia di cambiare, la frustrazione e sensazione di non farcela.
Sì, la sensazione è che le piccole resistenze quotidiane non riescano a scardinare un sistema di potere capace di creare gli anticorpi ai propri batteri: arrestare i più ‘pericolosi’, filmare i manifestanti, dividere le forze politiche, impedire la comunicazione e l’informazione; e così sempre meno persone aderiscono a manifestazioni o a proteste collettive, per dedicarsi alla propria vita. Prospettive politiche dalla società civile? Poche, pochissime.
Tuttavia questa costellazione di esperienze si va ad unire alle voci mute dei beduini che ricostruiscono per la decima volta il loro villaggio dopo l’ennesima demolizione dell’esercito, o di coloro che si legano agli alberi d’ulivo dei loro terreni per evitare che siano mangiati dal Muro in costruzione; soprattutto, richiamano alla mente le milioni di persone che decidono di restare in Palestina, per amore verso questa terra e desiderio di un futuro libero da occupazioni, per legami affettivi e senso di giustizia.
Già, la giustizia. Per la giustizia lavorano i volontari che operano nei campi estivi ad Artas, Taybeh ed i villaggi più sperduti del mondo. Per la giustizia operano i preti, i giornalisti, gli avvocati che si mettono a disposizione per la causa degli oppressi.
Non c’è pace senza giustizia. Quella si chiama pacificazione, semplificazione. La pace fondata sul sopruso, intrisa di violenza, asimmetrica, non è pace. È ingiustizia cristallizzata, è morte di una società equa e in grado di garantire tutti.
Non c’è pace senza giustizia. Lo dicono gli Omar, gli Joseph, ad Aboud come ad Hebron, a Nablus come a Gerusalemme.
Lo dicono i giusti. In Israele come in Palestina.

Team di Peacebuilding ‘Ricucire la Pace 2010’


Per informazioni: 00972.5431.76361

Una casa con quattro stanze.

Taybeh- Efraim, 10/08/2010

Una casa con quattro stanze…
Incontrando la storia per strada, tra Ramallah e Nablus.
I nostri compagni Stefano e Valentina scrivono dalla Palestina

Quante stanze ha la vostra casa?
Sì, provate un po’ a pensarci; diciamo poi che nella vostra casa vi siano quattro stanze
Arriva una persona e, con la forza, contro ogni regola, occupi tre delle vostre stanze: voi come reagireste? Sareste contenti? Il bel problema è che questa non è una storia inventata!

Dopo la seconda guerra mondiale il popolo ebreo occupa il 78 % del territorio della Palestina storica, e lascia solo il 22 % al popolo Palestinese. 800.000 rifugiati palestinesi sono costretti a lasciare i loro villaggi, e vivono, tuttora, in 66 campi profughi.
Pensate se, ancora, dopo 20 anni, il vostro nuovo vicino forzato, occupasse anche la quarta stanza: siete sotto il suo controllo. Per girare nella stanza avete bisogno di un permesso; se ve ne andate è meglio, così perdete il diritto alla vostra cittadinanza.
Questo è quello che è successo con la guerra dei sei giorni nel 1967: Israele occupa militarmente anche quella piccola quarte stanza che era rimasta al popolo di Palestina.

Da quarant’anni i Palestinesi hanno una richiesta chiara, insieme a tutto il mondo arabo: lasciateci vivere almeno nella quarta stanza! Siamo stanchi, loro sono stanchi, il mondo è stanco, ci accontentiamo di questo, non certo molto.
E per arrivarci i palestinesi hanno fatto di tutto.
Nel 1988 inizia la prima Intifada: nel nostro viaggio ci viene raccontata, a Ramallah, da una persona speciale.
Siamo con L., in un tipico ristorante arabo, con le poltroncine ed una cucina fatta di salse, pollo arrosto, thé e caffè. Questa splendida signora, da 45 anni trasferitasi in Palestina, ci racconta la storia che sui giornali o sui manuali non si legge.
La prima Intifada è scoppiata in seguito all’uccisione di 8 persone a Gaza da parte di un israeliano. Scoppiò il finimondo a Ramallah (in arabo “Altura di Dio”)…ben al di là della nota guerriglia fatta di sassi contro carri armati e giovani contro soldati ben equipaggiati, la I Intifada ha rappresentato innanzitutto una vera rivolta collettiva contro l’occupazione. Un comitato centrale ‘segreto’ lasciava ai bordi delle strade volantini settimanali che venivano rapidamente presi e nascosti dalle famiglie. Pressappoco recitavano così: lunedì ci si reca al cimitero a pregare i morti dell’Intifada; martedì cercare una mamma morta tra i propri conoscenti e rendere visita alla famiglia; mercoledì visitare gli ospedali e giovedì lavorare la terra.
L. racconta che scompaiono le differenze economiche nella popolazione, l’aiuto diviene reciproco e il supporto costante.

Nonostante questa spirale di violenza la Pace è però ancora lontana, nelle quattro stanze della vostra casa. Decidete allora di sedervi ad un tavolo col vostro vicino, per provare a risolvere la situazione. Siamo ai negoziati di pace di Madrid e Oslo.
Il meccanismo diventa questo: voi, cari miei, siete dei terroristi, e non sareste capaci di vivere nella quarta stanza; allora vi si da un po’ di questa stanza, per vedere se vi comportate bene con i vicini, e poi se mai avrete la metà, o anche il 90%, della benedetta quarta stanza.
Questi accordi di Oslo sono recepiti come un vero e proprio fallimento dalla popolazione, a Ramallah crolla l’appoggio popolare e inizia una fase di scetticismo verso la politica, anche alla luce del fatto che la motivata generazione dell’Intifada viene tagliata fuori dalle trattative di Pace.

Dopo anni, accordi, scontri, tentativi falliti di trovare la Pace, la tensione rimane sempre alta, e basta davvero una piccola miccia per fare esplodere il pagliaio. Basta così una passeggiata di certo poco oculata di Sharon sulla spianata delle moschee, per scatenare, nel 2002, la seconda Intifada.
Ascoltarne il racconto all’interno di Balata Camp, un campo profughi di Nablus che ospita 25.000 persone in un km², magari da coloro che all’epoca dei fatti erano solo bambini o adolescenti fa un certo effetto. Mustafa ci svela, con le foto e con la voce, il volto dei sofferenti: impiegato con il Medical Reliefs, in uno staff di infermieri che portavano cibo e medicine sia durante l’Intifada che dopo. Eh già, dopo. Infatti Nablus, una città di 300.000 abitanti e tanta voglia di resistere (con il suo 20 % di morti e carcerati rappresenta il centro delle rivolte nella Cisgiordania), rimase completamente occupata fino al 2007. In particolare, il campo profughi di Balata Camp fu circondato e perennemente presidiato finché non è stato smantellato l’ultimo checkpoint di controllo. Il dramma dei bambini dell’epoca, ci racconta il direttore del Cultural center del campo, si rispecchia in una generazione aggressiva e violenta, con difficoltà di relazione con i genitori ed i coetanei, un tasso di dispersione scolastica elevatissimo. Il racconto di Mustafa, le sofferenze di Balata Camp, ancora una volta paradigma delle sofferenze di tutti i campi profughi. Ecco ci appare, dal basso, un racconto diverso, che mostra i traumi di lungo periodo che un popolo, e una generazione, porta con sé.
Assembramenti di abitazioni senza una apparente logica, una concentrazione di persone che spesso supera la capacità di questi campi, situazioni igieniche precarie sono il denominatore comune di queste realtà in cui le persone che vi abitano si aggrappano alla vita con tutte le loro forze.
I campi profughi, la cui soluzione rappresenta uno dei nodi da risolvere per giungere ad una conclusione pacifica del conflitto, nascondono comunque desideri e sogni, laboratori di speranza di cui i giovani che incontriamo restano i testimoni più concreti; desiderio di studiare, lavorare, incontrare, amare, insomma tutto ciò che desidera qualsiasi giovane del mondo.
Tuttavia, giovani che non dimenticano e che continuano ad avere memoria della Nak’ba (la ‘catastrofe’ che ha colpito i palestinesi), come testimoniano le fotografie sui muri delle case del campo.
Nel pomeriggio a Nablus un altro amico, Mashdry, ci fa rivivere per quello che può e ancora si vede (il centro di Nablus ancora segnato, nei suoi vicoli, dalle pallottole) tutta la drammaticità di quei momenti che hanno rappresentato e rappresentano un nuovo tentativo di riscatto del popolo palestinese. E ancora Mashdry ci dice: “non una violenza gratuita, ma quella voglia di riconquistare un diritto alla vita negato, abusato, seppellito sotto l’occupazione”.

Ma questi giorni a Nablus e Ramallah, nel cuore della West Bank, ci hanno mostrato qualcosa in più di un muro alto 8 metri che circonda la Cisgiordania.
L’assenza dello Stato palestinese. Visitare la tomba di Arafat a Ramallah, la capitale amministrativa della Cisgiordania, ci ha lasciato di stucco: un paio di poliziotti sorvegliano l’entrata del mausoleo con fucili di vecchia data, e un poliziotto disarmato ci accompagna sino alla sede, dove il silenzio e il vuoto (di persone) la fanno da padroni. Sullo sfondo, parzialmente confusi con gli altri palazzi, riusciamo ad individuare il Parlamento e la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il parcheggio di terra ed i numerosi cantieri completano uno scenario desolante, che sembra simbolo di uno Stato che non c’è.

In ultimo, una sensazione che è il timore di molti.
La Pace economica. Ramallah è una città diversa dalle altre: cantieri, pubblicità, differenziazione nell’abbigliamento, relativa disoccupazione e moltissimi progetti di organizzazioni internazionali o para-nazionali. I numerosissimi finanziamenti a questa città (non riconosciuta come capitale dai palestinesi, ma attualmente centro dell’attitità governativa) sembrano aver ridotto le impellenti esigenze sociali, ma proporzionalmente paiono aver attenuato le resistenze e le pretese dei palestinesi. È questo quanto ci segnalano Lina e Grazia, capo del dipartimento di Ricerca Legale ‘Al Haq’ che monitora il rispetto dei diritti umani nei Territori Occupati: un po’ di benessere in cambio della libertà di movimento e autodeterminazione, in cambio dell’occupazione militare e del monitoraggio delle aggregazioni politiche, che svilupparono forme inedite di partecipazione e coinvolgimento nella I Intifada.
Questi sono gli spunti che ci sono arrivati dagli incontri in questi giorni, questi i piccoli pezzi di Storia che emergono dietro i volti e le persone che ci accompagnano.
Una piccola casa, le sue quattro stanze, e tante persone, fra proprietari veri o presunti, vicini scomodi, cittadini autorevoli, violenza, negoziati e Pace sperata.
Un grido univoco però ci risuona chiaro in testa: PACE per questa casa, GIUSTIZIA per le sue quattro stanze.

Sapete perché hanno paura?

8 Agosto 2010, Beit Saour

Sapete perché hanno paura?
Un giorno di ordinaria occupazione a Hebron.
I compagni Stefano e Valentina scrivono dalla Palestina

Hebron (Al Qalil), la città di Abramo e dei patriarchi, rappresenta il centro più importante della Cisgiordania meridionale, nonché vero e proprio emblema del conflitto in atto: 1200 soldati israeliani (in Palestina!) e 104 checkpoints proteggono 400 coloni insediatisi nel cuore di una città abitata da più di 200 mila palestinesi.
Arriviamo nel pomeriggio, ed immediatamente i colori ed i profumi della città ci assalgono fin dentro la macchina: i clacson e le grida, i colori dei bracciali e della frutta, le musiche popolari a noi tanto inusuali e il nero degli abiti, il cigolìo del carretto guidato da un bambino e l’azzurro dei negozi tipico di questa città tutta araba. O quasi.
Lasciata l’auto, ci dirigiamo verso il mercato, e accompagnati da un giornalista locale arriviamo ben presto nel cuore di Hebron. Tuttavia, ad un tratto, i rumori vengono meno, i colori sfumano verso il grigio, le voci mutano in silenzio; il mercato si interrompe e lascia spazio ai negozi chiusi, ai checkpoint (ben 104, col compito di bloccare i passaggi e controllare i locali) alle vie coperte dai teli e grate: la città vecchia, con i suoi vicoli e le case in pietra , è abitata da quattrocento coloni israeliani (che si aggiungono ai 7.000 della periferia) che hanno occupato le case dei palestinesi col supporto del governo di Tel Aviv.
Il caso vuole che proprio al nostro passaggio vediamo arrivare 3 soldati israeliani armati che perlustrano la zona e controllano i documenti dei pochissimi negozianti presenti: l’intera colonia sta uscendo dal centro città scortata da una trentina membri dell’esercito occupante israeliano. È impressionante vedere alcune decine di persone, vestite con l’abito proprio agli ebrei ortodossi, ‘accompagnate’ fuori dal centro da militari dell’esercito. Spontaneamente esponiamo una bandiera della Pace, stridente con la situazione, la violenza percepita ed i colori che occupano la strada. Tuttavia l’imbarazzo e il rumoreggiare dei coloni di fronte alla bandiera, nonché la palese sproporzione dell’operazione sembrano svelare la paura e il disagio, oltre che la repulsione, dei passanti.
Proseguiamo e vediamo che il mercato (quasi interamente chiuso) è coperto da teli artigianali e dove possibile da vere e proprie grate: le pietre, le bottiglie e gli oggetti che vi troviamo sopra ci spiegano che i coloni dai loro palazzi lanciano di tutto sulle strade frequentate dai palestinesi. Da qui la chiusura dei negozi, generata anche da veri e propri interventi dell’esercito.
Entrati nella zona H2 di competenza ebraica (la H1 è palestinese), e saggiato il thé di uno dei pochissimi commercianti palestinesi della zona, torniamo indietro prima che faccia buio…
Ma poco prima di giungere alla macchina una voce italiana ci chiama: è un giovanissimo ufficiale italo-israeliano, di religione ebraica. Ci avviciniamo, sapendo che difficilmente ricapiterà di parlare con un soldato israeliano disponibile in terra di Palestina. “Difendere il mio popolo” “controllare che non ci siano palestinesi armati” “eseguire gli ordini dati dal mio Paese”. Queste alcune delle risposte alle nostre perplessità a proposito dell’occupazione israeliana a Hebron ed in tutta la Cisgiordania.
Tuttavia, anche in questo caso, sembra di scorgere sotto le parole dure e impostate, una consapevolezza che si fa timore, disagio. Il suo stesso allontanarsi da noi diviene d’un colpo repentino all’inasprirsi delle nostre domande si svela il ragazzo di ventidue anni, che forse ha scorto nelle nostre parole la violenza di chi accusa.
Non capita spesso, nemmeno ai volontari che costantemente frequentano queste zone, di imbattersi in incontri come i nostri, attraverso i quali abbiamo recepito in tutta la loro immediatezza la violenza di un sistema di occupazione e relazione asimmetrica. Hebron, occupata fisicamente e militarmente da coloni ed esercito, è così simbolo di un Paese, dei suoi muri visibili e invisibili, a Gerusalemme come a Betlemme, nei villaggi di At-Tuwani, Abu Dis (Betania) e Beit-Saour come nel campo profughi di Beil Gibrin, altre esperienze fatte in questi giorni.
Ma Hebron non è solo questa: le grate, i teli, i negozi chiusi, si snodano fra vie strette, antiche, che trasudano storia, cultura, fascino e mistero; la città vecchia antica di quasi 800 anni. Sarebbe un delitto non ricordarlo: storditi da questa surreale occupazione ci si dimentica di guardarsi intorno. Lo dice chiaro la nostra guida: “siamo stanchi di raccontare a voi che passate di qua solo storie di violenza, soldati, coloni: vogliamo raccontarvi della nostra storia, delle nostre radici, di cosa significano per noi questi bianchi muri sbreccati che ci circondano.”
La cultura, l’identità, lo Spirito di un popolo che vuole trionfare sulla situazione attuale; la stanchezza di essere ricordati sempre e solo come ‘gli oppressi’ prima che come persone con una loro storia da raccontare. Questo è il desiderio di chi vive nella città vecchia di Hebron: poter, un giorno, camminare per le strade del centro, e non parlare più di check point, insediamenti, controlli e assurdi divieti, ma emozionarsi a parlare della propria storia, identità, anima, che ancora si aggirano fra questi angoli fuori dal tempo, e che difficilmente possono essere fermati dai grigi tornelli di assurde barriere.

E anche noi siamo interrogati davanti a tutto questo: abbiamo il dovere e la responsabilità di costruire il proprio futuro e raccontare la propria storia.


Team di PeaceBuilding ‘Ricucire la Pace 2010’