Che cosa ci frena dal condannarle? L’area geografica in cui avvengono? Le circostanze? La lontananza? Tutte possono essere valide e forse dovremmo rifletterci perché non possono e non devono esserci vite che valgono meno di altre perché stroncate in circostanze di guerra, in paesi a noi estranei, da insospettabili in divisa.23.3.12
Un doveroso minuto di silenzio …
Che cosa ci frena dal condannarle? L’area geografica in cui avvengono? Le circostanze? La lontananza? Tutte possono essere valide e forse dovremmo rifletterci perché non possono e non devono esserci vite che valgono meno di altre perché stroncate in circostanze di guerra, in paesi a noi estranei, da insospettabili in divisa.11.11.11
26 novembre: giornata internazionale per il popolo palestinese.
Non sappiamo ancora se ci saremo fisicamente come LGS, di sicuro lo spirito viaggerà a Bulciago con la mente alla Palestina e Vittorio nel cuore.
Nel paese di Vittorio Arrigoni, a Bulciago (Lecco), il 26 novembre prossimo è convocato il Convegno nazionale per celebrare la Giornata Onu per i diritti del popolo palestinese, con esperti e appassionati che non si rassegnano all’indifferenza del mondo per l’oppressione, l’occupazione e la colonizzazione che fanno a pezzi la terra di Palestina.
Ma è l’ACQUA quest’anno al centro dei lavori, in particolare nella VALLE DEL GIORDANO e nella STRISCIA DI GAZA.
Di seguito, il programma della manifestazione:ASSETATI DI GIUSTIZIA
Acqua e vite rubate da Gaza alla Valle del Giordano
ricordando Vittorio Arrigoni
sabato 26 novembre – Bulciago (Lecco)
PROGRAMMA
Mattino
9.30 accoglienza. Saluti e presentazione
della giornata.
ore 10.00 – 13.00
L’acqua rubata nella Valle del Giordano
Tra colonizzazione, furto della terra e dell’acqua: cos’è oggi la splendida Valle del Giordano?
LUISA MORGANTINI già vicepresidente Parlamento europeo
Testimonianze
Una carovana contro il muro dell’acqua CINZIA THOMAREIZIS Comitato italiano Contratto mondiale sull’acqua
Boicottare per r-esistere STEPHANY WESTBROOK Coordinamento BDS
Espropriazione e sfruttamento. Rapporto B’TSELEM Gruppo GIOVANI JABBOK
Dibattito
13.00- 14.30 Pranzo presso l’oratorio di Bulciago
Pomeriggio
14.30 – 17.30
Acqua dolce e acqua salata a Gaza. Vivere e sopravvivere sotto embargo. La solidarietà viene dal mare: i pescatori di Gaza e la Freedom Flotilla
MARIA ELENA DELIA coordinamento italiano Freedom Flotilla
Testimonianze
Vittorio, uomo di terra e di mare. Di Gaza EGIDIA BERETTA ARRIGONI
Una Striscia contaminata dalla terra all’acqua GIUDITTA BRATTINI Gazzella Onlus
La controinformazione di Vittorio. Quando l’occupazione punta al silenzio MARCO BESANA
Parole in dramma. L’orrore quotidiano nella denuncia di Vittorio. Con la voce degli AMICI DI VIK
Dibattito
Conclusioni previste per le 17.30
20.9.11
Onu, manovre contro la Palestina
In questo modo Washington conta di fermare subito il cammino di Abu Mazen senza dover ricorrere al veto che renderebbe più negativa l'immagine degli Usa tra palestinesi e arabi. Per le questioni di procedura è necessaria una maggioranza di nove membri e visto che il Consiglio ne conta 15 (5 permanenti e dieci a rotazione), il «no» di sette paesi sarebbe sufficiente per chiudere la questione.
È incessante il lavoro diplomatico contro lo stato di Palestina. Eppure anche un cieco vedrebbe che il passo di Abu Mazen è utile anche agli interessi di Israele che in questo modo confinerebbe in uno staterello disomogeneo e senza sovranità reale gran parte dei palestinesi oggi sotto occupazione (lo stato-bantustan denunciato da più parti). Ma il premier israeliano Netanyahu, evidentemente, non pensa ad altro che a proseguire l'espansione delle colonie ebraiche in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. E Washington gli sta dando tutto l'appoggio possibile. Lo stesso Netanyahu durante l'ultima seduta del consiglio dei ministri, ha sottolineato che la cooperazione con Barack Obama non è mai stata tanto proficua come in questi ultimi quattro mesi. «È stata eccellente», ha detto con tono soddisfatto il primo ministro.
Secondo il Jerusalem Post Washington vuole dare nuova linfa alla proposta discussa a luglio dal Quartetto (Usa, Russia, Onu e Ue) che prevede il sì, con riserve, di Israele a negoziare con i palestinesi sulla base delle linee del 4 giugno 1967 (antecedenti all'occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est) in cambio del riconoscimento da parte di Abu Mazen di Israele come stato ebraico. Proposta che dovrebbe già essere morta e sepolta perché nessun leader palestinese, incluso il fragile presidente dell'Olp, ha il consenso popolare necessario per approvare la rinuncia al diritto al ritorno dei profughi palestinesi della guerra del 1948 ai loro villaggi d'origine (oggi in territorio israeliano) che, di fatto, deriverebbe dal riconoscimento di Israele come stato ebraico. Ne è una prova in questi giorni la televisione pubblica palestinese, megafono di Abu Mazen, che mostra un logo con il numero 194 corrispondente alla risoluzione dell'Onu che sancisce il diritto dei profughi al ritorno. Allo stesso tempo Netanyahu, anche se decidesse di moderare la sua linea oltranzista, dovrebbe fare i conti con una porzione significativa del governo e della Knesset che lo esortano a «rispettare i principi del partito Likud» (controllo della biblica Eretz Israel e sviluppo delle colonie). Il suo governo, peraltro, appare diviso sulle misure punitive da adottare contro l'Anp. I ministri degli esteri, Avigdor Lieberman, delle finanze Yuval Steiniz e il vice premier Moshe Yaalon invocano la mano pesante, mentre il titolare della difesa Ehud Barak e quello dell'intelligence Dan Meridor si oppongono a sanzioni severe.
Ma il gioco non è solo nelle mani di Netanyahu e dei suoi ministri. In campo, nella posizione di punta centrale, ci sono anche i coloni. Oggi migliaia di settler israeliani terranno due marce in Cisgiordania in sostegno della colonizzazione. La prima nei pressi dell'insediamento di Bet El, la seconda, più provocatoria, in direzione di Nablus. Si tratta di una delle aree ad alta tensione della Cisgiordania dove i coloni presentano spesso ai residenti palestinesi il cosiddetto «prezzo da pagare», ossia il conto per le rare iniziative dell'esercito contro la colonizzazione selvaggia. «Questa settimana organizzeremo marce e mostreremo la nostra presenza per far capire a tutti a chi appartiene questa terra», ha dichiarato Meir Bertler, leader del gruppo ultranazionalista «I Ragazzi delle Colline».
I comitati popolari palestinesi da parte loro preparano contromisure, come hanno spiegato ieri alcuni attivisti alla sorgente di Ein al-Qaws (Ramallah). Faranno affidamento anche sull'aiuto di volontari israeliani ed internazionali per documentare quanto avverrà in Cisgiordania. «L'idea principale è quella di avere un gruppo di volontari con videocamere che possano proteggere i palestinesi», ha dichiarato Mohammed Khatib, del Comitato Popolare di Bilin, «se questo non fermerà i coloni, proteggeremo il nostro popolo con i nostri corpi, senza mai fare ricorso alla violenza. Se loro vogliono usare la violenza sono liberi di farlo, ma noi utilizzeremo solo metodi non-violenti». Dal 7 al 13 settembre, riferisce Ocha (Nazioni Unite), i coloni israeliani hanno ferito sette palestinesi in tre diversi episodi di violenza. E nei primi otto mesi del 2011, almeno 6.680 alberi di proprietà palestinesi sono stati sradicati, tagliati o dati alle fiamme.
11.7.11
Punto di svolta
In effetti quella paura che da gennaio sta sconvolgendo Israele, attonito spettatore del diffondersi del vento rivoluzionario arabo, si è impossessata di ogni sua giornata e di ogni sua istituzione. “Punto di svolta” è il nome della mostruosa esercitazione che ha manovrato giorni fa tutta la popolazione di Israele, migliaia e migliaia di persone, all’unisono e senza la minima perplessità, per affrontare “l’attacco nucleare che -a detta dei vertici militari- potrebbe abbattersi sull’intero Paese”. Simulazione di pioggia di razzi e missili e conseguente corse nei rifugi atomici. Lo scenario ipotizzato prevede che il centro del paese sia colpito da centinaia di missili ogni giorno; sono stati simulati l’esplosione di un elicottero in un centro abitato della Galilea, un attacco alla Knesset, la mobilitazione di ospedali e ospizi.
La paura è diventata panico nel governo israeliano, che invia milioni di sms sul pericolo imminente di un attacco nemico a tutta la popolazione, mentre distribuisce a tutti l’ultimo modello di maschera antigas. “I nostri nemici sanno perfettamente che, se ci attaccheranno, noi li colpiremo in modo devastante, ma dobbiamo prepararci”, ha spiegato il vice ministro della difesa Matan Vilnai.
Siamo ad un punto di svolta, ma non temete -sembrano dire i vertici del governo- come sempre vinceremo ma solo se sapremo prepararci a colpire “in modo devastante”.
E’ proprio questa fiammata di follia che preoccupa tutti coloro che hanno salutato dalle banchine di ogni angolo del mondo la partenza della Flotta più bella del mondo…che ci fa commuovere per la sua straordinaria bandiera di lotta nonviolenta facendoci scorgere all’orizzonte, finalmente, la sponda della libertà. (Non dimenticate di condividere in Facebook o in ogni altro modo la bellissima canzone Freedom for Palestine: http://www.youtube.com/watch?v=V28HnPTYz-I )
BoccheScucite ha incontrato in Italia un funzionario dell’UNRWA: “Sono ritornato dopo tre anni a Gerusalemme ed era irriconoscibile… Le colonie hanno stravolto gli stessi quartieri e aprendo la finestra della location delle nazioni unite, il serpente del muro che avvolge il Monte Scopus mi ha tolto il fiato. Quando sono andato a trovare i miei colleghi di Ramallah mi sono trovato in una grande metropoli piena di cantieri ed enormi cartelloni pubblicitari che annunciavano l’apertura di nuove compagnie finanziarie e imprese economiche”.
In effetti, sta tornando di moda la cosiddetta “pace economica”: Netanyahu ripete sempre più spesso che “’L'occupazione non è un ostacolo allo sviluppo dell’economia palestinese, anche per l’allentamento di alcune misure di sicurezza”(Al Congresso Usa, 24 maggio). Vi ricordate i ricorrenti “Piani Marshall”, oscene soluzioni alla cosiddetta “instabilità politica” mai chiamata col suo vero nome di occupazione, che anche il nostro impresentabile primo ministro Berlusconi invoca periodicamente? Il trucco è semplice: far arrivare più denaro nei Territori Occupati per non far pensare all’occupazione e nascondere dietro ai cartelloni pubblicitari l’oppressione in atto. È proprio questo amico funzionario dell’UNRWA ad aprirci l’ultimo loro Report: “Un palestinese su 4 della forza lavoro in Cisgiordania rimane disoccupato. La crisi è totale, nonostante una modesta crescita occupazionale all’inizio del 2010. L’occupazione e le infrastrutture ad essa correlate, come gli insediamenti, le by-pass road che dividono la terra palestinese, la violenza dei coloni e il muro in Cisgiordania, hanno ridotto le prospettive per i palestinesi e in particolar modo per i rifugiati”.
Altro che boom economico, caro Netanyahu. Nessuna svolta per un popolo schiacciato e umiliato.
Nessun cambiamento per un popolo abituato a vedere colonizzata la sua terra senza ritegno e senza paura nemmeno della contestazione dell’inossidabile alleato americano. Infatti, anche la scorsa settimana si è ripetuto il pesante affronto diplomatico già più volte messo in atto, l’ultima volta con Joe Biden. Il bis è avvenuto con Catherine Ashton, Alto Rappresentante della politica estera dell’Ue. Il ministro dell’interno israeliano, senza temere lo sconcerto e le proteste conseguenti, le ha sbattuto in faccia l’annuncio ufficiale di una nuova autorizzazione per l’ingrandimento di 2.000 alloggi nell’insediamento di Ramat Schlomo, a Gerusalemme Est. Un nuovo colpo assestato alla possibilità di una ripresa del processo di pace. Secondo il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, è un segnale chiaro in vista di Settembre, quando i palestinesi pretenderebbero di affermare i loro diritti davanti all’Onu, proclamando unilateralmente l’indipendenza della Palestina davanti all’Assemblea generale del Palazzo di Vetro.
25.4.11
Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare. Vittorio Arrigoni un vincitore.
Tra il silenzio assordante di una politica lontana anni luce e l'indifferenza del giornalismo che largo spazio hanno dato ai militari caduti nelle tante guerre, con dirette televisive, gran titoli, omaggi e indignazioni, ieri l'ultimo saluto ad un vincitore: Vittorio Arrigoni.
In segno di polemica con le istituzioni, che hanno ignorato non solo Vittorio in quanto persona, il suo sacrificio, ma colpevolmente la sua lotta per i diritti umani, ieri il vice sindaco di Bulciano ha parlato alle celebrazioni togliendosi la fascia tricolore. Una battaglia scomoda quella di Vittorio, che non lasciava spazio a interpretazioni, che rendeva limpida l'assurdità di una condizione, quella dei palestinesi, di assedio continuo e di costante violazione dei diritti umani da parte del governo di Israele. L'assenza totale e irrispettosa delle cariche politiche è inaccettabile.
Vittorio era un pacifista che aveva scelto di raccontare Gaza durante "piombo fuso", che aveva scelto di stare tutti i giorni accanto ai palestinesi, mentre rischiano la vita per andare a coltivare le LORO terre, o a pescare nelle LORO acque. Vittorio aveva scelto di dare voce alla Palestina che troppo spesso viene soffocata, taciuta, dipinta ad arte per restituirci ciò che fa comodo alla politica, all'economia e calpesta la storia. Giornalista freelance e blogger attivo, con Manifestolibri aveva pubblicato un libro sulla sua esperienza nella Striscia intitolato “Gaza Restiamo Umani”, già tradotto in 4 lingue. Nell’ultimo periodo stava aiutando a organizzare la partenza di un’ imbarcazione dall’Italia con aiuti per i palestinesi di Gaza: una ‘Freedom Flotilla’ italiana per rompere l’embargo israeliano”.
A salutare Vittorio c'era però tutto il mondo che la pace la sperimenta veramente, con azioni quotidiane e che si adopera costantemente per costruire ponti e non muri, tendere mani e non fucili, spianare strade e non case, coltivare verità e non ingiustizia. Tutta questa gente era presente e ha fatto sentire la sua voce, una voce decisa, piena, consapevole e non soffocabile. Queste voci si sono unite a quelle dei palestinesi che hanno tanto amato Vittorio e che con lui hanno dato vita a una resistenza non violenta strenue e incessante a Gaza, da dove RESTARE UMANI è davvero difficile quando tutti i diritti fondamentali sono lesi, negati, taciuti colpevolmente anche e soprattutto dall'Occidente che conta.
Questa grande assenza sarà dura da colmare e certamente non sarà facile da comprendere, ma non sarà una ragione per abbandonare la Palestina nella sua lotta per la giustizia, una giustizia che è l'unica condizione per la pace.
Il laboratorio, che era in contatto con Vittorio da qualche tempo, e che ha visto da vicino i territori palestinesi occupati, si unisce al dolore dei familiari ed esprime solidarietà e vicinanza a quanti operano per i diritti umani, mettendo a servizio la propria vita.
18.4.11
Vittorio, mai vivo come ora
Bisogna morire per diventare un eroe, per avere la prima pagina dei giornali, per avere le tv fuori di casa, bisogna morire per restare umani? Mi torna alla mente il Vittorio del Natale 2005, imprigionato nel carcere dell'aeroporto Ben Gurion, le cicatrici dei manettoni che gli hanno segato i polsi, i contatti negati con il consolato, il processo farsa. E la Pasqua dello stesso anno quando, alla frontiera giordana subito dopo il ponte di Allenbay, la polizia israeliana lo bloccò per impedirgli di entrare in Israele, lo caricò su un bus e in sette, una era una poliziotta, lo picchiarono «con arte», senza lasciare segni esteriori, da veri professionisti qual sono, scaraventandolo poi a terra e lanciandogli sul viso, come ultimo sfregio, i capelli strappatagli con i loro potenti anfibi.
Vittorio era un indesiderato in Israele. Troppo sovversivo, per aver manifestato con l'amico Gabriele l'anno prima con le donne e gli uomini nel villaggio di Budrus contro il muro della vergogna, insegnando e cantando insieme il nostro più bel canto partigiano: «O bella ciao, ciao...»
Non vidi allora televisioni, nemmeno quando, nell'autunno 2008, un commando assalì il peschereccio al largo di Rafah, in acque palestinesi e Vittorio fu rinchiuso a Ramle e poi rispedito a casa in tuta e ciabatte. Certo, ora non posso che ringraziare la stampa e la tv che ci hanno avvicinato con garbo, che hanno «presidiato» la nostra casa con riguardo, senza eccessi e mi hanno dato l'occasione per parlare di Vittorio e delle sue scelte ideali.
Questo figlio perduto, ma così vivo come forse non lo è stato mai, che come il seme che nella terra marcisce e muore, darà frutti rigogliosi. Lo vedo e lo sento già dalle parole degli amici, soprattutto dei giovani, alcuni vicini, altri lontanissimi che attraverso Vittorio hanno conosciuto e capito, tanto più ora, come si può dare un senso ad «Utopia», come la sete di giustizia e di pace, la fratellanza e la solidarietà abbiano ancora cittadinanza e che, come diceva Vittorio, «la Palestina può anche essere fuori dell'uscio di casa». Eravamo lontani con Vittorio, ma più che mai vicini. Come ora, con la sua presenza viva che ingigantisce di ora in ora, come un vento che da Gaza, dal suo amato mar Mediterraneo, soffiando impetuoso ci consegni le sue speranze e il suo amore per i senza voce, per i deboli, per gli oppressi, passandoci il testimone. Restiamo umani.
28.2.11
Gaza, soldati israeliani uccidono tre palestinesi al confine.
Soldati israeliani hanno ucciso la notte scorsa la tre giovani palestinesi nella Striscia di Gaza. Lo riferiscono fonti sanitarie locali.Secondo i palestinesi, i tre stavano estraendo ghiaia da un ex insediamento israeliano a ovest di Beit Lahiya, nel nord della Striscia.
Fonti militari israeliane hanno dichiarato invece che i tre sono stati uccisi mentre tentavano di infiltrarsi in Israele, apparentemente per piantare ordigni esplosivi.
Testimoni locali riferiscono di aver udito il suono di fucili mitragliatori e che nell'operazione è stato impiegato anche un elicottero.
Nessun gruppo militante palestinese ha rivendicato i morti come suoi membri. I tre avevano 20, 25 e 29 anni e facevano i pescatori.
Israele ha imposto una zona cuscinetto di trecento metri oltre il confine con Gaza per distanziare i militanti dalle sue truppe e torri di sorveglianza.
27.1.11
Cosa significa Giorno della Memoria
Il termine campo di concentramento è stato usato inizialmente per descrivere campi costruiti dal Regno Unito nella seconda guerra borea in Sudafrica. Tuttavia, il termine ha perduto molto del suo significato originale dopo la scoperta dei campi di concentramento nazisti e da allora il suo significato precipuo è stato quello di luogo di patimenti e sofferenza, lavoro forzato e, soprattutto, di morte. È stato calcolato che 15.000 campi furono installati in stati dell'Europa occupati dalla Germania nazista, non tenendo conto di piccoli campi creati ad hoc per la popolazione locale. Il totale delle vittime ammonta a circa 6 milioni di morti dal 1933 al 1945 (la somma algebrica dei dati qui sopra riportati, tenuto conto delle note, dà 5.919.482). Queste morti sono concentrate per la stragrande maggioranza dal 1939 al 1945; infatti se si contano le vittime dei campi già attivi prima del '39 si arriva "solo" a 370.000 (ed è anche da notare che questa è una cifra totale, che riguarda strutture attive ad es. dal 1933 al 1945: nella cifra in sé non c'è indicazione se queste vittime siano state uccise prima del '39 o dopo).
http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_dei_campi_di_concentramento_nazisti#Lista
Oggi nel giorno della memoria, vogliamo ricordare le tante, troppe vittime di quel progetto indicibile che ha visto la morte di innocenti, tra i quali ebrei, slavi, rom e sinti, dissidenti tedeschi, polacchi, comunisti, omosessuali, testimoni di geova e pentecostali. Non possiamo dimenticarli e dobbiamo continuare a studiare come si sviluppò quel progetto, non la follia di un pazzo, ma la calibrata azione di un regime, per indignarci di fronte ai tanti genocidi che si consumano oggi e che si sono consumati nel silenzio dell'indifferenza.
Nel mondo sono incorso 24 conflitti: Medio Oriente, Asia, Africa, Europa, America Latina. Senza considerare i muri che ci sono nel mondo e che fisicamente dividono, uccidono e favoriscono l'odio, primo fra tutti quello costruito da Israele ai danni dei Palestinesi: più di 700km.
Con la consapevolezza che non possiamo celebrare la giornata della memoria senza pensare a quelli che sono i genocidi di oggi, i campi di concentramento e di sfruttamento del mondo occidentale, i discriminati per le loro idee, le convinzioni sessuali e le credenze religiose, gli stili di vita. E' fondamentale essere capaci di indignarci di fronte a queste situazioni, di fronte a chi in questo mondo non ha diritti e continua a non averli nel silenzio colpevole di chi sa ma non si mette in gioco per cambiare le cose, di chi sa ,ma sfrutta la situazione, di chi sa ma fa finta di non sapere per non mettere in discussione le sue certezze, di chi sa ma preferisce sia così.
Ecco, credo sia questo il modo per celebrare dignitosamente questa memoria importante e sempre viva, viva affinché possiamo essere capaci di vedere e agire, con coraggio e convinzione, consapevoli che non serve a nulla ricordare una tragedia simile se permettiamo in silenzio che anche oggi accada la stessa cosa....
Valentina
25.1.11
Portare la Palestina a scuola...
Più che (soddi)sfatti torniamo a casa dall'assemblea d'istituto di Ragioneria.
27.11.10
GIORNATA ONU per i diritti del popolo palestinese
13.10.10
Troppo vero per essere dimenticato
Aboud, 12 ottobre 2010 - Una delle cose che si scoprono viaggiando tra Israele e i Territori occupati è che, come per quegli ebrei che hanno alle spalle l’assurdo dramma della shoà, anche dietro ogni palestinese si scopra una tragedia e come dietro ogni pietra si nasconda una storia drammatica.
Uno degli elementi fondamentali per comprendere la situazione Israelo-palestinese è quello storico, aspetto di cui generalmente si conosce molto poco. Nell’immediato dopoguerra, negli anni in cui lo stato israeliano, tutt’ora senza confini né costituzione definiti, creava una nazione ispirata a modelli occidentali, si affermava quella che poi diventerà la versione ufficiale sulle vicende che diedero vita a Israele. Difficilmente la realtà dei fatti così come si sono svolti avrebbe potuto essere accolta positivamente dall’opinione pubblica mondiale, risultando dura da accettare persino da quella moltitudine di ebrei che anche in buona fede andavano occupando quella che non era certo «una terra senza popolo per un popolo senza terra». Si trattava invece di una regione che non cessò mai di essere abitata, un territorio che, oltre a essere ricco di memoria, era anche la terra delle popolazioni semitiche da sempre presenti nella zona con le loro greggi, le loro attività artigianali, le loro colture, culture e religioni ebraica, cristiana, islamica.
Il mito di una nazione israeliana che si va costruendo pacificamente, vedendosi poi costretta a imbracciare le armi per difendersi da attacchi da parte degli arabi tali da minacciarne l’esistenza, non è sostenibile sulla base dei documenti che, sempre più numerosi, è possibile consultare. La realtà dei fatti che avvennero allora viene confermata dalle testimonianze di chi, tutt’ora vivente, venne cacciato da uno dei circa 600 villaggi arabi sfollati e distrutti dall’avanzata dell’esercito israeliano, in quello che da sessant’anni è l’ex territorio della Palestina. Alla ricostruzione della realtà dei fatti danno inoltre il loro contributo persino ex combattenti israeliani, con i racconti dei loro ricordi, di quando portavano avanti la guerra di conquista di quello che divennero le terre dell’attuale Israele.
E’ nota la storia degli oltre 700.000 profughi palestinesi del 1948, presente nei documenti dell’ONU che dovette gestirne l’esodo, testimoniata anche dalle immagini che ritraggono una miriade di uomini, donne, vecchi e bambini in fuga, assieme ai pochi oggetti che erano riusciti a salvare prima di lasciare i propri villaggi. Tutta gente che verrà smistata nei tanti campi profughi, i quali sono ancora lì proprio a testimonianza storica di ciò che il popolo palestinese chiama la Nakba, la catastrofe. E la memoria è fisicamente visibile nei campi, appunto, dove i nomi delle strade richiamano simbolicamente i nomi dei villaggi da cui provengono le famiglie che abitano lì ormai da più generazioni. A volte questi stessi nomi sono scritti su segnavia nonostante che seguendone le indicazioni non si giungerebbe più ad alcun abitato.
Molto meno nota è la vicenda parallela dei profughi rimasti nello stesso periodo all’interno di Israele, degli arabo-israeliani, musulmani e cristiani, i quali sono tuttora in grado di accompagnarvi nei luoghi che i loro padri, i loro nonni hanno dovuto abbandonare tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50 o persino più tardi. Come è accaduto per il villaggio di Saffran, sgombrato nel 1957 nel giro di due giorni e quindi coperto, come sempre in questi casi, da un bosco piantato di proposito con la doppia finalità di cancellare la memoria e impedire un recupero abitativo dell’area, e ai cui margini sorge ora la località ebraica di Zappori. Ma le rovine dell’abitato arabo sono ancora visibili tra gli alberi e gli arbusti, nei luoghi dove ci hanno accompagnato i “profughi interni”, deportati in una Nazareth che passò all’improvviso da dieci a trentamila abitanti (alcuni, tra i vecchi, hanno ancora il documento che testimonia la loro nascita a Saffran!), e in cui tuttora il 75% della popolazione è costituita dai profughi e dai loro figli, mentre gran parte delle terre di chi lì viveva sono state confiscate per l’edificazione di Nazareth Illit, una zona residenziale che è ormai tre volte più estesa della città originaria, oggi ai suoi piedi.
Bisogna andare lungo i confini di boschi innaturali e cercare le pietre vive, e ascoltare i loro ricordi.
12.10.10
Vita quotidiana in libertà limitata.
Nonostante l’occupazione e la crescente pressione economica che creano povertà, disoccupazione e sofferenza, i palestinesi continuano ad avere la loro quotidianità come qualunque uomo, donna o bambino italiano. Ossessionati dai segni dell’oppressione e del disagio, troppo spesso sottovalutiamo questi aspetti considerandoli a torto di secondaria importanza.
Università di Hebron: la troviamo inaspettatamente frequentata per l’80% da donne, perché, al contrario dei ragazzi, non possono frequentare atenei lontani dagli occhi delle proprie famiglie.
Pur girando con il velo le studentesse non si rivelano timide nel parlare dei loro sogni, della loro vita, o nel mostrare curiosità sulla nostra. Gli edifici brulicano di studenti in moto perpetuo sulle scale e nei corridoi. A 27 anni Mohammed è ancora studente, ha passato 7 anni nelle prigioni di Israele perché durante la seconda intifada si è opposto alla demolizione della sua casa. Dal suo inglese stentato capiamo che sono in molti ad aver condiviso la stessa sorte.
Bet Jala: Famiglia Kassan; Suad e Sharmi sono genitori di 5 figli. Suad ha partorito il quinto lottando contro il coprifuoco e il checkpoint prima di giungere all’ospedale. Ora i suoi occhi, illuminati da uno sguardo vitale, ci raccontano il suo lavoro di insegnante, la vita di casa, la gita a Gerusalemme con i figli grazie a un permesso speciale. Lui, di poche parole, sorride calmo mentre gioca a scacchi con il figlio minore. Guarda sport in TV: è una passione! Della squadra di basket del circolo dei greco-ortodossi è il capitano.
At Twani: villaggio di pastori a sud di Hebron, esempio di lotta nonviolenta; Kifah è diventata leader di una cooperativa di donne.
Sia chiaro, non vuole sottrarsi ai compiti della donna in un villaggio beduino, come fare i lavori di casa, badare ai bambini, roba da nulla secondo i mariti! Ma si afferma, insieme alle altre donne del villaggio, con il lavoro cooperativo. Questo vento di cambiamento le ha sospinte fino a Tel Aviv, con l’aiuto di alcune volontarie. Impensabile per loro, che il mare non l’avevano mai visto prima! Nei loro vestiti lunghi hanno fatto il bagno per ore.
Seppur piccole, significative lotte quotidiane, dato che i mariti più rigidi hanno preteso addirittura di scortarle. Gli altri, a casa, hanno capito che il mestiere di donna non è così semplice.
Ecco come in un villaggio beduino, costantemente minacciato dai coloni, si fa strada coraggioso un segno di libertà.
Ramallah: qui la vita è più frenetica: ristoranti, locali notturni e cinema. La gente veste curata e tutto sembra diverso rispetto a Betlemme, Hebron o Nablus. Dietro a questa vetrina, Saed, 26 anni. Durante la seconda Intifada, nel 2002, è stato usato come scudo umano dai soldati israeliani, ha visto la casa requisita dagli stessi, un amico polverizzato da un missile mentre andava a soccorrere un ferito. Ringrazia la sorte di essere sopravvissuto e ora vuole vivere senza pensieri: si alza alle 6, va al lavoro, la sera esce fino alle due del mattino. Come un giovane di Tel Aviv, come un giovane qualsiasi.
Villaggio beduino vicino a Gerusalemme: “artisti” italiani hanno costruito una scuola fatta di pneumatici, per eludere gli ordini di distruzione da parte del governo israeliano che impedisce di importare il cemento. I bambini vanno lì ogni giorno e fa tenerezza vederli entrare in classe dopo la ricreazione. Invitati ad un matrimonio, partecipiamo alla festa sotto una tenda. Davanti a un té scopriamo che sono profughi provenienti dal deserto del Neghev. Welcome: dicono che gli italiani sono amici… a volte, diremmo noi.
Ramallah: il mensile This week in Palestine; è una rivista nata da pochi anni che a ogni numero monografico pubblica articoli di gente comune e libera di esprimersi. Vorremmo tradurre alcuni articoli in italiano sulla nostra newsletter Bocchescucite (qualcuno è disponibile?).
La vita, come le piante che spuntano dai pertugi dell’asfalto, non può essere soppressa totalmente. Nelle piccole cose di ogni giorno i palestinesi tengono accesa la speranza. Segni di resistenza politica e culturale. I palestinesi non si arrendono facilmente.
Ci sono però anche segnali allarmanti: il rischio è che anni di speranze tradite portino le persone a vivere alla giornata, senza preoccuparsi di un futuro che non sarà semplice. Il peso dell’occupazione israeliana infatti significa mancanza di libertà di movimento e di autonomia economica. Si tende così a godere delle cose quotidiane, che Israele permette a volte in alcune zone, senza più impegnarsi nella lotta per il cambiamento dello status quo. Questo è il rischio reale: lasciare che Israele continui a erodere terra e spirito fino all’ultima briciola.
Tutti a Raccolta 2010
Per contattare il Team 00972 543176361
4.9.10
Sconcerto.
27.8.10
Due maceratesi in Palestina alla ricerca della verità.
C’erano anche due maceratesi nel team “Ricucire la Pace” Pax Christi 2010 che si è recato – dal 5 al 20 agosto - in Palestina per un’attività di peace building. Stefano Casulli e Valentina Valeri, i nostri giovanissimi conterranei che hanno scelto di dare il loro contributo alla pace, hanno raccontato il loro viaggio in un dettagliato resoconto.“E’ senza dubbio difficile provare a riassumere in un articolo un viaggio di 15 giorni nei territori occupati palestinesi. Siamo partiti con un team selezionato di 9 persone: ‘Ricucire la Pace 2010′, avente il compito di raccogliere materiale e testimonianze in diverse realtà della Palestina, da Nablus ad Hebron, a Gerusalemme, Betlemme, Taybeh e molti altri vilaggi della Cisgiordania.Abbiamo viaggiato con un pulmino vivendo direttamente la realtà locale: i posti di blocco, l’attraversamento del Muro divisorio, i controlli dei militari israeliani, il contrasto tra i villaggi arabi distruttti e le verdeggianti colonie illegali israeliane in territorio palestinese.Il Muro della CisgiordaniaScrivere della realtà israelo-palestinese significa, per noi, dire la Verità. Significa raccontare quanto abbiamo visto in quelle terre e studiato nel nostro percorso di formazione, mettere assieme la voce dei testimoni, le loro sofferenze e i loro sogni, mentre spesso le notizie dei media si mostrano superficiali, parziali, ricche di pregiudizi. Soprattutto, rimuovono quel racconto diretto che la vita delle persone produce, che i muri cercano di zittire, che i potenti ignorano. Dire la Verità è una scelta politica. Una scelta di giustizia. Un dovere per chi fa informazione e per chi ‘ha visto’. “I sofferenti non ci lasceranno dormire”, si potrebbe dire parafrasando Alex Zanotelli.Vogliamo cosi provare a raccontare la Verità, convinti che si possa lavorare per la giustizia e la pace anche nel piccolo: ciascuno lo può fare, mettendo insieme contatti, sensibilizzando, prendendo posizione. C’è un popolo oppresso, quello palestinese, e un governo che opprime, quello israeliano. C’è una narrazione storica che si nutre e strumentalizza i testi sacri e una narrazione mediatica schierata in favore di un governo che si dichiara democratico e laico, ma nei fatti non lo è.Strutture militariAbbiamo visto l’ingiustizia di cittadini giudicati davanti alla corte marziale, di uno stato che non è il loro, abbiamo vissuto sulla nostra pelle l’ipossibilità di muoversi; e poi le strade divise per palestinesi ed israeliani; la nascita repentina di colonie che mangiano terra, ulivi, limoni, si approriano e gestiscono acqua, energia elettrica: servizi controllati da Israele anche in territorio palestinese. Abbiamo ascoltato storie di gente costretta a scappare a causa delle demolizioni e degli spostamenti forzati dai propri villaggi secolari. Abbiamo trovati i resti di villagi scomparsi da un giorna all’altro, incontrato i beduini arabo-israeliani che per l’ennesima volta li ricostruiscono, con dignità e voglia di resistere. Ma abbiamo anche imparato a conoscere due popoli legati alla terra in maniera vitale. Abbiamo sperimentato la splendida alterità di un mondo tanto diverso come quello arabo: accogliente, dinamico e con tanta voglia di raccontarsi. Abbiamo compreso che Hamas è molto più e molto meno di un movimento terroristico: è una realtà radicata, meno integralista di quanto si pensi, ma intransigente verso le politiche israeliane e in grado di collaborare a Gaza con altri movimenti, anche cristiani.Questa costellazione di esperienze ci ha permesso di capire che i ripetuti appelli per la pace non hanno senso se prima di tutto non si lavora per la giustizia. Non possiamo dire: “Apriamo le trattative senza condizioni”. La giustizia deve alleviare la sofferenza, consentire la libertà (di movimento, di culto, di autodeterminazione). Ciò significa abbattere il Muro e fermare gli insediamenti, innanzitutto. Per noi, lavorare per la Giustizia significa quindi dire la Verità tutta, sino in fondo. Solo allora potrà realizzarsi la Pace. Una pace che non sia pacificazione, cristallizazione di posizioni asimmetriche. Una pace giusta e vera.”Nel corso del loro viaggio Stefano, Valentina e gli altri componenti del team sono anche andati a verificare la nota dell’Ansa del 15 agosto che ha riportato la notizia dell’abbattimento del muro nella colonia di Gilo, titolando che Israele stava finalmente abbattendo il Muro che dal 2002 ha iniziato a costruire. “La notizia, ripresa da tutti i giornali, – sottolinea Stefano Casulli – ha mancato però di specificare che il menzionato muro non è quello che divide e circonda la Cisgiordania, lungo 780 Km e alto tra gli 8 e i 12 metri; infatti il tracciato dello stesso è decisamente integro e in costante allargamento. Andati personalmente sul posto indicato dall’articolo Ansa per verificare di cosa si trattasse, abbiamo constatato che il muro di cui si parlava altro non era che una serie di piccoli blocchi di cemento alti appena 2metri posti a dividere la colonia dalla vallata sottostante di Beit’Jalla, quartiere di Betlemme in territorio palestinese, Abbiamo cosi verificato che la rimozione dei blocchi a Gilo è funzionale all’ampliamento del tracciato del Muro vero e proprio, che in breve andrà a tagliare Betlemme prendendo l’intera vallata di ulivi. La costruzione è attualmente in atto e visibile”
20.8.10
Perchè stiamo con i palestinesi? Perchè siamo ebrei!
Qualcuno ci domanda come mai stiamo con i palestinesi."Perchè issate la bandiera palestinese. Perchè sostenete la causa palestinese?" "Siete ebrei" - ci dicono - "Che state facendo?"La nostra risposta è molto semplice:E' proprio perchè siamo ebrei che stiamo con i palestinesi e issiamo la loro bandiera. E' proprio perchè siamo ebrei che esigiamo la restituzione ai palestinesi delle loro case e di tutti i loro beni.Sì, la nostra Torah ci impone di essere giusti. Siamo chiamati a camminare sulla via della giustizia. Ma cosa c'è di più ingiusto del tentativo, vecchio di un secolo, del movimento sionista di invadere il paese di un altro popolo, espellerlo e impadronirsi dei suoi beni? I primi sionisti parlavano di un popolo senza terra che sarebbe andato in una terra senza un popolo. Parole che sembrano innocenti. Ma sono completamente false.La Palestina era un paese abitato da un popolo. Un popolo che aveva sviluppato una coscienza nazionale. Se dei rifugiati ebrei fossero arrivati in Palestina senza l'intenzione di dominare, di creare uno stato ebraico, di espropriare i palestinesi e privarli dei loro diritti fndamentali, sarebbero stati accolti - ne siamo assolutamente certi - con la stessa ospitalità che i popoli musulmani hanno riservato agli ebrei nel corso della storia. Avremmo vissuto insieme come altre volte, in pace e armonia.Amici musulmani e palestinesi di tutto il mondo, per favore ascoltate il nostro messaggio. Ci sono ebrei che sostengono la vostra causa. Quando diciamo di sostenerla, non pensiamo a una qualche proposta di partizione, come quella del 1947 presentata dall'ONU, che non aveva nessun diritto di farlo. Non pensiamo a uno spezzettamento della Cisgiordania, come quello proposto da Barak a Camp David, che al massimo avrebbe reso giustizia al 10% dei rifugiati palestinesi. Noi sosteniamo la restituzione alla sovranità palestinese di tutto il territorio, compresa Gerusalemme.Quando verrà il momento, giustizia vorrà che sia il popolo palestinese a decidere se gli ebrei potranno restare sul suo territorio e in che numero. Questa è la sola via che possa portare a una vera riconciliazione.Ma noi vogliamo di più. La restituzione del territorio ai suoi legittimi proprietari non sarà sufficiente. Bisognerà che chiediamo perdono al popolo palestinese in modo chiaro e preciso: il sionismo vi ha fatto del male, ha rubato le vostre case, ha rubato il vostro paese.In questo modo proclamiamo di fronte al mondo che siamo il popolo della Torah, che la nostra fede ci impone di essere onesti, giusti e buoni.Abbiamo preso parte a centinaia di assemblee palestinesi negli ultimi anni. Dappertutto i dirigenti e il pubblico ci hanno accolto col calore dell'ospitalità mediorientale. Che menzogna quando si sente dire che i palestinesi in particolare o i musulmani in generale detestano gli ebrei. Quello che detestano è l'ingiustizia, non gli ebrei.Non abbiate paura, amici. Il male non potrà trionfare per molto tempo. L'incubo sionista è arrivato alla fine. E' esaurito. Le sue più recenti brutalità sono l'ultimo disperato sussulto di un agonizzante. Noi vedremo insieme il giorno in cui ebrei e palestinesi si abbracceranno in pace sotto la bandiera palestinese a Gerusalemme.E alla fine, quando il redentore dell'umanità verrà, le sofferenze del presente saranno sommerse da tempo tra le benedizioni del futuro.

