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14.5.12

Bertinotti a Macerata: diritti dei lavoratori e forme della politica.



Non c'è più tempo. 
Le controriforme del Governo Monti stanno radicalmente cambiando il volto del Paese, sfigurato dall'innalzamento dell'età pensionabile (con annesso "danno collaterale" degli esodati), dall'introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione (modifica dell'art. 81 che impedisce qualsiasi uscita "keynesiana" dalla crisi), dalla conferma delle controriforme Gelmini su Scuola e Università. La controriforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, disposta dal ministro Elsa Fornero e giunta il 10 maggio in Parlamento, rappresenta dentro questo quadro un punto di non ritorno ed allo stesso tempo il paradigma dell'attuale illegittimo Governo.
Non c'è più tempo. Ed è necessario rispondere ai dettami governativi e della troika europea (cui FullMonty fa riferimento) con tutte le modalità possibili di mobilitazione: informativa e culturale, ma anche fisica e materiale, scendendo nelle piazze ed occupando i luoghi nostri e del nostro popolo.

Dentro questo percorso di mobilitazione in progress si inserisce, come punto di snodo e rilancio di una lettura altra della realtà, il duplice appuntamento con Fausto Bertinotti di GIOVEDI 17 MAGGIO.
Un duplice appuntamento, all'Università e nella città, per affrontare due punti centrali dentro il percorso di cambiamento che stiamo determinando e vogliamo determinare. Lo sviluppo dei diritti dei lavoratori dalla Costituzione ad oggi, dentro il doppio vettore dell'ampliamento della democrazia sostanziale e la misura del conflitto di classe; e, nel pomeriggio, una discussione aperta e polifonica sulle forme della politica e del cambiamento, sulle potenzialità di trasformazione di strutture obsolete e vuote come i partiti, incapaci di recepire la vitalità e centralità contenutistica dei movimenti territoriali e globali.
Non c'è più tempo. Il coinvolgimento delle istituzioni e delle realtà locali sta ad indicare l'esigenza di un intervento sull'interezza del campo politico e sociale, una volontà di dialogo nella costruzione di un fronte compatto in grado di opporsi e rilanciare il conflitto nella direzione dell'estensione dei diritti, mantenendo la centralità del lavoro come tema focale di ogni progetto di riforma.

Noi ci siamo, come ci saremo il 18 maggio, quando sempre agli Antichi Forni Luigi Cavallaro presenterà il suo ultimo lavoro sull'art.18; iniziativa con la quale lanceremo una vera e propria assemblea di mobilitazione per fermare la controriforma Fornero.
Insieme si può, diceva qualcuno. Ed un altro mondo, oggi, è davvero possibile e necessario.


17.4.12

Lavoro e beni comuni: che ne dite? di Alberto Lucarelli e Ugo Mattei

Articolo del 17.04.2012 su Il Manifesto

Proviamo a dare qualche contenuto concreto alla discussione sul soggetto politico nuovo che si svolgerà il 28 aprile prossimo a Firenze. Così possiamo cominciare a rispondere alle diverse posizioni critiche che sono state avanzate nel dibattito (molto vivo e interessante) che sta svolgendosi sul Manifesto.
Innanzitutto, una decisione che va presa a Firenze, cominciando a sperimentare subito il piacere di decidere collettivamente, è il nome del nuovo soggetto. Il nome non è questione da poco, perché per suo tramite si offre un orizzonte di senso alla nostra operazione politica.

Un nome è poi indispensabile per qualunque uso istituzionale si voglia fare del nuovo soggetto sia prima che alle elezioni del 2013. Ciò risulta di una qualche urgenza perché autorevoli compagni hanno letto nella attuale denominazione di “soggetto politico nuovo” un accento di nuovismo politico. Nulla di più lontano dalle nostre intenzioni. Il nuovismo, la rottamazione, il far pulizia, il giovanilismo sono tutte manifestazioni becere di antipolitica e vanno in una direzione opposta rispetto al nostro scopo di contribuire a un’altra politica che pensi e rifletta prima di lanciare facili slogan e scorciatoie. Noi proponiamo di chiamarci Lavoro e beni comuni (Lbc).

Altri hanno parlato di Democrazia continua. A parte l’acronimo imbarazzante di quest’ultima denominazione, lavoro e beni comuni segnala senza ambiguità che il nostro soggetto politico nasce nel conflitto il quale si sta articolando, a livello globale, sulla ristrutturazione costituente del rapporto fra capitale e lavoro, declinato sulla questione proprietaria e sui beni comuni. Immaginando il soggetto politico nuovo come un “Cln anti-tecnocrazia”, noi collochiamo la nostra proposta come declinazione italiana di una grande resistenza globale. Diremmo quasi, se non fossimo pacifisti senza se e senza ma, che l’Italia deve schierarsi (dando l’ esempio fra le grandi economie occidentali) a fianco dei popoli oppressi del Sud globale, in una guerra mondiale di liberazione contro l’oppressione del neoliberismo che, come i peggiori regimi del ’900, sta devastando il mondo e lo stesso piacere e senso di vivere.
Il rapporto fra capitale e lavoro, contro le plurime declinazioni della sovranità autoritaria, sarà dunque il terreno di sfida e i beni comuni l’orizzonte di senso e di alleanze globali con cui cercare di vincere, stabilendo un’egemonia nuova finalmente sostitutiva di quella neoliberale, divenuta anche da noi sempre più aggressiva, para-fascista e comunque in stridente contrasto coi nostri valori costituzionali. Nome e collocazione politica globale dovrebbero da un lato far chiarezza sulle alleanze possibili e sul grande discrimine politico, e dall’altra ci consentono di superare (non di buttare via ma di contestualizzare storicamente) contrapposizioni che potevano aver senso nel ’900, con la sovranità politica ancora salda negli Stati ma che non ne hanno più oggi che la sovranità è privatizzata a livello globale. È oggi che Lavoro e beni comuni (o come altro si chiamerà) dichiara che “non c’è più tempo”. È sul contesto dell’oggi che deve articolare la sua proposta per il domani. Collocarsi dalla parte del lavoro e affrontare la questione dei beni comuni significa resistere all’accumulo proprietario senza fine, con ogni strumento di lotta politica, sociale e giuridica, a livello globale e locale contemporaneamente.

Cosa faremmo nei nostri primi 100 giorni di governo? Questa è la proposta che dobbiamo cominciare a elaborare a Firenze, per aver pronta fra un anno un’alternativa sistemica credibile. Nulla di meno! Dobbiamo smetterla di parlare di risultati a due cifre come se una rappresentanza parlamentare minoritaria in un Parlamento che non conta più nulla potesse soddisfarci. Forse interesserebbe a qualche politicante in cerca di ricollocazione, non certo a chi vuole liberare l’Italia dalla tirannia tecnocratica ed autoritaria del pensiero unico neoliberale. Avrà senso partecipare alle elezioni, come uno degli strumenti di lotta politica in campo, se si riesce a organizzare una grande alleanza capace di esprimere in modo credibile una proposta di governo del paese che davvero inverta la rotta, proponendo anche a livello globale un modello italiano, che innanzitutto passa dalla piena consapevolezza che il re è nudo.

Proponiamo di seguito un decalogo per la discussione fiorentina. Alcune proposte potrebbero sembrare radicali ma ci paiono percorribili e indispensabili nella ricerca di un modello che faccia l’ interesse del 90% della popolazione. Si tratta di articolare le tre sovranità di cui parlava Tonino Perna, un’operazione che chiunque abbia buon senso non può che voler sottrarre dagli interessi privati multinazionali.

1. Rinegoziare radicalmente il debito pubblico. L’Italia deve dar vita ad un audit serio che si collochi come base per rinegoziare la nostra stessa posizione in Europa. La sovranità monetaria va recuperata senza tabù. La stessa esclusività dell’euro come valuta in circolazione va ripensata.

2. Ri-nazionalizzazione delle principali banche dopo averle sottoposte a audit. Piano quinquennale di attuazione dell’ art. 43 Costituzione in materia economica, alimentare ed energetica di informazione e di cultura. Ricostruzione di un Iri che intervenga a salvaguardia delle aziende in crisi finanziando e supportando il loro progressivo trasferimento ai lavoratori.

3. Azzeramento del budget offensivo della difesa e uscita immediata dell’ Italia da ogni azione di guerra globale, anche se mascherata da intervento umanitario. Muovere passi concreti per una collocazione internazionale dell’ Italia come paese neutrale. Uscita immediata dalla Nato e apertura di negoziato volto a chiudere ogni presenza militare sul nostro territorio.

4. Moratoria immediata su ogni processo di dismissione, privatizzazione o liberalizzazione e contestuale promulgazione di una legge che stabilisca principi chiari e trasparenti sulle condizioni di governo del patrimonio pubblico.

5. Tassa patrimoniale sulla ricchezza mobiliare ed immobiliare con un’aliquota fortemente progressiva. Tassa sullo spreco, il che include l’acquisto e l’utilizzo di Suv ed altri veicoli socialmente dannosi. Utilizzo dei proventi di tale tassazione per l’immediato finanziamento di posti di lavoro per un grande piano pubblico di tutela del territorio e del patrimonio immobiliare.

6. “Reddito minimo” garantito e immediata abrogazione della riforma pensioni e della riforma del lavoro così come concepite dalla tecnocrazia. La retribuzione deve garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

7. “Reddito massimo” controllato: nessuno deve poter guadagnare in nessuna forma oltre una certa cifra annua (250 mila euro è la nostra proposta).

8. Moratoria venticinquennale di ogni grande opera. Riconversione di quanto stanziato a tal fine per opere volte a favorire la libera circolazione delle persone sul territorio a prezzi accettabili ed in condizione degne.

9. Semplificazione radicale dell’ordinamento giuridico e dell’organizzazione amministrativa tramite istituzione di una commissione permanente di monitoraggio e riforma del diritto. Riforma del sistema penale e recupero della funzione riabilitativa della pena. Depenalizzazione dell’uso della droga e di ogni reato connesso col disagio della migrazione tramite politiche di integrazione fortemente proattive.

10. Introduzione di una tassazione seria sulla successione per dare a ogni giovane che nasce in Italia opportunità non troppo diverse da ogni altro. Limiti di durata per la concessione della personalità giuridica privata. Statuto giuridico di diritto pubblico per i partiti politici e per i sindacati.

Si può fare? Si tratta davvero di un programma che può prendere voti solo a sinistra o se ben spiegato parla il linguaggio di un nuovo senso comune? Cominciamo a parlarne a Firenze, tenendo conto che l’egemonia passa attraverso l’abbattimento delle barriere fra destra e sinistra, proprio come ha saputo fare il neoliberismo reagan-tatcheriano, creando una falso realismo che ha portato laburisti, democratici, socialisti e socialdemocratici a di tutto il mondo a perseguire politiche di destra senza neppure saperlo.

11.4.12

La svolta autoritaria del neoliberismo. Debito e austerità: il modello tedesco del pieno impiego precario

di MAURIZIO LAZZARATO
[Prefazione all’edizione italiana de La Fabbrica dell’uomo indebitato, Derive Approdi, marzo 2012]


L’indebitamento dello Stato era, al contrario, l’interesse diretto della frazione della borghesia che governava e legiferava per mezzo delle Camere. Il disavanzo dello Stato era infatti il vero e proprio oggetto della sua speculazione e la fonte principale del suo arricchimento. Ogni anno un nuovo disavanzo. Dopo quattro o cinque anni un nuovo prestito offriva all’aristocrazia finanziaria una nuova occasione di truffare lo Stato che, mantenuto artificiosamente sull’orlo della bancarotta, era costretto a contrattare coi banchieri alle condizioni più sfavorevoli. Ogni nuovo prestito era una nuova occasione di svaligiare il pubblico, che investe i suoi capitali in rendita dello Stato.
K. Marx, Le lotte di classe in Francia

L’uscita dalla crisi si fa fuori dai sentieri tracciati dall’Fmi. Questa istituzione continua a proporre lo stesso tipo di modello di aggiustamento fiscale, che consiste nel diminuire i soldi che si danno alla gente – i salari, le pensioni, i finanziamenti pubblici, ma anche le grandi opere pubbliche che generano lavoro – per destinare il denaro risparmiato al pagamento dei creditori. È assurdo. Dopo quattro anni di crisi non si può andare avanti a togliere denaro sempre agli stessi. È esattamente quello che si vuole imporre alla Grecia! Tagliare tutto per dare tutto alle banche. L’Fmi si è trasformato in un’istituzione con lo scopo di proteggere unicamente gli interessi finanziari. Quando si è in una situazione disperata, com’era l’Argentina nel 2001, bisogna saper cambiare carte.
Roberto Lavagna, ministro argentino dell’Economia tra il 2002 e il 2005

Meno di vent’anni dopo la «definitiva vittoria sul comunismo» e a quindici anni dalla «fine della storia», il capitalismo è entrato in un’impasse storica. Dal 2007 è vivo grazie alle trasfusioni di somme astronomiche di denaro pubblico. Eppure continua a girare a vuoto. Nel migliore dei casi, riesce a riprodursi, ma dando un colpo di grazia, con rabbia, a ciò che resta delle conquiste sociali degli ultimi due secoli.
Da quando è scoppiata la «crisi dei debiti sovrani» fornisce uno spettacolo esilarante del proprio funzionamento. Le regole economiche di «razionalità» che i «mercati», le agenzie di rating e gli esperti impongono agli Stati per uscire dalla crisi del debito pubblico sono le stesse che hanno prodotto le crisi del debito privato (d’altra parte all’origine della prima). Le banche, i fondi pensione e gli investitori istituzionali esigono dagli Stati il riordino dei bilanci pubblici, quando ancora detengono miliardi di titoli spazzatura, che sono il risultato di una politica di sostituzione di salari e reddito con un sistema di credito. Le agenzie di rating, dopo aver dato un giudizio di triplice A a titoli che oggi non valgono più niente (con un campione di 2679 titoli su 17.000, relativi a prestiti immobiliari, una banca ha fatto un’analisi dei giudizi di Standard & Poor’s: il 99% aveva una triplice A al momento dell’emissione, ma oggi il 90% ha giudizi che scoraggiano l’investimento: non-investment grade), hanno la pretesa, contro qualunque buon senso, di detenere il giusto giudizio e la buona misura economica. Gli esperti (professori di economia, consulenti, banchieri, funzionari di Stato ecc.) – la cui cecità sui disastri che la presunta autoregolazione dei mercati e della concorrenza ha prodotto sulla società e sul pianeta è direttamente proporzionale alla loro servitù intellettuale – sono stati catapultati dentro governi «tecnici», che ricordano irresistibilmente i «comitati d’affari della borghesia». Più che di «governi tecnici» si tratta di «tecniche di governo» autoritarie e repressive che segnano una rottura persino con il «liberalismo» classico.
Ma al colmo del ridicolo stanno probabilmente i media. L’«informazione» dei telegiornali e i talk-show ci spiegano che «la crisi è colpa vostra, perché andate troppo presto in pensione, perché spendete troppo in cure mediche, perché non lavorate così a lungo e così bene come si dovrebbe, perché non siete abbastanza flessibili, perché consumate troppo. Insomma, avete la colpa di vivere ben al di sopra dei vostri mezzi».
La pubblicità, invece, che viene regolarmente a chiudere il becco ai discorsi colpevolizzanti di economisti, esperti, giornalisti e uomini politici, afferma esattamente il contrario: «Siete del tutto innocenti, non avete alcuna responsabilità! Nessun errore e nessuna colpa macchia la vostra anima. Tutti, senza eccezione, meritate i paradisi della nostra merce. È un vostro dovere consumare in modo compulsivo».
Gli «ordini» e le ingiunzioni veicolati dalle semiotiche significanti del senso di colpa e dalle semiotiche iconiche e simboliche dell’innocenza si scontrano. C’è aperta contraddizione tra la morale ascetica del lavoro e del debito e la morale edonista del consumo di massa, esse non sono più ricomponibili.
Più che a un’uscita dalla crisi, tutta questa agitazione somiglia a un circolo vizioso nel quale il capitalismo sembra impantanato. La visione delle nostre classi dirigenti non andando mai oltre il loro portafogli, c’è da aspettarsi il peggio. La ferocia con la quale i governi tecnici e non perseguono il rimborso del debito e la difesa della proprietà privata (i rappresentanti delle banche e dei fondi creditori del debito greco hanno provato, stando al «New York Times», a portare in giudizio alla Corte europea per i Diritti dell’uomo lo Stato greco, che violerebbe dei diritti fondamentali: «property rights are human rights») non indietreggia di fronte a niente. Persino la recessione e la depressione (Grecia) sono mali minori di fronte all’eventualità di non mantenere la promessa di rimborsare il debito. In una recente intervista, il presidente della Bce propone, con un cinismo alquanto tatcheriano, rimedi che non solo sono all’origine della crisi, ma che non faranno altro che aggravarla: diminuzione dell’imposizione per arricchire i ricchi e riduzione delle spese sociali per impoverire i poveri. I politici sono ridotti a fare i contabili e i «procuratori» (Marx) del capitale. Sarkozy ha proposto che le entrate per pagare «gli interessi del debito greco vengano depositate su un conto bloccato che funzioni da garanzia affinché i debiti dei nostri amici greci vengano saldati». Angela Merkel, «favorevole» all’idea, ritiene che la cosa consentirebbe di essere «sicuri che questi soldi siano disponibili in modo durevole».
Se vi è una costante nel capitalismo, è appunto quella di uno stato di guerra al quale il liberalismo sembra condurre in forma quasi «automatica». La guerra inter-capitalistica appare oggi meno intensa di quella che ogni singolo capitale nazionale conduce contro il proprio nemico interno. I diversi capitalismi, in disaccordo su come dividersi la torta dello sfruttamento mondiale, convergono su come intensificarla all’interno dei singoli Stati.
Per uscire dalla crisi, i tempi sono quelli delle «riforme» strutturali: regolazione della finanza? Ridistribuzione della ricchezza? Riduzione delle disuguaglianze, della precarietà, della disoccupazione? Fine della scandalosa «assistenza» dello Stato sociale e dei regali fiscali ai ricchi e alle imprese? Le uniche «riforme di struttura» immaginate e messe in opera sono due: ristrutturazione del mercato del lavoro accompagnata dalla riduzione dei salari e drastici tagli alle spese sociali, a cominciare, come sempre, dai sussidi di disoccupazione. Il modello di riferimento è tedesco. In una delle sue comparsate televisive, Sarkozy ha citato la Germania nove volte e il governo tecnico di Mario Monti seduce la novella «lady di ferro», dalla quale riceve diretti «consigli».

Il modello tedesco
Da dieci anni la Germania porta avanti politiche di flessibilizzazione e di precarizzazione del mercato del lavoro e di rigidi tagli allo Stato sociale. Al parlamento europeo, Daniel Cohn-Bendit ha chiamato in causa direttamente Angela Merkel: «Com’è possibile che un paese ricco come la Germania abbia il 20% di poveri?»1. L’ex sessantottino è un grosso ingenuo o soffre di amnesia? Meglio dire un cinico ipocrita, visto che è stato il governo «rosso-verde» di Schröder ad aver introdotto, tra il 2000 e il 2005, la gran parte delle leggi all’origine della situazione attuale: quelle di un «pieno impiego precario» che hanno trasformato disoccupati e «inattivi» in una massa impressionante di working poors. Servono un minimo di storia e qualche dato per scovare le miserie del modello tedesco che la troika (Europa, Fmi, Bce) sta imponendo a tutti i paesi europei.
Tra il 1999 e il 2005 il governo «rosso-verde» ha portato avanti, appoggiandosi allo slogan «Fördern und fordern» (promuovere ed esigere), quattro riforme dell’assistenza alla disoccupazione e del mercato del lavoro, l’una più catastrofica dell’altra (leggi Harzt).
Nel gennaio 2003 la legge Harzt II ha introdotto i contratti «mini-job», una sorta di contratto di lavoro al nero legalizzato (sollevano i datori di lavoro dalle contribuzioni sociali e non garantiscono agli assunti né copertura per la disoccupazione né pensione), e i contratti «midi-job» (salario tra i 400 e gli 800 euro), spingendo tutti a farsi imprenditori della propria miseria.
Nel gennaio 2004, la legge Harzt III ristruttura le agenzie per l’impiego nazionali e federali, con l’obiettivo di intensificare il controllo dei comportamenti e della vita e l’accompagnamento individuale dei lavoratori poveri. Una volta pronti i dispositivi della “governance” dei lavoratori poveri, il governo rosso-verde approva una serie sbalorditiva di leggi per «produrli». La legge Hartz IV, entrata in vigore il primo gennaio 2005, prevede:
– Riduzione della durata delle indennità, da tre anni a un anno; irrigidimento delle condizioni di accesso e obbligo di accettare qualunque lavoro proposto. Per avere diritto al sussidio di disoccupazione occorre essere stati assunti per almeno dodici mesi nel corso dei due anni precedenti la perdita dell’impiego. Dopo un anno di sussidio, il disoccupato percepisce l’aiuto sociale (l’equivalente di un reddito di solidarietà) pari a un importo di 359 euro a persona, rivalutato a 374 euro. Una relazione dell’agenzia federale per l’impiego indica che un lavoratore su quattro che perde il proprio impiego riceve direttamente l’aiuto sociale (Arbeitslosengeld II: ALG II) e non l’indennità di disoccupazione (ALG I). La ragione sta nella tipologia di impiego che il lavoratore ha appena perso: precario o mal pagato.
– Riduzione delle indennità versate ai disoccupati di lunga durata che rifiutino di accettare lavori sotto-qualificati.
– I disoccupati devono accettare impieghi a un salario di 1 euro l’ora (addizionale al sussidio disoccupazione che percepiscono).
– Possibilità di ridurre gli indennizzi dei disoccupati che hanno dei risparmi e dunque possibilità di accesso ai conti bancari degli «assistiti». Possibilità di valutare lo standard dell’alloggio dell’«assistito» e di richiedere, se necessario, un trasferimento.
I beneficiari dell’aiuto sociale Hartz IV sono stimati in 6,6 milioni, di cui 1,7 milioni di bambini. I restanti 4,9 milioni di adulti sono in realtà dei working poors impiegati per meno di 15 ore settimanali. Nel maggio 2011, le statistiche ufficiali ormai dichiaravano cinque milioni di contratti mini-job, con un aumento del 47,7%, preceduti solo dal boom dell’interinale (+134%). Si tratta di forme di contratto molto diffuse anche tra i pensionati: 660.000 di loro cumulano le pensioni a un mini-job2. Una parte importante della popolazione, il 21,7%, nel 2010 è assunta part-time.
L’istituto di statistica tedesco ha misurato l’aumento della precarietà e delle forme che essa assume: tra il 1999 e il 2009, tutte le forme di lavoro atipico sono cresciute almeno del 20%3. Le più colpite sono le famiglie monoparentali (le donne) e gli anziani. Nella cornice del pieno impiego precario, il tasso di disoccupazione ufficiale esibito come un segno del «miracolo economico tedesco» non significa granché! L’esercito di working poors in continua espansione non è formato unicamente da precari, ma anche da lavoratori con un contratto a durata indeterminata. Nell’agosto 2010, una relazione dell’istituto del lavoro dell’università di Duisburg-Essen ha infatti stabilito che oltre 6,55 milioni di persone in Germania ricevono meno di 10 euro lordi all’ora, con un aumento di 2,26 milioni in dieci anni. Per la maggior parte sono vecchi disoccupati che il sistema Hartz è riuscito ad «attivare»: quelli con meno di 25 anni, gli stranieri e le donne (69% del totale). D’altra parte, due milioni di occupati guadagnano meno di 6 euro all’ora, mentre nell’ex Repubblica democratica tedesca sono in molti a tirare avanti con meno di quattro euro all’ora, cioè 720 euro al mese a tempo pieno. Risultato: i working poors rappresentano il 20% degli occupati tedeschi.4
Durante la crisi finanziaria, il governo è ricorso massicciamente alla disoccupazione parziale, che consente all’impresa di versare solo il 60% della normale retribuzione e di pagare solo la metà delle contribuzioni sociali. Altro risultato della svolta iniziata da Schröder: rispetto al Pil, dal 2002 la quota dei salari è scesa del 5% oltre-Reno. I cambiamenti voluti dai «rosso-verdi» sono significativi: dopo anni di proliferazione caotica e selvaggia della precarietà, di sotto-impieghi e sotto-salari, era venuto il momento di introdurre una regolazione e una razionalizzazione della povertà e della precarietà, costituendo un «vero» e «coerente» mercato del lavoro di «pezzenti», che spingerà alla flessibilità e all’adeguamento alla ragione economica anche i meglio occupati. È la popolazione nel suo complesso – precari, working poors, lavoratori qualificati – a diventare fluttuante, disponibile alla flessibilità permanente. Le diverse componenti della «forza lavoro» sociale sono ormai una semplice variabile di aggiustamento della congiuntura economica.
Il programma «rosso-verde» si è guadagnato il nome che porta: «Agenda 2010»5; perché dieci anni dopo la prima legge Hertz i risultati sono, fuor di metafora, micidiali. In Germania, l’aspettativa di vita dei più poveri – di coloro che arrivano solo al 75% del reddito medio – diminuisce. Per le persone a basso reddito, stando alle cifre ufficiali, è scesa da una media di 77,5 anni nel 2001 a 75,5 nel 2011. Nei Länder dell’Est del paese è ancora peggio: l’aspettativa media di vita è scesa da 77,9 a 74,1 anni.
La Germania è il primo paese europeo a seguire gli Stati Uniti sulla strada del progresso liberista. Ancora due decenni di sforzi per «salvare il sistema pensionistico» e la morte coinciderà con l’età della pensione. Anche la guerra interna ha i suoi «bombardamenti chirurgici» mirati. Se niente cambia, nell’ex Germania dell’Est l’aspettativa di vita scenderà a 66 anni, appena un anno prima del diritto alla pensione. Mors tua, vita mea! Ma poco importa: l’economia è sana, le «agenzie» danno giudizi positivi, i creditori si abbuffano e l’aspettativa di vita della parte più ricca della popolazione continuerà ad aumentare.
Serve una breve digressione su Peter Hartz, promotore delle leggi sul regime di disoccupazione e della riforma degli aiuti sociali; perché la sua condanna a due anni di prigione con condizionale e al pagamento di una multa di 576.000 euro è un esempio della «corruzione» consustanziale al modello neoliberista. Peter Hartz, ex responsabile delle risorse umane di Volkswagen e grande moralizzatore degli Anspruchdenker, dei «profittatori del sistema», ha ammesso di aver versato a Klaus Volkert, sindacalista dell’IG Metall ed ex presidente del consiglio di fabbrica del costruttore di automobili tedesco, diverse mazzette, per pagare prostitute e viaggi esotici. Klaus Volkert, inevce, è stato portato in giudizio per incitamento all’abuso di fiducia, esattamente come l’ex direttore del personale, Klaus-Joachim Gebauer, accusato di complicità.
Fare della povertà e della precarizzazione una variabile strategica della flessibilità del mercato del lavoro è quanto, dietro il ricatto del debito, sta avvenendo in Italia, Portogallo, Grecia, Spagna, Inghilterra e Irlanda.6 La Francia si è impegnata su questo terreno con l’arrivo al potere di Sarkozy, anche se qui i risultati non sono così eclatanti come in Germania. Grazie ancora una volta a un uomo di centro-sinistra, Martin Hirsch, assunto dal presidente di destra in occasione della sua apertura a «sinistra», in Francia verrà sperimentata la trasformazione dell’aiuto sociale (Reddito minimo di inserimento – Rmi –, a 417 euro a persona) in arma di produzione di working poors (Reddito di solidarietà attiva – Rsa). È con le tecnologie di governo dei poveri che si testano dispositivi di potere e di controllo che in un secondo tempo verranno estesi all’insieme della società, cosa che non sembra interessare né la sinistra né i sindacati. Il Reddito di solidarietà attiva comporta il superamento dei dualismi fordisti (disoccupazione/impiego, salario/ reddito, diritto del lavoro/diritto dell’assistenza sociale, legge/contratto) e organizza la loro sovrapposizione e il loro concatenamento grazie alla figura del working poor. Fissa in maniera stabile lo statuto di un lavoratore/assistito che permette di accumulare salario di attività e reddito di «solidarietà». Questa confusione tra «salariato» e «assistito», tra lavoro, disoccupazione e assistenza sociale, tra diritto del lavoro e diritto del Welfare, è la condizione della costruzione di un grande segmento de mercato del lavoro, che ha per norma il sotto-impiego e un sotto-salario. Il Reddito di solidarietà attiva segna così l’ufficiale abbandono dell’obiettivo del pieno impiego e l’istituzione di politiche di «piena attività», intesa come un’attività per tutti, indipendentemente dalla durata e dalla qualità dell’impiego.7
Anche la riforma del mercato del lavoro che il «governo tecnico» italiano si sta apprestando ad approvare s’ispira direttamente al modello tedesco. Il ministro delle Politiche sociali Fornero, in una lettera alla «Stampa» del 4 marzo lo dice a chiare lettere. La traduzione della realtà tedesca nella Nuova Lingua con la quale si esprime la «governance», è un capolavoro di ipocrisia e di falsità:
“L’esempio più recente di una riforma complessiva del mercato del lavoro e degli strumenti di protezione sociale – prescindendo dal percorso recentemente avviato dalla Spagna – è offerto dagli interventi realizzati in Germania all’inizio del decennio scorso quando il Paese era ritenuto il «malato d’Europa», incapace di crescere e di superare l’urto della riunificazione. Le riforme tedesche hanno interessato tutti gli aspetti del mercato del lavoro e del Welfare: miglioramento degli strumenti di istruzione professionalizzanti e facilitazione del passaggio tra scuola e lavoro; sostegno alla partecipazione al mercato del lavoro e all’occupazione, anche parziale, delle fasce più svantaggiate; rafforzamento del legame tra il godimento di particolari trattamenti e l’effettiva azione di riqualificazione e di ricerca di lavoro; potenziamento dell’attività dei centri per l’impiego; introduzione di maggiore flessibilità, sia con nuove tipologie contrattuali sia negli spazi della contrattazione tra impresa e lavoratore”.
Dietro il ricatto del debito, lo Stato intende portare a termine quel passaggio, inaugurato negli anni Ottanta, dal Welfare (diritti e servizi sociali) al Workfare (subordinazione delle politiche sociali alla disponibilità e alla flessibilità del pieno impiego precario). La svolta autoritaria del neoliberismo sta per farla finita col «modello sociale europeo», perché, come afferma Mario Draghi, non possiamo più permetterci di «pagare la gente che non lavora».
A ogni cambiamento di fase economico-politica ritroviamo sempre lo Stato e la sua amministrazione al comando delle operazioni. Proprio come ha favorito e spinto le politiche neoliberiste del credito negli anni Ottanta e Novanta, è allo Stato che spetta l’organizzazione della loro continuità nelle nuove forme autoritarie e repressive del rimborso del debito e della figura dell’uomo indebitato. Cade così un’altra illusione della sinistra, quella che oppone alla logica della proprietà privata del mercato la logica di un «pubblico» statale. Non c’è né autonomia del politico, né neutralità dello Stato. Le sue amministrazioni agiscono in profondità sull’economia, la «società» e le soggettività, come la costruzione del mercato del lavoro dimostra in modo paradigmatico.

Crisi della finanza o crisi del capitalismo?
Non si tratta tanto di dimostrare l’onnipotenza del capitalismo quanto di rilevarne la debolezza, a medio e lungo termine. Se le controriforme strutturali andranno drammaticamente a colpire una gran parte della popolazione, non tracciano per questo alcuna strada di uscita dalla crisi. Gli esperti, i mercati, le agenzie di rating e gli uomini politici, non sapendo né dove andare né come, dietro il ricatto dei deficit di bilancio, perseguono le politiche neoliberiste di produzione e di intensificazione delle differenze di classe che sono la vera origine della crisi.
La macchina capitalistica si è ingrippata non perché non fosse ben regolata, non perché vi fossero degli eccessi o perché i finanzieri fossero avidi (un’altra illusione della «sinistra» regolatrice!). Tutto questo è vero ma non coglie la natura della crisi attuale, che non è cominciata con il disastro finanziario. Quest’ultima è piuttosto il risultato del fallimento del programma neoliberista (fare dell’impresa il modello di qualunque relazione sociale) e della resistenza che la figura soggettiva da questi promossa (il capitale umano e l’imprenditore di se stessi) ha incontrato. È questa resistenza, anche se passiva, che ostacolando la realizzazione del programma neoliberista ha trasformato il credito in debito. Se il credito e il denaro esprimono la loro comune natura di «debito», è perché l’accumulazione è bloccata, è incapace di garantire nuovi profitti e di produrre nuove forme di assoggettamento, non il contrario.
Tra il 2001 e il 2004, negli Stati Uniti, la crescita del 10% del Pil è stata possibile unicamente perché misure di rilancio dell’attività hanno iniettato nell’economia 15,5 punti di Pil: riduzione dell’imposizione di 2,5 punti del Pil, credito immobiliare passato da 450 a 960 miliardi (1300 prima della crisi del 2007), aumento delle spese pubbliche di 500 miliardi.
A cavallo del secolo, la Germania era nella stessa situazione. La crescita del Pil tedesco tra il 2000 e il 2006 è stata di 354 miliardi di euro. Ma se paragonata ai numeri del debito nello stesso periodo (342 miliardi), non è difficile constatare che il risultato reale è una «crescita zero».
È stato il Giappone a entrare per primo – dopo l’esplosione della bolla immobiliare negli anni Novanta (e la successiva esplosione del debito per rimettere in sesto il sistema bancario) – in una «crescita zero» che volge ormai alla recessione. Meglio di altri paesi, il Giappone rivela la natura della crisi contemporanea. Le ragioni dell’impasse del modello neoliberista non vanno cercate unicamente nelle contraddizioni economiche, seppure molto reali, ma anche e soprattutto in ciò che Guattari chiama «crisi della produttività di soggettività».
Il miracolo giapponese, che è stato capace di forgiare una forza lavoro collettiva e una forza sociale «molto integrata al macchinismo» (Guattari), sembra girare a vuoto, preso anch’esso, come tutti i paesi sviluppati, nelle maglie del debito e dei suoi modi di soggettivazione. Il modello soggettivo «fordista» (impiego a vita, un tempo unicamente dedicato al lavoro, il ruolo della famiglia e la sua divisione patriarcale dei ruoli ecc.) è esaurito, e non si sa con cosa sostituirlo. La crisi del debito non è una follia della speculazione, ma il tentativo di mantenere in vita un capitalismo già malato. Il «miracolo economico» tedesco è una risposta regressiva e autoritaria alle impasse che si erano già manifestate prima del 2007. È per questa ragione che la Germania e l’Europa sono così feroci e inflessibili con la Grecia. Non solo in nome del «I want my money back» (quello dei creditori), ma anche e soprattutto perché la crisi finanziaria apre una nuova fase politica, nella quale il capitale non può più contare sulla promessa di una futura ricchezza per tutti come negli anni Ottanta. Non può più disporre degli specchietti per le allodole della «libertà» e dell’«indipendenza» del capitale umano, né di quelli della società dell’informazione o del capitalismo cognitivo. Per dirla come Marx, può solo contare sull’estensione e l’approfondimento del «plusvalore assoluto», ovvero un allungamento del tempo di lavoro, un incremento del lavoro non retribuito e dei bassi salari, dei tagli ai servizi, della precarizzazione delle condizioni di vita e di impiego, sulla diminuzione della speranza di vita. L’austerità, i sacrifici, la produzione della figura soggettiva del debitore non rappresentano un brutto momento da superare in vista di una «nuova crescita», ma tecnologie di potere, di cui solo l’autoritarismo, che non ha più niente di «liberale», può garantirne la riproduzione. Il governo del pieno impiego precario e la tagliola del saldo del debito richiedono l’integrazione nel sistema politico democratico – che dagli anni Ottanta funziona su altro che la rappresentanza – di interi blocchi del programma delle estreme destre. La resistenza passiva che non ha aderito al programma neoliberista rappresenta la sola speranza di fuggire alle «tecnologie di governo» dei «governi tecnici» del debito. Di fronte alla fiera degli orrori dei piani di austerità imposti alla Grecia, c’è chi dovrebbe dirsi, in un modo o nell’altro, de te fabula narratur!
È di te che si parla.
Berlino, 5 marzo 2012

Note
1. Le statistiche dicono un aumento della povertà dal 12,2% della popolazione nel 2005 al 15,6% nel 2010. Dati comunque notevoli e notevole soprattutto la progressione. È risaputo che i numeri della povertà non diminuiscono con la «crescita», anzi. Cosa che la dice lunga sulla natura di quest’ultima.
2. Se rispetto al totale rappresentano solo il 3%, in termini di flusso sono in costante aumento. Nel 2000 erano solo 416.000. Ma in dieci anni il loro numero è aumentato del 58%. Nel 2007, il governo tedesco ha portato l’età pensionabile da 65 a 67 anni, quando l’età reale di pensionamento è di 62,1 anni per gli uomini e di 61 anni per le donne, cosa che comporta una precarizzazione e un abbassamento travestito del livello delle prestazioni.
3. L’11 gennaio 2012, Destatis pubblica il rapporto «Ombre e luci sul mercato del lavoro», nel quale si legge: «Il numero di impieghi cosiddetti atipici – part-time a meno di venti ore settimanali, incluse le attività marginali, gli impieghi temporanei e l’interinale – tra il 1991 e il 2010 è aumentato di 3,5 milioni, mentre il numero di attivi che dispongono di un impiego regolare è precipitato di circa 3,8 milioni».
4. Le ultime statistiche parlano di 4,1 milioni di lavoratori che guadagnano meno di 7 euro, 2, 5 milioni meno di 6 e 1,4 milioni meno di 5 euro lordi all’ora. La maggior parte di questi lavoratori sono donne, giovani, persone senza formazione e immigrati.
http://www.focus.de/finanzen/news/23-prozent-billig-arbeitskraefte-jeder-vierte-deutsche-schafft-fuer-niedriglohn-_aid_723968.html
5. La socialdemocrazia, dopo essersi convertita all’economia sociale di mercato (ordoliberalismo) nel Dopoguerra, il primo giugno 2003 si è convertita al neoliberismo, approvando l’Agenda 2010 con una maggioranza dei delegati dell’80%. Il 15 giugno 2003 il congresso dei Verdi ha adottato con una maggioranza pari al 90% lo stesso programma, che prevede anche un sistema pensionistico a capitalizzazione, la privatizzazione dei servizi pubblici ecc.
6. L’Europa procede a marcia forzata verso il modello americano del libero licenziamento. Il governo spagnolo ha approvato, il 10 febbraio 2012, leggi che perseguono la stessa logica: facilitazione dei licenziamenti, riduzione delle indennità di disoccupazione e taglio dei salari. Le indennità di disoccupazione passano da un massimo di 42 a 24 mensilità. I licenziamenti per ragioni finanziarie, con una cassa integrazione limitata a 12 mensilità, vengono facilitati. Per licenziare con ragioni finanziarie, è sufficiente che l’azienda abbia tre semestri consecutivi di ribasso di vendite, anche se continua a fare profitti. Dopo tre trimestri di ribasso di vendite, le imprese possono imporre ribassi di salario unilaterali. Il rifiuto comporta il licenziamento.
7. Con il Reddito di solidarietà attiva si passa da una logica statutaria e istituzionale (uguali diritti per tutti!) a una logica contrattuale e discrezionale (per accedere ai diritti il beneficiario deve firmare un contratto preventivo) che, avendo di mira situazioni specifiche, approfondisce il solco di ogni politica sociale: l’individualizzazione. Il contratto di inserimento è un ibrido tra «legge» e «contratto» che, secondo Alain Supiot, non esprime l’uguaglianza e l’autonomia dei contraenti ma l’affermazione di un’asimmetria di potere: «Il loro oggetto [dei contratti di inserimento] non è scambiare beni determinati, né stringere un’alleanza tra uguali, ma legittimare l’esercizio del potere», visto che il contraente, per poter ottenere il sussidio, è costretto a firmare. Si passa da una logica del diritto dell’«avente diritto» a una logica che subordina il sussidio a un investimento soggettivo, la cui prima prova è rappresentata da un «lavoro su di sé», volto a dimostrare di «essere disponibili al sotto-impiego e a un sotto-salario». Il Reddito di solidarietà attiva effettua un rovesciamento della logica dell’aiuto sociale, cioè un rovesciamento del «debito». Chiude una volta per tutte la breccia aperta dal Reddito minimo di inserimento dentro il diritto all’assistenza sociale: un sussidio non vincolato al «lavoro» e privo di «contropartita» diretta. Il Reddito minimo di inserimento affermava, anche se in modo ambiguo, un debito della «nazione» nei confronti dei «cittadini più svantaggiati». Il Reddito di solidarietà attiva, al contrario, ha come obiettivo quello di indicizzare il sussidio a un sotto-impiego, alla disponibilità all’occupabilità e a un contratto di inserimento. Oltre a istituire un working poor, ne forma il senso di colpa, poiché il lavoratore viene implicitamente ritenuto responsabile della propria condizione e dunque in debito con la società e con lo Stato.
* La versione francese sul sito: http://www.cip-idf.org/article.php3?id_article=6023

28.1.12

"La fabbrica dell'uomo indebitato. Saggi sulla condizione neoliberista" di Maurizio Lazzarato



Giorno dopo giorno siamo sempre più debitori: nei confronti dello Stato, delle assicurazioni private, delle imprese… E per onorare i nostri debiti siamo sempre più costretti a diventare «imprenditori» delle nostre vite, del nostro «capitale umano». Il nostro orizzonte materiale ed esistenziale viene così del tutto stravolto.
Il debito, tanto privato che pubblico, è la chiave di volta attraverso la quale leggere il progetto di un’economia fondata sul pensiero neoliberista.

Rileggendo Marx, Nietzsche, Deleuze e Foucault l’autore dimostra che il debito è anzitutto una costruzione politica e che la relazione creditore/debitore è il rapporto sociale fondamentale delle nostre società.

Perché il debito non è semplicemente un dispositivo economico, è anche, e soprattutto, una tecnica di governo e di controllo delle soggettività individuali e collettive.
Come sfuggire alla condizione neoliberista dell’uomo indebitato? Per Maurizio Lazzarato la risposta non è semplicemente economica. Ciò che dobbiamo rimettere in discussione è proprio «il sistema del debito» oggi alla base della struttura del capitalismo.

In libreria a fine marzo 2012
Isbn 978-88-6548-042-7
pp 168
euro 12,00

L'autore
Maurizio Lazzarato, sociologo e filosofo, vive e lavora a Parigi dove svolge attività di ricerca sulle trasformazioni del lavoro e le nuove forme di movimenti sociali. In italiano sono disponibili: La politica dell’evento (Rubbettino 2004), Lavoro immateriale. Forme di vita e produzione di soggettività (ombre corte, 1997) e Videofilosofia (manifestolibri, 1997).

Vai alla scheda
http://www.deriveapprodi.org/2012/01/la-fabbrica-delluomo-indebitato/

Vai all'introduzione pubblicata da Alfabeta2
http://www.alfabeta2.it/2011/12/05/la-fabbrica-dell%E2%80%99uomo-indebitato/

Vai alla recensione di Jason Read (in inglese)
http://www.unemployednegativity.com/2011/11/debt-collectors-economics-politics-and.html

Vai alla pagina dell'edizione francese (Editions Amsterdam, 2011)
http://www.editionsamsterdam.fr/articles.php?idArt=200

5.1.12

Appunti diseguali sulla frase «Né destra, né sinistra» - Wu Ming 1

Appunti diseguali sulla frase «Né destra, né sinistra»


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Ho preso questi appunti nel corso del tumultuoso, convulso 2011, anno di insurrezioni, detronizzazioni, disvelamenti e nuove confusioni. Per la precisione, sono note scritte nel periodo aprile-settembre 2011.
Alla bruta materia di queste frasi annotate live, nel pieno degli eventi, non ho saputo imporre alcuna struttura solida e coerente. La numerazione di paragrafi e capoversi è il residuo di un tentativo in tal senso, sostanzialmente fallito.

1. CHI DICHIARA COSA?

1.a. Negli ultimi tempi si sente sempre più spesso la frase: «Non siamo di destra né di sinistra». Talvolta, l’ordine dei fattori è invertito: «Non siamo di sinistra né di destra».
Non è certo una frase nuova, l’abbiamo udita tante volte. Eppure, tendendo l’orecchio, possiamo registrare una prima, piccola novità: il soggetto plurale ricorre più spesso di quello singolare. Il noi sta scalzando l’io. Fino a qualche anno fa, questa “dichiarazione di non-appartenenza” era il più delle volte a titolo personale. Oggi, invece, è sempre più sovente l’enunciazione di soggetti collettivi.

1.b. Se continuiamo ad ascoltare e intanto ci guardiamo intorno, possiamo comprendere il perché della coniugazione plurale: se ieri, nella stragrande maggioranza dei casi, la frase era espressione di qualunquismo destrorso (ovvero, chi premetteva di «non essere di destra né di sinistra», novanta volte su cento era in procinto di attaccare politiche o personaggi di sinistra), di recente la questione si è ingarbugliata: in giro per l’Europa, nuovi movimenti, anche molto diversi tra loro, si fanno un punto d’onore di dichiararsi non-appartenenti ad alcuno dei due campi politici. Si va dal nostrano Movimento 5 Stelle, si passa per i «Partiti dei Pirati» che hanno ottenuto buoni risultati elettorali in Germania e altri paesi, e si giunge ai cosiddetti «Indignati», movimento transnazionale che ha i suoi miti delle origini nelle rivolte nordafricane e nelle mobilitazioni spagnole partite il 15 maggio 2011.

1.c. La mia convinzione è che, a seconda del soggetto che la dice, del contesto in cui viene usata e delle pratiche a cui si accompagna, il significato della frase di cui al punto 1.a. si trasformi in maniera radicale.

2. IL PARADOSSO DI QUADRUPPANI

2.a. Una volta ho sentito lo scrittore francese Serge Quadruppani dichiarare: «Ci sono due modi di non essere né di destra né di sinistra: un modo di destra e uno di sinistra».
L’apparente paradosso spaziale – quasi da disegno di Escher – può aiutarci a trovare l’orientamento nel territorio dei nuovi movimenti. In parole povere: la frase «Non sono di destra né di sinistra» è un velo che possiamo e dobbiamo lacerare, per capire quali tra i nuovi movimenti appartengano al composito phylum (ma è una vera e propria treccia composta di tanti fili) che per comodità o richiamo a una tradizione chiamiamo «Sinistra», e quali invece al phylum che chiamiamo «Destra».

2.b. Per capirci: io credo che gli Indignados spagnoli siano di sinistra. Si tratta di un movimento egualitario, anticapitalista, non privo di interlocutori a sinistra e indubbiamente ostile a ogni destra politica e sociale.
Di contro, il «grillismo» mi appare sempre più come un movimento di destra: diversivo, poujadista, sovente forcaiolo, indifferente a ogni tradizione (anche recente) culturale e di lotta, noncurante di ogni provenienza politica.


Alain Badiou
2.c. Esistono discorsi e circostanze in cui il concetto di “Sinistra” è messo in discussione «da sinistra», in quanto insufficiente, inadeguato, eccessivamente inscritto in una rappresentazione parlamentare o para-parlamentare.
Il filosofo Alain Badiou, in una celebre conferenza sulla Comune di Parigi, ha proposto di chiamare «sinistra»

«l’insieme del personale politico parlamentare che si dichiara il solo capace di assumere le conseguenze generali di un movimento politico popolare singolare. O, in un lessico più contemporaneo, il solo capace di fornire un ‘esito politico’ ai ‘movimenti sociali’.»

In questo senso, secondo Badiou, la Comune di Parigi fu una rottura con la sinistra, poiché «non rimise il proprio destino nelle mani dei politici competenti» per poi, come sempre accade, lamentarsi del loro «tradimento». Per Badiou «questa volta, quest’unica volta, il tradimento fu invocato come uno stato di cose al quale ci si doveva finalmente sottrarre, e non come una conseguenza disgraziata di quanto si era scelto».

2.d. Il linguista cognitivista George Lakoff (esponente della sinistra “liberal” statunitense) ha più volte criticato la rappresentazione destra-sinistra, perché fa pensare che le persone siano allineate l’una l’accanto all’altra su un piano bidimensionale, e che si possa procedere con continuità da “quello più a destra” a “quello più a sinistra”. Invece, dice Lakoff, la realtà è multilineare e multidimensionale, il modo in cui si formano le nostre idee è complesso ed esistono molte persone «biconcettuali», ovvero progressiste su alcuni temi e conservatrici su altri.
La coppia antitetica progressista/conservatore mi suona ben più problematica e insoddisfacente di destra/sinistra, ma non mi interessa criticarla in questa sede. Quello di Lakoff è un discorso che in Italia possiamo capire senza sforzi: una grossa fetta di «popolo cattolico» è composta da biconcettuali: «di sinistra» su molte questioni sociali ed economiche, «di destra» in materia di questioni di genere, sessualità, diritti civili.

2.e. La rottura prodotta dagli Indignados nei confronti della sinistra spagnola mi sembra sintetizzare – in modo precario, transitorio – queste due impostazioni: il 15 maggio 2011 si è trattato di sottrarsi al «tradimento come stato di cose», e al tempo stesso di parlare al maggior numero di persone possibile, di raggiungere le parti «progressiste» dei cervelli biconcettuali, e di farlo non a colpi di mediazioni al ribasso, bensì scompigliando l’antinomia: «Non siamo di destra né di sinistra: siamo los de abajo», ovvero quelli di sotto, quelli che vengono dal basso.

3. «STORICIZZARE AL MASSIMO»

3.a. Il difetto del discorso di Lakoff è che non sembra esserci posto per la storia. In questo, Lakoff è molto americano, il suo mondo è tutto sincronico, schiacciato sull’adesso.
«Storicizzare sempre!», intimava Fredric Jameson, con tanto di punto esclamativo, all’inizio del suo capolavoro L’inconscio politico (1981). «Storicizzare al massimo, per lasciare meno spazio possibile al trascendentale», disse Michel Foucault in un dibattito del 1972.
La sostanza del concetto di «Sinistra» può essere capita solo con un approccio diacronico che ne ripercorra la genealogia e le trasformazioni. «Sinistra» è qualcosa che discende i fili del tempo in un certo modo, a partire dalla Rivoluzione francese, e si evolve attraversando due secoli di lotte.

3.b. Io stesso penso che «Sinistra» non basti a descrivere le mie posizioni, e trovo utile aggiungere precisazioni e qualificazioni. Io non sono semplicemente di sinistra: io mi riconosco in un phylum di idee rivoluzionarie e lotte per l’uguaglianza che attraversa i secoli; penso che la specie umana – previa una rottura radicale nella temporalità in cui siamo immersi – debba avviare la fuoriuscita dal capitalismo; penso che l’obiettivo da realizzare sia la società senza classi etc. Un mio amico usava dire: «Io non sono di sinistra: sono comunista!»
Tuttavia, è chiaro che se devo semplificare ed evitare di aprire troppe parentesi, non mi faccio problemi a dire che sono di sinistra.

3.c. Ricapitolando: in certi casi il concetto di «Sinistra» è criticato per la sua insufficienza da punti di vista che si sono formati nel phylum della sinistra rivoluzionaria. A questo proposito, si possono citare gli anarchici, ma anche gli zapatisti.
Di solito, in questi casi, la dichiarazione di «non-appartenenza lineare» si accompagna a pratiche egualitarie, alla presenza di interlocutori «privilegiati» a sinistra e all’ostilità verso qualunque destra. A diverse latitudini e in diverse fasi del loro percorso, nonostante i problemi, tanto gli anarchici quanto gli zapatisti hanno cooperato con diverse correnti della sinistra.

3.d. Certo, può anche succedere che movimenti originariamente di sinistra cerchino interlocutori a destra, o meglio, tra i fascisti. Nella storia del nostro phylum ricorrono confusionismi e infiltrazioni, orridi esperimenti «rosso-bruni», «nazi-maoisti», «terze posizioni» etc.
Il fascismo stesso, fin dalla nascita, si presenta come una «terza posizione». Il fascismo è un prodotto dello spavento, sorge e si diffonde per reazione alle lotte del movimento operaio e bracciantile. L’ascesa del fascismo è l’oscillare del pendolo a destra dopo l’oscillazione a sinistra del Biennio Rosso. Il Nemico n.1 è la Bestia Proletaria che ha osato alzare la testa. La cattiva coscienza del fascismo nei confronti della sinistra (dalla quale il suo Duce e molti suoi dirigenti provengono) e dell’arditismo (dal quale provengono svariati squadristi, benché in minor numero di quanto si pensi, e nel cui alveo si è formato l’unica formazione che ha opposto resistenza armata allo squadrismo, ovvero gli Arditi del Popolo) si manifesta nell’adozione di simboli e nell’imitazione di retoriche degli avversari. La stessa parola «fascio» viene prelevata nel phylum della sinistra (i «fasci operai», i «fasci siciliani dei lavoratori»), e resa inutilizzabile.
Il fascismo vince e la memoria degli avversari diviene bottino di guerra: il vincitore si presenta come unica forza popolare e unico nemico del capitalismo che ha appena salvato (o meglio, di una più vaga e comodamente denunciabile “plutocrazia”). Facendosi regime, il fascismo carpisce lo spirito vitale dei nemici che ha sconfitto.

4. GRILLISMO E FALSI EVENTI


Louis Antoine Léon de Saint-Just (1767-1794), santo persecutore di troll e affini
[Avviso preliminare alle "truppe cammellate" dei seguaci dell'ex-comico genovese, usi a intervenire en masse ingiuriando / sbraitando / sgrammaticando ogni volta che in rete si tocca il loro Leader: qui è fatica sprecata. Su Giap, il primo commento di qualunque utente finisce in moderazione e lo sblocchiamo solo se pensiamo ne valga la pena. Non pubblichiamo qualunque cagata venga deposta fumigante da Tizio o Caio, ma applichiamo una precisa politica redazionale, sovente riassunta nel motto: "Saint-Just vigila sulle nostre discussioni". La vedete quella? Ecco, ci siamo capiti.]
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4.a. C’è un modo più «normalizzante» e di destra (nonché largamente maggioritario) di dichiararsi né di destra né di sinistra. Qui l’attitudine è: «rossi e neri sono tutti uguali» (cfr. la celeberrima scena di Ecce Bombo in cui Nanni Moretti attribuisce a generici «film di Alberto Sordi» la responsabilità di tale cliché). Si afferma l’equivalenza e l’indistinguibilità tra diversi percorsi e storie. Si getta tutto nel mucchio, occultando il conflitto primario – quello a cui i concetti di «Destra» e «Sinistra» continuano ad alludere, anche se più flebilmente che in passato, ossia la lotta di classe – in nome di surrogati, diversivi, conflitti sostitutivi come quello tra la «gente» e i «politici», la «casta» etc.

4.b. Il grillismo non è solo un «caso di studio»: è un’urgenza, un problema da affrontare quanto prima. In uno spazio «né di destra né di sinistra», retoriche e pratiche in apparenza vicine a quelle dei movimenti euroamericani di cui sopra vengono «risemantizzate» e messe al servizio di discorsi ben diversi. Le energie di molti benintenzionati, in maggioranza giovani o addirittura giovanissimi, sono incanalate in un discorso in cui sono rinvenibili elementi di criptofascismo.
Non mi riferisco solo allo spettacolare Führerprinzip che il movimento mette in mostra durante le sue adunate pubbliche con ex-cabarettista sbraitante, fin dal celebre «V-Day» dell’8 settembre 2007. E’ senz’altro l’elemento più appariscente, ma da solo non giustificherebbe l’uso dell’espressione «criptofascismo».

4.c. Il prefisso «cripto» deriva dal greco, e lo si usa per qualcuno che nasconde (di solito male) la sua vera natura. «Criptofascista» allude a un discorso cifrato, decrittando il quale si trova un animus fascistoide. Di solito tale «cifratura» si riscontra nei movimenti di impronta qualunquista / poujadista / destrorso-populista etc. Tra questi ultimi si può annoverare la Lega Nord.
La cifratura del grillismo è molto peculiare. Il nocciolo criptofascista è avvolto da fitti banchi di nebbia e fuffa. Il modo in cui il movimento descrive se stesso trasuda di quella retorica dei «processi dal basso» che il grillismo ha avuto in dote dai movimenti altermondialisti di inizio secolo e si è adoperato a ricontestualizzare. Per molti versi, il grillismo è un prodotto della sconfitta dei movimenti altermondialisti: ha occupato lo spazio lasciato vuoto da quel riflusso. Per citare Žižek che parafrasa Benjamin: «Ogni fascismo è testimonianza di una rivoluzione fallita».


Giovanni Favia, leader del Movimento 5 Stelle in Emilia-Romagna
4.d. Il dirigente grillino Giovanni Favia, per descrivere il «Movimento 5 Stelle», ha usato il concetto deleuzo-guattariano di «rizoma». Metafora botanica, il «rizoma» indica una distribuzione di messaggi e/o produzione di concetti non-gerarchica né lineare, che può passare da un punto qualsiasi a un altro punto qualsiasi, muovendosi potenzialmente in qualunque direzione. Deleuze e Guattari contrapposero il rizoma all’albero, metafora che indica l’esatto opposto: una struttura verticale e gerarchica, funzionante per passaggi obbligati da un centro alle sue periferie.
Tuttavia, Beppe Grillo è proprietario unico del logo e del nome «Movimento 5 Stelle», ed è lui a decidere insindacabilmente chi possa usarlo. Percorso obbligato tipico di una struttura arborescente, cioè l’opposto del rizoma.

4.e. La retorica autoreferenziale e auto-elogiativa del grillismo è mistificante. Non è su di essa che dobbiamo concentrarci, ma sui modi in cui il movimento addita e descrive i propri nemici.
Presso il grillismo, l’individuazione del nemico è sempre diversiva. In questo, è in «buona» compagnia: in Italia, negli ultimi anni, abbiamo visto movimenti tutti focalizzati sulla «disonestà dei politicanti», sui privilegi della «casta» etc. Sono problemi veri, e al contempo falsi bersagli: le decisioni importanti sull’economia non vengono prese a Roma, perché il potere capitalistico sovranazionale non autorizza la politica in tal senso.
Diceva tempo fa un compagno: «’Ce lo chiedono i mercati’ è il nuovo ‘Sento le voci nella testa’. Puoi fare le peggiori cose e nessuno ti riterrà responsabile!» «Ce lo chiedono i mercati» è il tormentone di un’epoca in cui la politica è esautorata. Qualunque discorso sulla «Casta», anche quando basato su dati di fatto reali, alimenta una strategia di depistaggio e impedisce di individuare e attaccare i nemici veri.


L'economista Eugenio Benetazzo in posa con Roberto Fiore, fondatore e leader di Forza Nuova. Cliccando sulla foto, lo si vede in compagnia di Borghezio.
4.f. Certo, anche il grillismo si occupa di economia e, seppure disordinatamente, denuncia la subalternità a essa della politica. Tuttavia, nel farlo, non può fare a meno di introdurre ulteriori diversivi e simulacri. Ad esempio, incanala la critica ai meccanismi finanziari in un discorso paranoide contro il cosiddetto «signoraggio», cavallo di battaglia di vari complottismi destrorsi. A lungo il grillismo si è valso della consulenza di Eugenio Benetazzo, bizzarra figura di economista che si definisce «fuori dal coro», più volte ospite di iniziative del partito neofascista Forza Nuova.

4.g. I movimenti che si concentrano a lungo su falsi bersagli diventano, per dirla con Badiou, «fedeli a falsi eventi».
Falso evento è anche la «rivoluzione di Internet» come la descrive il grillismo: processo unilateralmente positivo, salvifico, che promette la risposta a ogni problema. L’approccio alla rete è all’insegna di un feticismo digitale e di una sorta di «animismo» che vede nella tecnologia una forza autonoma, trascendente le relazioni sociali e le strutture che invece la plasmano, determinandone sviluppo e adozione. La Rete diventa una sorta di divinità, protagonista di una narrazione escatologica in cui scompaiono i partiti (nel senso originario di fazioni, differenze organizzate) per lasciare il posto a una società mondiale armonica, organicista. L’utopia di un uomo è la distopia di un altro.
A chi pensa che stia esagerando, consiglio il video «Gaia. Il futuro della politica», realizzato nel 2008 dalla Casaleggio & Associati, agenzia di pubblicità e web-marketing organica al grillismo. Guardandolo, mi è tornato alla mente il concetto coniato dallo storico americano Jeffrey Herf per descrivere il tecno-entusiasmo delle destre tedesche tra le due guerre mondiali: «modernismo reazionario».



Va ricordato che non più di una decina di anni fa Beppe Grillo demonizzava i computer e li sfasciava sul palco durante i suoi spettacoli. Adesso li osanna ed esalta la rete libera e bella, il «popolo della rete» etc.



5. DOVE L’ASINO CASCA: GRILLISMO E IMMIGRAZIONE

5.a. E’ la tematica dell’immigrazione quella in cui il discorso grillino si fa più decifrabile e lascia trasparire l’animus fascistoide. Il blog di Grillo offre non poche «perle» in tal senso. Ecco un’arringa contro romeni e zingari risalente all’ottobre 2007:

«Un Paese non può SCARICARE SUI SUOI CITTADINI i problemi causati da decine di migliaia di rom della Romania che arrivano in Italia. L’obiezione di Valium [Romano Prodi, N.d.R.] è sempre la stessa: la Romania è in Europa. Ma cosa vuol dire Europa? MIGRAZIONI SELVAGGE di persone senza lavoro da un Paese all’altro? Senza la conoscenza della lingua, senza possibilità di accoglienza? Ricevo ogni giorno centinaia di lettere sui rom. E’ un vulcano, una BOMBA A TEMPO. Va disinnescata. Si poteva fare una MORATORIA per la Romania, è stata applicata in altri Paesi europei. Si poteva fare un serio controllo degli ingressi. Ma non è stato fatto nulla. Un governo che non garantisce la sicurezza dei suoi cittadini a cosa serve, cosa governa? CHI PAGA per questa insicurezza sono i più deboli, gli anziani, chi vive nelle periferie, nelle case popolari.
Una volta i confini della Patria erano sacri, i politici li hanno sconsacrati.»

5.b. Non esiste quasi più discorso razzista che non sia fatto… in nome dell’antirazzismo. E’ in nome dell’antirazzismo che il grillismo fomenta l’odio. Cito da un altro articolo del blog di Beppe Grillo, pubblicato nel maggio 2011 e intitolato «Un clandestino è per sempre»:

«In Italia sono entrati 20.000 TUNISINI, della maggior parte di loro non si sa più nulla, che fine abbiano fatto. Pochi sono riusciti ad arrivare in Francia. Vagano per la penisola senza sapere una parola di italiano. In nessuno Stato del mondo questo è permesso con una tale SERENITÀ D’ANIMO, da noi si. Il motivo è semplice, sono utili ai profitti delle aziende, ai partiti, alle mafie. Il clandestino è MULTIUSO come un coltellino svizzero. Per ricevere qualcuno a casa tua devi disporre delle risorse per farlo. Dargli un lavoro dignitoso, un letto, organizzare l’integrazione. Altrimenti devi interrogarti se stai giocando con la DINAMITE e con il futuro della tua nazione.»

Si parte dalla denuncia dello sfruttamento di cui sono vittime i clandestini, e si arriva alla conclusione che bisogna impegnarsi a respingerli, in nome della nazione. Una premessa umanitaria, capace di blandire la parte progressista ed egualitaria di un cervello «biconcettuale», apre la via a un discorso che ne vellica la parte conservatrice e razzista.

5.c. Grillo alza un polverone sensazionalistico ed eccezionalistico («Solo in Italia!») per un numero irrisorio di tunisini sbarcati nella primavera 2011. E’ la stessa impostazione truffaldina dell’allora ministro degli interni Maroni, il quale parlò di inesistenti «maree di immigrati» e reclamò un aiuto da parte dell’UE, che gli rispose con un misto di disprezzo e commiserazione.
Parlare di lassismo e «serenità d’animo» in tema di immigrazione equivale a occultare leggi criminali e criminogene come la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini e i vari «pacchetti sicurezza». A produrre clandestinità non sono presunte politiche lassiste, bensì, all’opposto, politiche troppo restrittive e vessatorie, in parte disfunzionali anche dal punto di vista capitalistico, concepite per soddisfare una parte di elettorato il cui razzismo eccede quello strutturale e «sistemico» necessario a regolare il mercato del lavoro.
Una mistificazione presente in molti testi prodotti da Grillo e del suo movimento consiste nel dire che l’accoglienza ai migranti favorirebbe la Lega Nord. Al contrario, è la mancata accoglienza a favorirla. La Lega ha sempre avuto interesse a mantenere una situazione criminogena che producesse clandestinità e quindi disagio da additare e stigmatizzare.
A seguire, si capovolge la realtà: Grillo, in pratica, sostiene che l’Italia non avrebbe le risorse per mantenere gli immigrati. Ma secondo il «Sole 24 Ore», si dovrebbe proprio agli immigrati (l’8% della popolazione italiana) il 10% del nostro PIL. Gli immigrati lavorano, pagano contributi all’INPS e permettono all’ente di erogare le pensioni ai nostri anziani. Ammesso che abbia senso distinguere tra «noi» e «loro», sono loro a produrre le risorse per mantenere molti di noi.

5.d. Una volta dispersa la fuffa, del discorso grillino sui migranti non resta che il nocciolo razzista e fascistoide.

Wu Ming 1

9.12.11

Insolvent workers of the world

Intervista ad ANDREW ROSS – di ANNA CURCIO e GIGI ROGGERO - tratto da uninomade.org

Can’t Pay, Won’t Pay, Don’t Pay. Già in questo slogan – lanciato dalla campagna “Occupy Student Debt” – c’è tutta o quasi la potenza di Occupy Wall Street (OWS): individua le radici materiali, lo situa dentro la crisi globale, traccia la composizione, fatta di studenti, precari e lavoratori impoveriti che non ne vogliono pagare i costi, indica obiettivi e forme di lotta. É un grido di battaglia contro la finanziarizzazione della vita lanciato da quello che, almeno simbolicamente, è il ventre della bestia. L’equazione politica che azzardavamo qualche anno fa – la lotta sul salario sta al capitalismo industriale come la lotta sul debito sta al capitalismo cognitivo – si sta ora imponendo con la forza di un pregiudizio popolare. Soprattutto, è incarnata in diffuse pratiche di resistenza che della crisi costituiscono la radice soggettiva. Allora, se in soli pochi mesi tanto si è detto e scritto su OWS, è anche per queste ragioni, oltre che per la sua nota lucidità interpretativa ed efficacia di analisi, che rivestono una particolare importanza le valutazioni di Andrew Ross. Docente della New York University, noto per il suo impegno militante, Ross è infatti tra i promotori della campagna “Occupy Student Debt”.
Come è nata OWS, o per meglio dire quali ne sono state le condizioni di possibilità e come sta cambiando il contesto americano?
Gli eventi politici spontanei sono sempre “possibili”, non è facile prevedere quando e dove avranno presa. Penso che se Occupy fosse stato un anno o sei mesi prima, non sarebbe decollato nello stesso modo. Un fattore da considerare è la tardività degli Stati Uniti: quando, ci siamo chiesti tutti, le mobilitazioni globali si sarebbero diffuse nelle città americane? Un altro fattore è che, con l’occupazione di Wall Street, il disgusto popolare per il processo politico negli Stati Uniti ha raggiunto una massa critica. Ricordo che solo qualche settimana prima che l’occupazione cominciasse, Doug Henwood e Liza Featherstone hanno fatto circolare un invito tra le persone di sinistra di New York per contribuire a un convegno dal titolo “Why Fucking Bother?” (chi cazzo se ne frega?). Si proponeva di incanalare o mitigare un condiviso senso di disperazione sulla possibilità che qui accadesse qualcosa. Nondimeno, c’è stato un cambiamento a 180 gradi del morale negli ultimi mesi. Io vivo negli Stati Uniti da trent’anni e non ho mai visto qualcosa comparabile alla forza o al senso del destino di cui questo movimento è portatore. Quei trent’anni sono appartenuti a Wall Street, i prossimi trenta possono e devono appartenere a noi se Occupy mantiene la sua energia e creatività. Il mio coinvolgimento nel movimento non è atipico. É cominciato come residente (vivo non distante da Zuccotti Park), poi c’è stata una rapida transizione all’esserne partecipante, nelle prime manifestazioni di massa e nei gruppi di lavoro su “Empowerment and Education”, e infine a diventare organizzatore nella nostra campagna Occupy Student Debt. Come molti altri che conosco, è stato estremamente facile essere attratti nel movimento, che è come ci si dovrebbe sentire in un movimento.

Molti parlano di OWS come di un evento imprevedibile. Tuttavia, ci sono molte lotte che hanno preceduto e preparato il terreno di questo movimento: per citare solo un paio di esempi, a New York ci sono stati negli ultimi anni gli importanti scioperi dei graduate students e dei lavoratori dei trasporti. Pensi che ci sia un processo di sedimentazione di soggettività e pratiche politiche nella genealogia di questo movimento, oppure prevalgono gli elementi di cesura e completa novità?
Ci sono molti affluenti che sono sgorgati nel fiume di Occupy. Il movimento per la giustizia globale è il più importante. Sul lato del lavoro, penso che la capacità dei sindacati metropolitani di abbracciare il movimento del lavoro universitario costituisca uno sfondo importante. Per quanto riguarda gli elementi nuovi, certamente la crescente consapevolezza rispetto al sistema del debito è un fattore centrale. Resistere alla servitù del debito ha costituito una forma di vita nei paesi del Sud globale negli ultimi trent’anni. Ora le conseguenze del vivere nella trappola del debito hanno colpito i paesi del Nord. É un esempio di quando “chickens coming home to roost” (i nodi vengono al pettine), come una volta disse Malcolm X.

Qual è la composizione del movimento, e quali sono le sue forme di organizzazione e comunicazione?
All’inizio la composizione degli occupanti era piuttosto circoscritta: la maggior parte istruiti, bianchi, giovani, molti di loro si erano fatti le ossa nel movimento per la giustizia globale, per altri questa era la prima esperienza politica. E poi c’era un certo numero di “viaggiatori”, non necessariamente tutti motivati politicamente, che da subito dormivano nel parco. Ora, tuttavia, la composizione è molto differente: i sindacati del settore pubblico sono sempre più coinvolti, c’è un insieme pienamente intergenerazionale di soggetti, il gruppo di lavoro su “People of Color” è una presenza importante. Il processo di consenso dell’assemblea generale è il dna organizzativo del movimento, e sta cominciando a penetrare in parti della società civile tradizionale. Per esempio, alcune delle scuole superiori della città hanno rimpiazzato le loro forme di rappresentanza studentesca con le modalità orizzontali dell’assemblea generale. Si è dimostrata essere un modello virale di norme culturali. Poiché ogni gruppo può creare la propria assemblea generale (ce ne sono molte in giro per New York), è una struttura organizzativa che incoraggia e genera autonomia. Così, la natura “faccia a faccia” di questa forma decisionale completa il diffuso utilizzo dei social media volto a disseminare l’informazione. In realtà, direi che il bilanciamento tra gli incontri fisici e l’uso dei social media è un elemento chiave.

Nelle lotte transnazionali dentro la crisi è centrale proprio la già citata questione del debito, ovvero la finanziarizzazione del welfare e dei bisogni sociali (formazione, casa, salute, mobilità, e via di questo passo). In Europa sta emergendo in termini forti la rivendicazione del diritto all’insolvenza di studenti, precari e lavoratori impoveriti. Puoi spiegare come è nata la campagna “Occupy Student Debt”?
Fin dall’inizio il tormento del debito studentesco è stata una costante di OWS e delle occupazioni di altre città. George Caffentzis, Silvia Federici e io abbiamo fatto degli incontri a OWS sul debito nella stessa settimana di metà ottobre. Abbiamo invitato i partecipanti a formare un gruppo per costruire un’iniziativa di azione che legasse la questione del debito studentesco al sistema dell’istruzione superiore nel suo complesso. L’assunto centrale è che i college e le università americane dipendono in misura crescente dalla schiavitù del debito a cui sono costrette le persone che invece dovrebbero servire. Così abbiamo creato una campagna che richiama i nostri principi politici (l’atto di rifiuto, la minaccia di uno sciopero del debito, la rivendicazione di un giubileo del debito). É progettata per dare ai debitori la possibilità di agire collettivamente piuttosto che soffrire il tormento e l’umiliazione del debito e del default privato. Fondamentalmente la campagna chiede a coloro ai rifiutanti di bloccare il pagamento del prestito quando si sarà raggiunta la quota di un milione di sottoscrizioni, ed è legato a quattro principi: tutte le università private devono essere gratuite, i prestiti studenteschi devono essere sganciati dalle tasse che vanno abolite, le università private devono aprire i loro libri contabili, il debito esistente deve essere cancellato. Si può vedere il sito http://www.occupystudentdebtcampaign.org

C’è un pericoloso ritornello dei politici e opinion maker socialdemocratici e liberali (si pensi a Paul Krugman): avete ragione. L’obiettivo è quello di ridurre la radicalità del movimento a specifiche domande, cioè al ruolo di opinione pubblica. Viceversa, il movimento Occupy sembra rappresentare la fine della speranza di Obama, ovvero della speranza in Obama. La lotta contro il debito è, innanzitutto, una pratica di riappropriazione della ricchezza sociale. Da questo punto di vista, potremmo dire che è un movimento costituente. Cosa ne pensi?
Concordo. La nostra campagna è un’iniziativa di azione e non una lista di domande, poiché condividiamo l’ethos di Occupy per cui le domande non possono essere rappresentate dal sistema politico attuale, sotto la funesta influenza dei dollari delle aziende. Le azioni che puntano a riappropriarsi della ricchezza e del potere non sono solo in sé potenzianti, ma anche – come dite – costituenti di un nuovo modello di cultura politica. La maggior parte dei partecipanti a Occupy si stanno rendendo conto di una trasformazione soggettiva: il linguaggio è spesso di innocenza radicale, un sintomo manifesto del sorgere di una nuova “struttura del sentire”, per dirla con Raymond Williams. Certamente la classe politica tenterà di cooptarne alcuni, e non la vedo come una risposta inattesa: non si può erigere un confine non poroso tra un movimento e l’establishment.

Recentemente abbiamo visto la solidarietà del sindacato dei trasporti di New York a OWS. Quali sono, complessivamente, i rapporti tra le union e il movimento?
I sindacati degli impiegati pubblici non ha solo sostenuto, ma ha anche pienamente partecipato al movimento. La solidarietà mostrata per gli occupanti di Zuccotti Park da parte dei lavoratori del vicino cantiere del World Trade Center è stato particolarmente importante. I dirigenti sindacali e ancor di più i militanti della base hanno espresso in modo molto esplicito il loro rispetto per i successi tattici di Occupy nell’accumulare attenzione e generare impatto politico. Si è creato un gruppo sul lavoro ad OWS: la sovrapposizione con le questioni del lavoro, così come la sua eccedenza, è impressionante.

E quali sono i rapporti tra OWS e l’università come luogo di produzione e di conflitto? 
La fase di Occupy Colleges del movimento è appena iniziata, ma è il suo naturale prossimo passo. Gli sgomberi di Zuccotti Park coincidono con questi movimenti dentro le università, a New York, in California e altrove. A New York c’è ogni settimana un’assemblea generale degli studenti dell’intera metropoli, continui appuntamenti della People’s University alla NYU e alla New School, una serie di iniziative e manifestazione studentesche di massa, incluso anche un giorno di sciopero. Recentemente molta attenzione si è concentrata sulle lotte contro l’aumento delle tasse alla City University of New York (CUNY). Un tempo gratuita (è stata una delle università della classe operaia più grandi del mondo), le tasse sono state per la prima volta imposte agli studenti del CUNY all’alba della crisi fiscale del 1976. Ciò è generalmente visto come il primo colpo che in questo paese il neoliberalismo ha inferto alla formazione pubblica. É un motivo in più per guardare al CUNY, in questo momento altamente simbolico, come spazio per rovesciare la situazione. Ora il movimento Occupy Colleges sta costruendo una rete nazionale. Alcuni presidenti di università, in particolare alla New School, si sono mostrati disponibili, altri sono stati gravemente danneggiati dal loro ricorso alla repressione poliziesca contro la libertà di parola. Come per Occupy in generale, ogni volta che la polizia agita i manganelli o sgombera violentemente manifestanti pacifici, ciò rovina il supporto pubblico per le autorità e fa crescere la simpatia per il movimento. Forse è questa, più di ogni altra cosa, la prova dell’impatto di successo del movimento

28.11.11

Perchè va rispettato il voto dei referendum - Stefano Rodotà

Il governo Monti non è atteso soltanto alla prova difficile dell´economia. Lo hanno sottolineato ieri a Roma i movimenti per l´acqua come bene comune che non si sono dissolti dopo il successo referendario.
Ma hanno voluto opportunamente ricordare che nessuna emergenza può giustificare l´allontanarsi dalla retta via costituzionale. Sappiamo che sono all´opera gruppi e interessi che spingono nella direzione opposta, invocando il mercato come unica regola, alla quale le istituzioni dovrebbero, una volta di più, piegarsi. Guai se queste suggestioni trovassero eco nel governo. La paventata sospensione della democrazia troverebbe un´inquietante conferma. La volontà espressa con il referendum, infatti, non è disponibile per nessun governo, politico o tecnico che sia, e per qualsivoglia maggioranza parlamentare, ristretta o allargata che sia.
Torniamo alle radiose giornate di giugno, quando 27 milioni di cittadini (ricordiamo sempre questa cifra) dissero no al nucleare, alla generalizzata privatizzazione di servizi pubblici, alle leggi ad personam. Proprio il risultato di quest´ultimo referendum dovrebbe esser preso terribilmente sul serio da un governo che non può affidare soltanto allo "stile" l´impresa ardua di ricostruire un tessuto civile profondamente lacerato. Con il loro voto i cittadini non hanno semplicemente abrogato una legge. Hanno voluto manifestare in modo netto la loro volontà di un ritorno pieno alla legalità, senza privilegi per i potenti: ieri Berlusconi e la sua cerchia, oggi gli interessati all´industria nucleare e alla lucrosa gestione privata dell´acqua.
Il rispetto assoluto della legalità non dovrebbe avere bisogno del severo e corale richiamo venuto dalla maggioranza degli italiani. Ma questo vi è stato.
Ve ne era bisogno, e oggi la legittimazione del governo passa anche attraverso questa ineludibile prova di "serietà" (altra parola inflazionata in questi giorni) che consiste in primo luogo nel rispetto delle istituzioni. Così come dev´essere rispettato il Parlamento, vi è un pari dovere di fedeltà verso l´istituto del referendum, con il quale si esercita direttamente la sovranità popolare.
Archiviamo pure come un incidente di percorso di un ministro frettoloso la dichiarazione secondo la quale potrebbe essere ripreso il tema dell´energia nucleare, che pure è servita a ridare fiato a chi non vuole prendere atto del risultato referendario. Ma è quanto continua ad avvenire, o a non avvenire, intorno alla questione dell´acqua ad inquietare seriamente. Soltanto occasionali e sporadiche sono state le iniziative volte a dare seguito alla chiarissima volontà popolare. Molteplici, invece, sono state quelle volte ad aggirare o vanificare le indicazioni dei referendum, la cui portata, peraltro, era stata ben chiarita dalla Corte costituzionale. E questo spirito non è scomparso, viste le proposte, talora sgangherate, con le quali si indica la via della privatizzazione dei servizi pubblici, delle dismissioni in blocco di beni pubblici.
Il governo, allora, dovrebbe rivolgere la sua attenzione all´articolo 4 della manovra economica che, come da più parti è stato messo in evidenza, non appare in linea con l´esito referendario; e, comunque, non dovrebbe secondare alcuna mossa che possa essere intesa come sostegno per chi, a livello locale, vuole cancellare o rinviare all´infinito gli effetti del referendum. Proprio qui, infatti, nei Comuni e nei cosiddetti Ato (Ambito territoriale ottimale), devono essere avviate le iniziative per la ripubblicizzazione dell´acqua secondo le indicazioni referendarie. Il punto di partenza può essere individuato nei Comuni dove già la gestione dell´acqua è affidata a società per azioni interamente in mano pubblica, che possono essere trasformate in aziende speciali: è già avvenuto a Napoli, e lo stesso può essere fatto a Torino, Milano, Venezia, Palermo.
Ma i movimenti riuniti ieri a Roma hanno indicato anche una strada che affida alla vitalità stessa delle iniziative dei cittadini l´attuazione di quanto è stato stabilito con il voto sul secondo quesito referendario che, per quanto riguarda la gestione del servizio idrico, ha abrogato la norma relativa alla remunerazione del capitale nella misura del 7 per cento. Di fronte all´inadempimento dell´obbligo referendario, sarà lanciata una campagna di "obbedienza civile" per il ricalcolo delle bollette, da pagare senza la remunerazione del capitale. E vi saranno specifiche iniziative giudiziarie.
Questo non è solo un segno della vitalità del movimento dell´acqua, che si conferma come soggetto politico capace di custodire e attuare la volontà dei cittadini. Rappresenta un momento importante della battaglia complessiva per il rispetto della legalità costituzionale.
Si delinea così con nettezza una strategia politica e istituzionale con la quale il governo deve fare i conti.
Può darsi che trovi sostegno debole nella propria maggioranza, dove sono molti quelli che anelano ad una rivincita sul risultato referendario. Ma, legalità costituzionale a parte, questo sarebbe da parte di tutti un segno di incomprensibile miopia politica, un´occasione ulteriore e grave di separazione tra ceto politico e opinione pubblica. Non si può costruire un continuum governoParlamento che contrapponga una propria maggioranza a quella referendaria. Se ci si vuole liberare dalle tossine e dai ricatti dell´antipolitica, bisogna guardare alla buona politica che in Italia si è manifestata con continuità fin dai primi mesi del 2010 e che ha prodotto la partecipazione attiva di 7 milioni di persone alle campagne per le elezioni amministrative e referendaria della passata primavera. Il governo non segua i cattivi consigli di chi incita a liberarsi dalla presa del "movimentismo".
Senza un confronto vitale con la società, il suo respiro sarebbe corto.
Il Parlamento, dal quale si levano voci da vergini violate da parte di chi ne ha segnato l´estrema mortificazione con il voto su Ruby come nipote di Mubarak, vuole ritrovare un suo ruolo? Ha davanti a sé una proposta d´iniziativa popolare per una nuova disciplina dell´acqua firmata da 400mila cittadini. Vi sono due disegni di legge per una nuova classificazione dei beni, con l´introduzione della categoria dei beni comuni, presentati dalla regione Piemonte e dai senatori del Pd. Metta questi testi all´ordine del giorno, ne discuta e il governo, per la parte che gli compete, secondi queste iniziative. E, comunque sia, misuri le sue decisioni con il metro di un´intelligenza politica lungimirante, che non guardi a beni e servizi come ad un´occasione disperata per fare cassa, ma ne consideri il nesso con i diritti fondamentali delle persone, il loro valore "comune" e così consenta pure una loro utilizzazione economica non prigioniera della logica distruttiva del brevissimo periodo.
Una volta di più, i cittadini stanno mostrando intelligenza politica, respiro culturale. Che le istituzioni siano alla loro altezza.

22.11.11

Note sul 15 ottobre - di Toni Negri

Convinti che il 15 ottobre sia stata una grande data di ricomposizione mondiale delle vittime del capitalismo e della crisi, riportiamo di seguito un intervento di Toni Negri in merito alla manifestazione degli indignati del 15 ottobre. Un ulteriore spunto, accanto a quelli già proposti.

18 ottobre 2011 - tratto da uninomade.org
Ero e sono fuori, in queste settimane, in Spagna ed in Portogallo. Non ho seguito direttamente quello che è avvenuto a Roma. Ma sono stato sorpreso, direi sbalordito, nel leggerne cronache e commenti.
1) La divisione tra gli “indignati” e gli altri, i “cattivi”, è stata fatta prima di tutto da La Repubblica, l’organo di quel partito dell’ordine e dell’armonia che ben conosciamo (per non dire degli altri media). Non sembra che il comitato organizzatore della manifestazione si sia indignato molto per ciò. C’era forse un peccato originale alla base di questo oltraggio: chi aveva organizzato la “manifestazione degli indignati” non aveva molto a che fare con le pratiche teoriche e politiche che dalla Spagna si sono estese globalmente, talora in maniera massiccia, altre volte minoritaria: il rifiuto della rappresentanza politica e sindacale, il rigetto delle costituzioni liberali e socialdemocratiche, l’appello al potere costituente. In Italia, invece, un gruppo politico al limite della rappresentanza parlamentare si è appropriato il nome degli Indignados … E ora reclamano: “Lasciateci fare politica”.
2) Ma allora, si dirà, gli indignati “veri” sono i ragazzi che incendiano le macchine e fanno quel gran casino contro la polizia a San Giovanni? Certo che no. Qui nasce tuttavia il grande, se non l’unico problema. Chi possono essere gli unificatori del movimento? Chi costruisce oggi, in Italia, l’unità degli sfruttati, degli indebitati, dei non-rappresentati?
Le risposte a questi interrogativi sono molteplici. Tanti anni fa, Asor Rosa avrebbe detto: quei ragazzi pieni di rabbia appartengono alla “seconda società”, essa è inorganizzabile, essa è la non-politica. Oggi, alcuni rappresentanti del “movimento” diranno: sono estremisti, anarchici e insurrezionalisti, quindi pericolosi, quindi inorganizzabili. È forse vero. La conseguenza sarà allora la medesima che ne trasse Asor trent’anni fa: sono irrappresentabili? Anche qui: forse sì. Ma per questo li escludiamo per principio, prima ancora di aver capito perché erano tanti e di cosa erano l’espressione? Noi non crediamo che il ritornello di Asor Rosa possa valere come pregiudizio. A chi ce lo presentasse come tale, ci rivolgeremmo allora agli Indignados spagnoli ed universali per avere un’altra risposta. Gli Indignados sono un movimento dei poveri – sono anni che andiamo indagando e parlando di precarizzazione lavorativa e esistenziale, di pauperizzazione generalizzata, di esclusione e declassamento, di espropriazione finanziaria, di emarginazione sociale. Tutto questo è prodotto dal Capitale. E a noi sembra che queste lotte debbano essere e siano innanzitutto lotte contro il Capitale.
Dobbiamo ricordarci che laddove, in altri paesi d’Europa che pur conoscono grandi tradizioni di lotta, si è data l’incapacità a mettere insieme tutte le facce della nuova povertà, la sconfitta è stata generale, anche quando i movimenti erano duraturi e forti. La Francia, per esempio, non produce più lotte vincenti da quando il movimento studentesco ha smesso di congiungersi con quello delle banlieues. In Germania, non c’è più lotta da quando i Grünen Realos-pragmatici hanno isolato e liquidato i Fundis – gli occupanti delle case, quelli che lottavano assieme ai migranti, e avevano assunto la dimensione dei quartieri per tentare la costruzione di istituzioni del comune. Dobbiamo tornare a costruire un fronte dei poveri – tutti i poveri, dalla classe media immiserita in giù.
C’è dunque una bella differenza fra stare con i poveri, anche se spaccano tutto, e non starci – considerarli intoccabili, lebbrosi. Loro – quelli che spaccano – hanno diritto a dirci di no, a rifiutarci, a preferire l’isolamento. Ma noi, non per questo li consideriamo estranei alla povertà. Il 14 dicembre, il 15 ottobre, e tante altre volte, li abbiamo visti in azione: alcune periferie della povertà sono scese in piazza. La polizia e i media le hanno immediatamente riconosciute: il potere è spesso bieco ma non è stupido. Perché i movimenti non potrebbero anche loro chiedersi chi sono, e provare a capire prima di giudicare? Forse perché dietro alla puzza al naso degli organizzatori, senti un rigetto di pelle?
3) Il colmo della cecità e della provocazione dei media (e, subito dopo, del Ministero degli Interni) è stato toccato quando hanno scelto di attaccare i movimenti NoTAV e San Precario – vale a dire le due realtà di movimento attualmente più forti. Forse le uniche che non abbiano aperture politiciste e che non siano interessate alla rappresentanza parlamentare, ma che piuttosto sono democraticamente piantate nel reale, nella società civile, e che producono effetti concreti immediati.
Dobbiamo stringerci attorno ai compagni che subiscono queste provocazioni – cosi come attorno agli incarcerati, di cui chiediamo la liberazione senza se e senza ma. Cos’altro fanno gli Indignados di Barcellona per gli arrestati dopo la tentata occupazione della Camera regionale catalana? Hanno riconosciuto che si trattava di un errore politico evidente, ma li difendono comunque in nome dell’unità del movimento. Vogliamo continuare a caricaturare i comportamenti pacifici degli Indignados spagnoli alla maniera di pecore gentili?
4) Oggi solo un progetto costituente può unificare tutti nel movimento. Non un “programma minimo” – un programma che non dia obbiettivi concreti ma solo linee di alleanza sindacale e parlamentare. Perché stupirsi che molti sentano questo programma minimo come un “opportunismo massimo”?
Centrale è invece oggi un progetto costituente che unifichi politicamente, e quindi sappia anche reagire alle eventuali componenti distruttive del movimento. In Spagna, l’elemento qualificante di questa unificazione è stato senz’altro l’acampada. Il vivere insieme nelle piazze. Poi si sono sviluppati comitati di quartiere su cui si sono assommate le funzioni dell’emancipazione concreta del proletariato moltitudinario. Si tratta di camere del lavoro metropolitano e di centri di occupazione e di autogestione delle istituzioni del Welfare ormai disertate dallo Stato.
Ma c’è ben altro. La chiave del modello costituente nella vita condivisa sta nella distruzione della “paura” che troppi ancora sentono, non appena si tratta di stare insieme. Una distruzione praticata con esperienze pacifiche, collettive, di massa – quando questo è possibile -, ma senza mai cedere alla facilità di abbandonare i poverissimi della società, i senza tetto, gli ipotecados, gli indebitati, i nuovi poveri, e tutte le altre vittime del saccheggio capitalistico odierno.
Non aver paura è resistere al potere ed esprimere potenza d’invenzione, di produzione sociale e politica. I ragazzi – quelli che hanno fatto casino – esprimono, con la loro rabbia, non la capacità ma l’incapacità di rispingere la paura del potere. Si può tuttavia probabilmente vincere gli eventuali caratteri distruttivi di alcuni settori del movimento dei poveri – a condizione che si abbia un programma positivo, maggioritario, materialmente definito. Oggi quel programma del comune si è già ampiamente manifestato nei referendum e nelle elezioni municipali, contro le macchine partitiche. Si tratta di procedere su questo terreno.
Svolgere il tema del comune costituente nella lotta rappresenta dunque oggi forza maggioritaria. A Reggio Emilia nel 1960, e a Genova nel 2001, dei compagni sono stati uccisi – ma il movimento non aveva paura, era unito, vinse perché non escludeva nessuno a priori, mise polizia e governi davanti all’evidenza di un irresistibile ostacolo. Oggi, volendo presentarsi con un programma minimo, cercando alleanze in una parte del ceto politico screditata e corrotta quanto lo è il ceto politico di destra, si è finito per rafforzare Berlusconi. Tutti dunque sembrano consapevoli che siamo giunti ad una impasse. Un’impasse di programma prima che di metodo. Ma come metterlo nella testa di coloro che vedono un insorto in ogni povero che non ha più paura?
5) Siamo infine anche di fronte ad un’impasse di metodo. Non erano stati dati obbiettivi al corteo di Roma. Di contro, a Madrid, sono stati i palazzi del potere e le banche ad essere assediate da mezzo milione di Indignados. Gli stessi che, immediatamente dopo, hanno ripreso le loro attività di quartiere, uniti da un’unica organizzazione orizzontale, usando reti, socialnetworks e twitts in modo astuto, chiamando tutti dove c’era bisogno, su uno sfratto come nelle scuole occupate, o negli ospedali autoamministrati.
A Barcellona, duecentomila persone si sono ritrovate: poi si sono formati tre cortei, l’uno ha occupato un ospedale, l’altro l’università ed un terzo un enorme magazzino per farne un centro sociale. A Piazza San Giovanni bisognava invece arrivare per ascoltare i politici di prima, seconda e terza generazione? Vi stupisce che nasca il bordello che c’è stato? Qual è stato il metodo, qual è stata la gestione politica del comune in quel caso?
Attorno al metodo – è bene sottolinearlo – i movimenti italiani conoscono un limite di fondo: mai sono stati capaci di cogliere nell’orizzontalità, nella massificazione del movimento, la singolarità della decisione – la decisione voluta da tutti, e che nasce solo quando se ne parla prima, quando se ne discute a lungo, quando se ne dibatte senza la paura di esser ascoltati, senza aver voglia di esser subito intervistati. Speriamo che quanto è avvenuto non rappresenti l’ultima avventura dei movimenti nati negli anni novanta, che riconobbero nella forma-manifestazione l’evento decisivo. C’è un nuovo movimento oggi, che considera il comune costituente come il suo orizzonte e la discussione senza paura e senza autorità come il suo metodo. Si tratta di lasciargli spazio e voce.
 “Lasciateci fare politica”, dicono alcuni. Certo. Intanto, noi proviamo a costruire il movimento degli Indignados.

Barbara di Tommaso, Io, in movimento fuori dai recinti. E dagli scontri
Loris Campetti, La posta in gioco è una sola:
Immagini:
Riflessioni di un poliziotto:
Francesco Interlenghi, Uno sguardo sul 15 ottobre: