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14.5.12

Bertinotti a Macerata: diritti dei lavoratori e forme della politica.



Non c'è più tempo. 
Le controriforme del Governo Monti stanno radicalmente cambiando il volto del Paese, sfigurato dall'innalzamento dell'età pensionabile (con annesso "danno collaterale" degli esodati), dall'introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione (modifica dell'art. 81 che impedisce qualsiasi uscita "keynesiana" dalla crisi), dalla conferma delle controriforme Gelmini su Scuola e Università. La controriforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, disposta dal ministro Elsa Fornero e giunta il 10 maggio in Parlamento, rappresenta dentro questo quadro un punto di non ritorno ed allo stesso tempo il paradigma dell'attuale illegittimo Governo.
Non c'è più tempo. Ed è necessario rispondere ai dettami governativi e della troika europea (cui FullMonty fa riferimento) con tutte le modalità possibili di mobilitazione: informativa e culturale, ma anche fisica e materiale, scendendo nelle piazze ed occupando i luoghi nostri e del nostro popolo.

Dentro questo percorso di mobilitazione in progress si inserisce, come punto di snodo e rilancio di una lettura altra della realtà, il duplice appuntamento con Fausto Bertinotti di GIOVEDI 17 MAGGIO.
Un duplice appuntamento, all'Università e nella città, per affrontare due punti centrali dentro il percorso di cambiamento che stiamo determinando e vogliamo determinare. Lo sviluppo dei diritti dei lavoratori dalla Costituzione ad oggi, dentro il doppio vettore dell'ampliamento della democrazia sostanziale e la misura del conflitto di classe; e, nel pomeriggio, una discussione aperta e polifonica sulle forme della politica e del cambiamento, sulle potenzialità di trasformazione di strutture obsolete e vuote come i partiti, incapaci di recepire la vitalità e centralità contenutistica dei movimenti territoriali e globali.
Non c'è più tempo. Il coinvolgimento delle istituzioni e delle realtà locali sta ad indicare l'esigenza di un intervento sull'interezza del campo politico e sociale, una volontà di dialogo nella costruzione di un fronte compatto in grado di opporsi e rilanciare il conflitto nella direzione dell'estensione dei diritti, mantenendo la centralità del lavoro come tema focale di ogni progetto di riforma.

Noi ci siamo, come ci saremo il 18 maggio, quando sempre agli Antichi Forni Luigi Cavallaro presenterà il suo ultimo lavoro sull'art.18; iniziativa con la quale lanceremo una vera e propria assemblea di mobilitazione per fermare la controriforma Fornero.
Insieme si può, diceva qualcuno. Ed un altro mondo, oggi, è davvero possibile e necessario.


17.4.12

Lavoro e beni comuni: che ne dite? di Alberto Lucarelli e Ugo Mattei

Articolo del 17.04.2012 su Il Manifesto

Proviamo a dare qualche contenuto concreto alla discussione sul soggetto politico nuovo che si svolgerà il 28 aprile prossimo a Firenze. Così possiamo cominciare a rispondere alle diverse posizioni critiche che sono state avanzate nel dibattito (molto vivo e interessante) che sta svolgendosi sul Manifesto.
Innanzitutto, una decisione che va presa a Firenze, cominciando a sperimentare subito il piacere di decidere collettivamente, è il nome del nuovo soggetto. Il nome non è questione da poco, perché per suo tramite si offre un orizzonte di senso alla nostra operazione politica.

Un nome è poi indispensabile per qualunque uso istituzionale si voglia fare del nuovo soggetto sia prima che alle elezioni del 2013. Ciò risulta di una qualche urgenza perché autorevoli compagni hanno letto nella attuale denominazione di “soggetto politico nuovo” un accento di nuovismo politico. Nulla di più lontano dalle nostre intenzioni. Il nuovismo, la rottamazione, il far pulizia, il giovanilismo sono tutte manifestazioni becere di antipolitica e vanno in una direzione opposta rispetto al nostro scopo di contribuire a un’altra politica che pensi e rifletta prima di lanciare facili slogan e scorciatoie. Noi proponiamo di chiamarci Lavoro e beni comuni (Lbc).

Altri hanno parlato di Democrazia continua. A parte l’acronimo imbarazzante di quest’ultima denominazione, lavoro e beni comuni segnala senza ambiguità che il nostro soggetto politico nasce nel conflitto il quale si sta articolando, a livello globale, sulla ristrutturazione costituente del rapporto fra capitale e lavoro, declinato sulla questione proprietaria e sui beni comuni. Immaginando il soggetto politico nuovo come un “Cln anti-tecnocrazia”, noi collochiamo la nostra proposta come declinazione italiana di una grande resistenza globale. Diremmo quasi, se non fossimo pacifisti senza se e senza ma, che l’Italia deve schierarsi (dando l’ esempio fra le grandi economie occidentali) a fianco dei popoli oppressi del Sud globale, in una guerra mondiale di liberazione contro l’oppressione del neoliberismo che, come i peggiori regimi del ’900, sta devastando il mondo e lo stesso piacere e senso di vivere.
Il rapporto fra capitale e lavoro, contro le plurime declinazioni della sovranità autoritaria, sarà dunque il terreno di sfida e i beni comuni l’orizzonte di senso e di alleanze globali con cui cercare di vincere, stabilendo un’egemonia nuova finalmente sostitutiva di quella neoliberale, divenuta anche da noi sempre più aggressiva, para-fascista e comunque in stridente contrasto coi nostri valori costituzionali. Nome e collocazione politica globale dovrebbero da un lato far chiarezza sulle alleanze possibili e sul grande discrimine politico, e dall’altra ci consentono di superare (non di buttare via ma di contestualizzare storicamente) contrapposizioni che potevano aver senso nel ’900, con la sovranità politica ancora salda negli Stati ma che non ne hanno più oggi che la sovranità è privatizzata a livello globale. È oggi che Lavoro e beni comuni (o come altro si chiamerà) dichiara che “non c’è più tempo”. È sul contesto dell’oggi che deve articolare la sua proposta per il domani. Collocarsi dalla parte del lavoro e affrontare la questione dei beni comuni significa resistere all’accumulo proprietario senza fine, con ogni strumento di lotta politica, sociale e giuridica, a livello globale e locale contemporaneamente.

Cosa faremmo nei nostri primi 100 giorni di governo? Questa è la proposta che dobbiamo cominciare a elaborare a Firenze, per aver pronta fra un anno un’alternativa sistemica credibile. Nulla di meno! Dobbiamo smetterla di parlare di risultati a due cifre come se una rappresentanza parlamentare minoritaria in un Parlamento che non conta più nulla potesse soddisfarci. Forse interesserebbe a qualche politicante in cerca di ricollocazione, non certo a chi vuole liberare l’Italia dalla tirannia tecnocratica ed autoritaria del pensiero unico neoliberale. Avrà senso partecipare alle elezioni, come uno degli strumenti di lotta politica in campo, se si riesce a organizzare una grande alleanza capace di esprimere in modo credibile una proposta di governo del paese che davvero inverta la rotta, proponendo anche a livello globale un modello italiano, che innanzitutto passa dalla piena consapevolezza che il re è nudo.

Proponiamo di seguito un decalogo per la discussione fiorentina. Alcune proposte potrebbero sembrare radicali ma ci paiono percorribili e indispensabili nella ricerca di un modello che faccia l’ interesse del 90% della popolazione. Si tratta di articolare le tre sovranità di cui parlava Tonino Perna, un’operazione che chiunque abbia buon senso non può che voler sottrarre dagli interessi privati multinazionali.

1. Rinegoziare radicalmente il debito pubblico. L’Italia deve dar vita ad un audit serio che si collochi come base per rinegoziare la nostra stessa posizione in Europa. La sovranità monetaria va recuperata senza tabù. La stessa esclusività dell’euro come valuta in circolazione va ripensata.

2. Ri-nazionalizzazione delle principali banche dopo averle sottoposte a audit. Piano quinquennale di attuazione dell’ art. 43 Costituzione in materia economica, alimentare ed energetica di informazione e di cultura. Ricostruzione di un Iri che intervenga a salvaguardia delle aziende in crisi finanziando e supportando il loro progressivo trasferimento ai lavoratori.

3. Azzeramento del budget offensivo della difesa e uscita immediata dell’ Italia da ogni azione di guerra globale, anche se mascherata da intervento umanitario. Muovere passi concreti per una collocazione internazionale dell’ Italia come paese neutrale. Uscita immediata dalla Nato e apertura di negoziato volto a chiudere ogni presenza militare sul nostro territorio.

4. Moratoria immediata su ogni processo di dismissione, privatizzazione o liberalizzazione e contestuale promulgazione di una legge che stabilisca principi chiari e trasparenti sulle condizioni di governo del patrimonio pubblico.

5. Tassa patrimoniale sulla ricchezza mobiliare ed immobiliare con un’aliquota fortemente progressiva. Tassa sullo spreco, il che include l’acquisto e l’utilizzo di Suv ed altri veicoli socialmente dannosi. Utilizzo dei proventi di tale tassazione per l’immediato finanziamento di posti di lavoro per un grande piano pubblico di tutela del territorio e del patrimonio immobiliare.

6. “Reddito minimo” garantito e immediata abrogazione della riforma pensioni e della riforma del lavoro così come concepite dalla tecnocrazia. La retribuzione deve garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

7. “Reddito massimo” controllato: nessuno deve poter guadagnare in nessuna forma oltre una certa cifra annua (250 mila euro è la nostra proposta).

8. Moratoria venticinquennale di ogni grande opera. Riconversione di quanto stanziato a tal fine per opere volte a favorire la libera circolazione delle persone sul territorio a prezzi accettabili ed in condizione degne.

9. Semplificazione radicale dell’ordinamento giuridico e dell’organizzazione amministrativa tramite istituzione di una commissione permanente di monitoraggio e riforma del diritto. Riforma del sistema penale e recupero della funzione riabilitativa della pena. Depenalizzazione dell’uso della droga e di ogni reato connesso col disagio della migrazione tramite politiche di integrazione fortemente proattive.

10. Introduzione di una tassazione seria sulla successione per dare a ogni giovane che nasce in Italia opportunità non troppo diverse da ogni altro. Limiti di durata per la concessione della personalità giuridica privata. Statuto giuridico di diritto pubblico per i partiti politici e per i sindacati.

Si può fare? Si tratta davvero di un programma che può prendere voti solo a sinistra o se ben spiegato parla il linguaggio di un nuovo senso comune? Cominciamo a parlarne a Firenze, tenendo conto che l’egemonia passa attraverso l’abbattimento delle barriere fra destra e sinistra, proprio come ha saputo fare il neoliberismo reagan-tatcheriano, creando una falso realismo che ha portato laburisti, democratici, socialisti e socialdemocratici a di tutto il mondo a perseguire politiche di destra senza neppure saperlo.

26.3.12

Così non si combatte la piaga del precariato

di Luciano Gallino - Repubblica -25.03.12

Lo scopo più importante di una riforma del mercato del lavoro dovrebbe consistere nel ridurre in misura considerevole, e nel minor tempo possibile, il numero di lavoratori che hanno contratti di breve durata, ossia precari, quale che sia la loro denominazione formale. Per conseguire tale scopo sarebbe necessario comprendere anzitutto i motivi che spingono le imprese a impiegare milioni di lavoratori con contratti aventi una scadenza fissa e breve. Di un esame di tali motivi non sembra esservi traccia nelle dichiarazioni e nei testi provvisori rilasciati finora dal governo, tipo le "Linee di intervento sulla disciplina delle tipologie contrattuali" o le modifiche annunciate dell´art. 18. Meno che mai si parla di essi nella miriade di articoli che ogni giorno commentano i passi del governo. Pare stiano tutti mettendo mano alla riparazione urgente di un complesso macchinario rimasto bloccato, senza avere la minima idea di come funziona e com´è fatto dentro. 

Si suole affermare che le imprese fanno un uso smodato dei contratti di breve durata - in ciò incentivati da leggi e decreti sul mercato del lavoro emanate dal 1997 al 2003 e oltre - perché costano meno. Ma non è affatto questo il motivo principale. Le imprese ricorrono a tali contratti, sia pure in misura variabile da un settore all´altro, soprattutto perché essi permettono di adattare rapidamente la quantità di personale impiegato, in più o in meno, alla catena produttiva, organizzativa e finanziaria in cui si trovano ad operare. Nel corso degli anni l´hanno scientificamente costruita loro stesse, la catena, finendo tuttavia per diventarne schiave. Ogni impresa è ormai soltanto un anello che dipende da tutti gli altri. Nessuna impresa produce più nulla per intero al proprio interno, si tratti di un elettrodomestico, un mobile o un servizio pubblicitario. Ciascuna aggiunge un po´ di lavoro a manufatti o servizi che sono già stati lavorati in parte da imprese a monte, quasi sempre situate in Paesi differenti, e saranno ulteriormente lavorati da un´impresa a valle, in altri Paesi. Questo modo di produrre comporta che la regolare attività di ogni impresa dipende da qualità, prezzo, puntualità di consegna di quel che le arriva dalle imprese a monte, non meno che dalla disponibilità delle imprese a valle ad accettare qualità, prezzo, puntualità di quel che essa consegna loro. Per cui l´imperativo di ciascuna è diventato "assumi meno che puoi, appalta ad altri tutto ciò che ti riesce."
Oltre a questa intrinseca dipendenza da ciò che fanno gli anelli che la precedono come da quelli che la seguono, ciascuna impresa sa bene di essere oggetto di continue e implacabili valutazioni di ordine finanziario. Il suo prodotto intermedio può anche essere di buona qualità e rendere elevati utili; nondimeno se sullo schermo di un qualche computer compare che nello Utah, in Pomerania o in Vietnam c´è un´impresa che fa la stessa lavorazione a minor costo, o con maggiori utili, è molto probabile che le commesse spariscano, o arrivi dall´alto l´ordine di chiudere. 
A causa dei suddetti caratteri le catene globali di creazione del valore, come si chiamano, hanno accresciuto a dismisura l´insicurezza produttiva e finanziaria in cui le imprese, non importa se grandi o piccole, si trovano ad operare. Più che mai ai tempi di una crisi che dura da anni, e promette di durarne molti altri. Un rimedio però è stato trovato, con l´aiuto del legislatore dell´ultimo quindicennio: utilizzando grossi volumi di contratti precari le imprese hanno trasferito l´insicurezza che le assilla ai lavoratori. Fa parte di quelle politiche del lavoro chiamate globalizzazione. Quando i rapporti con gli altri anelli della catena vanno bene, un´impresa assume personale mediante un buon numero di contratti di breve durata; se i rapporti vanno male, non rinnova una parte di tali contratti, o magari tutti, senza nemmeno doversi prendere il fastidio di licenziare qualcuno. A fronte di simile realtà strutturale, che riguarda l´intero modello produttivo e la sua drammatica crisi, è dubbio che la riforma in gestazione, salvo modifiche sostanziali in Parlamento, risulti idonea a ridurre il tasso di precarietà che affligge milioni di lavoratori, e meno che mai a farlo presto. In effetti potrebbe intervenire una sorta di scambio perverso: le imprese riducono di qualcosa l´utilizzo dei contratti atipici di breve durata, a causa dell´aumento del costo contributivo previsto dalle citate linee di intervento; però grazie allo svuotamento sostanziale dell´articolo 18, perseguito dal governo con una tenacia che meriterebbe di essere dedicata ad altri scopi, licenziano un maggior numero di lavoratori che si erano illusi di avere un contratto a tempo indeterminato, o di altri che nella veste di apprendisti speravano, anno dopo anno, di arrivare ad averlo. Ma potrebbe anche accadere di peggio: che la precarietà esistente rimanga più o meno tal quale, ma si estenda a settori dove prima ce n´era poca (improvvisi fallimenti aziendali a parte). Lo scenario è pronto: da un lato, dinanzi al cospicuo vantaggio di poter ridurre la forza lavoro senza nemmeno dover licenziare, l´aumento dell´1,4 per cento del costo contributivo dei contratti atipici si configura come uno svantaggio quasi trascurabile. Dall´altro lato, la libertà concessa di licenziare ciascuno e tutti per motivi economici, veri o presunti o inventati, di cui chiunque abbia un´idea di come funziona un´impresa può redigere un elenco infinito, costituisce un formidabile incentivo a modulare quantità e qualità della forza lavoro utilizzata a suon di licenziamenti. Magari assumendo giovani freschi di studi, al posto di quarantenni o cinquantenni tecnologicamente obsoleti, che tanto, una volta perso lo stipendio, non dovranno aspettare più di dieci o quindici anni per ricevere la pensione. Sarebbe un passo verso l´eliminazione del dualismo tra bacini diversi di lavoro, da molti deprecato, ma non esattamente nel modo che la riforma sembrava da principio promettere. Potrebbe il Parlamento ovviare ai limiti della riforma in discussione? In qualche misura sì, se mai si trovasse una maggioranza. Però v´è da temere non possa andare al di là di qualche ritocco, perché se non si tengono in debito conto le cause reali del guasto di un complicato macchinario, è molto difficile che la riparazione vada a buon fine, quali che siano le intenzioni dei riparatori.

24.3.12

Punto di svolta

di Guigo Viale - il Manifesto 23.03.12

L'azzeramento dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non è una misura per rendere flessibile il mercato del lavoro, ma per rendere rigidi (fino al parossismo) il regime di fabbrica e la stretta sui ritmi di lavoro. Certamente nei prossimi mesi e anni ci saranno, uno a uno, o, meglio, quattro a quattro ogni quattro mesi, decine di migliaia di licenziamenti individuali per "motivi economici". Sappiamo già chi verrà colpito, perché da qualche mese i capi girano nei reparti e minacciano i delegati non allineati e gli operai che resistono all'intensificazione del lavoro, annunciando loro che, «appena passa l'abolizione dell'art. 18, sei fuori!». Così, se alla manifestazione della Fiom del 24 febbraio, su 50 mila partecipanti, almeno 40 mila erano lavoratori e lavoratrici della Fiom, possiamo essere sicuri, con uno scarso margine di errore, che, al ritmo di 12 all'anno per azienda, quei lavoratori verranno espulsi dal loro posto di lavoro ottenendo con il tempo quello che Marchionne ha realizzato in un colpo solo, cambiando nome allo stabilimento di Pomigliano e tenendovi fuori tutti i tesserati Fiom. E lo stesso avverrà con altre migliaia di lavoratori, già ben identificati, nella maggior parte delle aziende di altri settori. Se Barozzino, Pignatelli e La Morte, i tre operai della Sata di Melfi licenziati dalla Fiat per rappresaglia contro uno sciopero, ci hanno messo più di un anno per dimostrare le loro ragioni di fronte ai giudici e, nonostante l'ordine di reintegro, non viene loro concesso di rientrare in fabbrica, possiamo immaginare che cosa succederà con le decine di migliaia di lavoratori già in lista per essere licenziati individualmente "per motivi economici".  I quali, per dimostrare di essere stati oggetto di una discriminazione, e non di una esigenza "economica", dovranno andare a cercare tra i loro compagni di lavoro qualcuno disposto a testimoniare in loro favore, sotto la minaccia di entrare così anche lui, nel giro dei successivi quattro mesi, nella lista degli esuberi per motivi "economici".
Così diverse decine di migliaia di lavoratori andranno ad aggiungersi, grazie all'azzeramento dell'articolo 18, all'esercito dei disoccupati senza reddito che i tagli di bilancio, la riforma degli ammortizzatori sociali a costo zero e le crisi aziendali stanno moltiplicando nel nostro paese. Con in più il fatto che, se è quasi impossibile per un giovane trovare oggi un posto di lavoro, per i lavoratori e le lavoratrici di una certa età sarà ancora più difficile, e per quelli usciti dal loro impiego con un licenziamento individuale - cioè con le stimmate di una espulsione discriminatoria - il licenziamento equivarrà all'iscrizione in una lista di proscrizione. È una cosa che le persone di una certa età ricordano bene quando alla Fiat, prima dell'autunno caldo di quarant'anni fa, imperversava il regime imposto da Vittorio Valletta. Siamo ritornati là; anzi peggio, perché allora l'economia tirava mentre adesso non c'è alcuna speranza di tornare in tempi accettabili a una qualsiasi forma di ripresa della crescita. E soprattutto dell'occupazione. Ma l'uscita dalle aziende di alcune decine di lavoratori con posto fisso non apre certo le porte a nuove assunzioni, come è ovvio a qualsiasi persona che non sia in malafede. Semplicemente chiude per sempre davanti ai lavoratori licenziati le porte di un altro impiego. Perché la domanda di lavoro non c'è e non saranno certo le politiche economiche di Monti e della Bce a crearla (basta vedere quello che la Bce ha combinato in Grecia e in Portogallo, paesi solo di un anno davanti a noi nella corsa verso il disastro). Ma quei lavoratori licenziati non avranno più né cassa integrazione (né ordinaria, né straordinaria, né in deroga), né mobilità, né "scivolo" verso il prepensionamento; solo una modesta somma di denaro e un anno di disoccupazione. Poi si ritroveranno per strada senza reddito e con nessuna possibilità di un nuovo lavoro: nemmeno d un lavoro precario: perché se mai ci sarà da assumere qualcuno in un call-center o in una cooperativa di facchinaggio, non andranno certo ad assumere un 40-50enne licenziato, quando è e sarà pieno di giovani più adatti a lavori del genere. Così, nel giro di qualche anno, assisteremo a questo rovesciamento dei rapporti intergenerazionali: se fino ad oggi molti dei giovani assunti in qualche forma di lavoro precario e intermittente hanno potuto contare sulla casa, la pensione, lo stipendio fisso o qualche altra forma di aiuto da parte dei loro genitori, nei prossimi anni saranno i lavoratori anziani (cioè ultracinquantenni) senza pensione né salario a dover contare sui redditi saltuario dei loro figli precari per sopravvivere.Ma se questo è il panorama che ci aspetta fuori delle fabbriche e delle aziende, quello che si prospetta al loro interno è anche peggio. Perché là si vivrà sotto il ricatto permanente del licenziamento individuale "per motivi economici"; e se questo potrà colpire solo pochi lavoratori per volta - non più di dodici all'anno per azienda - funzionerà perfettamente da deterrente per tutti gli altri. Perché, con poche eccezioni, le imprese e l'imprenditoria italiana ormai impegnate a difendere i loro sempre più risicati margini di competitività contando esclusivamente sull'intensificazione dei ritmi di lavoro e la compressione dei salari, non hanno certo la cultura aziendale e la lungimiranza per farsi sfuggire un'occasione del genere: non avrebbero insistito tanto per l'abrogazione dell'art. 18. Posto fisso vuol dire accumulo di esperienza, quel patrimonio aziendale - a patto di saperlo e volerlo valorizzare - che tante imprese italiane hanno sacrificato ai vantaggi offerti dall'ingaggio del lavoro precario e malpagato. L'azzeramento dell'articolo 18 è un invito a continuare su questa strada, perché rinunciare all'esperienza dei lavoratori anziani vuol dire ricominciare ogni volta da capo e mantenersi ai livelli tecnologici più bassi. Così, quello che non sono riusciti a fare Berlusconi, Maroni e Sacconi in 17 anni, Monti lo sta portando a termine in pochi mesi. Il piatto è servito e quello che resta da fare, prima che passi in Parlamento il cosiddetto decreto sul mercato del lavoro - in realtà, sulla disciplina di fabbrica e l'ampliamento dell' "esercito industriale di riserva" - ma anche dopo, se sarà approvato, è continuare ad opporsi senza se e senza ma. La posta in gioco e troppo alta e anche coloro che in azienda non ci sono ancora, non ci sono più, o non ci saranno mai, dovrebbero capirlo e agire di conseguenza. Quale che ne sia l'esito, questa mossa di Monti e Fornero deve diventare per tutti il simbolo dell'ipocrisia, della malafede e della pochezza di questa campagna di governo.

28.1.12

"La fabbrica dell'uomo indebitato. Saggi sulla condizione neoliberista" di Maurizio Lazzarato



Giorno dopo giorno siamo sempre più debitori: nei confronti dello Stato, delle assicurazioni private, delle imprese… E per onorare i nostri debiti siamo sempre più costretti a diventare «imprenditori» delle nostre vite, del nostro «capitale umano». Il nostro orizzonte materiale ed esistenziale viene così del tutto stravolto.
Il debito, tanto privato che pubblico, è la chiave di volta attraverso la quale leggere il progetto di un’economia fondata sul pensiero neoliberista.

Rileggendo Marx, Nietzsche, Deleuze e Foucault l’autore dimostra che il debito è anzitutto una costruzione politica e che la relazione creditore/debitore è il rapporto sociale fondamentale delle nostre società.

Perché il debito non è semplicemente un dispositivo economico, è anche, e soprattutto, una tecnica di governo e di controllo delle soggettività individuali e collettive.
Come sfuggire alla condizione neoliberista dell’uomo indebitato? Per Maurizio Lazzarato la risposta non è semplicemente economica. Ciò che dobbiamo rimettere in discussione è proprio «il sistema del debito» oggi alla base della struttura del capitalismo.

In libreria a fine marzo 2012
Isbn 978-88-6548-042-7
pp 168
euro 12,00

L'autore
Maurizio Lazzarato, sociologo e filosofo, vive e lavora a Parigi dove svolge attività di ricerca sulle trasformazioni del lavoro e le nuove forme di movimenti sociali. In italiano sono disponibili: La politica dell’evento (Rubbettino 2004), Lavoro immateriale. Forme di vita e produzione di soggettività (ombre corte, 1997) e Videofilosofia (manifestolibri, 1997).

Vai alla scheda
http://www.deriveapprodi.org/2012/01/la-fabbrica-delluomo-indebitato/

Vai all'introduzione pubblicata da Alfabeta2
http://www.alfabeta2.it/2011/12/05/la-fabbrica-dell%E2%80%99uomo-indebitato/

Vai alla recensione di Jason Read (in inglese)
http://www.unemployednegativity.com/2011/11/debt-collectors-economics-politics-and.html

Vai alla pagina dell'edizione francese (Editions Amsterdam, 2011)
http://www.editionsamsterdam.fr/articles.php?idArt=200

31.8.11

Manovra, Gianni Rinaldini: «L'unica risposta a questo attacco al lavoro è il conflitto»

Intervista di Roberto Farnesi tratta da Liberazione.

Gianni Rinaldini, lo sciopero generale della Cgil contro la manovra del governo sta ricevendo più consensi dalla società civile che dalla politica. Solo le forze minori della sinistra vi appoggiano, il Pd oscilla tra l’aperta ostilità dell’area liberal e la prudenza del segretario Bersani, il quale si è limitato a dire che il suo partito sarà presente «a tutte le diverse iniziative» che le forze sociali assumeranno. Tra le critiche alla Cgil, la più ricorrente è che scioperare da soli, senza Cisl e Uil, è un errore. Come rispondi?
E’ la solita litania. Ogni volta che decidiamo uno sciopero, l’unica cosa che ci sentiamo dire è «dovete essere uniti». Il che è un modo come un altro per non entrare nel merito delle questioni alla base della nostra mobilitazione. Quando c’è uno sciopero generale, con le relative proposte, uno dice se le condivide o no. Il resto fa parte di quell’incomprensibile linguaggio politicista che poi è alla base della frattura sempre più evidente tra politica e società civile. La cosa che mi impressiona è il fatto che in questa manovra - oltre agli aspetti di iniquità nella redistribuzione della ricchezza, con misure che penalizzano le fasce popolari - c’è un decreto lavoro che rappresenta un’enormità. Nel senso che ci troviamo di fronte alla cancellazione di parte della storia del movimento operaio. Se dovesse passare questa operazione, d’ora in poi attraverso i contratti aziendali si potrà intervenire su tutte le materie relative alla prestazione lavorativa inclusi gli aspetti legislativi, dal controllo degli ambienti di lavoro anche con strumenti audiovisivi, fino alla scelta di non applicare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. In sostanza, salta l’equilibrio costituzionale fondato sui diritti sociali, che sono la sostanza della democrazia, dal momento che quei diritti in quello schema diventano una variabile del mercato. Ora a me pare straordinario che un’operazione di siffatta natura non abbia sollevato l’indignazione delle forze politiche, tanto più di quelle che storicamente avevano rappresentato la sinistra nel nostro paese. Tra l’altro non è un caso che in commissione bilancio del Senato, sul decreto lavoro il Terzo Polo abbia votato assieme al governo. Il che sta a indicare che, quando non c’è il merito, non si fa molta strada.
La Cisl non la vede così drammatica. Per Bonanni il decreto lavoro non è un problema, anzi «rafforza il potere delle parti».
Che non sia preoccupato Bonanni non mi sorprende, perché negli atti compiuti nel corso di questi anni - dal condono fiscale al collegato lavoro - Confindustria, Cisl e Uil hanno perseguito questa strada. Una strada per cui nella globalizzazione non ci sono più vincoli sociali di solidarietà ma tutto viene ricondotto a una logica di mercato. Esattamente ciò che prevede questo decreto.
Secondo Susanna Camusso, l’articolo 8 della manovra «è un tentativo di cancellare l’intesa del 28 giugno con Confindustria», che invece confermerebbe il ruolo primario del contratto nazionale.
Penso esattamente l’opposto. E cioè che non l’accordo ma l’ipotesi di accordo siglata il 28 giugno abbia contribuito ad aprire la strada all’intervento successivo del governo. Così come è stato un errore partecipare al blocco delle forze sociali, sottoscrivendo un documento in sei punti, quando, alla prova dei fatti, è emerso che non c’era nessuna posizione vera di carattere unitario. Oggi i soggetti firmatari del 28 giugno interpretano quell’accordo sostenendo che il decreto lavoro corrisponde a quello che anche la Cgil ha sottoscritto. Mi pare evidente che in queste condizioni quell’accordo non esiste più.
La proclamazione dello sciopero generale da parte della Cgil rappresenta un cambiamento rispetto alla linea del dialogo con Cisl e Uil portata avanti dalla segreteria nei mesi precedenti?
Io credo che questo decreto rappresenti uno spartiacque. A me pare evidente che il sindacato e la Cgil si trovino ad affrontare una situazione totalmente nuova, sconosciuta nella storia repubblicana di questo paese. E quindi lo sciopero generale del 6 non può essere uno sciopero “una tantum” e dopo riprendono le cose come prima. Dobbiamo invece ragionare su come aprire una fase conflittuale nel paese, definendo proposte e pratiche rivendicative che disegnino concretamente una alternativa sociale a quello che sta avvenendo. E’ lì che vedremo se tutta la Cgil è disponibile a questo confronto. In un contesto completamente diverso e molto peggiore, richiamarsi a quelli che sono stati i documenti congressuali lo riterrei un errore.
Però è vero che uno sciopero generale fatto dalla sola Cgil è meno efficace. Davvero l’unità con Cisl e Uil oggi non ha più senso?
Io sono per l’unità sindacale, è nel dna della Cgil. Il problema è che oggi ci troviamo di fronte al fatto che Cisl e Uil hanno scelto, rispetto anche alla crisi dei sindacati provocata dai processi di globalizzazione, un’idea di modello sindacale del futuro che non è quello della Cgil. Ciò fa si che in questa fase non sia all’orizzonte il processo di unità sindacale così come è stato concepito classicamente, perché le differenze tra le organizzazioni sindacali non sono su questo o su quel punto ma sono proprio di carattere strategico. Altra cosa è l’unità d’azione sulle singole questioni, che però può essere possibile nella chiarezza e con le procedure democratiche.
Secondo Bersani, se Cgil Cisl e Uil sono divise è solo per colpa del governo...
Insisto. La cancellazione del contratto nazionale, in una fase di recessione e di crisi, determinerà il fatto che i lavoratori saranno costantemente ricattati dalle aziende: “o accettate le nostre condizioni o vi chiudiamo la fabbrica”. Come ha fatto la Fiat. Ciò rappresenta per questo paese un salto all’indietro di civiltà. Ora, nel merito, dicano se sono d’accordo.
Per la verità, il Pd ha già detto che l’articolo 8 va eliminato
E allora ne traggano le conseguenze.

19.5.11

rEsistenze al lavoro: dentro il conflitto.

Domani c'è il secondo incontro promosso dal Laboratorio Giovanile Sociale: "rEsistenze al lavoro". Dopo aver parlato di democrazia con Gianni Ruocco e Massimo Rossi (link: http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/04/iniziative-costruire-bene-comune.html), si affronta domani la questione del lavoro: il lavoro è il Tema che deve essere centrale nella politica e per la sinistra; nessuna analisi sociale né lotta per i diritti ha senso se non è inserita dentro una grande riflessione sul lavoro.


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"rEsistenze al lavoro"
Venerdì 20 MAGGIO
18:00 Circoscrizione Centro Storico - Via Costa, 10 [davanti al Pozzo]

Presentazione del libro
Ritorno di FIOM di Gabriele Polo

Ne discutono:
Gabriele Polo, direttore editoriale de il Manifesto
Stefano Casulli, Laboratorio Giovanile Sociale
Vincenzo Lavenia, docente UniMc
Luca Baldissara, direttore Centro Studi R 60
Intervengono anche Fiom-Cgil, FLC-Cgil, Movimento degli Studenti, Rete degli Studenti – Medi
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Se il 1980 segna l'inizio della crisi verticale del lavoro e l'inasprimento (diffusione, ramificazione, puntualizzazione) del suo conflitto con il capitale, la realtà odierna ci pone dinnanzi a tante resistenze diffuse che declinano le loro lotte attorno alla questione della precarietà e della formazione.

I movimenti studenteschi e universitari, le altrepratiche messe in campo nei territori, la mobilitazione metalmeccanica impongono di rimettere in discussione i temi della conflittualità sociale e lavorativa.
Lo facciamo partendo dal libro di Gabriele Polo, direttore editoriale del Manifesto, Ritorno di Fiom: un testo che attraverso il dialogo con gli ultimi 3 segretari della Fiom-CGIL, di-spiega l'evoluzione degli ultimi trent'anni riportando al centro la questione del conflitto capitale-lavoro. Far interloquire quest'analisi con le multiformi sofferenze e rEsistenze del nostro territorio sarà compito degli altri importanti relatori del pomeriggio.


La costruzione di un'alternativa radicata e radicale, in grado di comprendere e anticipare i processi, passa per appuntamenti come quello di domani, cui non penso che la cittadinanza che lavora per e pratica il cmabiamento possa mancare.



Stefano

6.5.11

"Ritorno di Fiom" di Gabriele Polo

Laboratorio Giovanile Sociale ha oggi partecipato allo sciopero generale indetto dalla CGIL e alla manifestazione di Macerata. Anche per discutere di questo e soprattutto per andare oltre, ribadisce l'invito a tutt* a prendere parte all'iniziativa promossa per il 20 maggio e che mette assieme tante delle realtà scese in piazza oggi: Fiom-CGIL, FLC-CGIL, Movimento degli Studenti, Rete degli Studenti-Medi. Dopo lo splendido incontro sulla democrazia del 29 aprile, un altro momento per tessere la tela dell'alternativa e rinnovare l'esigenza di un cambiamento culturale in tutto il Paese. Partendo, in questo caso, da un testo incentrato sul maggiore sindacato dei metalmeccanici.








La riflessione infatti prenderà spunto dal libro "Ritorno di Fiom", di Gabriele Polo

Il sindacato metalmeccanico della Cgil è oggi al centro dell'attenzione di attacchi furibondi e di appassionati consensi nell'ambito di una sfida che non riguarda solo le relazioni industriali ma anche la qualità politica e sociale della nostra democrazia. Sfida per un'idea e una pratica del cambiamento che non intende scambiare l'occupazione con la dignità, i diritti e le condizioni di vita dei lavoratori.
La Fiom è un caso unico nel panorama sindacale europeo: compiuti cent'anni alla fine del secolo scorso, i metalmeccanici della Cgil hanno provato a ritornare giovani, ripartendo dal conflitto tra capitale e lavoro, ritrovandosi accanto ai movimenti antiliberisti, diventando un punto di riferimento anche fuori da fabbriche e uffici, cercando nuove strade per la rappresentanza. Storia di una trasformazione e di una sfida democratica: dalla ripresa del conflitto sociale fino allo contro con la Fiat di Marchionne, passando per Genova 2001, nel racconto giornalistico di un quindicennio e nelle interviste agli ultimi tre segretari generali della Fiom.L'autore ricostruisce le trasformazioni sociali ed economiche dell’Italia e le scelte fatte dai metalmeccanici della Cgil in un arco di tempo che coincide, non casualmente, con «gli anni di Berlusconi», l’ultima autobiografia nazionale del Belpaese. Il libro è una cronaca ragionata dei fatti, articolato in tre parti, ciascuna delle quali corredata dall'intervista al segretario generale del periodo – da Claudio Sabattini (1994-2002) a Gianni Rinaldini (2002-2010) a Maurizio Landini (dal 2010).

22.4.11

Lavoro come bene comune

Proponiamo un articolo interessante uscito su Carta pochi giorni fa, che ben si inserisce nel percorso sui beni comuni che il Laboratorio sta per affrontare. Tra l'altro, l'autore - Paolo Cacciari - sarà a Macerata il 31 maggio per presentare il suo ultimo libro ("La società dei beni comuni"), nell'ultima iniziativa di "Costruire bene Comune".


Si sta avvicinando lo sciopero generale [e generalizzato, speriamo] del 6 maggio. Un appuntamento fortemente voluto dalla Fiom. In molte città si sono costituiti comitati Uniti contro la crisi e per lo sciopero generale.
Uno degli aspetti più innovativi [e controversi] delle mobilitazioni dei metalmeccanici dopo Pomigliano e Mirafiori è stato lo slogan «Lavoro bene comune». Di impatto immediato e di facile percezione, è un altro modo di dire: «il lavoro non è una merce». Una affermazione in controtendenza rispetto al processo di individualizzazione del lavoro e di privatizzazione del rapporto di lavoro. Già Karl Polany [1886–1964, l’autore de La grande trasformazione] scriveva che terra [risorse naturali] e lavoro umano sono «merci fittizie», nel senso che non sono «prodotti» in senso proprio da nessuna impresa capitalistica e quindi nessuno se ne può impadronire, comprare e vendere a suo piacimento. Ma non solo. Riconoscere e rivendicare il lavoro come bene comune contiene una proposta in positivo: sottrarre la «forza lavoro» alla disponibilità del mercato e delle sue logiche [sfruttamento al minimo costo, precarizzazione, concorrenza tra lavoratori…] e, contemporaneamente, assegnare al lavoro una funzione sociale generale.
«Lavoro come bene comune» significa considerare il lavoro un patrimonio sociale collettivo, connotato da diritti di cittadinanza e democrazia. Lo stesso valore monetario del lavoro è solo il prezzo simbolico, convenzionale, derivato dal posto che la società decide di attribuirgli. Mani, cervello e tempo, non sono pinze, calcolatori e orologio marcatempo. Sono abilità, pensiero, sentimenti, vita.
Il lavoro può uscire da una dimensione esclusivamente individuale e privata e diventare un «bene comune» solo all’interno di un processo in cui assume alcune specificazioni qualitative. Se si realizzano almeno tre condizioni. Ricordava Friedrich Schumacher [Piccolo è bello, prima edizione del 1973, ora riedito da Slow Food] che la funzione del lavoro è triplice: «dare all’uomo una opportunità di utilizzare e sviluppare le sue facoltà; metterlo in condizione di superare il suo egoismo unendosi ad altri in un’impresa comune; infine, produrre i beni e i servizi necessari a un’esistenza degna». Vediamo in dettaglio queste tre condizioni.
Primo. Il lavoro è parte costitutiva dell’autorealizzazione dell’essere umano. Il lavoro può definirsi un bene solo se si fonda sulla dignità del lavoratore e produce un ritorno di appagamento e di gratificazione in chi lo ha svolto perchè adeguato alle aspirazioni e alle capacità di ciascuno. Il prodotto, il frutto del lavoro, non può essere considerato più importante del lavoratore stesso. Diceva sempre Schumacher: «organizzare il lavoro in modo che perda ogni significato, diventando noioso, degradante o una tortura per i nervi del lavoratore sarebbe poco meno che criminale». Quello che già prima Erich Fromm chiamava «robotismo» della società moderna. «L’impossibilità di progettare il proprio futuro, condanna i lavoratori ad essere soggetti ansiosi, angosciati, smarriti: soggetti la cui esistenza è deturpata dall’incertezza permanente cui sono soggetti» [Mario Alcano, La società-azienda e la biopolitica, in Critica Marxista, 2011]. Per contro, il «lavoro buono» è quello che restituisce soddisfazione a chi lo compie bene.
Secondo. Il lavoro è un bene comune se viene svolto in cooperazione virtuosa, in mutua, creativa e affettuosa collaborazione [non con rivalità] tra tutti coloro che in un modo o in un altro concorrono alla realizzazione dei prodotti. Il lavoro continua a essere lo spazio principale di socializzazione di gran parte degli individui. Si apre qui tutto il campo teorico e sperimentale delle forme di co-decisione e di partecipazione dei lavoratori alle decisioni economiche e aziendali.
Terzo. Il lavoro ha una funzione sociale e diventa un bene sociale comune se è finalizzato alla produzione di manufatti e servizi capaci di soddisfare i bisogni vitali degli individui, quindi utili al miglioramento della vita e delle condizioni della vita su questo pianeta. L’utilità effettiva di un prodotto-merce non è quasi mai determinata dal gioco del mercato. Le attività lavorative devono far proprie e devono essere orientate a risolvere le sfide epocali che l’umanità ha di fronte: la sostenibilità ambientale [quindi evitare il suicidio della specie umana], la lotta alla povertà [quindi il contenimento demografico], l’equità [quindi la giustizia e la democrazia sociale]. Gli obiettivi di rientro nella sostenibilità ambientale e quelli per la dignità del lavoro, devono poter essere posi al centro dell’organizzazione del lavoro e delle politiche economiche.



20.4.11

Iniziative: "Costruire bene Comune",

Il Laboratorio Giovanile Sociale organizza una serie di eventi tematici che vedranno coinvolti vari ospiti per discutere e insieme affrontare le questioni al centro del vivere comune: Democrazia, Acqua e Lavoro.
Invitando tutti a diffondere l'iniziativa, vi aspettiamo.
Il manifesto degli incontri sarà appeso in tutte le facoltà di Macerata con date e orari.
La libertà è partecipazione.






Di seguito riportiamo gli eventi:

* Democrazia insorgente: trasformare la democrazia.

Giovedì 28 Aprile ore 19. AULA A Filosofia, Corso Garibaldi 20, Macerata.
Autoformazione sulla democrazia con Gianni Ruocco.

Venerdì 29 Aprile ore 21.30. Circoscrizione Centro Storico, Via Costa 10.
Incontro dibattito con:
Massimo Rossi, associazione Luoghi Comuni - portavoce Federazione della Sinistra;
Federica Curzi, assessore alle Politiche Giovanili - Comune di Macerata;
Gianni Ruocco, docente Università La Sapienza - Roma;
Alessandro Colella, Laboratorio Giovanile Sociale.



* rEsistenze al lavoro... oltre lo sciopero generale e generalizzato.

Mercoledì 18 Maggio ore 19. AULA A Filosofia, Corso Garibaldi 20, Macerata.
Autoformazione su lavoro conflitto e diritti con Vincenzo Lavenia.


Venerdì 20 Maggio ore 18.00. Circoscrizione Centro Storico, Via Costa 10.
Incontro dibattito e presentazione del libro Ritorno di Fiom con:
Gabriele Polo, giornalista ed ex direttore del Manifesto, autore del libro Ritorno di Fiom
Vincenzo Lavenia, docente Università di Macerata;
Luca Baldissare, docente e direttore del Centro Studi R60.
Stefano Casulli, Laboratorio Giovanile Sociale.
E poi Movimento degli Studenti, Rete degli Studenti Medi Macerata, FIOM-CGIL e FLC-CGIL.


* Giù le mani dall'acqua! Verso il Referendum del 12 Giugno

Lunedì 30 Maggio ore 19. AULA A Filosofia, Corso Garibaldi 20, Macerata.
Autoformazione sui beni comuni con Roberto Mancini.

Martedì 31 Maggio ore 18.00. Circoscrizione Centro Storico, Via Costa 10.
Incontro dibattito e presentazione del libro La società dei beni comuni con:
Paolo Cacciari, rete Democrazia Km 0, presenta il libro La società dei beni comuni.
Sergio Labate, docente Università di Macerata;
Daniele Benedetti, Laboratorio Giovanile Sociale.



Ultimi eventi del Laboratorio:
Da Mirafiori a Macerata, cosa significa essere operai oggi. http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/01/da-mirafiori-macerata-cosa-significa.html
Portare la Palestina a scuola: http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/01/portare-la-palestina-scuola.html

17.3.11

Uniti per lo sciopero, ci vediamo a Roma

Pubblichiamo l'appello di UnitiControLaCrisi per lo sciopero generale del 6 maggio 2011. Il Laboratorio Giovanile Sociale appoggia e parteciperà allo sciopero, in quanto passaggio cruciale (anche su questo blog invocato) per costruire democrazia sostanziale, legare inscindibilmente l'apertura di spazi per nuove soggettività con l'estensione dei diritti, declinando in maniera comune le esperienze e rEsistenze che abitano i territori: le scuole e le Università, le fabbriche e i nuovi luoghi di quel lavoro cognitivo e relazionale che genera nuove schiavitù ma apre spazi davvero ad una riappropriazione del lavoro sociale.
Noi ci siamo e lavoriamo affinché questo appuntamento sia generalizzato ed esteso veramente a tutte le realtà sociali.

Il prossimo 6 maggio lo sciopero generale indetto dalla Cgil si presenta come una grande occasione per il cambiamento nel nostro paese.

Non sarà una data rituale, e questo è gia dimostrato non solo per come è stato letteralmente costruito dal basso, dalle lotte di questi mesi, ma anche dal fatto che l'indizione delle «quattro ore» fatta dalla segreteria è già stata estesa all'intera giornata da molte categorie, dal commercio alla funzione pubblica, alle telecomunicazioni agli edili, e proposta dal segretario generale dei metalmeccanici alla propria categoria. In questi mesi le lotte per i diritti, la democrazia e la dignità hanno attraversato piazze e strade da sud a nord, riempiendosi di centinaia di migliaia di persone, donne e uomini che dall'università e dalla fabbrica, dalle loro case dai loro territori, sono usciti rendendo visibile un'idea altra e diversa di società da quella che sembra essere l'unica possibile, quella imposta dai fatti che accadono uno dopo l'altro e ci precipitano addosso dall'alto. Sembra ineluttabile infatti il declino a cui è condannata la condizione del lavoro, ridotta a una compravendita di corpi e intelligenze al massimo ribasso, privata di diritti e dignità, schiava delle imposizioni di chi accumula enormi quantità di denaro e potere grazie alla rendita sulle speculazioni finanziarie.

A Pomigliano e Mirafiori, nella scuola o all'università, chi governa lo fa in funzione degli interessi privati di pochi, trasformando i beni comuni, siano essi i diritti o le risorse, la conoscenza o la ricchezza generale prodotta, in qualcosa che è «privato», di pochi e per gli scopi di pochi. La democrazia diviene così il campo libero di manovra di una rete di oligarchie, le cricche, le caste, i potentati di affari, le lobbies senza scrupolo alcuno, le bande di arraffoni, corrotti, mafiosi. La democrazia viene svuotata perché «privata» del controllo pubblico sulle scelte che riguardano tutti; separata dalla giustizia sociale che è il suo fine.

Noi crediamo che sia giunto il momento di dire basta. È il momento di affermare con la forza di una partecipazione ed impegno civile e sociale che non vi è più alcuna differenza tra le lotte contro il ddl Gelmini e quelle degli operai e operaie della Fiat, tra la battaglia democratica contro l'oligarchia al potere e le sue nefandezze pubbliche e private e quella per la dignità delle donne sul lavoro e nella società. Non deve più esserci nessuna separazione tra democrazia e diritti, tra costituzione formale e materiale. Aggravata dalla proposta del ministro della Giustizia di rendere la Corte Costituzionale dipendente dal governo di turno.

Le lotte di questi mesi ci hanno mostrato un altro paese, orgogliosamente vicino alla vita vera, quella piena di difficoltà e di incertezze, di chi ha poco, di chi deve guadagnarsi tutto, conquistarsi passo passo ogni cosa. Il vento che arriva dal sud di questa Europa, ci dice che insieme, in tanti e diversi, possiamo sconfiggere ciò che sembra invincibile, possiamo e dobbiamo sconfiggere la violenza della guerra contro le popolazioni che manifestano in strada e allo stesso tempo l'idea che la democrazia si possa esportare con i bombardamenti. Possiamo e dobbiamo far tornare a vivere la lotta per la pace e dare un corpo comune ai sogni e alle speranze, trasformando la resistenza e l'indignazione in un'idea di nuova società, di nuova democrazia.

È per questo che riteniamo lo sciopero generale l'occasione di praticare insieme questo esercizio di libertà, di essere tutti uniti perché il 6 maggio questo paese si fermi veramente e guardi come prendere in mano il suo futuro. A partire anche dal percorso di Uniticontrolacrisi che ha avuto origine nella grande manifestazione della Fiom del 16 ottobre scorso, facciamo appello a tutti coloro che si stanno mobilitando nei propri luoghi di vita, nelle industrie, nell'università e nella scuola, nelle realtà del lavoro autonomo di seconda generazione, agli intellettuali, agli artisti e a tutto il mondo della conoscenza e dell'informazione, ai comitati ambientali e a coloro che si battono con i migranti per i diritti negati, alle donne, perché questo sciopero sia costruito dal basso, città per città, quartiere per quartiere, e si concretizzi in una grande e lunghissima giornata di protesta e proposta. Uno sciopero che sappia unire l'indignazione con la lotta per i diritti sociali, che sia quindi una sollevazione del popolo della nuova democrazia e della nuova società. Per costruirlo insieme bisogna cominciare subito a mescolarci gli uni con gli altri, a confrontarci tra tanti e diversi su come fare, su cosa significhi «bloccare il paese». Auspichiamo che si possa trovarci a discuterne in una grande assemblea nazionale il prossimo 25 marzo a Roma, a ridosso della manifestazione in difesa dell'acqua pubblica e per i referendum. La primavera è già iniziata.


* Gianni Rinaldini, Gino Strada, Don Andrea Gallo, Maurizio Landini, Luca Casarini, , Loris Campetti, , Michele De Palma, Rossana Rossanda, Moni Ovadia, Paolo Flores d'Arcais, Giorgio Cremaschi, Luciano Gallino, Andrea Alzetta, Francesco Raparelli, Betty Leone, Vilma Mazza, Marco Bersani, Luca Tornatore, , Gianmarco de Pieri, Paolo Cognini, Roberta Fantozzi, Eva Gilmore, Roberto Iovino, Emiliano Viccaro, Luca Cafagna, Simone Famularo, Eva Pinna, Giuliano Santoro, Simona Ammerata, Antonio Musella, Claudio Riccio, Mariano Di Palma, Giuseppe De Marzo, Roberto Giudici, Franz Purpura, Claudio, Sanita, Matteo Jade, Massimo Torelli, Guido Viale, Ugo Mattei.*Uniti contro la crisi*

23.2.11

Sciopero generale: un momento storico.

Quanto sta avvenendo nei Paesi dell'Africa del Nord ci interroga sulla fase storica che stiamo vivendo e sulle strategie da mettere in campo per mutare profondamente il nostro regime politico-economico.
La richiesta di diritti sul lavoro e la difesa del contratto nazionale di lavoro in Italia e quella di occupazione e reddito in Tunisia.
Gli scioperi di Mirafiori e Pomigliano, le manifestazioni del 16 ottobre e del 28 gennaio, la Fiom, e quelle dei comitati nordafricani in mobilitazione.
Le battaglie per un nuovo welfare e una riforma del lavoro e quelle per l'abbassamento del prezzo del pane.
Le piazze piene per una democrazia radicale e una riforma del sistema politico, e quelle contro le dittature.

Da almeno 40 anni non si ponevano le basi per una mobilitazione globale in grado di determinare, su terreni culturali e sociali differenziati seppur sempre più integrati, una modifica alla struttura sociale e politica di radicale profondità.
Nel nostro Paese, e in tutto l'Occidente, l'impianto di produzione culturale sta imponendo una ricostruzione dei fatti che circoscrive all'area del bacino meridionale del Mediterraneo i conflitti, risolti e limitati a richieste di democrazia (à la americana!) e destituzione di dittatori. Questo racconto non solo rimuove alcune questioni cruciali (il rapporto con Ben Alì, Mubarak, Gheddafi, il ruolo coloniale e post-coloniale giocato dalle forze transnazionali e finanziarie, le asimmetrie degli accordi, il ruolo giocato dalla fortezza UE in questi anni) ma ci spinge a volgere, e là fermare, il nostro sguardo oltremare, velando i nessi esistenti tra la crisi di sistema di quei Paesi e le distorsioni e forzature presenti nel nostro.
Le rivolte messe in moto via internet dagli studenti e studentesse algerin*, quelle de* lavoratori/trici di quel cognitivo che sempre più si fa spazio anche in Africa, quelle dei padri e delle madri di famiglia che esigono garanzie e sicurezza, oltre che autodeterminazione, sono strettamente collegate ed hanno le stesse radici delle nostre.

Per questi motivi (senza dubbio da approfondire e articolare ulteriormente) oggi c'è urgenza di uno SCIOPERO GENERALE, inteso come MOBILITAZIONE NAZIONALE A OLTRANZA DEI LAVORATORI E DEI DISOCCUPATI, DEGLI STUDENTI E DEL MONDO DELLA CULTURA, DELLE DONNE E DELLA SOCIETA' CIVILE, dando vita ad una rifondazione della società e del sistema politico di rappresentanza partendo da alcuni punti chiari:

-reddito di cittadinanza;
-tassa sulle delocalizzazioni;
-rimozione della legge Ronchi per la privatizzazione dell'acqua e di quella Gelmini sull’Università;
-STOP al finanziamento agli aerei F-35 e ritiro delle truppe dall'Afghanistan;
-riforma locale e nazionale del sistema elettorale;
-legge sul conflitto d'interessi e per il limite di legislature;

Convocare con queste intenzioni uno sciopero generale (magari internazionalizzato), potrebbe avere un effetto dirompente e testimonierebbe di una consapevolezza storica notevole.
Stefano

14.1.11

Da Mirafiori a Macerata, cosa significa essere operai oggi.


MARTEDI 18 GENNAIO, ore 21,45
Sala Polifunzionale - Arci, Via Verdi 10
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Da Mirafiori a Macerata, cosa significa essere operai oggi
[autoformazione collettiva]
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Rossella Marinucci, Segretaria Provinciale Fiom Macerata

Laboratorio Giovanile Sociale

e gli operai della provincia di Macerata
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danno vita ad un momento di formazione e presa di coscienza collettiva, a partire dalla questione Fiat e dal referendum di Mirafiori, sino ad analizzare le forme e le pratiche da mettere in campo per un'efficace azione sul territorio che dia priorità ai diritti e alla vita dei lavoratori.

E' possibile segnarsi all'evento su Facebook: http://www.facebook.com/home.php#!/event.php?eid=102477176493524

14.10.10

Con la Fiom: sabato LGS a Roma

Il Laboratorio Giovani a Sinistra appoggia la manifestazione della FIOM che si terrà a Roma sabato 16 ottobre 2010. Riteniamo che in un momento di cambiamento e crisi del sistema economico capitalistico, la via per uscirne non possa essere quella che conduce alla riduzione dei diritti e della sicurezza del lavoro e sul posto di lavoro. Riteniamo che quanto fatto da Marchionne, simbolo della svolta autoritaria e ademocratica impressa dalle principali aziende del Paese, rappresenti l'ennesimo, e tuttavia decisivo, passaggio verso la svalorizzazione della dignità delle persone e dei lavoratori.
Per informazioni o iscrizioni alla manifestazione:
Matteo Pintucci, CGIL, 348.5908213

Ecco alcuni contributi di intellettuali:
http://www.fiom.cgil.it/eventi/2010/10_10_16-manifestazione_nazionale/default.htm

28.7.10

Uccidere per il lavoro.

A Roma un uomo uccide il suo datore di lavoro da cui temeva di essere licenziato. A Lucca l´ex dipendente di un´azienda, che aveva perso il posto sei mesi fa, fa fuoco su due dirigenti, li ammazza e poi si suicida. Due tragedie in due giorni. Il lavoro come questione di vita o di morte, letteralmente: per il lavoro si uccide e ci si uccide.

La cronaca di questi mesi, non solo in Italia, ci ricorda che nei paesi sviluppati il lavoro - remunerato - non è solo il mezzo per ottenere il reddito necessario a soddisfare i propri bisogni, ma ciò che letteralmente legittima lo stare al mondo, proprio e altrui. Solo chi lavora in modo remunerato è un cittadino a pieno titolo, come ci ricordano innumerevoli documenti nazionali e internazionali. Il resto, incluso il lavoro non pagato, familiare o volontario, conta poco come fonte di riconoscimento sociale.
Non ci si può stupire allora se qualcuno, quando perde il lavoro, perde anche la testa e attenta alla propria o altrui vita. C´è chi uccide chi lo ha licenziato, ma c´è anche chi si uccide perché ha perso il lavoro e chi lo fa perché non è più in grado di garantirlo ai propri dipendenti. In tutti questi casi la perdita del lavoro, e della propria collocazione rispetto ad esso, sembra incrinare così fortemente le basi della identità individuale, della propria ragione d´essere e stare al mondo, che non vale più la pena di vivere. Altre dimensioni, altri rapporti - famigliari, di amicizia o altro - non sembrano riuscire a sostituire quel vuoto. Senza arrivare ad uccidersi c´è chi si isola, riduce i contatti sociali perché si vergogna o non si sente all´altezza, entra in depressione.
Sono fenomeni studiati già negli anni della grande depressione, negli anni trenta del Novecento. I sistemi di protezione sociale, in modo più o meno efficace e universale, hanno ridotto l´impatto negativo della perdita del lavoro sulle condizioni di vita quotidiana. Ma la centralità del lavoro nello strutturare l´identità soggettiva e sociale soprattutto dei maschi adulti è persino aumentata. Il lavoro è diventato insieme un dovere e un diritto. Allo stesso tempo, il soggetto da cui questo diritto si può esigere è sempre più de-personalizzato, de-localizzato, così come si sono de-localizzati i meccanismi e i luoghi dell´incontro tra la domanda e offerta di lavoro, come mostra da ultimo il caso Fiat.
Quando, invece, c´è vicinanza fisica, conoscenza personale, l´attribuzione delle responsabilità sembra più lineare, ma i cortocircuiti più facili. Il suicidio del piccolo imprenditore che non può più pagare gli stipendi e l´omicidio del proprio datore di lavoro da parte di chi è stato licenziato sono le due facce, opposte, dello stesso fenomeno: la personalizzazione estrema come reazione alla perdita del controllo. Il primo non regge il peso di una responsabilità che sente tutta sua, anche se è egli stesso vittima di meccanismi che non controlla del tutto. Il secondo concentra tutte le responsabilità del proprio fallimento sociale nella sola figura a lui nota nella catena delle circostanze che hanno portato al licenziamento.
Certo, sono casi estremi e non vanno generalizzati. E l´omicidio non ha giustificazioni. Ma varrebbe la pena di vederli come spie non solo del disagio oggettivo in cui si trova chi perde il lavoro oggi, senza realistiche speranze di trovarne un altro a breve, ma di una società fondata sul lavoro remunerato come fonte principe di identità personale e integrazione sociale. Una società che non è in grado né di garantire il lavoro né di offrire e sostenere altri modelli di identificazione possibile, meno totalizzanti nella loro unidimensionalità.

26.7.10

Fiat, lettera di un operaio: «Caro Sergio, saremo noi a perdere tutto».

Caro Sergio, Non posso nascondere l’emozione provata quando ho trovato la sua missiva, ho pensato fosse la comunicazione di un nuovo periodo di cassa integrazione e invece era la lettera del «padrone», anzi, chiedo scusa: la lettera di un collega. Ho scoperto che abbiamo anche una cosa in comune, siamo nati entrambi in Italia. Mi trova d’accordo quando dice che ci troviamo in una situazione molto delicata e che molte famiglie sentono di più il peso della crisi. Aggiungerei però che sono le famiglie degli operai, magari quelle monoreddito, a pagare lo scotto maggiore, non la sua famiglia. Io conosco la situazione più da vicino e, a differenza sua, ho molti amici che a causa dei licenziamenti, dei mancati rinnovi contrattuali o della cassa integrazione faticano ad arrivare a fine mese. Ma non sono certo che lei afferri realmente cosa voglia dire.

Quel che è certo è che lei ha centrato il nocciolo della questione: il momento è delicato. Quindi, che si fa? La sua risposta, mi spiace dirlo, non è quella che speravo. Lei sostiene che sia il caso di accettare «le regole del gioco» perché «non l’abbiamo scelte noi». Chissà come sarebbe il nostro mondo se anche Rosa Lee Parks, Martin Luther King, Dante Di Nanni, Nelson Mandela, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Emergency, Medici senza Frontiere e tutti i guerrieri del nonostante che tutti i giorni combattono regole ingiuste e discriminanti, avessero semplicemente chinato la testa, teorizzando che il razzismo, le dittature, la mafia o le guerre fossero semplicemente inevitabili, e che anziché combatterle sarebbe stato meglio assecondarle, adattarsi. La regola che porta al profitto diminuendo i diritti dei lavoratori è una regola ingiusta e nel mio piccolo, io continuerò a crederlo e a oppormi.

Per quel che riguarda Pomigliano, le soluzioni che propone non mi convincono. Aumentare la competitività riducendo il benessere dei lavoratori è una soluzione in cui gli sforzi ricadono sugli operai. Lei saprà meglio di me come gestire un’azienda, però quando parla di «anomalie» a Pomigliano, non posso non pensare che io non conoscerò l'alta finanza, ma probabilmente lei non ha la minima idea di cosa sia realmente, mi passi l’espressione, «faticare».

Non so se lei ha mai avuto la fortuna di entrare in una fonderia. Beh, io ci lavoro da 13 anni e mentre il telegiornale ci raccomanda di non uscire nelle ore più calde, io sono a diretto contatto con l’alluminio fuso e sudo da stare male. Le posso garantire che è già tutto sufficientemente inumano. Costringere dei padri di famiglia ad accettare condizioni di lavoro ulteriormente degradanti, e quel che peggio svilenti della loro dignità di lavoratori, non è una strategia aziendale: è una scappatoia. Ma parliamo ora di cose belle. Mi sono nuovamente emozionato quando nella lettera ci ringrazia per quello che abbiamo fatto dal 2004 ad oggi, d’altronde come lei stesso dice «la forza di un’ organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano». Spero di non sembrarle venale se le dico che a una virile stretta di mano avrei preferito il Premio di risultato in busta paga oppure migliori condizioni di lavoro. Oppure poteva concedere il rinnovo del contratto a tutti i ragazzi assunti per due giorni oppure una settimana solo per far fronte ai picchi di produzione, sfruttati con l’illusione di un rinnovo e poi rispediti a casa. Lei dice che ci siete riconoscenti. Ci sono molti modi di dimostrare riconoscenza. Perché se, come pubblicano i giornali, la Fiat ha avuto un utile di 113 milioni di euro, ci viene negato il Premio di produzione? Ma immagino che non sia il momento di chiedere. D’altronde dopo tanti anni ho imparato: quando l’azienda va male non è il momento di chiedere perché i conti vanno male e quando l’azienda guadagna non è il momento di fermarsi a chiedere, è il momento di stringere i denti per continuare a far si che le cose vadano bene.

Lei vuole insegnarci che questa «è una sfida che si vince tutti insieme o tutti insieme si perde». Immagino che comprenda le mie difficoltà a credere che lei, io, i colleghi di Pomigliano e i milioni di operai che dipendono dalle sue decisioni, rischiamo alla pari. Se si perderà noi perderemo, lei invece prenderà il suo panfilo e insieme alla sua liquidazione a svariati zeri veleggerà verso nuovi lidi. Noi tremeremo di paura pensando ai mutui e ai libri dei ragazzi, e accetteremo lavori con trattamenti ancora più più svilenti, perché quello che lei finge di non sapere, caro Sergio, è che quello che impone la Fiat, in Italia, viene poi adottato e imposto da ogni altro grande settore dell’industria.

Spero che queste righe scritte con il cuore non siano il sigillo della mia lettera di licenziamento. Solo negli ultimi tempi ho visto licenziare cinque miei colleghi perché non condividevano l’idea «dell’entità astratta, azienda». Ora chiudo, anche se scriverle è stato bello. Spererei davvero che quando mi chiede se per i miei figli e i miei nipoti vorrei un futuro migliore di questo, guardassimo tutti e due verso lo stesso futuro. Temo invece che il futuro prospettato ai nostri figli sia un futuro fatto di iniquità, di ingiustizia e connotato da una profonda mancanza di umanità. (...) Un futuro in cui si devono accettare le regole, anche se ingiuste, perché non le abbiamo scelte noi. Sappia che non è così, lei può scegliere. Insieme, lei e noi possiamo cambiarle quelle regole, cambiarle davvero, anche se temo che non sia questo il suo obbiettivo (...). A lei le cose vanno già molto bene così. Sappia che non ha il mio appoggio e che continuerò ad impegnarmi perché un altro mondo sia possibile. Buon lavoro anche a lei.

Massimiliano Cassaro