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24.5.11

Il manifesto politico di “Democracia Real YA!”

Eliminazione dei privilegi della classe politica:
Stretto controllo sull’assenteismo. Istituzioni di sanzioni specifiche per chi non onori le proprie funzioni pubbliche.
Eliminazione dei privilegi nel pagamento delle tasse, nel conteggio dei contributi lavorativi e nel calcolo degli anni per ottenere la pensione.

Equiparazione dello stipendio degli eletti al salario medio spagnolo con la sola aggiunta dei rimborsi indispensabili all’esercizio delle funzioni pubbliche.
Eliminazione dell’immunità associata all’incarico. I delitti di corruzione non prescrivono.
Pubblicazione obbligatoria del patrimonio di chiunque ricopra incarichi pubblici.
Riduzione degli incarichi “a chiamata diretta”.
Contro la disoccupazione:
Ridistribuzione del lavoro stimolando la riduzione della giornata lavorativa e la contrattazione fino ad abbattere la disoccupazione strutturale (sarebbe a dire raggiungere un tasso di disoccupazione inferiore al 5%)
In pensione ai 65 anni e nessun aumento dell’età pensionabile fino all’eliminazione della disoccupazione giovanile.
Vantaggi per le imprese con meno del 10% di contratti a tempo.
Sicurezza nel lavoro: divieto del licenziamento collettivi o per cause oggettive nelle grandi imprese che non siano in deficit, controlli fiscali alle grandi imprese per evitare il lavoro a tempo determinato quando invece potrebbero assumere a tempo indeterminato.
Reintroduzione dell’aiuto di 426 euro a persona/mese per i disoccupati storici.
Diritto alla casa:
Esproprio statale delle case costruite in forma massiva e che non siano state vendute: diventeranno case popolari.
Aiuti per l’affitto ai giovani e a chiunque si incontri in condizioni di bassa disponibilità economica.
Si permetta, in caso di impossibilità nel pagare l’ipoteca, la sola riconsegna della casa.
Servizi pubblici di qualità:
Eliminazione delle spese inutili delle amministrazioni pubbliche e creazione di un organo indipendente di controllo dei bilanci e delle spese.
Assunzione di tutto il personale sanitario in attesa di assunzione.
Assunzione del personale in attesa nel settore dell’educazione per garantire una giusta proporzione alunni/insegnanti, un adeguato numero di professori di supplenza e i professori di appoggio (ndr ai diversamente abili).
Riduzione delle tasse universitarie ed equiparazione dei prezzi dei master a quelli della normale carriera universitaria.
Finanziamento pubblico alla ricerca per garantirne l’indipendenza
Trasporto pubblico poco costoso, di qualità ed eco-sostenibile: reintroduzione dei treni che ora vengono eliminati per far spazio all’alta velocità ed quindi dei relativi prezzi originari.

Riduzione dei prezzi degli abbonamenti al trasporto pubblico, riduzione del traffico su gomma all’interno dei centri urbani, costruzione di piste ciclabili.
Servizi sociali locali:

applicazione definitiva della Ley de Dependencia (assistenza alle persone dipendenti, per malattia o vecchiaia), istituzioni delle reti di assistenza locali e municipali e dei servizi locali di mediazione e tutela.
Controllo delle banche:
Divieto di qualsiasi tipo di salvataggio o iniezione di capitale pubblico. Le banche in difficoltà dovranno fallire o essere nazionalizzate per tramutarsi in banche pubbliche sotto controllo sociale.
Aumento della tassazione alle banche in forma proporzionale alla spesa sociale provocata a conseguenza della cattiva gestione finanziaria.
Restituzione alle finanze pubbliche dei prestiti statali concessi nel tempo.
Le banche spagnole non possono investire nei paradisi fiscali.
Sanzioni nei casi di cattiva prassi bancaria e di speculazione.
Fisco:
Aumento delle detrazioni d’imposta sui grandi capitali e le entità bancarie.
Eliminazione del Sicav (società d’investimento a capitale variabile)
Reintroduzione della tassa sul patrimonio.
Controllo reale ed effettivo sulle frodi fiscali e sulla fuga di patrimoni verso i paradisi fiscali.
Proporre la “Tobin Tax” a livello internazionale.
Libertà civili e democrazia partecipativa:
No al controllo di Internet. Abolizione della legge Sinde (che disciplina diversi aspetti del diritto d’autore in Rete e del peer to peer)
Protezione della libertà d’informazione e del giornalismo d’investigazione.
Istituzione di referendum obbligatori e vincolanti per questioni di grande importanza e che modificano le condizioni generali di vita dei cittadini.
Istituzione di referendum obbligatori prima dell’introduzione e l’applicazione delle norme europee.
Modifica della legge elettorale per garantire un sistema veramente rappresentativo e proporzionale e che non discrimini nessunn partito
politico nè volontà popolare, una nuova legge elettorale che veda rappresentati anche i voti in bianco o quelli nulli.
Indipendenza del Potere Giudiziario: riforma del Ministero della Giustizia per garantirne l’indipendenza, il Potere Esecutivo non potrà
nominare membri del Tribunale Costituzionale o del Consiglio Generale del Potere Giuridico (il CSM italiano).
Presenza di meccanismi effettivi che garantiscano democrazia interna ai partiti politici.
Riduzione delle spese militari.

21.5.11

Inedito: testimonianza diretta dalla mobilitazione in Spagna

Riportiamo di seguito la testimonianza di uno dei giovani spagnoli che occupano le piazze delle maggiori città spagnole. Un racconto e un'analisi inedita che ci spiega cosa sta succedendo, cosa succederà, perché e in quali modi si sta protestando. Appena possibile la traduzione in italiano.


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Desde el domingo 15 de mayo, España está sumida en una de las mayores movilizaciones ciudadanas desde la Transición. Decenas de miles de personas han salido a la calle para reivindicar sus derechos democráticos y reclamar un reparto más justo de la riqueza en estos tiempos de crisis.

Protagonistas e historia
La plataforma ciudadana Democracia Real Ya (DRY) promovió manifestaciones en todas las capitales de provincia de España bajo el lema: Toma la calle. No somos mercancía en manos de políticos y banqueros. La convocatoria se difundió rápida y eficazmente entre los colectivos juveniles, especialmente a través de las redes sociales.
Decenas de asociaciones ciudadanas secundaron la convocatoria. Junto con DRY, una de las más activas ha sido la asociación No les votes, surgida como reacción frente a la llamada Ley Sinde, que restringe las posibilidades de descargar gratuitamente contenidos de Internet y establece un sistema de control de páginas web.
Cualquier asociación puede adherirse al movimiento bajo una condición: no debe guardar ningún tipo de filiación con cualquier sindicato o partido político. El movimiento no apoya explícitamente ninguna opción política; tampoco llama a la abstención, al voto nulo o al voto en blanco. Cada uno expresa libremente su opinión y su voto para la opción que desee.
En este momento los principales protagonistas son los jóvenes; sin embargo, en las concentraciones hay personas de todas las edades. La indignación y la esperanza de un cambio son los principales puntos de unión. Estudiantes, parados, trabajadores, pensionistas, pequeños empresarios; todos los grupos sociales están representados.

Las causas de la protesta
Desempleo
. Una tasa de paro del 20% y una cifra absoluta cercana a los 5 millones de personas buscando trabajo. La Administración sólo convoca 1 de cada 10 plazas de funcionario que quedan vacantes: reducción de puestos de trabajo estatales. Despidos masivos en grandes multinacionales incluso habiendo declarado beneficios millonarios. 1 millón de hogares en los que ninguno de sus miembros percibe ningún tipo de ingreso.

Déficit democrático
. Tenemos una de las leyes electorales más desproporcionales de Europa. Los sindicatos mayoritarios apenas representan a un 20% del total de trabajadores. Más de 50 políticos españoles imputados en casos de corrupción se presentan como candidatos a las elecciones municipales del 22 de mayo. Los máximos dirigentes judiciales son nombrados por los partidos políticos mayoritarios (PSOE-PP) y acostumbran a adoptar sus sentencias en función de la postura política del partido que les situó en el cargo.

Indignación ciudadana
. Rescates multimillonarios a bancos y entidades financieras. Conversión de las cajas de ahorros (con representantes políticos en sus consejos de administración) en bancos privados ordinarios. Evasión de impuestos, paraísos fiscales, SICAV (sociedades de inversión que se benefician de una importante reducción de impuestos). Reducción del salario de los funcionarios públicos. Recortes anunciados en infraestructuras, cooperación al desarrollo y, en algunas regiones, servicios públicos. Privatización de lo poco que queda de las empresas públicas estatales.

Formas de movilización
Manifestación inicial. El 15 de mayo se convocaron manifestaciones en todas las capitales de provincia de España: 50 ciudades. Tuvieron un éxito mucho mayor de lo esperado; al menos 20.000 personas se reunieron en Madrid y otras 10.000 en Barcelona. Decenas de miles en toda España. Esa misma noche, en vista del éxito de la convocatoria, grupos de manifestantes decidieron continuar la lucha acampando en lugares emblemáticos de Madrid y Barcelona.

Asambleas. Desde entonces, en las principales ciudades del país han sido convocadas nuevas acampadas. Todos los días se celebra una o más asambleas donde se toman decisiones sobre:
-Continuación de la movilización
-Organización de las acampadas
-Críticas al modelo social y político vigente
-Propuestas políticas concretas
El funcionamiento es perfectamente horizontal. Todo el mundo puede pedir la palabra y participar.

Concentraciones. Por las tardes a las 20h00 o las 21h00 se convocan concentraciones ciudadanas en los lugares de acampada. Es el momento de máxima afluencia de personas. Cada día desde el domingo ha aumentado el número de asistentes. En esas concentraciones, se lee el manifiesto, se anima a participar a los asistentes (si el número de personas lo permite) y se leen comunicados o poemas. Actualmente, se leen también las propuestas concretas que han ido planteándose en las asambleas.

Acampadas. Los campamentos están organizados por comisiones. Las más comunes son: comunicación, limpieza, organización, alimentación, seguridad. Los ciudadanos aportan todo lo que pueden. Es común que un asistente a cualquiera de los actos aporte comida, dinero, mantas, agua, material de limpieza, herramientas, medicinas…
Hay actividades de todo tipo: música, malabares, teatro, exposiciones de fotografía, paneles donde la gente cuelga sus escritos, talleres, proyección de películas y documentales, juegos, etc.

Comunicación. La mayor parte del trabajo de comunicación y organización es realizado a través de Facebook y Twitter. No hay ningún portavoz oficial: todo el mundo puede hablar en su nombre. Actualmente, en Madrid, se han organizado turnos de portavoces cada 4 horas para que en cada momento 5 personas expresen las principales conclusiones de las asambleas.
No se permite ningún tipo de símbolo político: insignias, banderas, manifiestos de partidos políticos, propaganda…

Propuestas

Reformas democráticas
-Reforma de la Ley Electoral para hacerla más proporcional
-Elección democrática del Jefe de Estado: República.
-Referéndums respecto a las grandes leyes del Estado que afecten directamente a la vida de las personas.
-Reforma de la Ley de Extranjería.
-Democracia participativa: consejos vecinales, asambleas de distrito, presupuestos participativos
-Supresión de las pensiones vitalicias a los políticos.
-Reducción de sueldo de los políticos.
-Prohibición de concurrir a unas elecciones estando imputado judicialmente en cualquier tipo de causa.
-Limitación del número de años que un político puede representar a una opción política.
-División de poderes: independencia del poder judicial respecto al poder ejecutivo.
-Estado laico: supresión de los privilegios a la Iglesia Católica
-Negativa a la participación del Estado en cualquier escenario de guerra.
-Recuperación de la Memoria Histórica. Condena del franquismo.

Reformas económicas
-Impuestos directos más progresivos.
-Lucha contra el fraude fiscal
-Impuestos a las empresas proporcionales a sus beneficios.
-Eliminación de las SICAV.
-Establecimiento de una tasa sobre todo movimiento financiero transnacional.
-Nacionalización de los bancos rescatados.
-Creación de una banca pública.
-Prohibición de los despidos masivos en caso de que la empresa supere cierto nivel de beneficios.
-Mejora del Salario Mínimo Interprofesional
-Lucha contra la precariedad en el trabajo: becas insuficientes, contratos abusivos.
-Recuperación por el Estado de las empresas públicas privatizadas.
-Reducción drástica del gasto militar.

Medio Ambiente
-Cierre de todas las centrales nucleares del país.
-Fomento del transporte público, transporte no motorizado.
-Promoción de la red de carriles-bici urbanos e interurbanos.
-Apuesta por un modelo de economía sostenible.



Situación actual y breve análisis personal
La composición de la protesta es muy heterogénea. Hay comunistas, ecologistas, trotskistas, socialistas, anarquistas, gente que jamás ha votado, personas que siempre han votado al PSOE, a IU o al PP… El movimiento es muy complejo. Un buen número de manifestantes se sitúan a la izquierda de cualquier fuerza política, incluso de Izquierda Unida. También critican a Izquierda Unida por haber pactado con el PSOE algunos de los recortes sociales y por haber permanecido tantos años en el parlamento sin oponerse seriamente a algunos de los abusos de los socialistas. En cualquier caso, la mayor parte de la protesta se dirige contra el PP y el PSOE.
El PP plantea las protestas como un intento de manipulación de la voluntad popular por parte de la izquierda. Acusa al PSOE de estar consintiendo desórdenes públicos. El PSOE pretende mostrar su solidaridad con el movimiento y expresa su apoyo a algunas de las reivindicaciones de los jóvenes. En general las declaraciones de los socialistas se perciben como hipócritas. También Izquierda Unida intenta reclamar como propios los logros y las propuestas de este movimiento. Hay poca autocrítica. No se están dando cuenta de que estas movilizaciones marcan un antes y un después. Ahora sabemos que somos muchos los que estamos descontentos con TODO el sistema, desde el primero hasta el último. Y las elecciones del domingo no van a cambiar nada.
Las propuestas planteadas son muy ambiciosas. La gran mayoría son irrealizables y algunas de las más radicales pueden ser incluso excesivas. Sin embargo, el movimiento persiste y es sorprendente la cantidad de personas que lo está apoyando. La dosis de idealismo que acompaña a estas manifestaciones es contagiosa. Es una revolución en positivo. Estamos trabajando para crear algo; no nos hemos detenido en la crítica. Presentamos soluciones y lo hacemos con buenos argumentos. No nos concederán todo, pero este movimiento no va a soportar irse con las manos vacías.

Perspectivas de futuro
Las elecciones municipales del 22 de mayo no van a suponer ningún cambio sustancial. Además, la mayoría de reivindicaciones afectan al ámbito estatal-nacional. Con total seguridad, continuaremos con las protestas las próximas semanas. Desde el 22 de mayo no se ha convocado ninguna gran manifestación. La Junta Electoral ha prohibido las concentraciones del próximo sábado, pero seguramente la gente acuda igualmente en masa. El sábado puede haber problemas con la policía; esto podría ser positivo para el movimiento porque ganaríamos la simpatía de muchos moderados.
Creo que pronto se convocarán manifestaciones en ciudades concretas para hacer una demostración de fuerza.
Personalmente creo que el movimiento continuará hasta las elecciones generales de 2012, cuando elegimos al nuevo gobierno. Hasta entonces habrá momentos mejores y momentos peores.


Inigo Urresti Gonzales - Gijon



Link Utili:
http://www.elpais.com/articulo/madrid/quiere/Sol/elpepiespmad/20110520elpmad_2/Tes
http://alterglobalizacion.wordpress.com/2011/03/07/democracia-real-ya-toma-la-calle-15-5-2011/
http://democraciarealya.es/?page_id=88

5.3.11

Il mondo arabo come laboratorio di sperimentazione politica

Proponiamo qua un articolo di Michael Hardt e Toni Negri, tratto dal Guardian del 24 Febbraio 2011.
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La sfida per gli osservatori delle insurrezioni in nord Africa e Medio Oriente è leggerle non tanto come ripetizioni del passato ma piuttosto come esperimenti che aprono nuove possibilità politiche per la libertà e la democrazia ben oltre la regione. In effetti, noi speriamo che attraverso questo ciclo di lotte il mondo arabo diventi nei prossimi decenni ciò che l’America Latina è stata nei decenni passati, ovvero un laboratorio di sperimentazione politica tra il potere dei movimenti sociali e i governi progressisti dall’Argentina al Venezuela, dal Brasile alla Bolivia.
Le rivolte hanno immediatamente fatto pulizia dell’ideologia e spazzato via ogni concezione razzista dello scontro di civiltà che assegna la politica araba al passato. Le moltitudini a Tunisi, il Cairo e Bengasi mandano in frantumi lo stereotipo politico secondo cui gli arabi sono costretti a scegliere tra dittature laiche e fanatiche teocrazie, o che i musulmani sono incapaci di libertà e democrazia. Anche il chiamare queste lotte “rivoluzioni” sembra trarre in inganno molti commentatori che assumono la progressione di eventi secondo la logica del 1789, del 1917 o di altre ribellioni del passato contro re e zar.
Le rivolte arabe si sono infiammate sul tema della disoccupazione e hanno avuto al centro le ambizioni frustrate di una gioventù che ha studiato nelle università – una popolazione che ha molto in comune con gli studenti che protestano a Londra e Roma. Sebbene la prima richiesta proliferata nel mondo arabo si è concentrata sulla fine della dittatura e dei governi autoritari, dietro questo grido stanno una serie di domande sociali rispetto al lavoro e alla vita; non solo la fine di dipendenza e povertà, ma anche per il potere e l’autonomia di una popolazione intellettuale e altamente competente. Che Ben Ali e Mubarak o anche Gheddafi lascino il potere è solo il primo passo.
Il modello di organizzazione delle rivolte sembra riprodurre ciò che abbiamo visto per decenni in altre parti del mondo, da Seattle a Buenos Aires, da Genova a Cochabamba: una rete orizzontale senza un leader centrale. Le organizzazioni tradizionali dell’opposizione possono prendere parte a questa rete ma non possono dirigerla. Gli osservatori stranieri hanno provato sin dall’inizio a nominare un leader per le rivolte egiziane: forse Mohamed ElBaradei, forse Wael Ghonim. Hanno paura che i Fratelli Musulmani o qualche altra organizzazione esistente possa prendere il controllo degli eventi. Quello che non capiscono è che la moltitudine è in realtà capace di organizzarsi senza un centro – che l’imposizione di un leader o la cooptazione nelle mani di un’organizzazione tradizionale minerebbe il potere della moltitudine. La diffusione nelle rivolte dell’uso dei social network come facebook, youtube e twitter, sono il sintomo e non la causa di questa struttura organizzativa. Queste sono le forme dell’espressione di una popolazione intellettuale capace di usare gli strumenti che ha a portata di mano per organizzarsi autonomamente.
Sebbene questi movimenti organizzati a rete rifiutino una leadership centrale, devono ciononostante consolidare le loro richieste in un nuovo processo costituente che lega i segmenti più attivi della ribellione con i desideri della popolazione nel suo insieme. Le insurrezioni della gioventù araba non mirano certamente ad una costituzione liberale di tipo tradizionale che garantisce semplicemente la divisione dei poteri e una normale dinamica elettorale, ma al contrario puntano ad una forma di democrazia adeguata alle nuove forme di espressione e ai nuovi bisogni della moltitudine. Questa deve includere, al primo posto, il riconoscimento costituzionale della libertà di espressione – non nella forma tipica dei media dominanti, che sono costantemente soggetti alla corruzione dei governi e delle élite economiche, ma come espressione delle esperienze comuni di reti relazionali.
Secondariamente, dato che queste sommosse sono state innescate non solo dalla diffusione di disoccupazione e povertà, ma anche da un generalizzato senso di frustrazione delle capacità produttive ed espressive, soprattutto tra i giovani, una risposta costituzionalmente radicale deve inventare uno schema comune per gestire le risorse naturali e la produzione sociale. Attraverso questa soglia il neoliberismo non può passare e lo stesso capitalismo è messo in discussione. Anche le regole islamiche sono completamente inadeguate a soddisfare tali esigenze. Su questo terreno, le insurrezioni non toccano soltanto gli equilibri del Nord Africa e del Medio Oriente ma anche il sistema della governance economica sul piano globale.
A partire da queste considerazioni la nostra speranza è che il ciclo di lotte che si sta diffondendo nel mondo arabo diventi nei prossimi decenni ciò che l’America latina è stata nei decenni passati, che possa ispirare movimenti politici e sollevare aspirazioni di libertà e democrazia al di là della regione. Ognuna di queste rivolte, certamente, può fallire: i tiranni possono lanciare una repressione sanguinaria, le giunte militari possono provare a rimanere al potere, i tradizionali gruppi di opposizione pilotare i movimenti e le gerarchie religiose lottare per prendere il controllo. Ma ciò che non morirà sono le rivendicazioni politiche e i desideri, le aspirazioni di una giovane generazione intellettuale ad una vita diversa in cui possono mettere a valore le proprie capacità. E finché queste rivendicazioni e desideri saranno in vita il ciclo di lotte continuerà. La questione è cosa questi nuovi esprimenti di libertà e democrazia insegneranno al mondo nei prossimi decenni.

23.2.11

Sciopero generale: un momento storico.

Quanto sta avvenendo nei Paesi dell'Africa del Nord ci interroga sulla fase storica che stiamo vivendo e sulle strategie da mettere in campo per mutare profondamente il nostro regime politico-economico.
La richiesta di diritti sul lavoro e la difesa del contratto nazionale di lavoro in Italia e quella di occupazione e reddito in Tunisia.
Gli scioperi di Mirafiori e Pomigliano, le manifestazioni del 16 ottobre e del 28 gennaio, la Fiom, e quelle dei comitati nordafricani in mobilitazione.
Le battaglie per un nuovo welfare e una riforma del lavoro e quelle per l'abbassamento del prezzo del pane.
Le piazze piene per una democrazia radicale e una riforma del sistema politico, e quelle contro le dittature.

Da almeno 40 anni non si ponevano le basi per una mobilitazione globale in grado di determinare, su terreni culturali e sociali differenziati seppur sempre più integrati, una modifica alla struttura sociale e politica di radicale profondità.
Nel nostro Paese, e in tutto l'Occidente, l'impianto di produzione culturale sta imponendo una ricostruzione dei fatti che circoscrive all'area del bacino meridionale del Mediterraneo i conflitti, risolti e limitati a richieste di democrazia (à la americana!) e destituzione di dittatori. Questo racconto non solo rimuove alcune questioni cruciali (il rapporto con Ben Alì, Mubarak, Gheddafi, il ruolo coloniale e post-coloniale giocato dalle forze transnazionali e finanziarie, le asimmetrie degli accordi, il ruolo giocato dalla fortezza UE in questi anni) ma ci spinge a volgere, e là fermare, il nostro sguardo oltremare, velando i nessi esistenti tra la crisi di sistema di quei Paesi e le distorsioni e forzature presenti nel nostro.
Le rivolte messe in moto via internet dagli studenti e studentesse algerin*, quelle de* lavoratori/trici di quel cognitivo che sempre più si fa spazio anche in Africa, quelle dei padri e delle madri di famiglia che esigono garanzie e sicurezza, oltre che autodeterminazione, sono strettamente collegate ed hanno le stesse radici delle nostre.

Per questi motivi (senza dubbio da approfondire e articolare ulteriormente) oggi c'è urgenza di uno SCIOPERO GENERALE, inteso come MOBILITAZIONE NAZIONALE A OLTRANZA DEI LAVORATORI E DEI DISOCCUPATI, DEGLI STUDENTI E DEL MONDO DELLA CULTURA, DELLE DONNE E DELLA SOCIETA' CIVILE, dando vita ad una rifondazione della società e del sistema politico di rappresentanza partendo da alcuni punti chiari:

-reddito di cittadinanza;
-tassa sulle delocalizzazioni;
-rimozione della legge Ronchi per la privatizzazione dell'acqua e di quella Gelmini sull’Università;
-STOP al finanziamento agli aerei F-35 e ritiro delle truppe dall'Afghanistan;
-riforma locale e nazionale del sistema elettorale;
-legge sul conflitto d'interessi e per il limite di legislature;

Convocare con queste intenzioni uno sciopero generale (magari internazionalizzato), potrebbe avere un effetto dirompente e testimonierebbe di una consapevolezza storica notevole.
Stefano

14.2.11

Vorrei cambiare la società

Vorrei chiedere a chi non fa niente e parla di rivoluzione come vuole cambiare la società...
Vorrei chiedere a un egiziano come si cambia, la società...
Vorrei chiedere a chi fa politica nell'Università, se pensa davvero di cambiare la società...
Vorrei chiedere a chi fa politica nei movimenti e nelle associazioni, come pensa di cambiare la società, se con la rivoluzione, l'amministrazione o cos'altro...
Vorrei tanto chiedere a chi è iscritto ad un partito, alla giovanile di un partito, come pensa di cambiare la società...
Vorrei chiedere a chi lavora nel sociale, come pensa di cambiare la società...
Vorrei interrogare i figli dei politicanti, per capire se vogliono o no cambiare la società...
Vorrei chiedere ai giovani consiglieri se pensano ancora di cambiare la società, e se sì, come...
Vorrei chiedere a chi sta leggendo come pensa di cambiare la società...
Vorrei domandare a chi vede cultura, politica e violenza nell'educazione, se pensa di cambiare la società...
Vorrei chiedere ai giovani giornalisti, se scrivono per cambiare la società e come...
Vorrei chiedere ad un bambino come si cambia la società...
Vorrei chiedere a chi fa qualunque genere di iniziativa, come pensa, con essa, di cambiare la società...
Vorrei chiedere a chi è ancor più giovane di me, se già pensa di cambiare la società...
Vorrei domandare, a chi vuole intrecciare i percorsi, come si tesse una tela per cambiare la società...
Vorrei chiedere a una donna, come vorrebbe cambiare la società...
Vorrei incontrare nuovi clandestini, omosessuali, diversabili, barboni, rom, per chiedere quanto va cambiata, la società...
Vorrei chiedere a chi studia il cambiamento, come pensa, studiando, di cambiare la società...
Vorrei chiedere a chi pensa, come me, che vada modificato l'immaginario, le condizioni materiali, l'organizzazione e l'associazione, la democrazia e le forme di partecipazione, la redistribuzione della ricchezza e le condizioni di lavoro, la divisione del lavoro e il rapporto con l'ambiente, la vita e la politica, i rapporti umani animali e naturali, come pensa di farlo...
Vorrei capire cosa significa praticare il comune, senza pestarsi i piedi ed entrare in competizione...
Vorrei chiedere, a chi soffre della violenza, della concorrenza, dell'esclusione sua o di altri, del silenzio di chi perde, del dolore degli ultimi e di quello dei penultimi, come possiamo fare per cambiare tutto questo...
Vorrei proprio capire come si possa, qui, a Macerata, mettere insieme tutti questi...
Metterci insieme tutti noi...

Altrimenti, stiamo ancora parlando solo a noi stessi.

12.2.11

Egitto - Bye-bye Mubarak

Di Michele Giorgio, inviato del Manifesto
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Gioia, felicità, danze, canti, baci, carezze, abbracci, pianti, risate, fuochi artificio, barche sul Nilo. Un fiume di parole non basta a descrivere come milioni di egiziani hanno festeggiato ovunque nel paese il sogno divenuto realtà, l'addio alla presidenza dopo ben trent'anni di Hosni Mubarak, l'unico leader conosciuto da almeno la metà della popolazione. Una festa coinvolgente e colorata che andrà avanti nei prossimi giorni e che sancisce la vittoria della «seconda rivoluzione egiziana», quella dei giovani, nota anche come la «rivoluzione 2.0», come l'aveva battezzata giovedì il blogger Wael Ghonim, tra i primissimi promotori dell'insurrezione contro il faraone del terzo millennio dopo Cristo. «Congratulazioni all'Egitto, il criminale ha lasciato il palazzo», così Ghonim ha salutato, ovviamente su Twitter, l'addio del raìs.Il primo obiettivo è stato raggiunto dal popolo egiziano, ma già si guarda avanti, alla ricostruzione dell'Egitto su nuove basi, politiche ed economiche. La gioia è proporzionale all'incertezza politica. Siamo ad un passaggio fondamentale della storia del più importante dei paesi arabi, che, peraltro, potrebbe dare il via all'effetto domino tanto evocato in Medio Oriente dopo la rivolta tunisina del mese scorso. Dietro l'angolo forse c'è l'insurrezione di giovani e popoli di altri paesi della regione, dominati come lo sono stati gli egiziani, da regimi oppressivi e, quasi sempre, fedeli esecutori delle politiche degli Stati uniti. Mubarak, lasciando la presidenza ha trasmesso i suoi poteri allo stato maggiore dell'esercito guidato dal generale Mohammed Tantawi, il ministro della difesa. Tantawi è una figura grigia e poco stimata - anche se ieri sera era davanti al parlamento a salutare la folla - che con ogni probabilità sarà soltanto il volto e il portavoce del Consiglio militare supremo dove svetta il capo di stato maggiore, generale Sami Enan, un comandante che piace molto agli Stati uniti e che gode di simpatie anche tra i Fratelli musulmani, per la sua «onestà e rettitudine». Enan e gli altri generali saranno il presente dell'Egitto, nella speranza che non diventano anche il futuro del paese, violando l'impegno preso di garantire l'avvio di quel processo di riforme democratiche per il quale hanno lottato milioni di egiziani e sono morti oltre 300 manifestanti.«In nome di Allah il misericordioso e il compassionevole: cittadini, durante le difficili circostanze che sta attraversando l'Egitto il presidente Hosni Mubarak ha deciso di lasciare la carica di capo dello Stato e ha incaricato lo stato maggiore delle forze armate di amministrare gli affari del paese. Che Allah possa aiutare tutti». Con queste parole il vicepresidente Omar Suleiman ha annunciato in un brevissimo intervento televisivo l'abbandono del potere da parte del raìs, senza aggiungere alcun dettaglio sul suo futuro personale o quello del premier Ahmed Shafiq. Mubarak, che in un discorso trasmesso giovedì aveva rifiutato di dimettersi, ieri mattina ha lasciato improvvisamente il Cairo per recarsi alla sua residenza di Sharm el Sheikh, nel Sinai, mentre piazza Tahrir si riempiva nuovamente di centinaia di migliaia di dimostranti e altre decine di migliaia di persone circondavano diversi palazzi delle istituzioni, la televisione di stato e si avvicinavano alla residenza del presidente.Alla notizia delle dimissioni la folla ammassata nella piazza Tahrir, epicentro per due settimane delle proteste, è esplosa di gioia. «E' fatta, siamo all'epilogo. Mubarak oggi è a Sharm el Sheikh, domani sarà a Jedda come l'ex presidente tunisino Ben Ali», ripeteva Omar, giunto in piazza Tahrir con la moglie e i due figli per godere di un momento che fino a qualche settimana fa nemmeno osava sognare. «Lui non rinunciava alla presidenza ma noi non ci siamo arresi, siamo rimasti qui, certi che presto o tardi avrebbe ceduto», spiegava il dottor Mansour Mahfouz con il camice bianco e un fascia con i colori della bandiera egiziana giunto in piazza assieme ad una nutrita delegazione di medici ed infermieri. Intorno nel frattempo si ballava e cantava, in un tripudio di bandiere egiziane. La gioia dell'annuncio ha cancellato in un attimo la delusione che molti avevano provato dopo la diffusione, in tarda mattinata, del secondo comunicato dei vertici militari, che dava l'idea di un sostegno delle forze armate al raìs contestato da gran parte del paese. «E' la prova che la politica egiziana è controllata da Israele e Stati uniti» aveva commentato con ira un ex deputato dei Fratelli musulmani, Mohammed Ashiyeh. Poi tutti hanno compreso che sono stati i generali a spedire Mubarak in riva al Mar Rosso. «Per noi la vita ricomincia adesso» ha commentato, appena giunto in piazza Tahrir per i festeggiamenti, il premio Nobel per la pace e uno dei leader dell'opposizione egiziana, Mohammed El Baradei. «Il mio messaggio al popolo egiziano è: vi siete guadagnati la libertà, fatene il miglior uso e che Allah vi benedica», ha proseguito El Baradei, un probabile candidato alla presidenza.L'Egitto ora è in mano ai militari che i Fratelli musulmani, principale movimento di opposizione, si sono affrettati ad elogiare per «aver mantenuto le promesse». Le incognite però sono tante nonostante l'atteggiamento positivo e vicino alla gente che soldati e ufficiali hanno avuto in questi quindici giorni nei quali hanno presidiato le strade del Cairo e di altre città. Le forze armate non hanno ancora comunicato quale sarà l'iter della transizione. In base all'articolo 84 della costituzione egiziana, in caso di vacanza del potere, la presidenza viene assunta ad interim dal presidente dell'Assemblea del popolo e le elezioni devono venire celebrate entro i successivi 60 giorni. Ma è chiaro che l'esercito non affiderà alcun incarico a Fathi Sorour, speaker di una Assemblea dominata dai deputati del Pnd, il partito di Mubarak, eletta alla fine dello scorso anno tra brogli e frodi senza precedenti, e, quindi, non riconosciuta dal popolo. Fino a ieri il vice-presidente (ed ex capo dei servizi segreti) Suleiman sembrava il più gettonato a guidare il periodo tra il «governo militare» e la nascita di una leadership politica eletta democraticamente. Non piace molto agli egiziani ma Washington e Israele cercheranno di imporlo alla giunta militare che ha preso i poteri, perché è considerato, come dice qualcuno, la «migliore garanzia di stabilità e continuità per l'intera regione». Non è però chiaro se Suleiman goda del pieno appoggio dell'esercito e ierisera circolavano voci, rilanciate dalla Bbc, che anche lui avrebbe rinunciato all'incarico dopo un aspro scontro con i vertici militari. Ieri sera è sceso in campo anche il segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, che salutando lo «storico cambiamento» in Egitto e ha invitato al «consenso nazionale» dopo le dimissioni di Mubarak. Egiziano, ex ministro degli esteri, Musa fa parte del Consiglio dei saggi e non nasconde le sue ambizioni presidenziali.Qualsiasi soluzione venga trovata ai piani alti tuttavia verrà respinta dal popolo se non verrà accompagnata dalle riforme annunciate. Gli egiziani in queste due settimane hanno imparato a non avere più paura e non resteranno a guardare di fronte alla nascita di una dittatura militare o di un nuovo regime, simile a quello attuale ma con un nuovo volto. Gennaio:- 25: Iniziano le proteste organizzate dai movimenti della società civile «Kifaya» e «6 Aprile», partecipano migliaia di persone. Nei giorni precedenti 5 egiziani si erano dati fuoco (uno è morto), emulando il giovane tunisino all'origine della rivolta che il 14 gennaio ha portato alla caduta di Ben Ali.- 27: L'oppositore più noto, Mohamed ElBaradei, ritorna al Cairo.- 28: Manifestazioni imponenti. La polizia spara, i morti sono decine solo al Cairo. Incendiata la sede del partito al potere Pnd.- 29: Giornata di scontri: decine di morti. Mubarak nomina un vice presidente, il capo dell'intelligence, generale Omar Suleiman.--FEBBRAIO--- 1: Più di un milione di manifestanti in piazza in tutto l'Egitto. Marea umana su piazza Tahrir, nel centro del Cairo. Barack Obama afferma di aver detto a Mubarak di avviare «adesso» una transizione politica pacifica.- 2: Sanguinosi scontri a piazza Tahrir dove irrompono i sostenitori di Mubarak. I manifestanti anti-regime respingono gli assalitori.- 5: Mubarak riunisce per la prima volta il nuovo governo. Sciolti i vertici del Pnd, fra i dimissionari il figlio, Gamal, ancora ritenuto «erede» alla presidenza.- 6: Al Cairo storico incontro tra una delegazione dei Fratelli musulmani e il vicepresidente Omar Suleiman per il dialogo fra governo e opposizione.- 7: Le autorità egiziane rilasciano Wael Ghonim, blogger simbolo della protesta.- 10: Scioperi in tutto il paese. Per tutto il giorno le indiscrezioni dicono che Mubarak si dimetterà. In serata la doccia fredda: Mubarak resta.- 11: Mubarak parte per Sharm el Sheikh. Il vicepresidente Suleiman annuncia le sue dimissioni e il trasferimento dei poteri all'esercito. Piazza Tahrir esulta. (mi. gio.)

11.2.11

La gioia di piazza Tahrir. Poi le scarpe contro Mubarak.

Proponiamo di seguito l'articolo di Michele Giorgio, inviato del Manifesto in Egitto, uscito sul giornale di oggi.
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«Rivoluzione: missione compiuta». La folla ondeggiava e cantava ieri sera mentre in Piazza Tahrir, attraverso Twitter, in omaggio ad una rivolta cominciata in internet, giungevano queste parole scritte da Wael Ghoneim, il cyber-militante simbolo dell'insurrezione arrestato dalla polizia politica e liberato dopo 12 giorni di detenzione. Peccato che il Faraone, che pareva avesse ceduto di schianto dopo 17 giorni di manifestazioni oceaniche, alla fine spiazza tutti e non se ne va. Nonostante i milioni di persone che urlavano un solo slogan: «Hosni Mubarak vattene». Nonostante Obama, che annunciava che «lì si fa la storia».
L'uomo che per trent'anni ha avuto il controllo dell'Egitto poggiandosi su un apparato di sicurezza e repressione feroce, che ha consentito il ripetersi di elezioni-farsa, che sognava di passare lo scettro al figlio dando inizio ad una dinastia, ha annunciato la fine dello stato d'emergenza che durava dal 1981, ribadito che rispetterà gli impegni presi e non si ricandiderà, promesso che garantirà lo svolgimento di elezioni libere e ceduto i poteri al suo vice Suleiman. Ma senza cedere ai «diktat» di altri Paesi e con l'avvertenza che «non lascerò mai questa terra». Fino alla tarda serata di ieri il potere appariva saldamente nelle mani del Consiglio militare supremo, che nel suo primo comunicato aveva annunciato di aver preso ad interim i poteri politici e la guida del paese. Ma nella notte Mubarak ha ribaltato tutto e annunciato in un messaggio televisivo alla nazione il trasferimento delle deleghe a Omar Suleiman, il vicepresidente ed ex capo dei servizi di sicurezza che Stati Uniti e Israele vorrebbero vedere al potere, garante di una transizione «ordinata» che non metta in discussione l'attuale posizione politica e diplomatica dell'Egitto nella regione e verso l'Occidente.Un boato di felicità aveva accolto quella che sembrava essere la fine del regime. Dopo era cominciata la festa. «L'esercito e il popolo sono uniti» hanno urlato alcuni, «viva l'Egitto» altri. Migliaia di egiziani hanno continuano ad affluire verso la piazza simbolo della rivolta presidiata da decine di mezzi corazzati che, almeno fino a tarda sera, non hanno effettuato alcun movimento. «Sono qui perché non voglio perdermi questo momento storico, il momento in cui il presidente lascerà il paese» diceva Alia Mossallam, 29 anni. Khaled e Ammar, amici per la pelle, invece si abbracciavano felici brindando simbolicamente con l'acqua minerale alla fine del regime di Mubarak, costretto a farsi da parte come il tunisino Ben Ali. «This is people power» ripeteva da parte sua un uomo sulla quarantina rivolgendosi ai giornalisti stranieri presenti, corretto immediatamente da un ragazzo: «No, questo è il potere dei giovani, dei giovani della rivoluzione». La gioia si è trasformata in rabbia immediatamente dopo il discorso di Mubarak. In migliaia hanno preso a lanciare scarpe contro il Faraone in segno di dispregio, si è alzato un coro che chiedeva le dimissioni e sono partite le invocazioni all'esercito ad andare insieme dal raìs per deporlo. Oggi centinaia di migliaia di egiziani continueranno a manifestare, al Cairo e nel resto del paese. La caduta del presidente non è che la prima delle rivendicazioni dei gruppi di giovani e della società civile che hanno guidato la rivolta.
La voglia di cambiamento e di giustizia è enorme - tutti chiedono che vengano giudicati e puniti i responsabili della strage di oltre 300 egiziani compiuta da polizia e servizi di sicurezza - ma che difficilmente troverà soddisfazione nel passaggio di poteri al vicepresidente (che Piazza Tahrir non vuole) o nelle strategie dell'esercito, che è uscito definitivamente allo scoperto e potrebbe assumere un ruolo più definito concentrando il potere in una sorta di giunta militare. Il Consiglio militare supremo ha diffuso due comunicati ieri pomeriggio nei quali si è preso carico di «esaminare le misure necessarie per preservare la sicurezza del paese» e «sostenere le legittime richieste della popolazione». Se Suleiman appare il candidato preferito da Washington e Tel Aviv, l'esercito potrebbe non essere d'accordo, preferendo assumere collettivamente la responsabilità del paese o proporre un nuovo candidato. Non va dimenticato che entrambe le parti hanno due efficaci strumenti di pressione: gli aiuti militari statunitensi da una parte e il trattato di Camp David con Israele dall'altra. Di fatto, come si legge sui documenti dei diplomatici americani diffusi da Wikileaks, i comandi militari egiziani considerano gli aiuti un indennizzo dovuto per il rispetto del trattato. Il premier israeliano Netanyahu perciò è stato rapido nel mettere in chiaro già ieri sera cosa si aspetta dal nuovo Egitto che, in sostanza, vorrebbe come quello dominato per trent'anni da Mubarak.
«Israele desidera stabilità e continuità e che sia preservata la pace, quale che sia il governo al potere», ha detto prima ancora del discorso del presidente sconfitto. Dagli Usa Barack Obama si è sbilanciato poco, limitandosi a ripetere quanto già dichiarato più volte dall'inizio della crisi egiziana. «Siamo testimoni della storia che si schiude - ha detto il presidente Usa - È un momento di trasformazione che sta avvenendo perché il popolo egiziano chiede un cambiamento. Sono i giovani ad essere all'avanguardia. Una nuova generazione, la vostra generazione - ha precisato rivolgendosi agli universitari americani della Northern State University - che vuole che la sua voce sia udita. Vogliamo che questi giovani e tutti gli egiziani sappiano che l'America continuerà a fare ogni cosa che può per sostenere una transizione ordinata e autentica verso la democrazia in Egitto». Belle parole ma la Casa Bianca ha già fatto schierare navi da guerra nel Mediterraneo meridionale, pronte ad intervenire per tenere aperto il Canale di Suez se in Egitto non avverrà la «transizione ordinata».
Gli americani sanno bene che buona parte degli 80 milioni di egiziani puntano ad un cambiamento profondo, perché vogliono vivere finalmente un'esistenza decorosa, non più tra gli stenti come hanno dovuto fare sino ad oggi. Accanto alla rivolta di Piazza Tahrir dilagano gli scioperi di lavoratori di ogni settore che ricevono stipendi da fame. Ieri a scioperare sono stati i 62mila autisti di autobus e mezzi di trasporto pubblici. «Non torneremo alla guida sino a quando non verranno accolte le nostre richieste - ha spiegato Wael Riad, un autista - Vogliamo l'aumento immediato dello stipendio, 700 pound al mese (meno di 100 euro) sono una miseria, a stento riusciamo a mangiare».Il via libera agli scioperi è stato proprio il governo a darlo, annunciando l'aumento, a partire da aprile, del 15% delle pensioni e dei salari dei dipendenti pubblici. Assecondando i dipendenti statali, principale bacino di consenso, il regime credeva di poter placare il malcontento esploso in rivolta il 25 gennaio.Invece quel provvedimento ha spinto migliaia di egiziani a scendere in strada per reclamare «aumenti per tutti e non per pochi». Faisal, un insegnante, si lamentava ieri per «le ricchezze del presidente». «Noi moriamo di fame e la famiglia Mubarak invece si è arricchita», ha detto l'uomo in riferimento alle notizie circolate nei giorni scorsi sul patrimonio di diversi miliardi di dollari che il raìs e e la sua famiglia avrebbero accumulato in tutti questi anni. Gli scioperi si intensificano ovunque.
Ieri 24mila operai della Misr Spinning di Mahallah (Delta), hanno fermato gli impianti della più importante fabbrica tessile del paese, dichiarandosi solidali con la protesta in Piazza Tahrir. Seimila lavoratori sono in sciopero nell'area del Canale di Suez, con grande preoccupazione di Usa e Ue.Ma l'Egitto va ricostruito anche a partire dal rispetto dei diritti umani e politici. Amnesty ha chiesto la fine dei poteri arbitrari delle forze di sicurezza, il rilascio dei prigionieri di coscienza e l'introduzione di garanzie contro la tortura. Parole che, si spera, verranno ascoltate. I dubbi però restano forti. Ieri il Guardian ha riferito la denuncia fatta da attivisti egiziani di centinaia di arresti e torture compiute anche dall'esercito egiziano. Accuse respinte dai comandi militari. Il futuro dell'Egitto è un foglio bianco tutto da scrivere.