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31.8.11

Manovra, Gianni Rinaldini: «L'unica risposta a questo attacco al lavoro è il conflitto»

Intervista di Roberto Farnesi tratta da Liberazione.

Gianni Rinaldini, lo sciopero generale della Cgil contro la manovra del governo sta ricevendo più consensi dalla società civile che dalla politica. Solo le forze minori della sinistra vi appoggiano, il Pd oscilla tra l’aperta ostilità dell’area liberal e la prudenza del segretario Bersani, il quale si è limitato a dire che il suo partito sarà presente «a tutte le diverse iniziative» che le forze sociali assumeranno. Tra le critiche alla Cgil, la più ricorrente è che scioperare da soli, senza Cisl e Uil, è un errore. Come rispondi?
E’ la solita litania. Ogni volta che decidiamo uno sciopero, l’unica cosa che ci sentiamo dire è «dovete essere uniti». Il che è un modo come un altro per non entrare nel merito delle questioni alla base della nostra mobilitazione. Quando c’è uno sciopero generale, con le relative proposte, uno dice se le condivide o no. Il resto fa parte di quell’incomprensibile linguaggio politicista che poi è alla base della frattura sempre più evidente tra politica e società civile. La cosa che mi impressiona è il fatto che in questa manovra - oltre agli aspetti di iniquità nella redistribuzione della ricchezza, con misure che penalizzano le fasce popolari - c’è un decreto lavoro che rappresenta un’enormità. Nel senso che ci troviamo di fronte alla cancellazione di parte della storia del movimento operaio. Se dovesse passare questa operazione, d’ora in poi attraverso i contratti aziendali si potrà intervenire su tutte le materie relative alla prestazione lavorativa inclusi gli aspetti legislativi, dal controllo degli ambienti di lavoro anche con strumenti audiovisivi, fino alla scelta di non applicare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. In sostanza, salta l’equilibrio costituzionale fondato sui diritti sociali, che sono la sostanza della democrazia, dal momento che quei diritti in quello schema diventano una variabile del mercato. Ora a me pare straordinario che un’operazione di siffatta natura non abbia sollevato l’indignazione delle forze politiche, tanto più di quelle che storicamente avevano rappresentato la sinistra nel nostro paese. Tra l’altro non è un caso che in commissione bilancio del Senato, sul decreto lavoro il Terzo Polo abbia votato assieme al governo. Il che sta a indicare che, quando non c’è il merito, non si fa molta strada.
La Cisl non la vede così drammatica. Per Bonanni il decreto lavoro non è un problema, anzi «rafforza il potere delle parti».
Che non sia preoccupato Bonanni non mi sorprende, perché negli atti compiuti nel corso di questi anni - dal condono fiscale al collegato lavoro - Confindustria, Cisl e Uil hanno perseguito questa strada. Una strada per cui nella globalizzazione non ci sono più vincoli sociali di solidarietà ma tutto viene ricondotto a una logica di mercato. Esattamente ciò che prevede questo decreto.
Secondo Susanna Camusso, l’articolo 8 della manovra «è un tentativo di cancellare l’intesa del 28 giugno con Confindustria», che invece confermerebbe il ruolo primario del contratto nazionale.
Penso esattamente l’opposto. E cioè che non l’accordo ma l’ipotesi di accordo siglata il 28 giugno abbia contribuito ad aprire la strada all’intervento successivo del governo. Così come è stato un errore partecipare al blocco delle forze sociali, sottoscrivendo un documento in sei punti, quando, alla prova dei fatti, è emerso che non c’era nessuna posizione vera di carattere unitario. Oggi i soggetti firmatari del 28 giugno interpretano quell’accordo sostenendo che il decreto lavoro corrisponde a quello che anche la Cgil ha sottoscritto. Mi pare evidente che in queste condizioni quell’accordo non esiste più.
La proclamazione dello sciopero generale da parte della Cgil rappresenta un cambiamento rispetto alla linea del dialogo con Cisl e Uil portata avanti dalla segreteria nei mesi precedenti?
Io credo che questo decreto rappresenti uno spartiacque. A me pare evidente che il sindacato e la Cgil si trovino ad affrontare una situazione totalmente nuova, sconosciuta nella storia repubblicana di questo paese. E quindi lo sciopero generale del 6 non può essere uno sciopero “una tantum” e dopo riprendono le cose come prima. Dobbiamo invece ragionare su come aprire una fase conflittuale nel paese, definendo proposte e pratiche rivendicative che disegnino concretamente una alternativa sociale a quello che sta avvenendo. E’ lì che vedremo se tutta la Cgil è disponibile a questo confronto. In un contesto completamente diverso e molto peggiore, richiamarsi a quelli che sono stati i documenti congressuali lo riterrei un errore.
Però è vero che uno sciopero generale fatto dalla sola Cgil è meno efficace. Davvero l’unità con Cisl e Uil oggi non ha più senso?
Io sono per l’unità sindacale, è nel dna della Cgil. Il problema è che oggi ci troviamo di fronte al fatto che Cisl e Uil hanno scelto, rispetto anche alla crisi dei sindacati provocata dai processi di globalizzazione, un’idea di modello sindacale del futuro che non è quello della Cgil. Ciò fa si che in questa fase non sia all’orizzonte il processo di unità sindacale così come è stato concepito classicamente, perché le differenze tra le organizzazioni sindacali non sono su questo o su quel punto ma sono proprio di carattere strategico. Altra cosa è l’unità d’azione sulle singole questioni, che però può essere possibile nella chiarezza e con le procedure democratiche.
Secondo Bersani, se Cgil Cisl e Uil sono divise è solo per colpa del governo...
Insisto. La cancellazione del contratto nazionale, in una fase di recessione e di crisi, determinerà il fatto che i lavoratori saranno costantemente ricattati dalle aziende: “o accettate le nostre condizioni o vi chiudiamo la fabbrica”. Come ha fatto la Fiat. Ciò rappresenta per questo paese un salto all’indietro di civiltà. Ora, nel merito, dicano se sono d’accordo.
Per la verità, il Pd ha già detto che l’articolo 8 va eliminato
E allora ne traggano le conseguenze.

Verso lo sciopero: si va in piazza e ci si resta

Sono mesi che come LGS monitoriamo la situazione dei conflitti sociali nella nostra città, li stimoliamo là dove serve (vedi scuole superiori), lì sosteniamo (leggi Diritto allo studio, al lavoro e al reddito), li trasformiamo in vittorie (Referendum) e nel complesso li analizziamo con momenti di autoformazione.
Quanto sta avvenendo in Italia è nel mondo sta sconvolgendo il quadro esistente e comportando misure drastiche che mirino a salvare il capitalismo dalla crisi riducendo i diritti collettivi.
La Manovra del Governo Berlusconi, la terza in otto mesi, rappresenta un colpo fortissimo e forse mortale per il nostro Paese: di un'iniquità impressionante, allunga le pensioni e taglia i sussidi statali, non tocca le grandi ricchezze e non combatte in maniera drastica l'evasione. Insomma, niente si muove nella direzione di un cambio di sistema, che semmai peggiora e ulteriormente punta ad accumulare sul lavoro e i diritti delle donne e degli uomini.
Come LGS SOSTENIAMO LO SCIOPERO INDETTO DALLA CGIL PER IL 6 SETTEMBRE PARTECIPANDO ALLA MANIFESTAZIONE, invitiamo alla mobilitazione le classi sociali colpite dalla manovra, e ribadiamo che la CGIL DEVE SCENDERE E RIMANERE IN PIAZZA per essere, con noi ed i movimenti sociali, protagonista del cambiamento.

Riportiamo un articolo di Giorgio Cremaschi, FIOM-CGIL.


Sommano già a ben 131 miliardi di euro gli interventi complessivi, 2010-2014 decisi dal governo. E per qualcuno i mercati non sarebbero ancora contenti di questo massacro senza precedenti. In realtà, con gli ultimi provvedimenti e modifiche, il governo ha ulteriormente aggravato l’impatto antisociale della manovra. Viene salvata dal contributo di solidarietà la casta dei supermanager e dei direttori dei grandi giornali, che può festeggiare. In compenso vengono sostanzialmente cancellate le pensioni di anzianità, con una vera e propria truffa a danni dei lavoratori che hanno fatto il servizio militare o che hanno pagato di tasca loro i contributi per l’università. E con un disastro occupazionale che si preannuncia perché ci saranno centinaia di migliaia di persone costrette a rimanere al lavoro, con altrettante persone che non troveranno posto.
Inoltre, migliaia di lavoratori e lavoratrici posti in mobilità rischiano di non arrivare più alla pensione. Nello stesso tempo la manovra sui contratti distrugge il contratto nazionale, aumenta gli orari di lavoro per chi ha un posto, incrementa la precarietà e i licenziamenti selvaggi. Anche per questo la Cgil deve immediatamente ritirare la firma dall’accordo del 28 giugno, trasformato dal governo in decreto liberticida.
Tutto il costo della manovra è, alla fine, a carico del lavoro dipendente, dei pensionati e dei più poveri. I ricchi non pagano, niente, per l’evasione fiscale si fanno chiacchiere. Questa è una brutale manovra di classe, fatta da un governo squalificato, che si aggancia all’Europa solo per giustificare la propria esistenza.
Lo sciopero generale a questo punto è ancora più giustificato, ma deve dare il via a un movimento che punti a rovesciare il governo e la manovra. Dobbiamo fermarli. Dobbiamo fermare il disastro provocato da Berlusconi, ma dobbiamo anche dire basta al governo unico delle banche europeo che sta portando l’Europa a una recessione drammatica, per difendere la speculazione e la finanza. Basta con Berlusconi, basta con la Bce e l’Europa delle banche. Su questo si scende in piazza e ci si resta.
Giorgio Cremaschi

6.5.11

"Ritorno di Fiom" di Gabriele Polo

Laboratorio Giovanile Sociale ha oggi partecipato allo sciopero generale indetto dalla CGIL e alla manifestazione di Macerata. Anche per discutere di questo e soprattutto per andare oltre, ribadisce l'invito a tutt* a prendere parte all'iniziativa promossa per il 20 maggio e che mette assieme tante delle realtà scese in piazza oggi: Fiom-CGIL, FLC-CGIL, Movimento degli Studenti, Rete degli Studenti-Medi. Dopo lo splendido incontro sulla democrazia del 29 aprile, un altro momento per tessere la tela dell'alternativa e rinnovare l'esigenza di un cambiamento culturale in tutto il Paese. Partendo, in questo caso, da un testo incentrato sul maggiore sindacato dei metalmeccanici.








La riflessione infatti prenderà spunto dal libro "Ritorno di Fiom", di Gabriele Polo

Il sindacato metalmeccanico della Cgil è oggi al centro dell'attenzione di attacchi furibondi e di appassionati consensi nell'ambito di una sfida che non riguarda solo le relazioni industriali ma anche la qualità politica e sociale della nostra democrazia. Sfida per un'idea e una pratica del cambiamento che non intende scambiare l'occupazione con la dignità, i diritti e le condizioni di vita dei lavoratori.
La Fiom è un caso unico nel panorama sindacale europeo: compiuti cent'anni alla fine del secolo scorso, i metalmeccanici della Cgil hanno provato a ritornare giovani, ripartendo dal conflitto tra capitale e lavoro, ritrovandosi accanto ai movimenti antiliberisti, diventando un punto di riferimento anche fuori da fabbriche e uffici, cercando nuove strade per la rappresentanza. Storia di una trasformazione e di una sfida democratica: dalla ripresa del conflitto sociale fino allo contro con la Fiat di Marchionne, passando per Genova 2001, nel racconto giornalistico di un quindicennio e nelle interviste agli ultimi tre segretari generali della Fiom.L'autore ricostruisce le trasformazioni sociali ed economiche dell’Italia e le scelte fatte dai metalmeccanici della Cgil in un arco di tempo che coincide, non casualmente, con «gli anni di Berlusconi», l’ultima autobiografia nazionale del Belpaese. Il libro è una cronaca ragionata dei fatti, articolato in tre parti, ciascuna delle quali corredata dall'intervista al segretario generale del periodo – da Claudio Sabattini (1994-2002) a Gianni Rinaldini (2002-2010) a Maurizio Landini (dal 2010).

30.4.11

6 maggio - Il nostro sciopero generale: appello per la generalizzazione

Lo sciopero generale contro la Confindustria e il governo del prossimo 6 maggio ha bisogno di una spinta sociale straordinaria. Troppi fattori gli giocano contro, facendo precipitare il nostro paese in quella «terra di nessuno» caratterizzata dalla crisi senza conflitto per il cambiamento. La politica dei partiti di «opposizione» è tornata ad essere riversa nei suoi giochi, troppo appassionata al futuro degli eletti piuttosto che a quello degli elettori. Il governo d'altro canto, sempre più espressione di autoritarismo e arroganza, può vivere in relativa tranquillità grazie al fatto che la partita, il campo di gioco, la durata del match sono saldamente nelle sue mani, al riparo da quell'idea di alternativa all'esistente che dovrebbe dare sostanza, concretezza, alla lotta per la democrazia contro le oligarchie che detengono il potere.

Lo sciopero dunque, per aumentare la sua efficacia dev'essere capace di rompere questo schema. Noi crediamo che solo il suo divenire sociale, cioè un fatto di grande partecipazione popolare, di grande intensità e forza, un evento concreto che segni un ulteriore tappa nel protagonismo di lavoratori e lavoratrici, di studenti e ricercatori, di chi non ha lavoro e reddito, possa rimettere al centro del dibattito pubblico i nodi su cui è necessario battersi e vincere, per poter parlare di cambiamento. Il caso Fiat sta riesplodendo, e con esso il solito ricatto del metodo Marchionne - lavoro in cambio di diritti e democrazia - ed esso ci mostra ancora una volta come il terreno del lavoro, qualsiasi esso sia, oggi coincide con quello della precarietà, che non è «affare dei giovani». Il famigerato «collegato lavoro», che proprio dalle scorribande di Marchionne prende ispirazione, si sta applicando sistematicamente, come nuovo strumento di ridefinizione delle relazioni industriali piramidali, e la volontà dell'impresa non è minimamente negoziabile.


Il ddl Gelmini, con il suo corollario di attacchi al concetto stesso di scuola e università laiche e pubbliche, sta innanzitutto falcidiando migliaia e migliaia di posti di lavoro, azzerando la ricerca e la ricetta Tremonti per i prossimi tre anni andrà a peggiorare ulteriormente la situazione con un taglio di 4,5 miliardi ogni anno. I licenziamenti sono ormai l'eplilogo annunciato per centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici in cassa integrazione, e il lavoro sottopagato, intermittente, a contrattazione individuale l'orizzonte che si prefigura per tutti. In questo quadro rilanciare la battaglia per sostenere la Fiom contro Marchionne, per l'aumento dei salari e l'introduzione di forme di reddito di cittadinanza contro la precarizzazione, attraverso la tassazione della rendita e delle transazioni finanziarie, significa proporre un'altra idea di società contro la crisi. Come sostenere la lotta degli studenti e degli insegnanti, vuol dire pensare alla formazione come diritto e bene comune. Salario e reddito, occupati e temporaneamente occupati, lavoro certificato o in nero, subordinato o parasubordinato «mascherato» con una partita iva, rappresentano le mille facce di un problema comune: ridare centralità a chi produce, ai suoi diritti, contro la centralità delle banche e dei rentier, contro quel 10% che trattiene per sé oltre il 50% della ricchezza prodotta da tutti e tutte.


Il percorso di Uniti per lo sciopero non è espressione né di alleanze tattiche o tra organizzazioni. Nasce dall'idea che insieme, in uno spazio comune e condiviso, dobbiamo e possiamo oggi rimettere al centro il conflitto sociale per la democrazia solo se lo sostanziamo, se lo descriviamo declinandolo in cose concrete che riguardano la vita reale di milioni di persone. Dopo l'assemblea nazionale di Roma, Uniti per lo sciopero è diventato il modo di riunirci, a livello provinciale e regionale, per costruire materialmente la giornata del 6 maggio. Tre le indicazioni che stanno emergendo dalle varie situazioni e che riteniamo possano essere assunte da tutti per lo sciopero:
1) Caratterizzare il Primo maggio nella preparazione dello sciopero con iniziative in tutte le manifestazioni.
2) Costruzione con le RSU e i delegati sindacali di picchetti sociali, presidi e assemblee volanti davanti a fabbriche e luoghi di lavoro.
3) Partecipazione ai cortei sindacali con lo spazio comune di Uniti per lo Sciopero come luogo unitario costruito con movimenti, associazioni, cittadini.
4) Dopo la conclusione dei comizi, individuazione di forme pacifiche e di massa di iniziativa nelle città, che rendano visibile e prolungato l'impatto dello sciopero e quindi dia forza alle sue ragioni.
Facciamo appello a tutti perché lo spirito con il quale costruiamo lo sciopero sia questo. Chiediamo alle Camere del Lavoro, ai delegati e alle Rsu, alle reti di movimento, alle persone, di costruire insieme questa importante giornata di democrazia e per la democrazia.



Nicolò Altomare, Andrea Alzetta, Andrea Amendola, Enza Amici, Salvatore Bacciu, Paola Bianco, Elena Bianco, Tommaso Cacciari, Luca Cafagna, Loris Campetti, Luca Casarini, Giovanna Cavallo, Giuseppe Ciarrocchi, Daniele Codeluppi, Paolo Cognini, Giorgio Cremaschi, Luca Daminelli, Michele De Palma, Gianmarco De Pieri, Simone Famularo, Salvatore Fierro, Omid Firouzi, Max Gallob, Eva Gilmore, Egidio Giordano, Ugo Mattei, Vilma Mazza, Giorgio Molin, Antonio Musella, Giovanni Pagano, Bruno Papignani, Francesco Pavin, Eva Pinna, Gabriele Polo, Francesco Raparelli, Manila Ricci, Gianni Rinaldini, Mirco Rota, Claudio Sanita, Giacomo Senatore, Ada Talarico, Massimo Torelli, Luca Tornatore, Emiliano Viccaro.

17.3.11

Uniti per lo sciopero, ci vediamo a Roma

Pubblichiamo l'appello di UnitiControLaCrisi per lo sciopero generale del 6 maggio 2011. Il Laboratorio Giovanile Sociale appoggia e parteciperà allo sciopero, in quanto passaggio cruciale (anche su questo blog invocato) per costruire democrazia sostanziale, legare inscindibilmente l'apertura di spazi per nuove soggettività con l'estensione dei diritti, declinando in maniera comune le esperienze e rEsistenze che abitano i territori: le scuole e le Università, le fabbriche e i nuovi luoghi di quel lavoro cognitivo e relazionale che genera nuove schiavitù ma apre spazi davvero ad una riappropriazione del lavoro sociale.
Noi ci siamo e lavoriamo affinché questo appuntamento sia generalizzato ed esteso veramente a tutte le realtà sociali.

Il prossimo 6 maggio lo sciopero generale indetto dalla Cgil si presenta come una grande occasione per il cambiamento nel nostro paese.

Non sarà una data rituale, e questo è gia dimostrato non solo per come è stato letteralmente costruito dal basso, dalle lotte di questi mesi, ma anche dal fatto che l'indizione delle «quattro ore» fatta dalla segreteria è già stata estesa all'intera giornata da molte categorie, dal commercio alla funzione pubblica, alle telecomunicazioni agli edili, e proposta dal segretario generale dei metalmeccanici alla propria categoria. In questi mesi le lotte per i diritti, la democrazia e la dignità hanno attraversato piazze e strade da sud a nord, riempiendosi di centinaia di migliaia di persone, donne e uomini che dall'università e dalla fabbrica, dalle loro case dai loro territori, sono usciti rendendo visibile un'idea altra e diversa di società da quella che sembra essere l'unica possibile, quella imposta dai fatti che accadono uno dopo l'altro e ci precipitano addosso dall'alto. Sembra ineluttabile infatti il declino a cui è condannata la condizione del lavoro, ridotta a una compravendita di corpi e intelligenze al massimo ribasso, privata di diritti e dignità, schiava delle imposizioni di chi accumula enormi quantità di denaro e potere grazie alla rendita sulle speculazioni finanziarie.

A Pomigliano e Mirafiori, nella scuola o all'università, chi governa lo fa in funzione degli interessi privati di pochi, trasformando i beni comuni, siano essi i diritti o le risorse, la conoscenza o la ricchezza generale prodotta, in qualcosa che è «privato», di pochi e per gli scopi di pochi. La democrazia diviene così il campo libero di manovra di una rete di oligarchie, le cricche, le caste, i potentati di affari, le lobbies senza scrupolo alcuno, le bande di arraffoni, corrotti, mafiosi. La democrazia viene svuotata perché «privata» del controllo pubblico sulle scelte che riguardano tutti; separata dalla giustizia sociale che è il suo fine.

Noi crediamo che sia giunto il momento di dire basta. È il momento di affermare con la forza di una partecipazione ed impegno civile e sociale che non vi è più alcuna differenza tra le lotte contro il ddl Gelmini e quelle degli operai e operaie della Fiat, tra la battaglia democratica contro l'oligarchia al potere e le sue nefandezze pubbliche e private e quella per la dignità delle donne sul lavoro e nella società. Non deve più esserci nessuna separazione tra democrazia e diritti, tra costituzione formale e materiale. Aggravata dalla proposta del ministro della Giustizia di rendere la Corte Costituzionale dipendente dal governo di turno.

Le lotte di questi mesi ci hanno mostrato un altro paese, orgogliosamente vicino alla vita vera, quella piena di difficoltà e di incertezze, di chi ha poco, di chi deve guadagnarsi tutto, conquistarsi passo passo ogni cosa. Il vento che arriva dal sud di questa Europa, ci dice che insieme, in tanti e diversi, possiamo sconfiggere ciò che sembra invincibile, possiamo e dobbiamo sconfiggere la violenza della guerra contro le popolazioni che manifestano in strada e allo stesso tempo l'idea che la democrazia si possa esportare con i bombardamenti. Possiamo e dobbiamo far tornare a vivere la lotta per la pace e dare un corpo comune ai sogni e alle speranze, trasformando la resistenza e l'indignazione in un'idea di nuova società, di nuova democrazia.

È per questo che riteniamo lo sciopero generale l'occasione di praticare insieme questo esercizio di libertà, di essere tutti uniti perché il 6 maggio questo paese si fermi veramente e guardi come prendere in mano il suo futuro. A partire anche dal percorso di Uniticontrolacrisi che ha avuto origine nella grande manifestazione della Fiom del 16 ottobre scorso, facciamo appello a tutti coloro che si stanno mobilitando nei propri luoghi di vita, nelle industrie, nell'università e nella scuola, nelle realtà del lavoro autonomo di seconda generazione, agli intellettuali, agli artisti e a tutto il mondo della conoscenza e dell'informazione, ai comitati ambientali e a coloro che si battono con i migranti per i diritti negati, alle donne, perché questo sciopero sia costruito dal basso, città per città, quartiere per quartiere, e si concretizzi in una grande e lunghissima giornata di protesta e proposta. Uno sciopero che sappia unire l'indignazione con la lotta per i diritti sociali, che sia quindi una sollevazione del popolo della nuova democrazia e della nuova società. Per costruirlo insieme bisogna cominciare subito a mescolarci gli uni con gli altri, a confrontarci tra tanti e diversi su come fare, su cosa significhi «bloccare il paese». Auspichiamo che si possa trovarci a discuterne in una grande assemblea nazionale il prossimo 25 marzo a Roma, a ridosso della manifestazione in difesa dell'acqua pubblica e per i referendum. La primavera è già iniziata.


* Gianni Rinaldini, Gino Strada, Don Andrea Gallo, Maurizio Landini, Luca Casarini, , Loris Campetti, , Michele De Palma, Rossana Rossanda, Moni Ovadia, Paolo Flores d'Arcais, Giorgio Cremaschi, Luciano Gallino, Andrea Alzetta, Francesco Raparelli, Betty Leone, Vilma Mazza, Marco Bersani, Luca Tornatore, , Gianmarco de Pieri, Paolo Cognini, Roberta Fantozzi, Eva Gilmore, Roberto Iovino, Emiliano Viccaro, Luca Cafagna, Simone Famularo, Eva Pinna, Giuliano Santoro, Simona Ammerata, Antonio Musella, Claudio Riccio, Mariano Di Palma, Giuseppe De Marzo, Roberto Giudici, Franz Purpura, Claudio, Sanita, Matteo Jade, Massimo Torelli, Guido Viale, Ugo Mattei.*Uniti contro la crisi*

23.2.11

Sciopero generale: un momento storico.

Quanto sta avvenendo nei Paesi dell'Africa del Nord ci interroga sulla fase storica che stiamo vivendo e sulle strategie da mettere in campo per mutare profondamente il nostro regime politico-economico.
La richiesta di diritti sul lavoro e la difesa del contratto nazionale di lavoro in Italia e quella di occupazione e reddito in Tunisia.
Gli scioperi di Mirafiori e Pomigliano, le manifestazioni del 16 ottobre e del 28 gennaio, la Fiom, e quelle dei comitati nordafricani in mobilitazione.
Le battaglie per un nuovo welfare e una riforma del lavoro e quelle per l'abbassamento del prezzo del pane.
Le piazze piene per una democrazia radicale e una riforma del sistema politico, e quelle contro le dittature.

Da almeno 40 anni non si ponevano le basi per una mobilitazione globale in grado di determinare, su terreni culturali e sociali differenziati seppur sempre più integrati, una modifica alla struttura sociale e politica di radicale profondità.
Nel nostro Paese, e in tutto l'Occidente, l'impianto di produzione culturale sta imponendo una ricostruzione dei fatti che circoscrive all'area del bacino meridionale del Mediterraneo i conflitti, risolti e limitati a richieste di democrazia (à la americana!) e destituzione di dittatori. Questo racconto non solo rimuove alcune questioni cruciali (il rapporto con Ben Alì, Mubarak, Gheddafi, il ruolo coloniale e post-coloniale giocato dalle forze transnazionali e finanziarie, le asimmetrie degli accordi, il ruolo giocato dalla fortezza UE in questi anni) ma ci spinge a volgere, e là fermare, il nostro sguardo oltremare, velando i nessi esistenti tra la crisi di sistema di quei Paesi e le distorsioni e forzature presenti nel nostro.
Le rivolte messe in moto via internet dagli studenti e studentesse algerin*, quelle de* lavoratori/trici di quel cognitivo che sempre più si fa spazio anche in Africa, quelle dei padri e delle madri di famiglia che esigono garanzie e sicurezza, oltre che autodeterminazione, sono strettamente collegate ed hanno le stesse radici delle nostre.

Per questi motivi (senza dubbio da approfondire e articolare ulteriormente) oggi c'è urgenza di uno SCIOPERO GENERALE, inteso come MOBILITAZIONE NAZIONALE A OLTRANZA DEI LAVORATORI E DEI DISOCCUPATI, DEGLI STUDENTI E DEL MONDO DELLA CULTURA, DELLE DONNE E DELLA SOCIETA' CIVILE, dando vita ad una rifondazione della società e del sistema politico di rappresentanza partendo da alcuni punti chiari:

-reddito di cittadinanza;
-tassa sulle delocalizzazioni;
-rimozione della legge Ronchi per la privatizzazione dell'acqua e di quella Gelmini sull’Università;
-STOP al finanziamento agli aerei F-35 e ritiro delle truppe dall'Afghanistan;
-riforma locale e nazionale del sistema elettorale;
-legge sul conflitto d'interessi e per il limite di legislature;

Convocare con queste intenzioni uno sciopero generale (magari internazionalizzato), potrebbe avere un effetto dirompente e testimonierebbe di una consapevolezza storica notevole.
Stefano

19.1.11

Fiom e Laboratorio per i diritti e il lavoro.

Ieri sera si è tenuto l'incontro promosso dal Laboratorio Giovanile Sociale "Da Mirafiori a Macerata: cosa significa essere operai oggi". Un momento di autoformazione collettiva, di ascolto delle parole del lavoro di fabbrica.
Sono intervenuti, in maniera assolutamente spontanea e orizzontale, Rossella Marinucci -coordinatrice cittadina della Fiom- e alcuni operai della Faggiolati, azienda in cui il Laboratorio ha stimolato processi di partecipazione attiva attraverso il tesseramento alla stessa Fiom.
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Tutti quanti siamo usciti arricchiti da un incontro originale, di ascolto prima che di proposta, attraverso il quale si è messa a fuoco la condizione dell'operaio di fabbrica, anche attraverso le parole del sindacato che di più, in questi anni, ha lavorato per la difesa dei diritti dei lavoratori. Le 40 persone presenti, quasi tutte di età inferiore ai trent'anni, hanno così dato via ad un incontro vivace, confrontandosi fino a mezzanotte sui modi per collaborare, mettere assieme le esperienze-sofferenze-resistenze che ciascuno di noi vive sul posto di lavoro, all'Università, a scuola, nel mondo della cultura.
E' emersa l'urgenza di lavorare in maniera specifica nel territorio, continuando a costruire momenti analoghi di autoformazione, ipotizzando anche una reciproca contaminazione, laddove gli studenti possono entrare nelle fabbriche e gli operai riunirsi nelle aule universitarie.

L'esigenza del cambiamento radicale che si attua a partire dalle nostre pratiche quotidiane, propriamente politiche e non, in un tentativo di nuova ricomposizione sociale e politica che mette al centro il territorio, nel tentativo di mettere in moto un circolo positivo di nuove relazioni, nuovi momenti in comune, riappropriazione degli spazi, del lavoro, e dei saperi di tutti.

La grande partecipazione ci ribadisce l'urgenza di lavorare in mezzo alla gente e ci stimola la speranza di poter cambiare qualcosa, facendo del lavoro in rete il fulcro di un percorso condiviso che ha nel Laboratorio, indiscutibilmente, il suo punto di riferimento cittadino.
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Una parola sul Laboratorio Giovanile Sociale: le tensioni sociali accumulatesi negli ultimi mesi, l'incapacità della politica di rappresentare le istanze di nuove soggettività che chiedono diritti e dignità, hanno come contraltare, a Macerata, il lavoro di tant* giovan* lavoratori/trici e student* che con il Laboratorio stanno costruendo la possibilità concreta di lavorare in rete, di mettere in pratica forme politiche nuove, dal basso e in ascolto. Il Laboratorio, con questo incontro, si ripropone come punto di riferimento dell'iniziativa politico-socio-culturale cittadina, in quanto riesce ad articolare una proposta politica che include senza subordinare, condividere con gli altri senza espropriare; e anzi, nei tanti "mondi" di Macerata riesce ad essere anche il lievito dentro la mobilitazione di specifiche classi sociali, siano esse operaia, studentesca o universitaria.
Non possiamo fermarci ora. Anzi, mai come adesso urge rilanciare l'iniziativa sul territorio, rideclinando positivamente e praticamente termini come cambiamento radicale, accoglienza, dignità delle persone, comune, condivisione, arte...

Stefano