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29.8.11

Il comune in rivolta

di Toni Negri e Judith Revel

Non ci voleva molta immaginazione per « strologare » rivolte urbane nella forma delle jacqueries, una volta che l’analisi della crisi economica attuale fosse stata ricondotta alle sue cause ed ai suoi effetti sociali. In Commonwealth, fin dal 2009, era stato infatti previsto. Quello che non ci saremmo mai attesi, all’incontrario, è che in Italia, nel movimento, questa previsione fosse rifiutata. Sembrava infatti, ci fu detto, antica; si disse invece: ora è il momento di ricostruire fronti larghi contro la crisi, di stabilire nei movimenti forme di organizzazione-comunicazione-riconoscimento che tocchino la rappresentanza politica.
Bene, adesso ci si trova tuttavia di fronte a movimenti che si esprimono in forme insurrezionali più o meno classiche, ma che si danno ovunque, sradicando così la vecchia grammatica geopolitica nella quale alcuni continuavano ostinatamente a voler pensare. Si danno cioè:
1) laddove un proletariato nuovo – fatto di precari et di disoccupati – si congiunge a classi medie in crisi: soggetti diversi che si unificano in modo inedito nella lotta, come nei paesi del sud-mediterraneo, per chiedere nuove forme di governo, più democratiche. La dittatura politica dei vari Ben Ali e quella politico-economica delle nostre democrazie di facciata non saranno certo equivalenti – anche se le seconde hanno per decenni accuratamente costruito, appoggiato e protetto le prime – ma ormai la voglia di democrazia radicale è ovunque e traccia un comune di lotta a partire da fronti diversi, permette intrecci e mescolanze, ibrida le rivendicazioni dagli uni con quelle degli altri;
2) dove le medesime forze sociali, che soffrono della crisi in società con rapporti di classe ormai decisamente controllati da regimi finanziari in economie miste, manifatturiere e/o cognitive, si muovono su terreni diversi con pari determinazione (i movimenti degli operai, degli studenti, e dei precari in genere, prima; ed ora movimento sociali complessi del tipo “acampados”);
3) dove la ripresa di movimenti di puro rifiuto, attraversati da composizioni sociali quanto mai complesse, stratificate sia verticalmente (classi medie che precipitano verso il proletariato dell’esclusione), sia orizzontalmente (nelle diverse sezioni della metropoli, fra gentrificazione e zone ormai “brasilianizzate” – come ricorda la Sassen –, dove cioè i rapporti fra gang cominciano a lasciare segni di kalashnikov sulle pareti dei quartieri, perché l’unica – drammatica, entropica – alternativa all’organizzazione delle lotte è quella della criminalità organizzata).
Le attuali rivolte inglesi appartengono a questa terza specie ed assomigliano molto a quelle che hanno attraversato qualche tempo fa le banlieues francesi: misto di rabbia e di disperazione, di frammenti di auto-organizzazione e di spezzoni di sedimentazione di altro tipo (gruppi di quartiere, solidarietà di rete, tifoserie ecc.), esprimono ormai l’insopportabilità di una vita ridotta a macerie. Le macerie che le rivolte lasciano dietro a se stesse, senz’altro inquietanti, non sono alla fine così diverse da quelle che costituiscono il quotidiano di molti uomini e donne oggi: brandelli di vita ad ogni modo.
Come aprire la discussione su questo complesso di fenomeni dal punto di vista di un pensiero del comune? Quanto verremo qui di seguito formulando, ha la sola intenzione di aprire uno spazio di dibattito.
Innanzitutto, ci sembra si tratti di respingere alcune interpretazioni che i mezzi di comunicazione delle classi dominanti veicolano.
Si sostiene in primo luogo, che si tratta di movimenti (questi di cui parlavamo) da considerare, dal punto di vista politico, nella loro “radicale” diversità. Ora, che questi movimenti siano politicamente diversi è ovvio. Ma che lo siano “radicalmente” è semplicemente idiota. Tutti questi movimenti sono, infatti, radicalmente qualificati non semplicemente – a secondo dei casi – dall’opposizione a Ben Ali o ad altri dittatori, non dalla denuncia del tradimento politico di Zapatero o di Papandreou, non dall’odio nei confronti di Cameron o dal rifiuti dei diktat della BCE – ma piuttosto, tutti insieme, dal rifiuto di pagare le conseguenze dell’economia e della crisi (niente sarebbe più errato che considerare la crisi come catastrofe accaduta all’interno di un sistema economico sano; niente di più terribile del rimpianto per l’economia capitalistica prima della crisi), cioè dell’enorme spostamento di ricchezza che queste stanno provocando a favore dei potenti, organizzati nelle forme politiche dei regimi occidentali (democratici o dittatoriali, conservatori o riformisti…).
Queste sono rivolte che nascono in Egitto o in Spagna o in Inghilterra, dal rifiuto allo stesso tempo, dell’assoggettamento, dello sfruttamento e del saccheggio che l’economia ha predisposto sua vita di intere popolazioni del mondo, e delle forme politiche nelle quali la crisi di questa appropriazione biopolitica è stata gestita. E questo vale anche per tutti i regimi cosiddetti “democratici”. Questa forma di governo non sembra preferibile, se non per l’apparente “civiltà” con la quale maschera l’attacco sferrato alla dignità e all’umanità delle esistenze che frantuma: la dissoluzione dei rapporti di rappresentanza ha raggiunto misure rovinose. Quando si afferma che esistono – secondo i criteri della democrazia occidentale – differenze radicali fra la rappresentanza nella Tunisia di Ben Ali o nella Tottenham, o nella Brixton di Cameron, si finge semplicemente di non vedere l’evidenza: la vita è stata troppo compressa e saccheggiata per non esplodere in un moto di rivolta. Per non parlare dei dispositivi di repressione, che riportano l’Inghilterra ai tempi dell’accumulazione originaria, alle prigioni di Moll Flanders o alle fabbriche di Oliver Twist. All’affissione delle foto dei ragazzi rivoltosi sui muri e sugli schermi delle città inglesi, andrebbe davvero opposta la stampa grand format delle facce da maiali (altra variante dei PIGS?) dei padroni delle banche e delle finanziarie che hanno condotto interi quartieri a quella condizione, e che continuano a fare della crisi occasione di profitto.
Torniamo alla vulgata dei giornali. Diverse sarebbero queste rivolte, poi, dal punto di vista etico-politico. Alcune legittime, come nei paesi del Maghreb, perché la corruzione dei regimi dittatoriali avrebbe condotto a condizioni di miseria; comprensibili quelle degli studenti italiani o degli “indignados” perché “precarietà è brutto”; criminali quelle dei proletari inglesi o francesi, semplici movimenti di appropriazione di quello che non è loro, di vandalismo, e di odio razziale.
Tutto ciò è in gran parte falso, perché queste rivolte tendono – fra le diversità, che non si tratta qui di negare – ad avere natura comune. Non sono rivolte “giovanili”, ma rivolte che interpretano condizioni sociali e politiche considerate del tutto insopportabili da strati di popolazione sempre più maggioritari. La degradazione del salario lavorativo e di quello sociale è andata oltre quel limite che gli economisti classici e Marx identificavano nel livello di riproduzione dei lavoratori e chiamavano “salario necessario”. Ed ora, che i giornalisti dichiarino che queste lotte sono prodotte da derive del consumismo, se osano!
Ne viene una prima conclusione. Questi movimenti possono essere “ricompositivi”. Essi penetrano in effetti le popolazioni – che si tratti di lavoratori finora garantiti o di precari, di disoccupati o di chi non ha mai conosciuto altro che “attività”, arte di arrangiarsi, lavoretti sommersi – e ne esaltano i momenti di solidarietà nella lotta contro la miseria. Nella povertà e nella lotta per reagirvi si ricongiungono ceti medi declassati e proletariato migrante e non, lavoratori manuali e cognitivi, pensionati, casalinghe e giovani. Qui si ritrovano condizioni di lotta unitaria.
In secondo luogo, salta immediatamente agli occhi (ed è questo che soprattutto inorridisce gli interlocutori che pretendono vedere caratteristiche consumistiche in questi movimenti) che questi non sono movimenti caotico-nichilisti, che non si tratta di bruciare per bruciare,  che non si vuole decretare la potenza distruttiva di un no future inedito. Quarant’anni ormai dopo il movimento punk (che fu peraltro, alla faccia degli stereotipi, appassionatamente produttivo), non sono movimenti che decretano, avendola registrata e introiettata, la fine di ogni futuro ma che al contrario vogliono costruirlo. Essi sanno che la crisi che li tocca non è dovuta al fatto che i proletari non producono (sotto padrone o nelle condizioni generali della cooperazione sociale che ormai innerva i processi di captazione del valore), o non producono abbastanza, ma al fatto che sono derubati del frutto della loro produttività; che cioè essi devono pagare una crisi che non è la loro; che i sistemi di sanità, di pensionamento, di ordine pubblico, se li sono già pagati mentre la borghesia accumulava per le guerre ed espropriava per il suo proprio profitto. Ma soprattutto sanno che dalla crisi non si uscirà se loro, i rivoltosi, non mettono le mani nei meccanismi di potere e nei rapporti sociali che quei meccanismi regolano. Ma, si obbietterà, quei movimenti non sono politici. Quand’anche esprimessero posizioni politicamente corrette (come spesso è avvenuto per gli insorti nord-africani o per gli indignados spagnoli) – aggiungono i critici – quei movimenti si pongono pregiudizialmente fuori o in posizione critica dell’ordine democratico.
Per forza, ci sembra di poter aggiungere: nell’ordine politico attuale, è difficile, se non impossibile, trovare fori, passaggi, percorsi attraverso i quali un progetto che attacchi le attuali politiche di superamento della crisi, possa darsi. Destra e sinistra, quasi sempre, si equivalgono. La patrimoniale riguarda i redditi da 40/50 mila euro per gli uni, quella di 60/70 mila euro per gli altri: sarebbe quella la differenza? La difesa della proprietà privata, l’estensione delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni sono all’ordine del giorno di ciascuna parte. Il sistema elettorale è ormai puramente e semplicemente ridotto a sistema di selezione di delegati dei ceti privilegiati. Ecc, ecc. I movimenti attaccano tutto questo: sono politici o no quando lo fanno? I movimenti sono politici perché si pongono su un terreno non rivendicativo ma costituente. Attaccano la proprietà privata perché la conoscono come forma della loro oppressione ed insistono piuttosto sulla costituzione e la gestione della solidarietà, del Welfare, dell’educazione – insomma, del comune, perché ormai è questo l’orizzonte di vita dei vecchi e dei nuovi poveri.
Naturalmente nessuno è tanto stupido da pensare che queste rivolte producano immediatamente nuove forme di governo. Ciò che tuttavia queste rivolte insegnano è che “ l’uno si è diviso in due”, che la compattezza apparentemente senza faglie del capitalismo è ormai solo una vecchia fantasmagoria – che non c’è modo di riunificarla, che il capitale è definitivamente schizofrenico, e che la politica dei movimenti non può che situarsi immediatamente dentro questa rottura.
Noi speriamo che i compagni che ritenevano le insurrezioni un vecchio arnese delle politiche dell’autonomia sappiano riflettere su quanto sta avvenendo. Non è sfiancandosi nell’attesa di scadenze parlamentari, ma inventando nuove istituzioni costituenti del comune in rivolta, che tutti insieme potremo comprendere l’a-venire.

10.8.11

Uk riots. La corda si è spezzata.

Gli effetti della crisi economica e delle politiche governative fatte di tagli al welfare e ai diritti sociali trovano un contraltare nelle forme, diverse ma diffuse, di conflitto sociale che emergono negli ultimi mesi in Grecia, in Spagna, in Italia e hanno rappresentato il substrato delle rivoluzioni nordafricane. Abbiamo scritto della catastrofe nel Corno d'Africa (leggi: http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/07/la-catastrofe-annunciata-del-corno.html) e dei drastici tagli della Manovra Finanziaria italiana (http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/07/limpatto-della-manovra-finanziaria-sui.html), cosi come dei percorsi che noi giovani, assieme ai soggetti più vulnerabili quali migranti, precari, disoccupati, stiamo costruendo per determinare un cambiamento di sistema (http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/07/la-crisi-o-la-speranza.html).
"Loro la crisi, noi la speranza". Quanto accade a Londra non è "criminogeno", come afferma il Premier conservatore Cameron: è il risultato di una situazione esplosiva fatta di razzismo più o meno latente, della decomposizione del campo dei diritti e delle garanzie sociali; è il frutto di una società che vive della marginalità, dell'esclusione, della distruzione dell'alterità: e solo oggi scopriamo che anche a Londra, come in tutte le grandi capitali, ci sono i ghetti ed i quartieri dormitorio monocolor. La rivolta di questi giorni ha dunque, a mio parere, un carattere costituente: getta sul tavolo politico la violenza dello stato esistente, pretende diritti e riconoscimento sociale, immagina forme contaminate e meticce di cittadinanza.
In questi giorni faremo il possibile per riportare, descrivere, analizzare i conflitti presenti nel globo, lontani e vicini: ben sapendo che la fase più dura, anche per noi, deve ancora venire. Gli attacchi allo Statuto dei Lavoratori integrano e completano la riforma dell'Università, la fine del Contratto Nazionale di Lavoro e i tagli verticali alle sovvenzioni ed ai sussidi.
Prepariamoci a tornare in piazza e non smettiamo di fare politica: se queste lotte hanno carattere costituente, la nostra azione può generare un avvenire diverso.

Tratto da GlobalProject-Il tumulto continua e dilaga. Al terzo giorno di scontri ed espropri, quella che era cominciata come una rivolta localizzata contro il razzismo della polizia, sta assumendo contorni per certi versi inaspettati e diventando il “caso più serio e distruttivo di violenza urbana dai tempi delle rivolte di Brixton e Toxteth del 1981”, per usare le parole del quotidiano britannico the Guardian. Non più solo Londra ma altre città del paese. Non più solo giovani uomini e donne afro-caraibici od asiatici, i gruppi etnici più colpiti dalle angherie della polizia, ma anche bianchi britannici.
Le rivolte di questi giorni e la facilità e rapidità con cui si sono diffuse stanno portando alla luce l’esistenza di diversi conflitti. Il primo riguarda il comportamento della polizia ed il razzismo istituzionale. L’uccisione del taxista afro caraibico Mark Duggan, ed il successivo comportamento arrogante e sprezzante della London Met, il corpo di polizia della capitale britannica, che nella serata di sabato si è rifiutata di dare qualsivoglia spiegazione o rassicurazione ai familiari ed amici che chidevano giustizia e si erano radunati di fronte alla stazione della polizia di Tottenham, dimostrano che non molto è cambiato dalla rivolta di Brixton del 1981 scoppiata proprio a causa di un incidente analogo. Quella rivolta portò ad un inchiesta parlamentare, poi sfociata nello Scarman report, che riconobbe l’esistenza di comportamenti razzisti diffusi nei confronti degli abitanti afro-caraibici da parte della polizia. L’uccisione di Duggan e la rabbia espressa da migliaia di giovani e non ci dice che la polizia è un’istituzione ancora profondamente razzista.
Il secondo conflitto espresso dalle rivolte di questi giorni investe il piano di austerity ed i progetti di ristrutturazione del welfare state e della spesa pubblica da parte del governo Cameron. La dinamica delle rivolte di questi giorni, con i saccheggi di grandi magazzini di beni di largo consumo come le televisioni e gli articoli elettronici, l’abbigliamento sportivo, i telefoni cellulari, sono una forma di riappropriazione del reddito da parte di settori della popolazione che sono stati severamente colpiti dalla crisi e dai tagli di spesa pianificati dal governo. La stessa partecipazione di giovani bianchi ci dice che le rivolte di questi giorni non sono solo la legittima sollevazione di chi viene quotidianamente vessato dalla polizia od escluso sul mercato del lavoro a causa del proprio background etnico.
Haringey, la circoscrizione a cui appartiene il quartiere di Tottenham, è considerata una delle cinque zone più svantaggiate di Londra, con una disoccupazione, soprattutto giovanile, che nell’ultimo anno è cresciuta del 10%. In questo quartiere, nelle ultime settimane sono stati chiusi 13 youth clubs, centri giovanili di aggregazione organizzati dal comune, un fatto che ha suscitato sconcerto e rabbia tra la popolazione locale. Più in generale, nel paese, migliaia di strutture, dalle biblioteche ai servizi sociali o sanitari, verranno drasticamente ridimensionate o dovranno chiudere i battenti, con conseguenti effetti occupazionali, in seguito al taglio della spesa pubblica del 25% circa fino al 2013.
I tumulti di questi giorni vanno inquadrati in un contesto di protesta sociale diffusa, anche se non coordinata. Da quando Cameron è andato al governo poco più di un anno fa ed ha lanciato il suo programma di tagli il paese ha visto le proteste degli studenti tra cui l’assalto al quartiere generale dei Tory, l’occupazione di decine di università, diversi scioperi e proteste nei confronti dei consigli comunali dove venivano discussi i bilanci e decisi i tagli di spesa, la grande manifestazione del 26 marzo seguita da diverse azioni di sabotaggio nei confronti di catene commerciali e banche accusate di evadere il fisco. In questi giorni, le rivolte a Londra ed in altre città inglesi. È chiaro che ciascuno di questi eventi è stato scatenato da cause immediate diverse. Eppure, il filo conduttore è unico ed è la brutale politica economica del governo. I tumulti di questi giorni sono il segnale che la corda si è spezzata. L’illusione coltivata dalla santa trinità dei tagli Cameron-Osborne-Clegg che i piani di austerity sarebbero stati accettati senza che la pace sociale venisse compromessa ed in nome della compatibilità del sistema è definitivamente svanita.
Nicola Montagna, docente di sociologia alla Middlesex University di Londra.