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9.12.11

Una manovra senza equità Con poca crescita e molto rigore (ma non per i ricchi)

Tratto da sbilanciamoci.org

La campagna Sbilanciamoci! dà un giudizio negativo sulla manovra di correzione dei conti pubblici presentata alle Camere lo scorso 5 dicembre. Esprimiamo riserve su molte delle misure contenute nella manovra del governo Monti. Ci sono alcuni provvedimenti in parte condivisibili (dalla reintroduzione dell’ICI alla tassazione delle autovetture di lusso, dal parziale abbassamento della soglia dell’uso del contante per i pagamenti all’aumento dell’imposta di bollo sulle ricchezze mobiliare detenute nelle banche, dalla creazione di un fondo per l’occupazione giovanile alla riduzione dei costi della politica), ma l’insieme della manovra non è equa, colpisce i lavoratori, i pensionati, i cittadini, salva i grandi patrimoni e non contiene adeguate misure per la crescita e lo sviluppo.
È una manovra che, secondo Sbilanciamoci!, risponde in modo inadeguato alle esigenze di equità sociale e di crescita, interpreta i vincoli europei e dei mercati finanziari in modo restrittivo e rischia di avere un effetto depressivo sulla ripresa dell’economia, mentre mancano politiche ed interventi adeguati per gli investimenti pubblici a sostegno della domanda e dei consumi collettivi. È una manovra recessiva.
In questa manovra non c’è equità
perché si usano le pensioni per fare cassa e si abbassano i redditi dei pensionati sopra i 960 euro con la deindicizzazione dall’inflazione. È ingiusto l’ulteriore slittamento del pensionamento di decine di migliaia di pensionati in procinto di andarci, a causa dell’innalzamento del limite a 42 anni (e 41 per le donne) per le pensioni di anzianità
perché si tagliano i servizi ai cittadini. Gli ulteriori tagli di oltre 5 miliardi agli enti locali e alle regioni causeranno o l’aumento delle tariffe (come nei caso dei servizi sociali e del trasporto pubblico locale) o la riduzione dei servizi pubblici per i cittadini
perché la giusta reintroduzione dell’ICI (ora IMU) non ha natura progressiva e (in attesa di conoscere il sistema di detrazione per le classi di reddito medio basse) pesa di più in termini relativi sulle classi medie rispetto alle classi ricche e non colpisce tutti gli edifici (ad esempio quelli di proprietà delle istituzioni ecclesiastiche) in cui vengono esercitate attività di natura prettamente commerciale
perché mentre si riducono i redditi a pensionati e cittadini (e non si interviene sulle manovre di luglio e di agosto che taglieranno le detrazioni ai lavoratori del 4 e del 20% nel 2012 e nel 2013) non vengono toccati i grandi patrimoni, ad eccezione di alcune condivisibili, ma simboliche misure sull’innalzamento dell’imposizione fiscale sulle autovetture e barche di lusso
perché non c’è la tassa sui grandi patrimoni e sulle ricchezze. L’innalzamento (comunque condivisibile) dell’imposta di bollo sulla ricchezza mobiliare detenuta nelle banche è molto modesta (1,5 per 1000) e non colpisce tutte le tipologie di patrimoni
perché non si porta avanti fino in fondo la lotta all’evasione fiscale: la soglia di mille euro per il pagamento in contanti è troppo alta, addirittura il doppio di quanto avevano chiesto gli stessi imprenditori. L’imposizione fiscale del 1,5% sui capitali scudati è irrisoria, un regalo per gli evasori che se la cavano con poco
perché invece di ricavare nuove entrate dalle aste delle frequenze TV per il digitale, queste si assegnano gratuitamente ai grandi network televisivi
In questa manovra non c’è rigore
verso la casta dei militari: nessun taglio alle spese militari (oltre 21 miliardi di euro) e ai 15 miliardi che spenderemo per 131 cacciabombardieri F35
versole faraoniche grandi opere: soldi sprecati per le grandi infrastrutture strategiche (1,5 miliardi nella legge di stabilità del 2012), mentre bisognerebbe indirizzare i fondi verso le “piccole opere”di cui avrebbe bisogno il paese
verso i beneficiari privati dai finanziamenti pubblici: in particolare le scuole private che ricevono 700 milioni di euro di contributi ogni anno, gli autotrasportatori (400 milioni), i gestori privati (cliniche) di convenzioni con il sevizio sanitario nazionale che lucrano sugli abusi di tariffe e prescrizioni
In questa manovra non c’è crescita
attraverso il sostegno dei consumi e lo sviluppo delle energie rinnovabili. L’aumento dell’IVA deprime i consumi e fa aumentare l’inflazione
attraverso il sostegno agli investimenti pubblici (ad esempio per le piccole opere), investimenti che sono irrisori e che vanno nella direzione sbagliata (grandi opere)
attraverso un sostegno “di sistema” all’impresa, che viene assistenzialemente beneficata con alcune limitate riduzioni dell’IRAP e altre agevolazioni per gli investimenti in ricerca ed innovazione
attraverso il sostegno all’occupazione giovanile e femminile, che in questa manovra si riduce all’aumento della deducibilità dell’IRAP per chi assume giovani e donne
attraverso investimenti nel welfare e nella coesione sociale, nel servizio civile, nella università e nella scuola: nessun investimento e nessun stanziamento a colmare la situazione drammatica delle politiche sociali e dell’istruzione e la formazione
Noi riteniamo che sarebbe stata necessaria un’altra manovra, sempre con un impatto di 30 miliardi
Sul fronte delle entrate, la riduzione delle spese miltari, la tassazione dei grandi patrimoni e delle rendite finanziare, la tassazione di almeno il 10% dei capitali scudati, la cancellazione delle grandi opere.
Sarebbero stati raccolti 30 miliardi con cui finanziare una serie di interventi: un programma straordinario per le piccole opere per la messa in sicurezza di 10mila scuole e per il riassetto idrogeologico; interventi a sostegno dei servizi sociali gestiti dagli enti locali, un piano per gli ammortizzatori sociali dei precari, interventi per sviluppare imprese nel campo delle energie rinnovabili e la mobilità sostenibile, interventi per il diritto allo studio nella scuola e nell’università.
Per questo chiediamo al Parlamento di modificare la manovra del governo, di dargli veramente il segno dell’equità, del rigore e della crescita, di salvare l’Italia dalla crisi e di dare in questo modo l’obiettivo di un modello di sviluppo fondato sull’equità sociale e la sostenibilità ambientale.
Chiediamo a tutti di inviare questo documento ai parlamentari italiani (indirizzi suwww.senato.it e www.camera.it).

31.8.11

Manovra, Gianni Rinaldini: «L'unica risposta a questo attacco al lavoro è il conflitto»

Intervista di Roberto Farnesi tratta da Liberazione.

Gianni Rinaldini, lo sciopero generale della Cgil contro la manovra del governo sta ricevendo più consensi dalla società civile che dalla politica. Solo le forze minori della sinistra vi appoggiano, il Pd oscilla tra l’aperta ostilità dell’area liberal e la prudenza del segretario Bersani, il quale si è limitato a dire che il suo partito sarà presente «a tutte le diverse iniziative» che le forze sociali assumeranno. Tra le critiche alla Cgil, la più ricorrente è che scioperare da soli, senza Cisl e Uil, è un errore. Come rispondi?
E’ la solita litania. Ogni volta che decidiamo uno sciopero, l’unica cosa che ci sentiamo dire è «dovete essere uniti». Il che è un modo come un altro per non entrare nel merito delle questioni alla base della nostra mobilitazione. Quando c’è uno sciopero generale, con le relative proposte, uno dice se le condivide o no. Il resto fa parte di quell’incomprensibile linguaggio politicista che poi è alla base della frattura sempre più evidente tra politica e società civile. La cosa che mi impressiona è il fatto che in questa manovra - oltre agli aspetti di iniquità nella redistribuzione della ricchezza, con misure che penalizzano le fasce popolari - c’è un decreto lavoro che rappresenta un’enormità. Nel senso che ci troviamo di fronte alla cancellazione di parte della storia del movimento operaio. Se dovesse passare questa operazione, d’ora in poi attraverso i contratti aziendali si potrà intervenire su tutte le materie relative alla prestazione lavorativa inclusi gli aspetti legislativi, dal controllo degli ambienti di lavoro anche con strumenti audiovisivi, fino alla scelta di non applicare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. In sostanza, salta l’equilibrio costituzionale fondato sui diritti sociali, che sono la sostanza della democrazia, dal momento che quei diritti in quello schema diventano una variabile del mercato. Ora a me pare straordinario che un’operazione di siffatta natura non abbia sollevato l’indignazione delle forze politiche, tanto più di quelle che storicamente avevano rappresentato la sinistra nel nostro paese. Tra l’altro non è un caso che in commissione bilancio del Senato, sul decreto lavoro il Terzo Polo abbia votato assieme al governo. Il che sta a indicare che, quando non c’è il merito, non si fa molta strada.
La Cisl non la vede così drammatica. Per Bonanni il decreto lavoro non è un problema, anzi «rafforza il potere delle parti».
Che non sia preoccupato Bonanni non mi sorprende, perché negli atti compiuti nel corso di questi anni - dal condono fiscale al collegato lavoro - Confindustria, Cisl e Uil hanno perseguito questa strada. Una strada per cui nella globalizzazione non ci sono più vincoli sociali di solidarietà ma tutto viene ricondotto a una logica di mercato. Esattamente ciò che prevede questo decreto.
Secondo Susanna Camusso, l’articolo 8 della manovra «è un tentativo di cancellare l’intesa del 28 giugno con Confindustria», che invece confermerebbe il ruolo primario del contratto nazionale.
Penso esattamente l’opposto. E cioè che non l’accordo ma l’ipotesi di accordo siglata il 28 giugno abbia contribuito ad aprire la strada all’intervento successivo del governo. Così come è stato un errore partecipare al blocco delle forze sociali, sottoscrivendo un documento in sei punti, quando, alla prova dei fatti, è emerso che non c’era nessuna posizione vera di carattere unitario. Oggi i soggetti firmatari del 28 giugno interpretano quell’accordo sostenendo che il decreto lavoro corrisponde a quello che anche la Cgil ha sottoscritto. Mi pare evidente che in queste condizioni quell’accordo non esiste più.
La proclamazione dello sciopero generale da parte della Cgil rappresenta un cambiamento rispetto alla linea del dialogo con Cisl e Uil portata avanti dalla segreteria nei mesi precedenti?
Io credo che questo decreto rappresenti uno spartiacque. A me pare evidente che il sindacato e la Cgil si trovino ad affrontare una situazione totalmente nuova, sconosciuta nella storia repubblicana di questo paese. E quindi lo sciopero generale del 6 non può essere uno sciopero “una tantum” e dopo riprendono le cose come prima. Dobbiamo invece ragionare su come aprire una fase conflittuale nel paese, definendo proposte e pratiche rivendicative che disegnino concretamente una alternativa sociale a quello che sta avvenendo. E’ lì che vedremo se tutta la Cgil è disponibile a questo confronto. In un contesto completamente diverso e molto peggiore, richiamarsi a quelli che sono stati i documenti congressuali lo riterrei un errore.
Però è vero che uno sciopero generale fatto dalla sola Cgil è meno efficace. Davvero l’unità con Cisl e Uil oggi non ha più senso?
Io sono per l’unità sindacale, è nel dna della Cgil. Il problema è che oggi ci troviamo di fronte al fatto che Cisl e Uil hanno scelto, rispetto anche alla crisi dei sindacati provocata dai processi di globalizzazione, un’idea di modello sindacale del futuro che non è quello della Cgil. Ciò fa si che in questa fase non sia all’orizzonte il processo di unità sindacale così come è stato concepito classicamente, perché le differenze tra le organizzazioni sindacali non sono su questo o su quel punto ma sono proprio di carattere strategico. Altra cosa è l’unità d’azione sulle singole questioni, che però può essere possibile nella chiarezza e con le procedure democratiche.
Secondo Bersani, se Cgil Cisl e Uil sono divise è solo per colpa del governo...
Insisto. La cancellazione del contratto nazionale, in una fase di recessione e di crisi, determinerà il fatto che i lavoratori saranno costantemente ricattati dalle aziende: “o accettate le nostre condizioni o vi chiudiamo la fabbrica”. Come ha fatto la Fiat. Ciò rappresenta per questo paese un salto all’indietro di civiltà. Ora, nel merito, dicano se sono d’accordo.
Per la verità, il Pd ha già detto che l’articolo 8 va eliminato
E allora ne traggano le conseguenze.

Verso lo sciopero: si va in piazza e ci si resta

Sono mesi che come LGS monitoriamo la situazione dei conflitti sociali nella nostra città, li stimoliamo là dove serve (vedi scuole superiori), lì sosteniamo (leggi Diritto allo studio, al lavoro e al reddito), li trasformiamo in vittorie (Referendum) e nel complesso li analizziamo con momenti di autoformazione.
Quanto sta avvenendo in Italia è nel mondo sta sconvolgendo il quadro esistente e comportando misure drastiche che mirino a salvare il capitalismo dalla crisi riducendo i diritti collettivi.
La Manovra del Governo Berlusconi, la terza in otto mesi, rappresenta un colpo fortissimo e forse mortale per il nostro Paese: di un'iniquità impressionante, allunga le pensioni e taglia i sussidi statali, non tocca le grandi ricchezze e non combatte in maniera drastica l'evasione. Insomma, niente si muove nella direzione di un cambio di sistema, che semmai peggiora e ulteriormente punta ad accumulare sul lavoro e i diritti delle donne e degli uomini.
Come LGS SOSTENIAMO LO SCIOPERO INDETTO DALLA CGIL PER IL 6 SETTEMBRE PARTECIPANDO ALLA MANIFESTAZIONE, invitiamo alla mobilitazione le classi sociali colpite dalla manovra, e ribadiamo che la CGIL DEVE SCENDERE E RIMANERE IN PIAZZA per essere, con noi ed i movimenti sociali, protagonista del cambiamento.

Riportiamo un articolo di Giorgio Cremaschi, FIOM-CGIL.


Sommano già a ben 131 miliardi di euro gli interventi complessivi, 2010-2014 decisi dal governo. E per qualcuno i mercati non sarebbero ancora contenti di questo massacro senza precedenti. In realtà, con gli ultimi provvedimenti e modifiche, il governo ha ulteriormente aggravato l’impatto antisociale della manovra. Viene salvata dal contributo di solidarietà la casta dei supermanager e dei direttori dei grandi giornali, che può festeggiare. In compenso vengono sostanzialmente cancellate le pensioni di anzianità, con una vera e propria truffa a danni dei lavoratori che hanno fatto il servizio militare o che hanno pagato di tasca loro i contributi per l’università. E con un disastro occupazionale che si preannuncia perché ci saranno centinaia di migliaia di persone costrette a rimanere al lavoro, con altrettante persone che non troveranno posto.
Inoltre, migliaia di lavoratori e lavoratrici posti in mobilità rischiano di non arrivare più alla pensione. Nello stesso tempo la manovra sui contratti distrugge il contratto nazionale, aumenta gli orari di lavoro per chi ha un posto, incrementa la precarietà e i licenziamenti selvaggi. Anche per questo la Cgil deve immediatamente ritirare la firma dall’accordo del 28 giugno, trasformato dal governo in decreto liberticida.
Tutto il costo della manovra è, alla fine, a carico del lavoro dipendente, dei pensionati e dei più poveri. I ricchi non pagano, niente, per l’evasione fiscale si fanno chiacchiere. Questa è una brutale manovra di classe, fatta da un governo squalificato, che si aggancia all’Europa solo per giustificare la propria esistenza.
Lo sciopero generale a questo punto è ancora più giustificato, ma deve dare il via a un movimento che punti a rovesciare il governo e la manovra. Dobbiamo fermarli. Dobbiamo fermare il disastro provocato da Berlusconi, ma dobbiamo anche dire basta al governo unico delle banche europeo che sta portando l’Europa a una recessione drammatica, per difendere la speculazione e la finanza. Basta con Berlusconi, basta con la Bce e l’Europa delle banche. Su questo si scende in piazza e ci si resta.
Giorgio Cremaschi

15.8.11

Il referendum cancellato - di Ugo Mattei

Non volevo credere ai miei occhi quando ho visto, già depresso per una manovra che si commenta da sé, che il ministro Fitto avrebbe messo a punto una norma che che prevede la messa a gara dei servizi pubblici locali (ad eccezione dell'acqua). La norma prevede che le gestioni in house, salvo quelle con valore economico inferiore a 900.000 euro, debbano cessare entro il 31 marzo del 2012. 

Un vero déjà vu. Fitto era già cofirmatario del decreto Ronchi, quello che (la maggior parte dei media sembrano averlo già dimenticato), la maggioranza assoluta del popolo italiano ha abrogato due mesi fa rispondendo sì al primo quesito referendario. La struttura del nuovo provvedimento, che non porta più la firma di Ronchi soltanto perché quest'ultimo, grazie al cielo, non è più al governo, è identica a quella della legge abrogata dal popolo sovrano. Un obbligo di messa a gara a data certa, ossia proprio quella struttura che tutti in Italia hanno capito avere un impatto devastante sul valore di quanto si vuole vendere. Non più l'acqua ma cespiti importanti del patrimonio pubblico come i trasporti locali, l'organizzazione della raccolta rifiuti e tutti i restanti servizi locali di rilevanza economica che verrebbero svenduti con un impatto drammatico sul valore del nostro patrimonio pubblico. Con l'eccezione dell'acqua, il contenuto del nuovo provvedimento è a sua volta identico a quello del Ronchi che, come ben noto, non riguardava soltanto l'acqua ma (stava scritto sull'intestazione della scheda n. 1 cui hanno risposto sì circa 27 milioni di elettori) le «Modalità di affidamento e gestione servizi pubblici locali a rilevanza economica. Abrogazione».

Insomma sta succedendo esattamente quanto temevo. L'esito referendario è stato svuotato (complici le opposizioni) del suo valore costituente e ridotto ad una mera questione tecnica legata alla sola gestione dell'acqua. La vera inversione di rotta relativa alle privatizzazioni (e liberalizzazioni camuffate) richiesta dal popolo non è stata interpretata politicamente da nessuno (ad eccezione del solo De Magistris a Napoli) L'esito di questo imperdonabile vuoto nell'interpretare il cambiamento di sensibilità politica nazionale è che impunemente il governo Berlusconi (al posto di andarsene a seguito del voto sul legittimo impedimento) impone (pare sotto dettatura dei poteri forti europei) una manovra che, con scelta politica deliberata, fa strame del patrimonio pubblico e dei beni comuni, sacrificandoli sull'altare della crescita. Ma il popolo aveva detto che i trasporti pubblici ed i rifiuti, non meno dell'acqua, devono essere governati in modo ecologico, sociale e sostenibile, nell'interesse comune e non in quello dei soliti poteri finanziari.

Il governo si fa beffe, in modo palesemente incostituzionale, della volontà sovrana chiara, espressa solo due mesi fa rispetto al primo (e più votato) quesito referendario che era contro il decreto Ronchi-Fitto. Che il referendum non fosse limitato all'acqua lo aveva abbondantemente detto anche il fronte del no in campagna elettorale!. Personalmente ho contribuito a redigerne il quesito e ho partecipato alla sua difesa di fronte alla Corte Costituzionale il 12 gennaio. La Corte era stata chiarissima nel ribadire che ogni quesito costituiva un referendum separato rispetto agli altri. La Corte aveva inoltre acclarato che Il primo quesito aveva come intento politico quello di riequilibrare il rapporto fra pubblico e privato nella gestione dei servizi pubblici locali che, ad avviso dei promotori, il decreto Ronchi-Fitto aveva stravolto tramite l'obbligo di messa a gara.

Quanto sta succedendo è di una gravità politica giuridica e costituzionale inaudita. A soli due mesi da un voto popolare espresso si ripropone il provvedimento abrogato negli identici termini di forma e di sostanza. Sul piano giuridico, se il governo avesse deciso ieri di privatizzare l'acqua non ci sarebbe stata alcuna differenza. L'Europa non può imporre ad un paese membro provvedimenti incostituzionali. Questo si sarebbe dovuto rispondere a Trichet e Draghi.
Il Presidente Napolitano ha adesso un dovere costituzionale di intervenire su questo punto. Il fronte di difesa dei beni comuni non può fare lo sconto a nessuno.

6.7.11

L'impatto della manovra finanziaria sui giovani e l'Università

La manovra economico-finanziaria che il Governo sta predisponendo, tra i mille distinguo anche interni alla maggioranza parlamentare, rappresenta senza dubbio l’ennesima stangata su un paese che ormai da anni vive sull’orlo del tracollo.
Il disagio economico e la condizione sostanziale di precarietà sociale e lavorativa sono, oggi, sotto gli occhi di tutti. In un quadro ormai drammatico, il Governo, che fa?  Innanzitutto i soliti  giochini e proclami sulla giustizia, in particolare intercettazioni, per mettere al riparo le vari lobby economiche che spuntano come funghi, e modifiche del codice di procedura civile per proteggere la Fininvest (azienda di famiglia) da un risarcimento di 750 Milioni di Euro. E poi elabora una manovra  da 47 Miliardi di Euro, per pareggiare i disavanzi e risanare i conti, come richiesto dall’Unione Europea.
Fin qui, come vedrete, nulla di strano.
Tuttavia, alcune misure della finanziaria altro non sono se non l’ennesima batosta sui cittadini, sulle classi sociali meno abbienti e sui giovani.
Non potendo ora entrare nel merito delle misure predisposte da Tremonti e dal suo ministero, mi limito a valutare come il costo della manovra (che peraltro potrebbe essere ripagata per metà con il denaro pubblico che andremo ad investire sulla TAV, circa 22 miliardi) non inficia minimamente sui grandi capitali e sulle fasce di reddito medio- alte. Piuttosto, va ad incidere su dipendenti pubblici, (vedi blocco del turn-over e blocco degli aumenti stipendiali) sui pensionati (vedi la rivalutazione delle pensioni dai 1400 Euro ai 2300 Euro) e come dicevo sui giovani.
Entrando però nel merito della questione Università, potremmo già da ora fare un piccolo pronostico su ciò che ci aspetta.
Oltre ai noti tagli in vigore (leggi dal 2008 ad oggi) che hanno già comportato l’aumento della tassazione in buona parte degli atenei italiani e la diminuzione delle borse di studio, l’attuale manovra, attraverso un taglio di 9 Miliardi di Euro agli enti locali, aggiuntivo a quello già previsto dalle precedenti finanziarie, non farà altro che ridurre ancor di più i servizi erogati agli studenti universitari.
Come sappiamo, quei servizi, quali alloggi, trasporti, ristorazione,ecc., garantiti a idonei e vincitori delle borse di studio per requisiti reddituali e/o di merito, sono per la quasi interezza erogati dalle Regioni, attraverso l’ente strumentale per il diritto allo studio (ERSU), attraverso un co-finanziamento Stato- Regioni.
Vista la drastica riduzione del fondo statale e l’ulteriore taglio alle Regioni, la diminuzione dei servizi e delle borse sembra quasi scontata.
Per non parlare poi di un ipotizzabile aumento della tassa regionale sul diritto allo studio. Attualmente questa ammonta a 90 Euro ed è compresa nel totale che gli studenti pagano nelle due rate della retta.
Già per l’anno accademico 2011-2012 la Regione Marche vorrebbe portare la quota da 90 a 105 Euro.
E’ più che ipotizzabile un ulteriore aggravio negli anni a venire.
Tutto ciò si collega anche ad un decreto legge con il quale il Governo vorrebbe riformare il diritto allo studio. Si tratta per il momento solo di una bozza ufficiosa sulla quale si stanno confrontando le varie rappresentanze e che a breve dovrebbe essere presentata alla competente commissione parlamentare. Un veloce sguardo mi ha permesso di capire però i presupposti di questo decreto. Come spesso è accaduto nelle ultime proposte normative, c’è l’esplicita nota “senza oneri finanziari aggiuntivi per lo Stato”.
In un quadro così pessimista qualcuno potrebbe obiettare che si tratta soltanto di ipotesi da me elaborate.
Tuttavia, la realtà di questi ultimi 3-4 anni ha dimostrato, più di qualsiasi parola vana, come tutte le ipotesi fatte sono poi divenute verità, con tutti i guai conseguenti.
Allo stesso tempo limitarsi però ad un’analisi sarebbe riduttivo.
E allora occorre guardare, anche con ottimismo, al futuro. Rimboccarci le maniche lavorando efficacemente per salvaguardare sapere e formazione.
E proprio una delle misure su cui le rappresentanze studentesche, insieme agli studenti tutti, dovrebbero spingere, è la riforma della contribuzione studentesca, con una rivisitazione delle fasce di reddito (aumento delle fasce con più scaglioni reddituali) al fine di far pagare di più a  chi ne ha la possibilità (redditi alti) e salvaguardare invece, come scritto “ad imperitura memoria” nella nostra Costituzione, i meno abbienti e privi di mezzi.


Marco Monaldi
-Senatore Accademico UniMc-
-Consigliere degli studenti UniMc-