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9.12.11

Insolvent workers of the world

Intervista ad ANDREW ROSS – di ANNA CURCIO e GIGI ROGGERO - tratto da uninomade.org

Can’t Pay, Won’t Pay, Don’t Pay. Già in questo slogan – lanciato dalla campagna “Occupy Student Debt” – c’è tutta o quasi la potenza di Occupy Wall Street (OWS): individua le radici materiali, lo situa dentro la crisi globale, traccia la composizione, fatta di studenti, precari e lavoratori impoveriti che non ne vogliono pagare i costi, indica obiettivi e forme di lotta. É un grido di battaglia contro la finanziarizzazione della vita lanciato da quello che, almeno simbolicamente, è il ventre della bestia. L’equazione politica che azzardavamo qualche anno fa – la lotta sul salario sta al capitalismo industriale come la lotta sul debito sta al capitalismo cognitivo – si sta ora imponendo con la forza di un pregiudizio popolare. Soprattutto, è incarnata in diffuse pratiche di resistenza che della crisi costituiscono la radice soggettiva. Allora, se in soli pochi mesi tanto si è detto e scritto su OWS, è anche per queste ragioni, oltre che per la sua nota lucidità interpretativa ed efficacia di analisi, che rivestono una particolare importanza le valutazioni di Andrew Ross. Docente della New York University, noto per il suo impegno militante, Ross è infatti tra i promotori della campagna “Occupy Student Debt”.
Come è nata OWS, o per meglio dire quali ne sono state le condizioni di possibilità e come sta cambiando il contesto americano?
Gli eventi politici spontanei sono sempre “possibili”, non è facile prevedere quando e dove avranno presa. Penso che se Occupy fosse stato un anno o sei mesi prima, non sarebbe decollato nello stesso modo. Un fattore da considerare è la tardività degli Stati Uniti: quando, ci siamo chiesti tutti, le mobilitazioni globali si sarebbero diffuse nelle città americane? Un altro fattore è che, con l’occupazione di Wall Street, il disgusto popolare per il processo politico negli Stati Uniti ha raggiunto una massa critica. Ricordo che solo qualche settimana prima che l’occupazione cominciasse, Doug Henwood e Liza Featherstone hanno fatto circolare un invito tra le persone di sinistra di New York per contribuire a un convegno dal titolo “Why Fucking Bother?” (chi cazzo se ne frega?). Si proponeva di incanalare o mitigare un condiviso senso di disperazione sulla possibilità che qui accadesse qualcosa. Nondimeno, c’è stato un cambiamento a 180 gradi del morale negli ultimi mesi. Io vivo negli Stati Uniti da trent’anni e non ho mai visto qualcosa comparabile alla forza o al senso del destino di cui questo movimento è portatore. Quei trent’anni sono appartenuti a Wall Street, i prossimi trenta possono e devono appartenere a noi se Occupy mantiene la sua energia e creatività. Il mio coinvolgimento nel movimento non è atipico. É cominciato come residente (vivo non distante da Zuccotti Park), poi c’è stata una rapida transizione all’esserne partecipante, nelle prime manifestazioni di massa e nei gruppi di lavoro su “Empowerment and Education”, e infine a diventare organizzatore nella nostra campagna Occupy Student Debt. Come molti altri che conosco, è stato estremamente facile essere attratti nel movimento, che è come ci si dovrebbe sentire in un movimento.

Molti parlano di OWS come di un evento imprevedibile. Tuttavia, ci sono molte lotte che hanno preceduto e preparato il terreno di questo movimento: per citare solo un paio di esempi, a New York ci sono stati negli ultimi anni gli importanti scioperi dei graduate students e dei lavoratori dei trasporti. Pensi che ci sia un processo di sedimentazione di soggettività e pratiche politiche nella genealogia di questo movimento, oppure prevalgono gli elementi di cesura e completa novità?
Ci sono molti affluenti che sono sgorgati nel fiume di Occupy. Il movimento per la giustizia globale è il più importante. Sul lato del lavoro, penso che la capacità dei sindacati metropolitani di abbracciare il movimento del lavoro universitario costituisca uno sfondo importante. Per quanto riguarda gli elementi nuovi, certamente la crescente consapevolezza rispetto al sistema del debito è un fattore centrale. Resistere alla servitù del debito ha costituito una forma di vita nei paesi del Sud globale negli ultimi trent’anni. Ora le conseguenze del vivere nella trappola del debito hanno colpito i paesi del Nord. É un esempio di quando “chickens coming home to roost” (i nodi vengono al pettine), come una volta disse Malcolm X.

Qual è la composizione del movimento, e quali sono le sue forme di organizzazione e comunicazione?
All’inizio la composizione degli occupanti era piuttosto circoscritta: la maggior parte istruiti, bianchi, giovani, molti di loro si erano fatti le ossa nel movimento per la giustizia globale, per altri questa era la prima esperienza politica. E poi c’era un certo numero di “viaggiatori”, non necessariamente tutti motivati politicamente, che da subito dormivano nel parco. Ora, tuttavia, la composizione è molto differente: i sindacati del settore pubblico sono sempre più coinvolti, c’è un insieme pienamente intergenerazionale di soggetti, il gruppo di lavoro su “People of Color” è una presenza importante. Il processo di consenso dell’assemblea generale è il dna organizzativo del movimento, e sta cominciando a penetrare in parti della società civile tradizionale. Per esempio, alcune delle scuole superiori della città hanno rimpiazzato le loro forme di rappresentanza studentesca con le modalità orizzontali dell’assemblea generale. Si è dimostrata essere un modello virale di norme culturali. Poiché ogni gruppo può creare la propria assemblea generale (ce ne sono molte in giro per New York), è una struttura organizzativa che incoraggia e genera autonomia. Così, la natura “faccia a faccia” di questa forma decisionale completa il diffuso utilizzo dei social media volto a disseminare l’informazione. In realtà, direi che il bilanciamento tra gli incontri fisici e l’uso dei social media è un elemento chiave.

Nelle lotte transnazionali dentro la crisi è centrale proprio la già citata questione del debito, ovvero la finanziarizzazione del welfare e dei bisogni sociali (formazione, casa, salute, mobilità, e via di questo passo). In Europa sta emergendo in termini forti la rivendicazione del diritto all’insolvenza di studenti, precari e lavoratori impoveriti. Puoi spiegare come è nata la campagna “Occupy Student Debt”?
Fin dall’inizio il tormento del debito studentesco è stata una costante di OWS e delle occupazioni di altre città. George Caffentzis, Silvia Federici e io abbiamo fatto degli incontri a OWS sul debito nella stessa settimana di metà ottobre. Abbiamo invitato i partecipanti a formare un gruppo per costruire un’iniziativa di azione che legasse la questione del debito studentesco al sistema dell’istruzione superiore nel suo complesso. L’assunto centrale è che i college e le università americane dipendono in misura crescente dalla schiavitù del debito a cui sono costrette le persone che invece dovrebbero servire. Così abbiamo creato una campagna che richiama i nostri principi politici (l’atto di rifiuto, la minaccia di uno sciopero del debito, la rivendicazione di un giubileo del debito). É progettata per dare ai debitori la possibilità di agire collettivamente piuttosto che soffrire il tormento e l’umiliazione del debito e del default privato. Fondamentalmente la campagna chiede a coloro ai rifiutanti di bloccare il pagamento del prestito quando si sarà raggiunta la quota di un milione di sottoscrizioni, ed è legato a quattro principi: tutte le università private devono essere gratuite, i prestiti studenteschi devono essere sganciati dalle tasse che vanno abolite, le università private devono aprire i loro libri contabili, il debito esistente deve essere cancellato. Si può vedere il sito http://www.occupystudentdebtcampaign.org

C’è un pericoloso ritornello dei politici e opinion maker socialdemocratici e liberali (si pensi a Paul Krugman): avete ragione. L’obiettivo è quello di ridurre la radicalità del movimento a specifiche domande, cioè al ruolo di opinione pubblica. Viceversa, il movimento Occupy sembra rappresentare la fine della speranza di Obama, ovvero della speranza in Obama. La lotta contro il debito è, innanzitutto, una pratica di riappropriazione della ricchezza sociale. Da questo punto di vista, potremmo dire che è un movimento costituente. Cosa ne pensi?
Concordo. La nostra campagna è un’iniziativa di azione e non una lista di domande, poiché condividiamo l’ethos di Occupy per cui le domande non possono essere rappresentate dal sistema politico attuale, sotto la funesta influenza dei dollari delle aziende. Le azioni che puntano a riappropriarsi della ricchezza e del potere non sono solo in sé potenzianti, ma anche – come dite – costituenti di un nuovo modello di cultura politica. La maggior parte dei partecipanti a Occupy si stanno rendendo conto di una trasformazione soggettiva: il linguaggio è spesso di innocenza radicale, un sintomo manifesto del sorgere di una nuova “struttura del sentire”, per dirla con Raymond Williams. Certamente la classe politica tenterà di cooptarne alcuni, e non la vedo come una risposta inattesa: non si può erigere un confine non poroso tra un movimento e l’establishment.

Recentemente abbiamo visto la solidarietà del sindacato dei trasporti di New York a OWS. Quali sono, complessivamente, i rapporti tra le union e il movimento?
I sindacati degli impiegati pubblici non ha solo sostenuto, ma ha anche pienamente partecipato al movimento. La solidarietà mostrata per gli occupanti di Zuccotti Park da parte dei lavoratori del vicino cantiere del World Trade Center è stato particolarmente importante. I dirigenti sindacali e ancor di più i militanti della base hanno espresso in modo molto esplicito il loro rispetto per i successi tattici di Occupy nell’accumulare attenzione e generare impatto politico. Si è creato un gruppo sul lavoro ad OWS: la sovrapposizione con le questioni del lavoro, così come la sua eccedenza, è impressionante.

E quali sono i rapporti tra OWS e l’università come luogo di produzione e di conflitto? 
La fase di Occupy Colleges del movimento è appena iniziata, ma è il suo naturale prossimo passo. Gli sgomberi di Zuccotti Park coincidono con questi movimenti dentro le università, a New York, in California e altrove. A New York c’è ogni settimana un’assemblea generale degli studenti dell’intera metropoli, continui appuntamenti della People’s University alla NYU e alla New School, una serie di iniziative e manifestazione studentesche di massa, incluso anche un giorno di sciopero. Recentemente molta attenzione si è concentrata sulle lotte contro l’aumento delle tasse alla City University of New York (CUNY). Un tempo gratuita (è stata una delle università della classe operaia più grandi del mondo), le tasse sono state per la prima volta imposte agli studenti del CUNY all’alba della crisi fiscale del 1976. Ciò è generalmente visto come il primo colpo che in questo paese il neoliberalismo ha inferto alla formazione pubblica. É un motivo in più per guardare al CUNY, in questo momento altamente simbolico, come spazio per rovesciare la situazione. Ora il movimento Occupy Colleges sta costruendo una rete nazionale. Alcuni presidenti di università, in particolare alla New School, si sono mostrati disponibili, altri sono stati gravemente danneggiati dal loro ricorso alla repressione poliziesca contro la libertà di parola. Come per Occupy in generale, ogni volta che la polizia agita i manganelli o sgombera violentemente manifestanti pacifici, ciò rovina il supporto pubblico per le autorità e fa crescere la simpatia per il movimento. Forse è questa, più di ogni altra cosa, la prova dell’impatto di successo del movimento

15.11.11

12 risposte sul debito e come uscirne con equità

(a cura del Centro Nuovo Modello di Sviluppo)


1. Cos'è il debito pubblico?
2. Come si è formato il debito pubblico in Italia?
3. A quanto ammonta il debito pubblico italiano?
4. Chi detiene il debito pubblico italiano?
5. Che cos'è la speculazione sul debito pubblico e perché ci danneggia?
6. Perché si tagliano le spese sociali in nome del debito pubblico?
7. Perché tutti invocano la crescita per la soluzione del debito pubblico?
8. Cosa significa “congelamento del debito?
9. Quali possono essere le conseguenze collettive del congelamento del debito?
10. E' vero che se lo stato congela il debito, i clienti delle banche non avranno più indietro i loro depositi?
11. E' possibile congelare il debito pubblico salvaguardando le famiglie che hanno investito in Buoni del Tesoro?
12. Quali strategie si possono perseguire per ridurre il debito pubblico senza danno sociale?

1. Cos'è il debito pubblico?
R. Il debito pubblico si forma quando le strutture dello stato (governo, regioni, province, comuni)  pendono più di quanto incassano attraverso imposte, tributi, tariffe, oneri sociali. Lo scarto che si  area nel corso di un anno si definisce deficit. La somma di tutti i deficit accumulati ad una certa data forma il debito. In altre parole il deficit esprime la sfasatura relativa ai singoli anni; il debito la situazione debitoria complessiva accumulata negli anni.
Uno stato con potere di battere moneta, può finanziare il proprio debito con l'emissione di nuova moneta. Il che corrisponde ad una tassazione generalizzata di tutti i cittadini, perché l'emissione di nuova moneta, a parità di produzione, provoca inflazione, ossia aumento generale dei prezzi che decurta il potere d'acquisto di tutti. L'Italia ha  utilizzato questa via prevalentemente negli anni settanta, facendovi ricorso più limitato negli anni successivi. Ma da quando è entrata nell'euro, nel 2001, questa possibilità le è preclusa del tutto perché il potere di emissione è assegnato alla Banca Centrale Europea, espressione delle banche centrali della zona euro, a loro volta espressione delle banche private dei singoli stati.
La Banca Centrale Europea non ha fra i propri compiti quello di soccorrere i paesi debitori e gli unici modi che questi hanno per fare fronte alle proprie difficoltà finanziarie sono il dilazionamento mdei pagamenti nei confronti dei propri fornitori e l'accensione di prestiti presso banche e qualsiasi altro soggetto (assicurazioni, fondi, famiglie) disposto a fornire denaro in cambio di un tasso di interesse. Generalmente il prestito è ufficializzato da un certificato emesso dal Ministero del Tesoro, che certifica l'ammontare ricevuto, la data di restituzione e il tasso di interesse riconosciuto. Tali certificati sono genericamente definiti titoli di stato o titoli di debito pubblico, ulteriormente suddivisi in Bot (Buoni ordinari del tesoro), Cct (Certificati di credito del tesoro), o altro, in base alle condizioni specifiche del prestito.

2. Come si è formato il debito pubblico in Italia?
R. In Italia, il debito pubblico ha cominciato ad assumere dimensioni preoccupanti negli anni settanta, allorché iniziò a formarsi un divario consistente fra entrate e spese pubbliche. Mentre in alcuni periodi le uscite crescevano più ampiamente delle entrate, in altri succedeva che le prime salivano mentre le seconde scendevano. Ad esempio, nel periodo 1971-1974 le entrate, in rapporto al prodotto interno lordo (Pil), si ridussero dello 0,5%  (dal 29 al 28,5%), mentre le uscite  crebberodal 36,9 al 43,4%.
Fra le ragioni per cui nel corso degli anni si sono avute entrate inferiori a quelle che il sistema avrebbe potuto garantire, va citata  la riduzione delle aliquote sugli scaglioni più alti di reddito, la bassa tassazione dei redditi da capitale, la riduzione se non l'eliminazione delle imposte patrimoniali, l'elevato tasso di evasione fiscale, l'espandersi dell'economia in nero. Fra le ragioni per cui si è avuta un'accelerazione delle uscite, vanno citate le politiche a sostegno delle imprese, il pensionamento precoce nel settore pubblico, l'abnorme espansione occupazionale in ambito pubblico e il mantenimento di inutili carrozzoni con finalità al tempo stesso clientelari ed elettorali, l'esplosione dei privilegi dalla politica, le ruberie a vantaggio di imprese appaltate dallo stato per spartire il bottino con i partiti al governo, la corruzione valutata 60 miliardi di euro l'anno.
Ma non va dimenticato il ruolo degli interessi che specie negli anni ottanta sono stati elevatissimi.
Nel 2010 la spesa per interessi è stata pari a 70,1 miliardi di euro corrispondente all'8,8% dell'intera spesa pubblica e al 15,7% delle entrate tributarie (Imposte dirette e indirette esclusi oneri sociali). In effetti gli interessi, oltre ad accrescere le uscite e quindi il debito, rappresentano una redistribuzione alla rovescia: concentrano nelle tasche di pochi la ricchezza di tutti.
Fonti: Maria Teresa Salvemini, Le politiche del debito pubblico, Laterza 1992; Corte dei Conti, Rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica; Nunzia Penelope, Soldi rubati, Salani Editore 2011.

3. A quanto ammonta il debito pubblico italiano?
R. Secondo i dati della Banca d'Italia, al giugno 2011  il debito pubblico totale ammontava a 1901 miliardi di euro pari al 122% del Pil realizzato nel 2010. Ma economisti come Loretta Napoleoni, affermano che è impossibile avere il dato preciso perché in ogni ambito delle amministrazioni pubbliche, dal Ministero del Tesoro, fino all'ultimo comune d'Italia, possono essere stati accesi prestiti presso banche private compiacenti che in cambio di laute commissioni hanno escogitato degli stratagemmi per farli passare come anticipi su operazioni future. Ma il problema è che si tratta di operazioni assimilabili a scommesse che possono  o non possono dar luogo ad incassi. In conclusione si fanno comparire fra le entrate somme che negli anni successivi possono trasformarsi in debiti, gravati di interessi,  perché l'evento auspicato non si è realizzato.
Benché si tratti di operazioni configurabili come veri e propri falsi in bilancio, purtroppo sono utilizzate anche dai governi. Il  caso più eclatante è stato scoperto a carico della Grecia che aveva agito con la complicità della banca d'affari Goldman Sachs. Per essere ammessa nell'euro, nell'anno 2001 e seguenti, la Grecia aveva bisogno di dimostrare che il suo deficit annuale era inferiore a quello reale e non potendo agire sul piano delle uscite, aveva deciso di falsificare i dati sul piano delle entrate. In altre parole si era fatto anticipare da Goldman Sachs dei soldi su polizze assicurative relative ad eventi finanziari futuri (l'innalzamento dei tassi di interesse piuttosto che la privalutazione di certe valute) di cui nessuno poteva prevedere l'andamento.  Ma ciò non interessava a nessuno: il problema era ingannare, poi si sarebbe visto. E infatti nel 2010 il bubbone è scoppiato perché non poteva essere più tenuto nascosto. Ed oggi la Grecia non sa di che morte morirà.
Gustavo Piga, professore dell'università di Tor Vergata, ha spiegato che tutti i grandi paesi industrializzati del mondo, Italia compresa, ricorrono all'uso di queste polizze assicurative, meglio conosciute come derivati, che però sono costosissime e tal volta articolate in una maniera tale che se l'evento assicurato non si realizza, può essere il cliente a dover pagare l'assicuratore. Ne sanno qualcosa i 519 comuni d'Italia che dalla sottoscrizione di simili polizze, con banche del calibro di Deutschebank o Ubs, stanno registrando perdite per quasi un miliardo di euro. Così l'utilizzo delle moderne tecniche di ingegneria finanziaria sta aggravando il debito pubblico e lo sta rendendo sempre più opaco, ossia fuori controllo. I vincenti, ancora una volta, sono le banche e le assicurazioni.
Fonti: Banca d'Italia, Supplemento al bollettino statistico 14 ottobre 2011 n. 51; Gustavo Piga, Derivativea and
public debt management, Isma 2001; Loretta Napoleoni, Il contagio, Rizzoli 2011.

4. Chi detiene il debito pubblico italiano?
R. Una prima classificazione può essere fatta in base alla nazionalità dei detentori. Da questo punto di vista, al giugno 2011, il debito pubblico era detenuto per il 56,4% da soggetti italiani e il 43,4% da soggetti stranieri.Una seconda classificazione può essere fatta in base alla tipologia giuridica dei detentori. Da questo punto di vista, la quota detenuta dalle famiglie, al giugno 2011, corrispondeva al 12,7%. Tutto il resto era detenuto da investitori istituzionali: banche, assicurazioni e fondi. Più precisamente: 3,6% Banca d'Italia; 26,2%  banche commerciali italiane, 13,8% assicurazioni e fondi italiani, 10,6% banche estere, 32,8% fondi esteri.
In conclusione, limitatamente alla parte di debito  detenuto dagli investitori istituzionali, la suddivisione fra soggetti italiani ed esteri è praticamente al 50%, mentre la suddivisione fra banche e fondi è rispettivamente del  46,8 e 53,2%.
Fonti:Elaborazione dati Banca d'Italia, Supplemento al bollettino statistico 14 ottobre 2011 n. 51; Morgan Stanley,
Who owns Italy's government debt?, luglio 2011.

5.Che cos'è la speculazione sul debito pubblico e perché ci danneggia?
La speculazione  è una strategia attuata da parte di fondi, assicurazioni e banche per guadagnare sul debito a più riprese.
Le tecniche finanziarie sono molte, ma una delle più ricorrenti è la speculazione al ribasso che consiste nel vendere, al prezzo di oggi, titoli che saranno consegnati fra una settimana o fra un mese. Il tempo è un elemento determinante, ma non è la semplice separazione fra data di vendita e data di consegna che consente agli speculatori di guadagnare. Il vero segreto è che non possiedono i titoli che offrono, in fondo il trucco sta tutto qui. La loro speranza è che nel frattempo il prezzo scenda e quando arriverà il tempo di consegnare i titoli, li compreranno sul momento a prezzi ribassati. Nella differenza fra l'alto prezzo di vendita di oggi e il basso prezzo di acquisto di domani, sta il loro guadagno. Sempre che tutto vada bene. Ma banche e fondi non si affidano al caso. Quando prendono una decisione sanno come fare per creare le condizioni favorevoli al loro obiettivo perché hanno abbastanza denaro per indirizzare la storia. Se puntano su un'operazione al ribasso, in un primo momento si muovono con circospezione, cercano di piazzare le loro vendite senza dare nell'occhio. Poi quando stabiliscono che il prezzo deve crollare danno un'accelerazione all'offerta e il gioco è fatto. La massa di offerta insospettisce chi frequenta le borse: se tutti vendono una certa roba vuol dire che non vale niente, meglio starne alla larga. Ma proprio perché nessuno compra, il prezzo scende davvero e il timore si trasforma in realtà esattamente come volevano i burattinai.
Ovviamente questa è solo una semplificazione delle mille diavolerie che la finanza moderna si è inventata per guadagnare sulla dabbenaggine della moltitudine di piccoli risparmiatori che si aggirano per le piazze finanziarie. Ma quasi sempre la loro strategia si basa sulla psicologia di massa. Ottimismo e pessimismo, fiducia e paura sono i grandi alleati dei burattinai della finanza e quando stabiliscono che a loro serve un sentimento o l'altro si attivano con i loro potenti mezzi per provocarlo. La speculazione al ribasso si nutre della paura, e immediatamente l'intero sistema informativo cerca di amplificarla con titoli tipo: “I mercati non credono nel sistema Italia, prezzi in picchiata”.
Smettiamola di parlare di mercato: anche lì c'è una massa manovrata e una minoranza che manovra e né l'una  né l'altra crede in qualcosa ad eccezione dei soldi. Ai fondi europei, americani, chissà forse anche cinesi, non importa niente di cosa succederà alla Grecia o all'Italia. Non si preoccupano neanche di cosa succederà all'economia mondo di cui fanno parte anche loro. La loro è una logica da pirateria: attaccano, rubano e scappano. Che poi la nave affondi o riprenda a navigare non è affarloro.
Va comunque sottolineato che nella prima fase, il guadagno degli speculatori non si realizza alle spalle dello stato, ma degli altri soggetti privati che svendono i loro titoli per effetto della paura. Il danno per lo stato arriva in un secondo momento, allorché si ripresenta sul mercato finanziario per ottenere nuovi prestiti. A questo punto scatta la seconda strategia di arricchimento degli speculatori, che invocano la sfiducia nei confronti dello stato per pretendere interessi più alti sui nuovi prestiti richiesti. Considerato che per l'Italia ogni punto di aumento percentuale degli interessi corrisponde ad un maggiore esborso di 35 miliardi di euro, si capisce la preoccupazione per gli attacchi speculativi.
Ma va precisato che la speculazione è possibile solo perché la legge la consente. Niente vieterebbe al governo e al parlamento di prendere dei provvedimenti che impediscono gli attacchi speculativi almeno sui titoli pubblici. Per farlo, basterebbe avere il coraggio di mettersi contro il potere finanziario che però i politici non hanno, perché per rimanere al potere non è del popolo che hanno bisogno, ma della complicità del potere economico. Del resto si sa che molti politici hanno i piedi contemporaneamente in due scarpe: quella della politica e quella degli affari. Due casi per tutti: Matteo Colaninno, al tempo stesso deputato PD e amministratore delegato del gruppo Piaggio, e Silvio Berlusconi, al tempo stesso deputato PDL, presidente del Consiglio e principale azionista di Fininvest. Dunque non deve stupire se la consegna dell'intero arco parlamentare è piegarsi al ricatto dei mercati e affrettarsi a fare delle manovre correttive che hanno lo scopo di convincere i mercati che lo stato italiano è un debitore affidabile. Un debitore, cioè, disposto a fare tirare la cinghia al suo popolo pur di pagare gli interessi ai creditori.
La disponibilità dei nostri politici a calare le braghe è senza limiti e non protestano neanche quando gli interessi si fanno così esosi da correre il  rischio che lo stato soccomba. Del resto alle banche questa prospettiva non sembra interessare, anzi forse è proprio ciò che vogliono, come è nella politica di molti strozzini a cui non interessa tanto cosa possono guadagnare dagli interessi, ma cosa possono ricavare dalle spoglie del debitore. Questa è la terza strategia di arricchimento degli speculatori.
In molti paesi del Sud del mondo è abituale che gli strozzini cedano prestiti ai piccoli contadini ad interessi  da capogiro in modo da dissanguarli e fare scattare la trappola alla prima rata non pagata.
A quel punto inviano avvocati, notai e sicari, ciascuno con la propria arma di ricatto, per costringere i contadini a chiudere la partita cedendo  i propri averi. E se il debitore  non ha niente da dare possono prendersi lui stesso in ostaggio riducendolo in schiavitù. Nei confronti degli stati indebitati si assiste alla stessa scena. Nelle loro capitali arrivano emissari di ogni genere, della Banca Centrale Europea, del Fondo Monetario Internazionale, delle società di rating, tutti con la stessa missiva: “pagate ciò che il mercato vi impone e se non potete pagare, svendete”.
Soprattutto “svendete” perché il vero disegno di mercanti, banche, assicurazioni,  imprese di servizi, tutti intrecciati fra loro come serpenti in amore, è di mettere le mani sulle proprietà degli stati. Vedere tanta ricchezza e non poterla toccare, alla stregua di un frutto proibito, è una sofferenza indicibile, da sempre si scervellano per impossessarsene. Così si scopre che si scrive debito, ma si pronuncia privatizzazione, il sogno eterno dei mercanti di accaparrare palazzi, spiagge, parchi, isole, ma anche acqua, scuola, sanità, elettricità, gas, strade e tutto il resto che gli stati possiedono e gestiscono. Beni comuni che la struttura pubblica mette gratuitamente a disposizione di tutti per il bene di tutti, ma che i mercanti vogliono per sé per ricavarci profitto.

6. Perché si tagliano le spese sociali in nome del debito pubblico?
R. Dobbiamo prendere coscienza che il debito pubblico è un nodo che rischia di compromettere lo stato sociale dei prossimi trecento anni. E sicuramente lo è se la parola d'ordine di destra e sinistra continua ad essere “restituire il debito senza colpire i ricchi”. Tant'è si perseguono due sole strade, entrambe esplosive: la riduzione delle spese sociali e la svendita del patrimonio pubblico.Si giustifica il taglio alle spese sociali con l'argomentazione che il primo obiettivo di risanamento della finanza è evitare di accumulare altro debito. Il che si ottiene col pareggio di bilancio, ossia con una riduzione delle spese sufficiente ad avere di che pagare gli interessi. Se fossimo governati da partiti che hanno a cuore l'equità e il benessere dei cittadini, le manovre correttive sarebbero realizzate  aumentando le tasse sui ricchi e tagliando le spese inutili e dannose come quelle militari e i privilegi della politica. Ma oggi né destra, né sinistra hanno a cuore il bene comune e sia l'una che l'altra cercano di raddrizzare i conti pubblici accanendosi verso i redditi medio-bassi  e tagliando le spese  per  il personale, per l'istruzione, per l'assistenza, per i comuni che si occupano delle politiche sociali a livello locale. Ed ecco il taglio di 8 miliardi di euro alla scuola nel triennio 2009-2011; di 10 miliardi alla sanità dal 2011 al 2014, di 15 miliardi di euro a regioni e comuni nello stesso periodo. Ma la preda che governo, confindustria e Unione Europea sono assolutamente intenzionati a spolpare è la previdenza sociale. Eppure tutti sanno che il nostro sistema previdenziale è fondamentalmente in equilibrio. Gli ultimi dati disponibili, relativi al 2009, dimostrano che il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni pensionistiche previdenziali al netto delle ritenute fiscali è in attivo per 27,6 miliardi di euro, pari all'1,8% del Pil. Solo un artificio contabile consente alla Corte dei Conti di affermare che il sistema previdenziale è in deficit, addirittura di 77 miliardi nel 2010. Ma ciò dipende dal fatto che il fondo previdenziale è usato anche per il pagamento delle pensioni sociali e dei sussidi di disoccupazione che dovrebbero essere a carico della fiscalità generale. In realtà l'accanimento verso il sistema previdenziale non è dovuto alla sua debolezza, ma alla sua solidità. Nel 2010 i versamenti per contributi sociali sono ammontati a 214 miliardi di euro, quasi un terzo delle entrate totali dello stato. Se solo una parte potesse essere sottratta al pagamento delle pensioni, si potrebbero risolvere molti problemi senza mettere le mani nelle tasche dei ricchi.
In ogni caso va tenuto presente che il pareggio di  bilancio è solo uno degli obiettivi. L'altro è l'abbattimento del debito accumulato, la famosa restituzione del capitale in nome della quale si impongono ulteriori sacrifici. Ma tutto ha un limite e anche i politici sanno di non poter restituire 1900 miliardi di euro solo con i tagli alle spese,  perciò ricorrono alla vendita del patrimonio pubblico esattamente come si fa in famiglia che dopo aver tagliato sul riscaldamento, sul cinema, sul telefono, si vendono le proprietà di famiglia. Tant'è la parola d'ordine è privatizzare e solo per miracolo, grazie al referendum di maggio, abbiamo salvato l'acqua. Ma il decreto di agosto 2011 prevede misure per la privatizzazione di tutte le municipalizzate, mentre il  provvedimento per l'introduzione del federalismo, varato nel 2010, trasferisce i beni demaniali ai comuni con licenza di venderli per il risanamento delle casse locali. Di questo passo ci troveremo una comunità nazionale senza più un edificio, un parco, una strada, un'azienda pubblica che garantisca qualsivoglia servizio gratuito a favore di tutti. Così stiamo recitando il requiem dell'economia del bene comune, ricordandoci che una volta dilapidata ci vorranno secoli per ricostruirla.
Fonti: dpr 98/2011 convertito in legge 111/2011; dpr 138/2011 convertito in legge 148/2011; Felice Roberto
Pizzuti, Pensioni, perchè è giusto indignarsi, il Manifesto 27.10.2011; Corte dei Conti, Rapporto 2011 sul
coordinamento della finanza pubblica; Decreto legislativo n.85 del 28 maggio 2010.

7. Perché tutti invocano la crescita per la soluzione del debito pubblico?
R. Il debito è come una tavola  a cui si presentano degli ospiti inattesi. Si può decidere di respingerli e il problema è risolto, ma se si accolgono ci sono due soli modi per servire anche loro: ridurre le razioni di tutti o aumentare le portate. Ed ecco la crescita come soluzione del debito in alternativa ai tagli e agli aumenti di tasse. L'argomentazione è che se aumenta la ricchezza prodotta, automaticamente dovrebbe aumentare anche il gettito fiscale e quindi le risorse per il pagamento di interessi e capitale. Ma la crescita pone tre ordini di problemi: una questione di soldi, una questione di diritti, una questione di compatibilità ambientale.
La questione dei soldi si pone perché per investire le imprese hanno bisogno di stimoli. Se si tratta di imprese orientate al mercato interno, come quelle delle costruzioni e delle infrastrutture, richiedono ordini. Si aspettano che lo stato le ingaggi per la costruzione di strade, ponti, ferrovie, acquedotti. Se si tratta di imprese orientate al mercato globale richiedono sovvenzioni. Si aspettano che lo stato le aiuti con finanziamenti alla ricerca, con facilitazioni fiscali e riduzione degli oneri sociali, in modo da avere meno costi e quindi essere più competitive. Ma dove trovare i soldi se il fondo del barile è già stato raschiato? L'indicazione delle imprese è tagliare ulteriormente le spese correnti per recuperare risorse per loro. Così la crescita si trasforma in antagonista delle spese sociali.
Sapendo di non avere soldi da spendere, il governo Berlusconi ha cercato disperatamente delle scorciatoie per favorire le imprese a costo zero. Ma l'unica via che ha trovato è la riduzione del costo del lavoro tramite la riduzione delle garanzie contrattuali: preminenza dei contratti aziendali sui quelli nazionali, maggiore libertà di licenziamento, minori tutele nelle assunzioni. Così  la crescita si trasforma in antagonista dei diritti dei lavoratori. Ma il problema principale è che oggi non ci sono più margini per la crescita. E non tanto per ragioni economiche, quanto ambientali. Le nostre economie sono già cresciute fin troppo, se tutti i paesi del mondo pretendessero di raggiungere i nostri livelli di ricchezza, il pianeta collasserebbe. L'assottigliarsi delle risorse e la necessità di ridurre l'inquinamento ci impongono sobrietà nei consumi e prudenza nella produzione. La nostra sfida non è accrescere la produzione, ma ristrutturarla in modo da garantire a tutti di vivere bene nel rispetto dei limiti del pianeta. Per riuscirci dobbiamo aver chiaro che il benessere non si misura con la quantità di lattine di coca-cola che buttiamo nel carrello della spesa o col numero di apparecchi televisivi che abbiamo per casa.
Prima che dalle cianfrusaglie di mercato, la dignità personale dipende dalla qualità dell'abitare, dalla possibilità di curarsi e vivere in buona salute, dalla capacità di esercitare pienamente le funzioni di cittadino sovrano, dalla possibilità di fare comunità, dalla possibilità di potersi nutrire, vestire, muoversi, scaldare a buon mercato. Per questo il vero sviluppo, quello umano e sociale, non dipende dalla crescita del prodotto interno lordo, ma dal grado di equità, di inclusione lavorativa, di solidarietà collettiva che siamo capaci di mettere in atto. Dipende dal livello di diritti che sappiamo garantire, dalla quantità e qualità dei servizi collettivi che sappiamo fornire, dal tipo di città che sappiamo strutturare, dalle forme e dai tempi di lavoro che sappiamo organizzare, dalle forme di partecipazione che sappiamo promuovere.
Non di più, ma meglio e diverso devono essere le nuove parole d'ordine. Non si tratta di creare nuove fabbriche, ma di trasformare quelle esistenti per renderle più eco-compatibili e metterle in condizione di produrre ciò che serve secondo nuovi  schemi di consumo orientati ai bisogni fondamentali per tutti. Trasformarle non solo da un punto di vista tecnico, energetico e produttivo, ma anche dell'assetto proprietario, delle forme di  assunzione, dei tempi di lavoro, dei  livelli salariali, dei diritti sindacali, tenendo a mente che il lavoro non è un costo da comprimere, ma una ricchezza da valorizzare. Una funzione che tutti abbiamo il diritto-dovere di svolgere  in forma dignitosa e sicura per poter prendere parte alla ricchezza prodotta. E non solo in ambito  mercantile, ma sempre di più in ambito collettivo perché quando le risorse si fanno scarse non è espandendo il mercato, ma l'economia della solidarietà collettiva, che si può permettere a tutti di vivere con dignità. Dunque non è alla crescita che dobbiamo puntare, ma a un altro modello organizzativo che  pur mantenendo consumi e produzione al minimo, consente a tutti la piena inclusione lavorativa, il pieno soddisfacimento dei bisogni fondamentali, la piena realizzazione umana, sociale e politica. Ma per riuscirci è quanto mai necessario trovare un via di uscita dal debito alternativa a quella presente, per non trovarci del tutto spogliati.

8. Cosa significa “congelamento del debito?”
R. Congelare il debito non significa dichiarare fallimento, o default, come dicono gli inglesi. Il fallimento è una dichiarazione di resa assunta per impotenza economica. Il congelamento è unadichiarazione di volontà assunta per decisione politica. E' il sussulto di un popolo che si riappropria della propria sovranità.
Congelare il debito significa sospendere il pagamento di capitale e interessi, a banche, fondi e assicurazioni, per un periodo di tempo di uno o due anni, in modo da recuperare quella libertà e quella cognizione di causa necessarie a poter definire, in piena autonomia, criteri e tempi di uscita dal debito. Il primo obiettivo del congelamento è mettere fuori gioco la speculazione in modo da non avere più la pistola dei mercati puntata alla tempia. Se gli speculatori sapessero che non si può ottenere più niente, perché i rubinetti dello stato sono chiusi, la smetterebbero con i loro giochetti per fare aumentare i tassi di interesse.
Portarsi fuori ricatto è già un passo importante per recuperare libertà decisionale, ma nel contempo bisogna fare luce sui fatti perché indagando possono emergere elementi che ribaltano la situazione.  Oggi che conta solo l'interesse dei creditori, ci si focalizza solo sui numeri che misurano la capacità di pagamento dello stato. Ma se cambiamo prospettiva e mettiamo al centro della nostra attenzione la tutela della collettività, capiamo che prima di tutto dobbiamo studiare la formazione del debito per stabilire se persiste o meno l'obbligo del pagamento. Quando i popoli del Sud del mondo hanno analizzato come si era formato il debito dei loro paesi, hanno scoperto che gran parte era stato accumulato per arricchire indebitamente politici e centri di potere economico. Pertanto lo hanno ripudiato perché non si può chiedere ai popoli di impiccarsi per ripagare le malefatte dei governanti con la complicità delle banche.Dunque il secondo obiettivo del congelamento del debito è prendersi il tempo per condurre una seria indagine sulla formazione del debito in modo da definire quale parte è doveroso pagare perché utilizzato per il bene comune e quale parte, invece, è legittimo ripudiare perché dovuto a frode, ruberie, corruzione, sprechi, opere inutili e dannose, arricchimenti e regalie indebite a caste, banche, imprese.
Un'indagine che valuti anche il ruolo avuto dagli interessi e che esamini la lista dei creditori per capire se ce ne sono che da decenni si arricchiscono alle spalle del debito pubblico. In tal caso bisognerà fare un conto di quanto hanno incassato per stabilire se non sia arrivato il momento di dire basta. A meno che non si voglia affermare che la rendita è un diritto perpetuo, bisognerà pur stabilire quando cessa il diritto del creditore a pretendere un compenso dal debitore. Ad esempio, quando l'esborso per interessi è pari al doppio del capitale non potrebbe aver senso annullare ogni rapporto di dare e di avere?
E ancora non basta. Una seria indagine deve occuparsi anche delle entrate perché se è vero che il deficit è una sfasatura fra entrate e uscite non è detto che la responsabilità sia solo dell'eccesso di spesa. Può essere dovuto anche a una carenza di entrate. In Italia, ad esempio, abbiamo un tasso di evasione altissimo e sappiamo che dal 1982 ad oggi si sono abbassate le aliquote oltre i 75000 euro dal 72 al 45%. Per lo stato ha significato senz'altro un mancato incasso che gli ha procurato un doppio danno: il peggioramento del debito e un maggiore esborso per interessi. Per i ricchi, invece, si è trattato di un doppio guadagno: mancato esborso fiscale e incasso di interessi perché la beffa è che i soldi risparmiati sono finiti comunque allo stato, ma sotto forma di prestito. E allora chi è il vero debitore: il popolo depredato dai ricchi o i ricchi che hanno derubato il popolo?

9. Quali possono essere le conseguenze collettive del congelamento del debito?
R. Ogni volta che uno stato osa sfidare le regole imposte dai creditori, si paventano scenari tenebrosi per il loro futuro. In realtà i paesi che in passato hanno avuto il coraggio di dichiarare una moratoria sul pagamento del debito, non sono naufragati, ma sono rinati. Lo mostra l'esperienza della Russia nel 1998, dell'Argentina nel 2001, dell'Ecuador nel 2007. L'Ecuador, tra l'altro, è un esempio concreto di inchiesta sul debito. Sette mesi dopo la propria elezione, il neo presidente Rafael Correa ha istituito una commissione d'inchiesta formata da 18 esperti che hanno cominciato a lavorare nel luglio 2007. Dopo 14 mesi di lavoro hanno consegnato un rapporto che mostrava chiaramente l'esistenza di numerosi prestiti accesi in violazione delle piùelementari norme di legalità. Sulla base di tali risultanze, nel novembre 2008 il governo ha dichiarato la sospensione del pagamento di titoli in scadenza nel 2012  e nel 2030. Finalmente il governo di questo piccolo paese è uscito vittorioso da una prova di forza con le banche nordamericane e per 900 milioni di dollari  ha ricomprato titoli del valore nominale complessivo di oltre 3 miliardi. Se si considerano anche gli interessi annullati, il risparmio totale per l'Ecuador è stato di 7 miliardi di dollari che il governo può spendere per spese sociali, sanità, istruzione, trasporti. Certo si dirà che la posizione dell'Italia non è quella dell'Ecuador, e uno sgarbo ai creditori potrebbe costarle la fuga massiccia di capitali,  l'espulsione dall'euro, una catastrofe economica a causa del fallimento delle banche. Tutte ipotesi che andrebbero verificate non solo per capire quante probabilità hanno di avverarsi, ma anche per stabilire se siano realmente minacce o se invece non potrebbero rivelarsi delle opportunità.
Premesso che nessuna forza economica, sia essa bancaria, finanziaria, o commerciale, ha interesse a mandare a fondo un paese come l'Italia, perché loro sarebbero i primi a rimetterci, va precisato che se anche perdessimo capitali forse non sarebbe un gran danno dal momento che non sono impiegati per attività produttive, ma per iniziative speculative. Quanto alla nostra presenza nell'euro, si impone una valutazione fra costi e benefici. Sicuramente ci hanno guadagnato le imprese fortemente inserite nel mercato europeo, ma ci hanno perso, fino a morire, molte piccole a vocazione locale, che sono state sgominate dalle potenti imprese tedesche o francesi. Da più parti si richiede, se non di uscire dall'euro, di consentire la contemporanea circolazione di monete regionali, per favorire le imprese locali. E se proprio dovessimo tornare alla lira, forse non sarebbe del tutto negativo. Quanto meno restituiremmo al nostro stato il potere di controllo sulla moneta, sui tassi di interesse e sui tassi di cambio, tutti strumenti di governo dell'economia oggi perduti a favore di Bruxelles  che li gestisce unicamente nell'interesse delle banche e dei grandi gruppi speculativi.
Infine l'ultima minaccia: il fallimento delle banche.  A questo mondo tutto è possibile, ma stando ai fatti, i titoli pubblici che le banche detengono solo raramente e in piccola parte si trasformano in denaro sonante. Solitamente se ne stanno chiusi nelle casseforti e quando arrivano a scadenza non provocano un incasso di denaro, ma una partita di giro perché la somma disponibile è subito riutilizzata per l'acquisto di titoli di nuova emissione. Tutto questo per dire che stiamo parlando di ricchezza virtuale scritta nei libri contabili, che i detentori  usano più come strumento giuridico per avere diritto a una rendita, che come ricchezza da spendere. Se i titoli pubblici si deprezzassero o venissero cancellati, la banca risentirebbe un danno più  per i mancati interessi che  per la perdita patrimoniale. Perciò un danno contenuto che certo può ripercuotersi negativamente sugli azionisti  e sui dipendenti, ma che difficilmente porta al fallimento bancario. Evento che può comunque essere prevenuto con opportuni interventi legislativi. Fonte: Eric Toussaint, La dette ou la vie, CADTM 2011.

10. E' vero che se lo stato congela il debito, i clienti delle banche non avranno più indietro i
loro depositi?
R. Da un punto di vista strettamente finanziario la risposta è no. Ma la capacità delle banche di rifondere i propri clienti è fortemente influenzata dalla fiducia di cui godono. In condizioni di normalità le banche soddisfano tranquillamente le richieste di rimborso, non perché abbiano in cassa l'equivalente di tutti i depositi, ma perché i clienti che chiedono di avere indietro i loro soldi sono relativamente pochi.
Detta molto schematicamente, il mestiere delle banche è guadagnare sull'impiego di soldi ottenuti da terzi, creando una differenza fra i tassi di interessi pagati e quelli incassati. Pertanto hanno la convenienza a impiegare tutto ciò raccolgono, lasciando nel cassetto il meno possibile. In condizioni normali questa situazione non preoccupa perché è dimostrato che il numero di persone che si presentano per ritirare i propri risparmi sono pochi e in ogni caso lo fanno solo per ragioni economiche. Tutti gli altri, che non si trovano in stato di bisogno, dormono sonni tranquilli perché sentono i propri soldi al sicuro. Ma questo equilibrio può rompersi se per una ragione qualsiasi la gente perde fiducia sull'affidabilità delle banche. In quel caso tutti si precipitano a ritirare i propri depositi ed è la volta buona che non li ottengono perché di soldi in cassa non ce ne sono.
In caso di congelamento del debito, può scatenarsi una sfiducia collettiva che spinge a dare l'assalto alle banche, ma molto dipende da come lo stato gestisce la situazione.
Va comunque tenuto presente che il rischio fallimento delle banche è reale e non tanto per le quote di debito pubblico che detengono, ma per il rischio di perdere somme colossali che hanno investito in spregiudicate operazioni di speculazione finanziaria.  Non a caso i governi occidentali hanno già sborsato 13000 miliardi di dollari per salvare le banche e altri ne stanno cercando. Tutto questo per dire che oggi non c'è più nessuna certezza e che i primi ad avere l'interesse a rimettere le cose a pulito sono proprio i piccoli risparmiatori. Una proposta in tal senso è quella di nazionalizzare le banche per la parte che coinvolge i risparmiatori e le imprese, lasciando che tutto il resto sia abbandonato al proprio destino, esattamente come hanno fatto in Islanda.

11.E' possibile congelare il debito pubblico salvaguardando le famiglie che hanno investito in
Buoni del Tesoro?
R. Poichè i Buoni del Tesoro sono nominativi, il congelamento del debito può essere gestito in maniera altamente selettiva, in base ai detentori e all'ammontare posseduto. Quindi può essere stabilito che vengano esclusi dal congelamento i titoli intestati a persone fisiche al di sotto di un certo valore per non compromettere la loro sicurezza di vita.

12. Quali strategie si possono perseguire per ridurre il debito pubblico senza danno sociale?
R. Prima di tutto bisogna abbatterne la dimensione, individuando, tramite apposita Commissione d'inchiesta, la parte da ripudiare perché illegale, illegittima e odiosa. Ma se l'ammontare da ripagare persiste eccessivo, si impone la necessità di ristrutturarlo tramite un ridimensionamento d'imperio o negoziazioni con i creditori in modo da ridurre il peso degli interessi e del capitale da restituire.  In ogni caso serve un piano di restituzione che definisca tempi e modalità di finanziamento. Il che significa agire sia sul piano delle entrate che delle uscite. Sul piano delle entrate, prima di tutto bisogna ripristinare una seria politica fiscale di tipo progressivo come prescrive la Costituzione. Ossia applicare aliquote crescenti al crescere degli scaglioni di reddito. Contemporaneamente bisogna reintrodurre una seria patrimoniale che colpisca la ricchezza accumulata oltre misura, sotto forma di beni mobili e immobili, depositi e titoli. Oggi perfino la Confindustria sostiene una simile proposta, evidentemente per paura che l'eccesso di  disuguaglianza o di sacrifici sociali possa scatenare una pericolosa sollevazione popolare. Di sicuro il risultato sarebbe garantito: Pellegrino Capaldo, storico banchiere ed esperto di finanza pubblica, ha calcolato che un'imposta sugli immobili, fra il 5 e il 20 per cento del loro valore, potrebbe garantire un introito sufficiente a poter dimezzare il debito pubblico.
Il discorso sulle entrate potrebbe continuare con misure contro l'evasione fiscale e l'economia in nero che procura un mancato incasso di oltre 120 miliardi di euro l'anno. Nel contempo si dovrebbe  lavorare anche sul piano delle uscite. Bisognerebbe eliminare ogni forma di spreco e di privilegio a vantaggio di politici, alti funzionari e dirigenti di imprese pubbliche. Bisognerebbe ridurre le spese militari ritirandoci da ogni missione neocoloniale e cancellando qualsiasi sistema d'arma a scopo offensivo. Si dovrebbero abbandonare tutte le opere faraoniche utilizzando gli stessi soldi per il risanamento dei territori, il potenziamento delle infrastrutture e delle economie locali, la riconversione della produzione in un'ottica di sostenibilità, il miglioramento dei servizi sociali col coinvolgimento delle comunità.

Un grazie al compagno Antonio Moscato per il materiale, http://antoniomoscato.altervista.org/

10.10.11

Slavoj Zizek in Liberty Plaza



SLAVOJ ZIZEK, il filosofo sloveno, il 9 ottobre ha parlato agli occupanti di Liberty Plaza, a New York. Quella che segue è una trascrizione parziale del suo discorso (dato che il sistema dei “microfoni umani” rende difficile sentire tutte le parole). Il testo è stato pubblicato dal sito www.occupywallst.org. DemocraziaKm0 lo ha tradotto.


… Ci dicono che siamo sognatori. I veri sognatori sono coloro che pensano che le cose possono andare avanti all’infinito così come sono. Noi non siamo sognatori. Noi ci siamo svegliati da un sogno che si è trasformato in un incubo. Noi non vogliamo distruggere nulla. Noi siamo solo testimoni di come il sistema sta distruggendo se stesso. Tutti conosciamo le classiche scene dei cartoni animati. Il carrello arriva sull’orlo di un precipizio. Ma continua a camminare. Ignorando il fatto che non c’è nulla, sotto. Solo quando si guarda in basso e ci si rende conto, allora si cade giù. Questo è quello che stiamo facendo qui. I ragazzi qui a Wall Street stanno dicendo a chiunque: “Ehi, guarda giù!”. (Applausi).
Nel mese di aprile del 2011, il governo cinese vietato in tv, nei cinema e nei romanzi di tutte le storie che contengano una realtà alternativa o viaggi nel tempo. Questo è un buon segno per la Cina. Significa che la gente sa ancora sognare alternative, perciò bisogna vietare questo sogno. Qui non si pensa a un tale divieto. Poiché il sistema dominante ha soppresso la nostra capacità di sognare. Guardate i film che vediamo per tutto il tempo. E’ facile immaginare la fine del mondo. Un asteroide distrugge ogni forma di vita e cose così. Ma non potete immaginare la fine del capitalismo. Allora, cosa ci facciamo, qui? Lasciate che vi racconti una barzelletta meravigliosa dei vecchi tempi del comunismo.
Un ragazzo è stato inviato dalla Germania dell’Est a lavorare in Siberia. Lui sapeva che la sua posta sarebbe stato letta dalla censura. Così ha detto ai suoi amici: dobbiamo concordare un codice. Se la lettera che vi mando è scritta in inchiostro blu, quello che scrivo è vero. Se è scritta in inchiostro rosso, è falso. Dopo un mese ai suoi amici attiva la prima lettera. Tutta scritta in blu. Dice, la lettera: tutto è meraviglioso, qui. I negozi sono pieni di buon cibo. I cinema proiettano bei film occidentali. Gli appartamenti sono grandi e lussuosi. L’unica cosa che non si può comprare è l’inchiostro rosso.
Questo è il modo in cui viviamo. Abbiamo tutte le libertà che vogliamo. Ma ciò che ci manca è l’inchiostro rosso. La lingua per articolare la nostra non-libertà. Il modo in cui ci insegnano a parlare di guerra, di libertà e di terrorismo, e così via, falsifica la libertà. E questo è quello che state facendo qui: state dando a tutti noi dell’inchiostro rosso.
C’è un pericolo. Non innamoratevi di voi stessi. Passiamo dei bei giorni, qui. Ma ricordate: il carnevale è a buon mercato. Ciò che conta è il giorno dopo. Quando dovremo tornare alla vita normale. Will there be any changes then. Ci saranno dei cambiamenti, a quel punto. Non voglio che vi ricordiate di questi giorni, sapete, come – oh, eravamo giovani, era bellissimo. Ricordate che il nostro messaggio di base è: siamo autorizzati a pensare a delle alternative. Il sistema si è rotto. Non viviamo nel mondo migliore possibile. Ma c’è molta strada da percorrere. Ci sono domande davvero difficili che dobbiamo affrontare. Sappiamo quello che non vogliamo. Ma cosa vogliamo? Quale organizzazione sociale è in grado di sostituire il capitalismo? Che tipo di nuovi leader vogliamo?
Ricordate: il problema non è la corruzione o l’avidità. Il problema è il sistema che ti spinge a rinunciare. Attenzione: non solo i nemici. Ma anche i falsi amici che sono già al lavoro per diluire questo processo. Allo stesso modo in cuis i prende il caffè senza caffeina, la birra senza alcol, il gelato senza grassi. Cercheranno di fare di tutto questo una innocua protesta morale. (parole incomprensibili)… Ma il motivo per cui siamo qui è che ne abbiamo abbastanza di un mondo dove riciclare lattine di coca cola… Dove l’uno per cento va ai bambini affamati del mondo. E questo è sufficiente per farci stare bene.  (…)
Possiamo vedere che per molto tempo abbiamo permesso che anche il nostro impegno politico fosse esternalizzato. Lo rivogliamo indietro. Noi non siamo comunisti. Se “comunismo” vuol dire il sistema che è crollato nel 1990, ricordate che oggi i comunisti sono i capitalisti più efficienti e spietati. In Cina oggi abbiamo un capitalismo ancora più dinamico del vostro capitalismo americano, e che non ha bisogno della democrazia. Il che significa che quando voi criticate il capitalismo, non lasciatevi ricattare da chi dice che così si è contro la democrazia. Il matrimonio tra democrazia e capitalismo è finito.
Il cambiamento è possibile. Allora, cosa consideriamo oggi possibile? Basta seguire i media. Da un lato la tecnologia e la sessualità, e tutto sembra essere possibile. Si può viaggiare sulla luna. Si può diventare immortali grazie alla biogenetica. Ma guardate ai campi della società e dell’economia. Quasi tutto è considerato impossibile. Si vogliono aumentare un pochino le tasse a i ricchi, e ti dicono che è impossibile, perdiamo competitività. Volete più soldi per l’assistenza sanitaria: ti dicono che è impossibile, perché significa creare uno uno stato totalitario. C’è qualcosa che non va, in un mondo in cui vi è stato promesso che sarete immortali, ma dove non si può spendere un po’ di più per l’assistenza sanitaria. (parole incomprensibili)… impostare le nostre priorità direttamente qui. Non vogliamo più elevati standard di vita. Noi vogliamo un migliore tenore di vita. L’unico senso in cui qui ci sono comunisti è che ci preoccupiamo per i beni comuni. Il bene comune della natura. I beni comuni che vengono privatizzati dalla proprietà intellettuale. I beni comuni della biogenetica. Per questo e solo per questo dovremmo combattere.
Il comunismo ha fallito assolutamente. Ma i problemi dei beni comuni sono qui. Ci dicono che non siamo americani qui. Ma ai fondamentalisti conservatori che sostengono che essi sì, sono veramente americani, deve essere ricordato qualcosa. Che cos’è il cristianesimo? E’ lo Spirito Santo. Cos’è lo Spirito Santo? E’ una comunità egualitaria di credenti legati da amore reciproco. E che hanno solo la propria libertà e la responsabilità di esercitarla. In questo senso lo Spirito Santo è qui ora. E giù a Wall Street ci sono i pagani che adorano idoli blasfemi. Quindi tutto quello che serve è la pazienza. L’unica cosa che mi fa paura è che star qui un giorno solo e andare a casa: poi ci si riunisce una volta all’anno, beviamo birra e nostalgia ricordando ciò che bei giorni abbiamo avuto qui. Promettiamo a noi stessi che non andrà così.
Sappiamo che spesso le persone desiderano qualcosa, ma in realtà non lo vogliono. Non abbiate paura di volere davvero ciò che desiderate. Vi ringrazio molto!




La Klein in Piazza Liberty, con i manifestanti davanti Wall Street: http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/10/naomi-klein-in-liberty-plaza.html
Appello "Noi il debito non lo paghiamo": 
Appello della rete RibAlta-Alternativa Ribelle "In piazza per salvare il Paese": http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/10/il-15-ottobre-in-piazza-per-salvare-il.html 
Appello "Uniti per l'Alternativa":
L'adesione di De Magistris: