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14.5.12

Bertinotti a Macerata: diritti dei lavoratori e forme della politica.



Non c'è più tempo. 
Le controriforme del Governo Monti stanno radicalmente cambiando il volto del Paese, sfigurato dall'innalzamento dell'età pensionabile (con annesso "danno collaterale" degli esodati), dall'introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione (modifica dell'art. 81 che impedisce qualsiasi uscita "keynesiana" dalla crisi), dalla conferma delle controriforme Gelmini su Scuola e Università. La controriforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, disposta dal ministro Elsa Fornero e giunta il 10 maggio in Parlamento, rappresenta dentro questo quadro un punto di non ritorno ed allo stesso tempo il paradigma dell'attuale illegittimo Governo.
Non c'è più tempo. Ed è necessario rispondere ai dettami governativi e della troika europea (cui FullMonty fa riferimento) con tutte le modalità possibili di mobilitazione: informativa e culturale, ma anche fisica e materiale, scendendo nelle piazze ed occupando i luoghi nostri e del nostro popolo.

Dentro questo percorso di mobilitazione in progress si inserisce, come punto di snodo e rilancio di una lettura altra della realtà, il duplice appuntamento con Fausto Bertinotti di GIOVEDI 17 MAGGIO.
Un duplice appuntamento, all'Università e nella città, per affrontare due punti centrali dentro il percorso di cambiamento che stiamo determinando e vogliamo determinare. Lo sviluppo dei diritti dei lavoratori dalla Costituzione ad oggi, dentro il doppio vettore dell'ampliamento della democrazia sostanziale e la misura del conflitto di classe; e, nel pomeriggio, una discussione aperta e polifonica sulle forme della politica e del cambiamento, sulle potenzialità di trasformazione di strutture obsolete e vuote come i partiti, incapaci di recepire la vitalità e centralità contenutistica dei movimenti territoriali e globali.
Non c'è più tempo. Il coinvolgimento delle istituzioni e delle realtà locali sta ad indicare l'esigenza di un intervento sull'interezza del campo politico e sociale, una volontà di dialogo nella costruzione di un fronte compatto in grado di opporsi e rilanciare il conflitto nella direzione dell'estensione dei diritti, mantenendo la centralità del lavoro come tema focale di ogni progetto di riforma.

Noi ci siamo, come ci saremo il 18 maggio, quando sempre agli Antichi Forni Luigi Cavallaro presenterà il suo ultimo lavoro sull'art.18; iniziativa con la quale lanceremo una vera e propria assemblea di mobilitazione per fermare la controriforma Fornero.
Insieme si può, diceva qualcuno. Ed un altro mondo, oggi, è davvero possibile e necessario.


8.4.12

Benecomunisti, che passione

Proponiamo di seguito un articolo scritto da Rossana Rossanda per il Manifesto il 5 aprile, in risposta all'appello "Per un soggetto politico nuovo" (che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi http://lgsmacerata.blogspot.it/2012/03/manifesto-per-un-soggetto-politico.html). Riteniamo infatti fondamentale tenere aperta una discussione sulle forme dell'agire politico, che riteniamo incentrato sui beni comuni così come sulla centralità di classe. 



Ecco il primo soggetto politico che toglie senz'altro di mezzo il conflitto sociale: è quello proposto dal documento di Firenze e Napoli, pubblicato sul manifesto del 29 marzo e argomentato il giorno dopo da Marco Revelli. Come Revelli, altri amici e compagni vi hanno rapidamente aderito.
È un "soggetto senza progetto". La sua idea di società, alquanto mal ridotta dai traffici di Berlusconi e dalla contabilità di Monti, non va oltre la vasta quanto vaga esigenza di far esprimere in forme dirette la società civile, la quale è fatta di tutto fuorché dallo stato, dalle istituzioni e dagli attori della politica. Da tutti e da ciascuno di noi - padroni e dipendenti, banche e depositari e speculatori, uomini e donne, ricchi e poveri, nord e sud - in quanto messi in grado di esprimersi con la scheda sui loro bisogni e le soluzioni per risolverli. Quindi una democrazia più diffusa, una rete di relazioni svincolata dal ceto politico, non più solo "rappresentativa" di qualcuno ma "partecipata" da cittadini che non rilasciano deleghe.
Questo modello non è quello della Costituzione del 1948, che punta sui partiti come corpi intermedi, mediatori fra cittadini e stato, luoghi di elaborazione degli interessi diversi di una società complessa. I partiti - è la premessa del documento - non godono più di alcuna fiducia degli italiani, chiusi come sono in se stessi e nelle loro diatribe, mancando di ogni trasparenza anche quando, raramente, non sono sospettabili di frodi. Essi costituiscono l'impermeabile e impenetrabile "Palazzo" di pasoliniana memoria, e l'ombra o penombra che vi domina sono il miglior brodo di coltura per germi di ogni tipo. Metterli sotto pressione e controllo dal basso è l'operazione di igiene che si impone, nonché cortocircuitarli quando si può chiamare a un referendum.
Per il "nuovo soggetto" questo - trasparenza e apertura ai cittadini - è il vero problema del paese. Occorre sfondare le mura di quelli che non sono più corpi "intermedi" ma corpi "separati", e come tali non sono in grado né di capire né di comunicare con l'Italia, per cui si prevede un massiccio voltare loro le spalle con l'astensione. Il nuovo soggetto promette di essere l'opposto, tutto un'iniziativa di apertura delle barriere e di messa a confronto degli uni con gli altri, insomma un partito - non partito ma sostitutivo dei partiti.
Per fare che cosa, oltre che questa operazione di schiarimento delle acque? Non è detto. Certo ci sono in Italia gigantesche inuguaglianze di condizioni materiali, di cultura e di status ma l'esprimersi di tutti sui "beni comuni", le abolirà o ridurrà attraverso la presa di parola dei più deboli. Non scomodiamo dunque Marx, né il movimento operaio, né il vecchio concetto di lotta di classe, e tanto meno l'utopia pericolosa che ha portato ai defunti "socialismi reali". Non che il capitalismo sia morto, anzi non ha mai così totalmente dominato il pianeta, ma si tratta - se ho ben capito - di proteggere la gente dalle sue crisi stabilendo un vasto terreno di beni fuori mercato. Agganciandosi ai Comuni in quanto - lo dice la parola stessa - essi sono l'istanza elettiva più vicina al territorio e quindi in grado di controllarlo ed esserne controllata.
Il "nuovo soggetto politico" non si perde sull'analisi dello stato e dei poteri forti, politici ed economici. Né nelle teorie sociali del movimento operaio o, all'opposto, del liberismo: le prime neppure le nomina, al secondo i beni comuni, terreno di convinzione generale, tagliano le unghie. In questo senso il documento di Firenze presenta una tranquilla riedizione della spontaneità, l'universalmente umano bastante a se stesso, che il '68 aveva portato avanti polemicamente ma adesso, rifiutando assalti al cielo troppo pericolosi, sarebbe in condizione di attuarsi attraverso una saggia rete di relazioni e consultazione popolare permanente.
Di avversari il "nuovo soggetto" non ha che la privatizzazione di beni comuni, contro la quale si batte ma non meno che contro la statalizzazione o il loro "restar pubblico" nelle forme attuali, di "merce non ancora messa in vendita". Che sia intrinseco al capitale il trasformare tutto in merce, umani compresi, non interessa il "nuovo soggetto"; esso sospetta anzi che questa tesi sia un residuo delle culture politiche del Novecento, inchiodate sul conflitto capitale-proletariato. Così come non scava troppo in quello fra uomini e donne, concedendo la parità di valore tra la razionalità che sarebbe maschile, e l'emozione o la passione che sarebbero femminili. Alle passioni ed emozioni finora si affidava soltanto il populismo, ora entrerebbero fra i parametri del politico moderno. Anche l'ecologia troverebbe vantaggio in questa filosofia: chi può negare che il pianeta sul quale siamo appollaiati sia un bene comune?
E i beni comuni possono essere molti. Non è più forse il caso dei pascoli, ma non è bene comune che l'Italia produca automobili, meglio se elettriche? Basta persuaderne Marchionne e Landini. Che il voto dell'uno conti da solo nelle relazioni industriali quanto il voto di tutti i seguaci dell'altro (anzi in ogni caso di più, perché sua è la proprietà) è un dato di sistema sul quale non vale la pena di soffermarsi. Così come su alcuni diritti - al posto di lavoro o alla casa, e alla scuola, alla sanità, alla cultura, rimasti ottativi anche nella Carta del 1948. Chi non li desidera? Ma non evochiamo le idee fisse novecentesche. È vero che le vicende e le trasformazioni della proprietà, per non parlare del mercato, avvengono così lontano dal nostro sguardo da parere; al documento di Firenze, testualmente, «astratti».
È evidente che alle spalle del "nuovo soggetto" sta l'esito delle ultime elezioni parziali, e del referendum sull'acqua, avvenuti perlopiù fuori dal circuito dei partiti e considerati quindi come uno schiaffo loro assestato da parte della società civile. Che essi non abbiano scalfito il muro dei poteri forti, al nuovo soggetto politico non importa: non era nel suo obiettivo. Né che a Berlusconi sia seguita non già una spinta di sinistra, ma il liberismo oltranzista del governo Monti. Colpa della politica - si dice -, come se non fosse l'opinione pubblica ad avere votato ben tre volte il primo, senza protestare per l'indecente legge che ne canalizzava e blindava a suo favore il voto anche se non era di maggioranza. E quindi incapace di liberarsene.
Giusto, ma chi si vorrebbe liberare di Monti? La Fiom, le sinistre radicali già messe fuori dalle Camere, i nostalgici del marxismo o almeno di una forte regolazione del capitale, come la sottoscritta. Monti, un po' feroce ma onestissimo, ci fa fare, con Merkel e Sarkozy, buona figura all'estero. Che vogliamo di più?

10.10.11

Slavoj Zizek in Liberty Plaza



SLAVOJ ZIZEK, il filosofo sloveno, il 9 ottobre ha parlato agli occupanti di Liberty Plaza, a New York. Quella che segue è una trascrizione parziale del suo discorso (dato che il sistema dei “microfoni umani” rende difficile sentire tutte le parole). Il testo è stato pubblicato dal sito www.occupywallst.org. DemocraziaKm0 lo ha tradotto.


… Ci dicono che siamo sognatori. I veri sognatori sono coloro che pensano che le cose possono andare avanti all’infinito così come sono. Noi non siamo sognatori. Noi ci siamo svegliati da un sogno che si è trasformato in un incubo. Noi non vogliamo distruggere nulla. Noi siamo solo testimoni di come il sistema sta distruggendo se stesso. Tutti conosciamo le classiche scene dei cartoni animati. Il carrello arriva sull’orlo di un precipizio. Ma continua a camminare. Ignorando il fatto che non c’è nulla, sotto. Solo quando si guarda in basso e ci si rende conto, allora si cade giù. Questo è quello che stiamo facendo qui. I ragazzi qui a Wall Street stanno dicendo a chiunque: “Ehi, guarda giù!”. (Applausi).
Nel mese di aprile del 2011, il governo cinese vietato in tv, nei cinema e nei romanzi di tutte le storie che contengano una realtà alternativa o viaggi nel tempo. Questo è un buon segno per la Cina. Significa che la gente sa ancora sognare alternative, perciò bisogna vietare questo sogno. Qui non si pensa a un tale divieto. Poiché il sistema dominante ha soppresso la nostra capacità di sognare. Guardate i film che vediamo per tutto il tempo. E’ facile immaginare la fine del mondo. Un asteroide distrugge ogni forma di vita e cose così. Ma non potete immaginare la fine del capitalismo. Allora, cosa ci facciamo, qui? Lasciate che vi racconti una barzelletta meravigliosa dei vecchi tempi del comunismo.
Un ragazzo è stato inviato dalla Germania dell’Est a lavorare in Siberia. Lui sapeva che la sua posta sarebbe stato letta dalla censura. Così ha detto ai suoi amici: dobbiamo concordare un codice. Se la lettera che vi mando è scritta in inchiostro blu, quello che scrivo è vero. Se è scritta in inchiostro rosso, è falso. Dopo un mese ai suoi amici attiva la prima lettera. Tutta scritta in blu. Dice, la lettera: tutto è meraviglioso, qui. I negozi sono pieni di buon cibo. I cinema proiettano bei film occidentali. Gli appartamenti sono grandi e lussuosi. L’unica cosa che non si può comprare è l’inchiostro rosso.
Questo è il modo in cui viviamo. Abbiamo tutte le libertà che vogliamo. Ma ciò che ci manca è l’inchiostro rosso. La lingua per articolare la nostra non-libertà. Il modo in cui ci insegnano a parlare di guerra, di libertà e di terrorismo, e così via, falsifica la libertà. E questo è quello che state facendo qui: state dando a tutti noi dell’inchiostro rosso.
C’è un pericolo. Non innamoratevi di voi stessi. Passiamo dei bei giorni, qui. Ma ricordate: il carnevale è a buon mercato. Ciò che conta è il giorno dopo. Quando dovremo tornare alla vita normale. Will there be any changes then. Ci saranno dei cambiamenti, a quel punto. Non voglio che vi ricordiate di questi giorni, sapete, come – oh, eravamo giovani, era bellissimo. Ricordate che il nostro messaggio di base è: siamo autorizzati a pensare a delle alternative. Il sistema si è rotto. Non viviamo nel mondo migliore possibile. Ma c’è molta strada da percorrere. Ci sono domande davvero difficili che dobbiamo affrontare. Sappiamo quello che non vogliamo. Ma cosa vogliamo? Quale organizzazione sociale è in grado di sostituire il capitalismo? Che tipo di nuovi leader vogliamo?
Ricordate: il problema non è la corruzione o l’avidità. Il problema è il sistema che ti spinge a rinunciare. Attenzione: non solo i nemici. Ma anche i falsi amici che sono già al lavoro per diluire questo processo. Allo stesso modo in cuis i prende il caffè senza caffeina, la birra senza alcol, il gelato senza grassi. Cercheranno di fare di tutto questo una innocua protesta morale. (parole incomprensibili)… Ma il motivo per cui siamo qui è che ne abbiamo abbastanza di un mondo dove riciclare lattine di coca cola… Dove l’uno per cento va ai bambini affamati del mondo. E questo è sufficiente per farci stare bene.  (…)
Possiamo vedere che per molto tempo abbiamo permesso che anche il nostro impegno politico fosse esternalizzato. Lo rivogliamo indietro. Noi non siamo comunisti. Se “comunismo” vuol dire il sistema che è crollato nel 1990, ricordate che oggi i comunisti sono i capitalisti più efficienti e spietati. In Cina oggi abbiamo un capitalismo ancora più dinamico del vostro capitalismo americano, e che non ha bisogno della democrazia. Il che significa che quando voi criticate il capitalismo, non lasciatevi ricattare da chi dice che così si è contro la democrazia. Il matrimonio tra democrazia e capitalismo è finito.
Il cambiamento è possibile. Allora, cosa consideriamo oggi possibile? Basta seguire i media. Da un lato la tecnologia e la sessualità, e tutto sembra essere possibile. Si può viaggiare sulla luna. Si può diventare immortali grazie alla biogenetica. Ma guardate ai campi della società e dell’economia. Quasi tutto è considerato impossibile. Si vogliono aumentare un pochino le tasse a i ricchi, e ti dicono che è impossibile, perdiamo competitività. Volete più soldi per l’assistenza sanitaria: ti dicono che è impossibile, perché significa creare uno uno stato totalitario. C’è qualcosa che non va, in un mondo in cui vi è stato promesso che sarete immortali, ma dove non si può spendere un po’ di più per l’assistenza sanitaria. (parole incomprensibili)… impostare le nostre priorità direttamente qui. Non vogliamo più elevati standard di vita. Noi vogliamo un migliore tenore di vita. L’unico senso in cui qui ci sono comunisti è che ci preoccupiamo per i beni comuni. Il bene comune della natura. I beni comuni che vengono privatizzati dalla proprietà intellettuale. I beni comuni della biogenetica. Per questo e solo per questo dovremmo combattere.
Il comunismo ha fallito assolutamente. Ma i problemi dei beni comuni sono qui. Ci dicono che non siamo americani qui. Ma ai fondamentalisti conservatori che sostengono che essi sì, sono veramente americani, deve essere ricordato qualcosa. Che cos’è il cristianesimo? E’ lo Spirito Santo. Cos’è lo Spirito Santo? E’ una comunità egualitaria di credenti legati da amore reciproco. E che hanno solo la propria libertà e la responsabilità di esercitarla. In questo senso lo Spirito Santo è qui ora. E giù a Wall Street ci sono i pagani che adorano idoli blasfemi. Quindi tutto quello che serve è la pazienza. L’unica cosa che mi fa paura è che star qui un giorno solo e andare a casa: poi ci si riunisce una volta all’anno, beviamo birra e nostalgia ricordando ciò che bei giorni abbiamo avuto qui. Promettiamo a noi stessi che non andrà così.
Sappiamo che spesso le persone desiderano qualcosa, ma in realtà non lo vogliono. Non abbiate paura di volere davvero ciò che desiderate. Vi ringrazio molto!




La Klein in Piazza Liberty, con i manifestanti davanti Wall Street: http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/10/naomi-klein-in-liberty-plaza.html
Appello "Noi il debito non lo paghiamo": 
Appello della rete RibAlta-Alternativa Ribelle "In piazza per salvare il Paese": http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/10/il-15-ottobre-in-piazza-per-salvare-il.html 
Appello "Uniti per l'Alternativa":
L'adesione di De Magistris:






23.9.11

Questa crisi è un'occasione

Pubblichiamo l'editoriale del numero del 29 settembre di "Alternative per il Socialismo", scritto dal direttore Fausto Bertinotti.


Rossana Rossanda ha aperto una discussione che si rivela di giorno in giorno di più stringente necessità a sinistra. Sono venute interlocuzioni assai interessanti sia sul terreno delle cause che hanno aggravato la crisi dell’Europa che dell’esplorazione di interventi programmatici per affrontarla fuori dalla disastrosa moneta corrente. In qualche caso, secondo me utilmente, si è sfidata la nuova ortodossia della parità di bilancio fino a prospettare uscite radicali. Tuttavia a me pare che la discussione dovrebbe prendere anche un’altra piega. Possiamo ancora affrontare il tema come se vivessimo in un’epoca democratica, con in campo una politica dotata di una qualche autonomia e una sinistra capace di influenzare le scelte di fondo? Temo di no. In questo caso si potrebbe forse seguire questo filo di ragionamento.

Ciò che la rivolta ha intuito dovrebbe costituire la base anche della rinascita di una politica e di un agire politico autonomi dal sistema economico-sociale e dal sistema di potere politico che in esso si è venuto costituendo. La rivolta ha intuito che, per riaprire la partita, bisogna far saltare il banco, cioè mettere in discussione radicalmente le decisioni politiche che vengono assunte dal potere costituito e contestare i luoghi e le forme con cui esse vengono assunte. La crisi è un’occasione. Ma bisogna capire anche per chi. L’occasione è sfruttata fino in fondo dalle classi dirigenti per fare tabula rasa dell’Europa del compromesso sociale e democratico. Un panorama sociale tutt’affatto diverso ne sta prendendo il posto. E’ come se tutto ciò che si era venuto accumulando negli anni della restaurazione modernizzatrice, e accelerato negli ultimi mesi, fosse fatto precipitare in quest’agosto devastante. Il lungo inverno trentennale di un ininterrotto attacco alle conquiste sociali e democratiche, di un conflitto di classe che si risolve costantemente a favore delle classi proprietarie, compie un balzo in qualità e quantità. Avevano esibito tutto il loro cinismo nella formula: “E’ il mercato, bellezza!”. Era la fase nascente della globalizzazione capitalistica e loro, le classi dirigenti, si permettevano di essere arroganti.

Ora, in tutto l’Occidente, esplode la crisi nel capitalismo. Dovrebbero dirci, se avessero ancora il cinismo arrogante dei vincenti: “E’ il capitalismo, bellezza!”. Ma non possono; troppo grande è l’incertezza, troppo devastanti sono gli effetti sociali provocati dalle loro politiche di risposta alla crisi, troppo alto è il rischio incombente di aspri conflitti, di sommosse, di rivolte. La rivoluzione passiva che essi hanno egemonizzato è a un punto acuto, insieme potentemente in atto ma altresì in panne, perché in verticale crisi di consenso. Eppure riescono ancora a fare il peggio (per le classi subalterne, per le popolazioni, per la natura) e a scalare un altro gradone del loro dominio. Come abili prestigiatori essi fanno scomparire ogni causa di ciò che accade. Scompare il capitalismo, in primis; l’economia, il mercato, la finanza, e in essa la speculazione, si fanno condizione naturale; le devastazioni sociali si presentano come conseguenze ineluttabili (se piove ti bagni, se gela rabbrividisci dal freddo). Non conta neppure che in Europa l’aggressione sociale sia così radicale da allargare a dismisura le povertà, da precarizzare tutto.

Se negli anni trascorsi ogni messa in discussione di una conquista sociale (scala mobile, pensioni, gratuità delle cure, uno qualsiasi dei diritti di lavoro tra tutti quelli conquistati, per esempio l’art. 18 dello Statuto) diventava oggetto di una contesa, seppure difensiva, ora, d’un solo colpo, un’intera costruzione, seppur largamente imperfetta, di diritti, di libertà e di giustizia sociale viene abbattuta senza che nella società politica, e nella realtà che prende il nome di parti sociali, accade nulla di comparabile alla posta in gioco. Solo da fuori di questo recinto può scaturire, e di fatto esplode in tante parti d’Europa, la contestazione. Dentro il recinto, niente più. Senza che le classi dirigenti possano neppure avvalersi della copertura etica consistente nel far valere la logica (per le classi subalterne sempre e comunque terribile) del rigore, dell’austerità a tutto campo, cioè anche rivolta su di sé (per esempio con l’introduzione di una patrimoniale e di una Tobin Tax). Né d’altra parte esse si propongono di debellare i giganteschi fenomeni di corruzione e di economia illegale e criminale covati all’interno di questo sistema economico e sociale.

Nessun riformismo - né borghese, né di sinistra - è capace di diventare soggetto politico consistente nella crisi del capitalismo finanziario globalizzato. La politica c’è, ovviamente. Ma non c’è alcuna autonomia di questa politica. Essa è, invece, sussunta dentro decisioni la cui cornice si presenta, all’interno del recinto, come oggettiva, come obbligatoria, come ineluttabile. Sono ammesse solo delle diverse nuances della stessa impostazione, non una diversa impostazione. Anche i riformismi più cauti sono banditi, sia nella discussione sul modello economico, sociale ed ecologico, sia nella distribuzione della ricchezza. La crisi ha una sola risposta ammissibile, sostanzialmente quella in atto. Spunta persino un nuovo sacerdote dell’ortodossia: l’agenzia di rating. Essa giudica le economie e gli Stati e pretende di non essere giudicata da nessuna delle forme della democrazia rappresentativa (rappresentativa di che?). L’agenzia di rating si propone come un meteorologo che fa, neutralmente, le previsioni del tempo. La messa fuori campo del pensiero critico, della critica dell’economia, si rivela una catastrofe. Il dominio del capitale, mai da più di un secolo così incondizionato, si oggettivizza; sbatte fuori, dalla politica realizzata e dalla democrazia rappresentativa, ogni forma di alternativa e cancella la democrazia.

Lo strisciante, e bianco, colpo di Stato consumato in agosto a livello europeo è l’epilogo, ad ora, del lungo processo di demolizione del compromesso sociale e della democrazia. Da qui si deve ripartire, da questo disperante livello. Per ripartire serve, da un lato, respirare l’aria della rivolta e, dall’altro, rimpadronirsi di un pensiero critico. Chiunque voglia semplicemente continuare a pensare non può che tornare, per andare oltre, a quella straordinaria risorsa che è il rasoio di Marx, quando si abbatte sulla mistificazione che il capitalismo ha saputo attivare per nascondere la sua natura e che, in questo nuovo e suo ultimo assetto, ha imposto alla politica, fino a renderla a esso servile.

L’annuncio di una rottura possibile. La fase sembra caratterizzata da due movimenti radicali, che vanno però in direzioni opposte. L’uno nasce e si radica nella società civile ed è portatore di domande che nascono prevalentemente dalla denuncia di una determinata condizione sociale, dall’opposizione a delle scelte di governo sia a livello dello Stato che dei privati e dalla denuncia di lesioni, di diversa natura, ai diritti della persona e di intere comunità, sia di lavoro che territoriali, piuttosto che di soggettività. Esso costituisce un arcipelago di movimenti dal carattere fortemente orizzontale, senza partito e senza leaders che li possano rappresentare stabilmente; ognuno dei quali in grado di dare luogo a fenomeni di partecipazione larga e intensa attorno a una domanda di cambiamenti radicale scaturita, a sua volta, dalla contestazione di una condizione o di una minaccia considerata intollerabile (la precarietà del lavoro e della vita, la privatizzazione di un bene affermato come comune, la distruzione della scuola pubblica, la dignità della persona che lavora, la dignità della donna).

La rivolta che ha visto protagonisti i giovani nei Paesi del Nord Africa ha conferito anche ai movimenti dell’Europa una latitudine più grande, ne ha messo in rilievo una matrice comune fino ad allora più incerta e diversificata. L’aria della rivolta soffia per mille strade, più o meno grandi, più o meno lunghe (durevoli) e porta con sé, sulle spalle di un’indignazione forte e diffusa, il rifiuto, il rigetto dello status quo, la denuncia della diseguaglianza e della natura arbitraria del potere, compreso quello della politica che come parte del potere viene considerata. E’ l’annuncio di una rottura possibile. Sono movimenti che crescono in Paesi, quelli del Mediterraneo, certo assai diversi tra loro (che l’Italia non sia l’Egitto, anche dal punto di vista democratico, è tanto vero quanto banale) ma accomunati da due o tre grandi tratti comuni di quelli che possono segnare un ciclo politico: il furto di futuro che il sistema compie sistematicamente sulle nuove generazioni; la crescita violenta e offensiva delle diseguaglianze; la mancanza di democrazia e di dialogo sociale nella quale vengono prese le decisioni politiche che riguardano la società intera.

Il vento della rivolta è il fatto nuovo di questa fase, l’unica chance che oggi si manifesta per il cambiamento, cambiamento peraltro sempre più acutamente e drammaticamente urgente. La reazione del sistema si è venuta intrecciando in Europa con quella che il sistema politico-istituzionale si è trovato a dover dare alla crisi che, dopo essere andata dagli Stati Uniti al mondo intero, e all’Occidente in particolare, è risalita dalla crisi di una Grecia a rischio di default a quella degli stessi Usa. Questa crisi non è promossa dal “disordine” monetario e dalla politica delle banche come nel 2008 (sebbene quali rivelatori delle contraddizioni strutturali del capitalismo finanziario globalizzato), bensì dalle situazioni “disordinate” dell’economia reale. La minaccia è una nuova recessione che, peraltro, un economista come Stiglitz mette direttamente in capo anche alle politiche di austerità e di tagli alla spesa pubblica perseguiti ora dagli Stati. Il cane si morde la coda (ma forse bisognerebbe essere avvertiti del fatto che questa potrebbe essere il suo vero obiettivo). Gli Stati hanno reagito alla prima crisi con giganteschi aiuti al sistema finanziario e alle banche, che così sono stati salvati, mentre si è realizzata, parallelamente, un’enorme redistribuzione dei redditi a favore delle rendite e del profitto, con la costituzione di un’incontinente concentrazione della ricchezza. Niente di tutto ciò si è fatto per il lavoro e l’occupazione; e ora a un’economia reale in crisi corrispondono le casse degli Stati svuotate dalle manovre di salvataggio.

La replica è una politica economica spietatamente classista: il cuore dei provvedimenti dettati dall’Unione europea e monetaria e dalla Bce è quello di un modello di società unico con il lavoro ridotto a merce, lo Stato ridotto alla sua minima dimensione, lo Stato sociale cancellato e la società civile condannata a diventare uno spazio interamente invaso dal profitto. Dopo il pesante cedimento di Obama, non compensato dal tentativo di recupero con il piano contro la disoccupazione, il golpe europeo d’agosto vorrebbe inaugurare una nuova èra politica, quella dell’assenza di democrazia nell’“arte del governo”. Quel che è accaduto negli ultimi mesi è eccezionale nell’impermeabilizzazione dei luoghi della decisione dalla società civile e nella tendenza a cooptare l’intera società politica, maggioranza e opposizione, nella filosofia che quei luoghi si stanno dando, fuori da qualsivoglia tradizione democratica, costruendo così una sorta di cordone sanitario tra le nuove istituzioni e la società reale. Se i contenuti di questa politica di risposta alla crisi portano un segno di classe così marcato da configurare la cancellazione di un’intera storia di emancipazione, la forma con cui si decide è quella che mette in mora la democrazia, ed espelle dalla politica riconosciuta come legittima, quella dell’alternativa di società, quella fondata sul conflitto e sulla critica all’ordine delle cose esistenti.

E’ il recinto il fondamento della nuova politica. Dentro o fuori. Se stai dentro è l’omologazione, se stai fuori è la protesta. Questo esito, oggi così prepotentemente annunciato, non è però affatto obbligato. Ma, perché non lo sia, il compito diventa quello di rompere il recinto, di spezzare il cerchio della separazione-cooptazione, perché, se questa durasse, la politica, così come l’abbiamo conosciuta in Europa dopo la vittoria contro il nazi-fascismo, uscirebbe definitivamente di scena e con essa ogni forma di autonomia della politica dal potere e dal sistema. Lo stato di necessità oggi rivendicato in nome dell’eccezione (la crisi) diventerebbe la regola di un modello economico e sociale regressivo, quello dell’Occidente del XXI secolo. Quella che ci sembrava un’invettiva, il governo come commissione d’affari della borghesia, diventerebbe un’inquietante realtà. E la politica (della sinistra) potrebbe rinascere solo come l’araba fenice, cioè solo dalle sue ceneri. Dunque, ora il compito è rompere il recinto.

La crisi e le politiche di reazione alla crisi. Il compito è necessario e possibile. La necessità è impellente. L’aggravamento delle condizioni di vita e la crisi della coesione sociale covano uno spettro di reazioni possibili che non escludono quella regressiva di guerra tra i poveri, di ricerca del capro espiatorio, di esplosioni di violenza e di aggressività, di rafforzamento delle tendenze populistiche, xenofobe e razziste. Soprattutto si diffondono condizioni di lavoro e di vita altrimenti intollerabili, con un portato drammatico di sofferenze, di disagio, di solitudine, di alienazione. La crisi e le politiche di reazione alla crisi operate dagli Stati nazionali e sovranazionali in Europa mantengono l’oscillazione dell’economia tra ripresa senza occupazione e ritorno della crisi fino alla recessione. L’instabilità è la cifra forte dell’intera fase. Il capitalismo conferma la sua animalesca vitalità, ma per leggerlo nella sua interezza, e non farsi trascinare nella conclusione fuorviante che “questa volta non ce la fa”, bisogna saper guardare al mondo, ai processi che lo investono fino a sconvolgerne gli assetti geopolitici, fino a dar luogo a un nuovo ordine (disordine) mondiale. Le doglie del parto di un nuovo sistema monetario che vada oltre il “dollar-standard” non sono solo visioni intellettualistiche di chi scambia i desideri con la realtà.

La distruzione creatrice è in movimento. In essa si manifestano due partiti borghesi, in qualche modo connessi anche alla diversa collocazione dei loro protagonisti nel sistema produttivo e di scambio. C’è il partito vincente del primato del capitale finanziario che egemonizza la politica degli Stati e c’è chi sarebbe disposto a un certo compromesso redistributivo grazie ad un intervento fiscale pur di salvare l’essenziale (il modello di sviluppo). Warren Buffet ha prestato la voce più autorevole (uno dei più grandi miliardari esistenti sulla faccia della terra), e in un certo senso curiosamente, a questo partito che simbolicamente si esprime con l’adesione alla patrimoniale e alla Tobin Tax (ai primi anni del XXI secolo sostenute in Italia soltanto dalla sinistra radicale). La diffusione del fenomeno in altri Paesi europei è assai indicativo del momento. La vittoria del primo partito, quello del capitalismo duro, nelle politiche di governo in Europa la dice lunga non solo sullo stato delle sue borghesie, ma anche della politica, e di quella del centro sinistra in particolare.

Sia il capitalismo che chiederebbe ai ricchi di pagare più tasse, che quello reale delle manovre economiche dell’estate, hanno però in comune il nocciolo duro di questa nuova ristrutturazione capitalistica, quello di sottomettere il lavoro a una nuova disciplina sociale nella quale non solo le scelte di investimento (la natura del modello economico sociale, il cosa, come, dove, per chi produrre) ma anche il salario, l’orario, la prestazione lavorativa, i diritti sono messi fuori dalla possibilità di essere determinati con il concorso dei lavoratori. La competitività richiede per essere perseguita la liberazione del capitale dal lavoro organizzato sindacalmente e politicamente, per ricondurlo alla condizione di merce. L’essenziale della sfida qui si concentra. Intanto la recessione si fa più minacciosa. La crisi può sfociare in una recessione aspra, dura e lunga. Il rifiuto sistematico di alimentare la domanda interna in tutta l’area dell’economia occidentale perseguendo, al contrario, una deflazione salariale ne costituisce la base; le politiche di austerità, il tetto. Né la Cina da sola, né i Paesi del Bric nel loro insieme, possono supplire alla carenza di domanda nel mercato dell’Occidente. L’idea di affidare loro il traino della ripresa mondiale attraverso i loro consumi interni è priva di fondamento. Bisognerà ricordare che la Cina ha un Pil che è solo un terzo del Pil dell’Unione europea, malgrado una popolazione che è più di due volte e mezza quella dell’Ue.

Chi volesse la crescita non potrebbe che cercarla, in primo luogo, nel mercato interno. Ma l’ipotesi è del tutto rifiutata. Tanto meno si vuol aprire la via, da parte dei nuovi padroni del vapore, all’altra ipotesi strategica di fuoriuscita dalla crisi, quella più organica e più radicalmente innovativa, quella che chiama in causa direttamente il modello di sviluppo. Essa dovrebbe passare, da un lato, da una definanziarizzazione dell’economia e, dall’altro, dovrebbe saper rendere la crescita non necessaria al benessere della popolazione e alla qualità della società. La prima richiederebbe un vero e proprio confronto con la rendita e con i movimenti di capitali per imporre, in primo luogo, il riconoscimento dei loro costi monetari sulle condizioni sociali e ambientali e la conseguente costruzione di dighe che li impediscano; essa richiederebbe la regolazione, a partire dalla tassazione delle transazioni finanziarie e dei movimenti di capitale, e persino la riduzione dei tassi di rendimento che oggi la speculazione moltiplica rispetto agli stessi profitti. Della seconda, solo per annotarne il carattere radicalmente riformatore, basti soltanto ricordare la necessaria assunzione in essa dei beni comuni e di relazione a base del nuovo corso che si dovrebbe avviare. Ma se anche disarmare la finanza è parte di questo nuovo corso, ciò chiederebbe di riprendere persino il problema della sovranità monetaria, fino a riscoprire l’uso di monete locali complementari che esaltino l’autonomia reale dell’ente locale. Mentre parte centrale del nuovo corso toccherebbe alla riduzione del tempo di lavoro individuale e alla sua redistribuzione.

Bastano questi cenni per capire perché la borghesia, entrambi i partiti della borghesia, respingano anche solo la sperimentazione di questa seconda via. Per capire invece le ragioni dell’opposizione alla prima delle ipotesi anti-recessive, cioè quelle di un riformismo interno all’attuale modello, bisogna proprio intendere fino in fondo il carattere regressivo, anche sul terreno culturale e di teoria economica, della scelta di fare del lavoro la variabile dipendente della produttività e della competitività, invece che un soggetto protagonista della vita sociale e dell’economia. Quest’ultima crisi si è svolta attorno ai debiti sovrani. Quando si dice l’uso delle parole! Essi si chiamavano debito pubblico fino a qualche tempo fa. Si sono chiamati sovrani quando hanno perduto ogni autonomia di fronte alla potenza, all’arbitrio e all’arroganza dei mercati finanziari. Fino a qualche anno fa le politiche restrittive prendevano di mira essenzialmente il deficit pubblico, concentrandosi sulla necessità di ridurlo per risanare economie nazionali altrimenti malate e contagiose.

Persino Maastricht con la (“stupida”) severa norma del rientro obbligato sotto il 3% aveva relativamente messo da parte il peso del debito agli effetti del rischio di crisi. La messa sotto accusa del debito pubblico da parte del capitale finanziario è stata una scelta recente, repentina e assoluta. A partire dai Paesi più esposti al rischio di default i governi si sono allineati al nuovo credo, fino alla resa di Obama. Quella che era stata considerata una sorta di estrema speranza nella politica esistente in Occidente e, in essa, di quelle del centro sinistra, ha ceduto di schianto di fronte al ricatto conservatore, accettando proprio ciò che, di quella pressione, non si dovrebbe mai accettare, cioè che il welfare state è causa della crisi. I governi europei hanno adottato tutti la stessa terapia. Se welfare e potere contrattuale dei lavoratori sono di ostacolo alla competitività non resta che tagliarli. Persino i tempi dei rientri e la quantità dei tagli escono come da una calcolatrice, una calcolatrice con la maiuscola. I tasti in Europa sono comandati dalla Bce, dall’asse tedesco-francese e, se si vuol essere impersonali, dai mercati finanziari. Lasciamo parlare Mario Monti: «Le decisioni principali sono state prese da un “governo tecnico soprannazionale” e, si potrebbe aggiungere, “mercatista”, con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York». E’ quello che lo stesso Monti chiama, riferendosi a una tradizione dell’Italia medievale, il “podestà straniero”.

Altri, analisti molto autorevoli come Eugenio Scalfari, hanno parlato, descrivendo lo stesso fenomeno, di un commissariamento. Ho citato esponenti diversi del pensiero liberale democratico per mostrare come e da quale punto di vista, non solo da quello di classe, sia evidente la morte, o almeno la soppressione della democrazia. Semmai si deve aggiungere la constatazione di una doppiezza manifesta nei maggiori esponenti del pensiero liberale contemporaneo rispetto alla questione democratica. Ora si può rovesciare su di loro la critica che essi rivolsero ai comunisti. La sospensione della democrazia nel regime capitalistico dell’Europa di oggi viene correttamente constatata ma non denunciata; anzi essa viene giustificata in nome di una ragione considerata superiore, il risanamento dell’economia. Senonché l’eccezione si trasforma in regola attraverso un processo complesso e articolato seppure non privo di una sua coerenza interna di netta ispirazione neo-autoritaria. In Italia il “podestà straniero”, prima, per usare un eufemismo, ispira la manovra di rientro e ne detta i tempi rapidi di attuazione. Poi, deciso il nocciolo duro, fuori dal quadrante democratico e della sovranità, esso viene rivestito di un abito politico che , in presenza del governo Berlusconi, risulti il più prossimo possibile a far coincidere l’area di governo con l’intera rappresentanza parlamentare: decidere di varare, comunque, la manovra in un determinato tempo, accettandone il quadro, la cornice generale, equivale a condividerne il varo e a considerare le differenze contenutistiche non tali da supportare, in ogni caso, l’obiettivo del suo rifiuto.

Il Presidente della Repubblica, l’unica autorità politico-istituzionale del Paese da questo riconosciuto come tale, confeziona l’abito politico con cui viene rivestita l’operazione economica. L’idea della governabilità così lavora sul fondo, ancora. La tappa successiva, l’ultima manovra, ha completato il commissariamento senza sovranità; ne ha disvelato interamente il suo carattere di classe, in particolare nei tagli ai servizi sociali e, soprattutto, andando al cuore della questione, con un attacco ai diritti e al potere contrattuale dei lavoratori, organico, sistematico e, se si può usare questo termine nelle relazioni sociali, definitivo. Sembrerebbe contraddittorio con questo esito il documento sottoscritto poco prima dalle parti sociali, e invece questa percezione è solo la proiezione nel nuovo ciclo della memoria delle relazioni sociali che caratterizzavano il ciclo precedente, cioè l’esistenza in esse del problema dell’autonomia del sindacato dai padroni, dal governo e dai partiti. La nuova era non tollera (non concepisce?) l’autonomia, men che meno quella sindacale.

Senza la democrazia dei lavoratori, senza il riconoscimento del valore progressivo del conflitto sociale, senza un’idea duale dei rapporti sociali e della natura del contratto, il patto sociale si trasforma nella cooptazione del sindacato nel sistema di potere e nella cornice economico-sociale del meccanismo di accumulazione capitalista. E questo è il senso dell’accordo tra governo e sindacati del 28 giugno scorso. Un’altra cerniera tra società civile e istituzioni, tra economia e società, un altro teatro della democrazia reale in questo modo viene fatto saltare. Il recinto allarga il suo confine includendovi un altro pezzo della rappresentanza e contemporaneamente approfondendo il solco che separa il dentro dal fuori. I corpi intermedi sono un obiettivo nevralgico della svolta autoritaria. Se da un lato si coopta il sindacato mentre si fa sprofondare il lavoro nella realtà della merce, dall’altro, gli enti locali vengono sospinti, con i tagli dei trasferimenti dello Stato, a diventare la controparte in prima istanza del malcontento e dell’ira delle popolazioni a cui dovrebbero, per via di bilancio, negare ciò che già avevano in termini di tutele sociali, di esercizio di diritti, di sostegno e di cura, togliendo loro, a volte, persino l’essenziale per una vita civile.

Diventerebbero non più luoghi dell’autonomia locale, ma proconsoli di un governo centrale a sua volta proconsole di un governo sovranazionale, l’uno e l’altro liberatisi ormai del problema del consenso, cioè dell’essenziale della democrazia. I decreti di Ferragosto esplicitamente confermano il passaggio dallo stato di eccezione (il rischio del precipitare della crisi finanziaria dello Stato) alla regola di uno Stato senza più sovranità e democrazia, niente di meno che attraverso una modificazione della Costituzione. Lo ha colto bene Rino Formica, che ha scritto: «I Costituenti assegnarono ai partiti politici il ruolo di corpo intermedio tra Stato e cittadini e di parte dello Stato democratico, perché doppio era l’esercizio della sovranità del popolo: nei partiti per rinnovare lo Stato (art. 49) e nello Stato per costruire una società tesa alla realizzazione dell’eguaglianza (art. 3). I Costituenti furono espliciti nell’indicare una scelta in contrasto con la tradizione liberale». Cosicché non può risultare più evidente il vero e proprio rovesciamento della filosofia della Costituzione repubblicana con l’auspicata introduzione di un vincolo esterno capace di impedire il perseguimento proprio del compito assegnato dal Costituente alla Repubblica in uno dei suoi articoli fondativi, l’articolo tre.

Ha ragione Formica quando conclude: «Con un decreto si recita quattro volte “in attesa della revisione costituzionale” su quattro punti nodali della Carta costituzionale: art. 81 (sovranità parlamentare su bilancio), art. 41 (democrazia economia) e gli articoli relativi alla composizione della Camera e alla composizione del governo delle autonomie locali territoriali. Bisogna tornare al colonialismo per trovare dei mutamenti costituzionali per interventi esterni». Già, il vincolo esterno. Ieri usato (Maastricht) per logorare le conquiste sociali e ridimensionare lo stato sociale con l’assolutizzazione della riduzione del deficit; oggi per fare tabula rasa di un’intera storia politica e sociale, democrazia compresa, con il dogma del pareggio di bilancio. Una nuova ideologia borghese viene chiamata a presidiare il recinto. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori dalla politica corrente. Il complemento viene da un’operazione culturale con la quale vengono demonizzati i movimenti. Di nuovo la barriera, il recinto viene in primo piano. I movimenti vengono indicati come portatori di violenza (e dunque fenomeni di ordine pubblico) o come estrema manifestazione di un mondo ormai fuori dalla contemporaneità e chiamati in vita solo per l’attività di forze antisistema. Il primo è il caso della No-Tav, il secondo quello della Fiom rispetto alla Fiat.

La discriminante messa in campo riecheggia la cultura di tutte le forme di oppressione, in particolare quella che pretende di dividere lavoratori e sindacati tra costruttori e distruttori. Oggi non gli appartenenti a un partito o un sindacato (anche se pure a loro può toccare), non gli intellettuali critici, come fu negli Usa negli anni della “black list” o come fu a lungo nella Fiat di Valletta, ma i movimenti, il conflitto, sono quelli che vengono configurati come distruttori. La conseguenza è diretta e devastante anche sulle forze politiche: solo chi si separa dai movimenti è ammesso nella sfera della politica riconosciuta. Alla costruzione del recinto, del muro, servono anche i simboli, che possono diventare mattoni particolarmente pesanti. Per colpire a fondo una storia bisogna sradicarla, bisogna cancellare anche la memoria delle sue radici, tanto più quanto esse sono state profonde e forti, tanto da poter ancora e sempre rigenerarsi. L’idea della cancellazione, per decreto, delle feste del 1° maggio e del 25 aprile non è solo una sfida insolente; è un pezzo di una strategia di annientamento di una soggettività politica, quella del movimento operaio.

Di fronte a questa enorme e violenta sfida avevamo pensato: c’è solo da attendersi che la replica sia all’altezza. Voi volete toglierci la festa del lavoro, per cancellarci, e noi ce la riprendiamo, ritornando all’origine, con lo sciopero di tutte e di tutti: uno sciopero generale il primo maggio per resistere ed esistere, contro il muro. Il fatto che su questo punto, come su qualche altra nefandezza, il governo abbia dovuto smentirsi non tragga in inganno. Il processo va avanti; esso scava fossati, erige muri divisori; coopta ed esclude. Se vive il recinto, muore la politica autonoma; se regge il recinto muore definitivamente la sinistra politica. Il recinto fa il suo gioco demolitore di democrazia, socialità e qualità della vita, mentre riduce in servitù la politica. Dunque, rompere il recinto è assolutamente necessario.

L’aria della rivolta e il movimento che la respira. Ma il compito di far saltare il recinto è, non solo necessario, ma anche possibile. Nello scorso numero della rivista abbiamo indagato la dinamica dei movimenti, leggendovi lo spirare dell’aria della rivolta. Nessuna pretesa di riduzione a un’unità inesistente ha ispirato quella ricerca, bensì il tentativo di capire se, tra storie tanto diverse per collocazione geografica, per scopi, per problematiche, per natura dei soggetti protagonisti, per le cause da cui hanno preso le mosse, ci fosse un possibile filo, anche sottile, che le legava. Noi pensiamo di averlo rintracciato in ciò che, approssimativamente, abbiamo chiamato l’aria della rivolta. Il Mediterraneo ne è stato e continuerà a esserne il teatro; un teatro che coinvolge, in forme diverse, l’intera Europa. L’opposizione dei movimenti è all’ordine esistente; la loro molla è l’indignazione contro la diseguaglianza e l’arroganza del potere; la democrazia è la loro pratica; il loro obiettivo è la costruzione di un nuovo ordine democratico fondato sulla partecipazione e capace di spezzare la divisione tra governati e governanti.

Questo è ciò che chiamiamo l’aria della rivolta perché il movimento che la respira non è rappresentabile, né racchiudibile in un obiettivo parziale e immediato. Esso non è contro il negoziato, ma ha capito che, in questa fase, il compromesso è sistematicamente negato dal potere. Il tavolo, quello del confronto tra movimento e governo, è infatti, in questo quadro, attivabile solo per cooptare la rappresentanza e dividere. Chi oggi comanda ha fatto mancare la materia stessa del compromesso. Proporsi di far saltare il banco è dunque una prova di lucido realismo. Anche se essa è difficile da far entrare in culture che, sulla base della loro storia, hanno verificato che la pratica della contrattazione è stata la più efficace prassi di cambiamento e di partecipazione conflittuale esercitata dagli oppressi. Il dialogo tra queste diverse culture critiche è ciò che possiamo e dobbiamo saper fare. Dove ci sia uno spazio che il conflitto può guadagnare per far vivere una vera contrattazione che possa riaprire, a sua volta, la possibilità concreta di conquista sociale, ecologica, democratica esso va sostenuto a fondo anche dal vento di rivolta. Dove il vento spiri aprendo nuove strade con movimenti di vera e propria rivolta, di insubordinazione di massa, pacifica e non violenta, o di occupazione di spazi da convertire ad attività extramercantili, a pratiche di liberazione, a far vivere beni comuni, si trovi il massimo di comprensione e di convergenza attorno a queste nuove pratiche sociali. La zona rossa deve poter essere messa in discussione da ogni lato.

I movimenti di questa stagione possono essere aiutati a farlo. Sono le loro stesse caratteristiche a dircelo. Un contributo importante alla loro lettura, anche per il profilo politico-intellettuale dell’autore, è venuta da Alain Turaine. Ricorriamo a una lunga citazione di un suo recente scritto perché esso ci pare particolarmente significativo, proprio alla luce della natura della cattedra da cui proviene. «Tra i movimenti sorti in vari Paesi europei, il più importante è quello degli indignados. (…) La loro protesta non è rivolta contro la politica di un governo, ma contro i sistemi politici in quanto tali. I giovani che manifestano sono soprattutto studenti: sostenuti dalla maggioranza della popolazione, contestano i partiti, e in particolare quelli di sinistra, che ai loro occhi non rappresentano più l’opinione pubblica, e quindi svuotano la democrazia di ogni suo significato. (…) Ciò che mettono in discussione è innanzitutto il principio della democrazia rappresentativa. In altri termini, respingono l’idea, insita nella rappresentazione classica della vita politica in Europa, che le rivendicazioni e le proteste sociali e culturali sorte dai gruppi sociali trovino un’espressione più o meno completa nei partiti politici; e rifiutano di vedere in essi i rappresentanti politici degli interessi popolari e dei conflitti sociali. A riprova, basti constatare che i sindacati sono contestati allo stesso titolo dei partiti politici. (…) Si può incominciare a comprendere meglio la natura e l’importanza di questi movimenti vedendo in essi la rivolta di una gioventù che si sente privata della propria qualità di cittadini ad opera dei politici, in particolare di sinistra - i quali a loro volta si considerano penalizzati da una logica economica irresistibile, in quanto globale. (…) Questa crisi della politica mette in discussione più particolarmente i partiti di sinistra, che per definizione s’intendono come i difensori dei diritti e delle libertà della popolazione. Al di là del problema, pure gravissimo, degli alti livelli di disoccupazione giovanile, non siamo più nell’ordine dei conflitti economici e sociali, ma in quello della contraddizione tra i diritti umani fondamentali e la violenza del dominio del profitto capitalista sopra ogni altra finalità del sistema sociale. (…) In Italia e in Spagna, il senso generale della sollevazione è lo stesso. Ed è anche molto vicino a quello delle rivolte in Tunisia e in Egitto, contro la distruzione della vita politica ad opera dei dittatori, delle loro famiglie e degli ambienti corrotti più direttamente legati a un potere autoritario. (…) Una soluzione democratica non può venire che da una separazione non solo accettata, ma voluta, tra il movimento popolare e le ricostituite forze politiche. Quanto più un movimento è forza di liberazione, tanto maggiori sono le sue possibilità di far rinascere una democrazia politica. La sua debolezza sul piano propriamente politico lo protegge da un ritorno di quello stesso potere egemonico che ha combattuto».

L’ampiezza del fronte di lotta è in continua espansione e si estende a sempre nuovi Paesi. E’ di qualche significato la mobilitazione, forse senza precedenti, in un Paese come Israele, dove la protesta contro l’aumento del costo della vita è diventato un movimento capace di portare in piazza a Tel Aviv più di 300mila persone in agosto e di proseguire la settimana successiva investendo le città periferiche, in genere assai lontane da esperienze del genere. Il riferimento anche lì adottato esplicitamente è quello degli “indignati”. E’ stato definito da osservatori informati un movimento in crescita «potente, che per il momento ha il potere di dire “No”, di non accettare le soluzioni politiche tradizionali, ciò che lo protegge dalle divisioni interne». Secondo un recente sondaggio l’88% degli israeliani sostiene la contestazione e il 53% di loro si dice pronto a manifestare. A Nord la sommossa ha scosso Londra. Ancora una storia diversa, più simile nelle sue forme ai moti che nel 2005 bruciarono le banlieues francesi e tuttavia anch’essa così interna alla nuova stagione. Qui la violenza ha certo caratterizzato il moto di ribellione ma la sua lettura non deve farsi attrarre unilateralmente da questa che, a sua volta, deve essere ben compresa (non condivisa) nella sua radice. Ha scritto Tony Trevers, uno studioso del fenomeno per la London School of Economics, che: «Ridurre il tutto a un fatto criminale è sbagliato.

Dovremo capire meglio cosa sta accadendo, ma non si può dimenticare che i protagonisti di questi assalti sono tutti giovani poveri delle periferie. Spaccano le vetrine, incendiano i negozi e gli edifici, sono violenti perché, sentendosi respinti, sfidano l’autorità». Dominique Moïsi, editorialista del Financial Times, aggiunge che il motore dei moti sono: «Le pulsioni nichiliste di alcuni esclusi attorno a cui si coagulano le insoddisfazioni di molti. I teppisti inglesi sono appoggiati da molti giovani che, pur non condividendo il ricorso alla violenza, la capiscono. I sacrifici richiesti in tempo di crisi si traducono in violenza se non vengono applicati a tutta la società». Laurent Mucchielli, l’autore di Quando le banlieues bruciano, uno studioso che ha indagato a fondo il carattere spontaneo della rivolta, ha così descritto la forma di organizzazione della lotta: «I rivoltosi sono come un esercito. C’è la prima linea, i disperati che non hanno nulla da perdere, quelli che prendono i rischi peggiori. C’è anche una seconda linea, il grosso della gioventù che li appoggia.

E una terza linea, che incoraggia le prime due dalla finestra. Le tre linee sono legate da un sentimento di ingiustizia e di esclusione, che non è provato solo dai maschi e solo dagli uomini. Infatti, i rivoltosi che vengono presi dicono sempre che si sentivano il braccio armato di una comunità più ampia». Mucchielli indica anche la ragione interna della fine della rivolta violenta nel fatto che «la popolazione, che pure ha sostenuto i rivoltosi, decide che i danni sono troppi e che il quartiere, già povero e degradato, lo è diventato ancora di più». Una bella sfida per una pratica di nonviolenza che sappia assumere la rivolta come un terreno reale e necessario della contestazione sociale in questa fase storica. La rivolta ha mille facce diverse; perciò ne vogliamo cogliere l’aria, la condizione ambientale che la favorisce, le molle che la generano, l’orizzonte di senso e di rinascita della politica che possiamo guadagnare. Da noi l’aria della rivolta ha preso per ora la via dell’articolazione dei movimenti. L’eredità del caso italiano, la sua storia di contrattazione sociale e di articolazione dei conflitti lascia un deposito che lavora nel fondo della società, come una memoria che riaffiora, anche quando la storia ha preso già un altro verso. Inoltre il disagio, la rabbia sociale, pur così diffusa, non conosce, come in altri Paesi europei, zone, territori, dove si concentrano l’esclusione e la discriminazione fino a costituire un serbatoio pronto a esplodere. Forse non è neppure del tutto ininfluente il fatto che esista in Italia una fonte di solidarietà sociale non ancora prosciugata, quale la famiglia o certe relazioni di comunità. Tuttavia, il panorama di conflitti, di proteste, di lotte e di partecipazione che ci ha fatto parlare dell’esistenza anche nel nostro Paese dell’aria di rivolta resta un campo aperto. Il potere non è riuscito a sradicare le molle del conflitto che riemergono con l’avvicinarsi dell’autunno. Ha un preciso significato che sia la Fiom a dar vita alle prime mobilitazioni. L’avvio della lotta contro il nocciolo duro dei decreti agostani, cioè l’aggressione al lavoro, è stato un fatto promettente in sé che ha avuto anche il merito di non consentire la piena adesione dell’intero sindacato confederale al patto sociale.

La Cgil, sollecitata da una presenza critica, quella di una forza sindacale autonoma che vive al suo interno, ha visto squadernarsi dinanzi a sé la sua grande contraddizione. La convocazione dello sciopero generale è stata l’espressione più forte di questa presa di coscienza, che ha rappresentato, sul confine del recinto, il suo polo non pacificato. E’ una crepa importante quella che si è aperta con lo sciopero generale proclamato dalla Cgil (e che è diventato l’occasione anche per la simultanea convocazione dello sciopero dei sindacati extraconfederali), una crepa nel processo di cooptazione dentro il recinto governi sta, di tutte le grandi forze organizzate politiche e sociali. Essa è la manifestazione interessante di una qualche instabilità esistente nella costruzione neoautoritaria. Si tratta di un’instabilità interna che va messa alla prova, sia per far crescere la partecipazione di masse alla lotta, sia perché, come invece è già accaduto precedentemente, dopo lo sciopero tutto non ritorni come prima. Il rischio è assai alto.

In ogni caso, la spina nel fianco della Fiom agisce efficacemente perché il sindacato dei metalmeccanici è già parte costitutiva dell’arcipelago dei movimenti che hanno caratterizzato la stagione politica che ha fatto parlare di un cambio del vento. Si è vista, anche nelle giornate di Genova, l’ampiezza dell’area che rappresentava lì la diffusione dei movimenti che vivono nel Paese. Si è visto anche lì il bisogno di continuità che emerge all’interno di questi stessi movimenti; l’esigenza di dare ad essi una strutturazione che possa favorire la loro tenuta e lo sviluppo della mobilitazione, dalle donne al popolo viola. Il fronte dei beni comuni è ormai una larga realtà dinamica, dentro la quale crescono esperienze ed elaborazioni impegnative, dove si esplorano nuovi terreni di lotta, mentre altri appuntamenti vengono resi indispensabili dai provvedimenti governativi e dalla stretta sugli enti locali. I soggetti che sono nati e cresciuti di fronte al diffondersi della precarietà ed hanno saputo elaborare nuove forme di lotta e di organizzazione restano sul terreno sociale un punto di forza della possibile radicalizzazione ed estensione del conflitto. La ripresa delle attività scolastiche costituirà un’occasione per lo sviluppo del protagonismo delle nuove generazioni, che sono state nei mesi scorsi, e lo sono in tutto il continente, l’ala trainante delle lotte e delle rivolte.

Dunque, fuori dal recinto c’è tanto e su questo riposa ormai la possibilità di vedere rinascere una politica autonoma, critica nei confronti di un sistema che sacrifica alla sua sopravvivenza la democrazia e il compromesso sociale. A maggior ragione, anche quando si evidenziano delle crepe nella costruzione del regime, bisogna essere ben avvertiti che sono queste realtà, cioè quello che vive oggi fuori dal recinto, le novità della fase. Contemporaneamente bisogna saper leggere, senza presunzioni e saccenza, i limiti e le inadeguatezze dei movimenti di questa fase. Genova, la cui utilità va ribadita, ne è stato lo specchio. Le connessioni, i legami tra i diversi movimenti sono troppo flebili e incerte; la questione del rapporto tra lavoro, libertà e democrazia, con tutto il suo portato insieme di drammaticità e di nuova frontiera, risulta troppo poco a fuoco, proprio nel suo carattere generale, di società; la necessaria dimensione euro-mediterranea del conflitto ancora non è sufficientemente indagata e praticata; la riflessione sulle forme di lotta, su cui pure la stagione è già stata così ricca di esplorazioni e di esperienze, è ancora troppo occasionale. Vorrei ricordare che anche in altre e tutt’affatto diverse, fasi di lotta, anche quando esse erano così estese, forti e radicali da essere vincenti, la riflessione interna sui loro limiti era un lavoro politico necessario, non un modo per sminuirne la portata e la prospettiva. Figurarsi ora.

Far saltare il tavolo, aprire un nuovo corso della democrazia. L’aria della rivolta è la risorsa di oggi per non soccombere. L’intuizione che la caratterizza risponde ad una precisa lettura della fase in Europa, risponde ad un giudizio sulle risposte che le classi dirigenti europee nel capitalismo finanziario globalizzato stanno dando alla crisi: il tavolo delle decisioni su cui esse sono state assunte ha demolito la democrazia e negato ogni significativo spazio di compromesso sociale e di negoziato; dunque, è il tavolo che deve essere fatto saltare, affinché si possa aprire un nuovo corso della democrazia, della politica e dell’organizzazione della società. In Italia due movimenti vanno in direzione opposta. Da un lato, il processo politico istituzionale che accompagna acriticamente la grande ristrutturazione capitalistica; dall’altra, i movimenti di lotta e di mobilitazione che, esclusi da questa costruzione neoautoritaria, la contestano e la rifiutano. A separare i due movimenti c’è la costruzione del recinto cui abbiamo accennato, che riduce la politica ad attività servile. L’uscita di scena della sinistra è riassunta nella sua incapacità di spezzare il recinto fino al punto di non sapere nemmeno vederlo. Nell’agosto del golpe bianco essa non ha saputo dire “No” alla manovra. Aver accettato di discuterne i contenuti, quand’anche per criticarli, all’interno della sua cornice (che è poi la sua filosofia, cioè la sua ispirazione di fondo) e dei tempi di approvazione dettati dall’oligarchia di comando ha fatto della sinistra un desaparecido, un ente pressoché inutile (altri, per composizione sociale, per interesse e per cultura economica e politica, sono adatti a compiere questa funzione assai più efficacemente, a cominciare dai grandi borghesi). Ogni discorso politico autonomo sarebbe dovuto cominciare dal famoso “Preferirei di No” di Bartleby. Un irriducibile “No” a un impianto di politica economica fondato sull’assunto che il welfare state e il potere contrattuale dei lavoratori sono la causa del debito pubblico e del deficit di competitività delle nostre economie.

Accettare la sovranità del vincolo esterno equivale all’accettazione dell’eutanasia della sinistra e dell’accettazione della sua collocazione all’interno del recinto. Se il compito è, come è, la rottura del recinto, allora esso non può che poggiare sull’opposizione al vincolo esterno di un vincolo interno (ricordare la lezione di Claudio Napoleoni), sulla sua assunzione a fonte della rigenerazione dell’autonomia della politica e della sinistra. E’ il vincolo interno, del resto, ciò che invocano, più o meno esplicitamente e consapevolmente, tutti i movimenti in campo: una poderosa redistribuzione dei redditi a favore del salario in tutte le sue forme ipotizzabili, diretto, indiretto e differito per coloro che lavorano e sociale per chi non lavora; la costruzione di un sistema di diritti esigibili finalizzati al pieno sviluppo della persona umana in una cittadinanza universale rispettosa delle differenze; la difesa e valorizzazione della natura fino a configurarla come levatrice di un diverso rapporto tra natura, produzione, consumo e ricerca; la messa in discussione dell’attuale rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro. Abbiamo così indicato solo alcuni dei campi in cui può costituirsi il vincolo interno. Aprire una radicale lotta politica e culturale per la sua possibile assunzione a fondamento di un nuovo corso è diventato improcrastinabile. Si tratterebbe di accompagnare con questa ricerca i movimenti che respirano l’aria della rivolta, la quale è la sola che, a sua volta, può alimentare quella rottura da cui possa rinascere un pensiero critico radicato nell’esperienza sociale, un processo di trasformazione e la resurrezione della sinistra. La rottura del recinto ne è oggi la prima condizione, la democrazia la sua chiave di volta.

23.6.11

Comune, comunità, comunismo

Anna Curcio (a cura di) Comune, comunità, comunismo, Teorie e pratiche dentro e oltre la crisi, Verona: ombre corte – collana Uninomade, 2011.


Come immaginare un’“alternativa” nel pieno della crisi economica globale? Costruendo un’interlocuzione tra il pensiero dell’operaismo rivoluzionario e il marxismo althusseriano, il volume prova a dare delle risposte interrogando l’attualità del comunismo. Il punto di partenza è il dibattito internazionale sui commons, che qui viene ripensato in modo critico e innovativo. La conversazione tra Antonio Negri ed Étienne Balibar, in apertura del libro, offre gli strumenti concettuali e chiarisce la posta in palio del confronto: “ritornare” a Marx contro le ortodossie marxiste e i socialismi realizzati, ovvero condurre Marx dentro le lotte del presente globale. Qui si confrontano le differenti ipotesi, tra chi cerca il comune nello spazio di una comunità da reinventare, oppure dentro le resistenze e i rapporti di produzione. Il volume propone così una straordinaria cassetta degli attrezzi per il pensiero critico e radicale, per le lotte e le sfide politiche del XXI secolo e per le pratiche che stanno disegnano un nuovo orizzonte di libertà ed eguaglianza.

Indice
Introduzione
Comune, comunità, comunismo. Ripensare Marx al tempo della crisi
di Anna Curcio
Comune, universalità e comunismo. Una conversazione tra Étienne Balibar e Antonio Negri
a cura di Anna Curcio e Ceren Özselçuk
Il comune nel comunismo
di Michael Hardt
Cinque tesi sul comune
di Gigi Roggero
Le differenze nel comune
di Anna Curcio
Ri/generare il feudalesimo. Riconsiderare i modi di produzione
di S. Charusheela
Soggettività, classe e “forme di rapporto dei membri della comunità”
di Jack Amariglio

Per una critica della soggettività biopolitica. Jouissance e antagonismo nelle forme di rapporto tra i membri della comunità
di Yahya M. Madra e Ceren Özselçuk

Le nostre ultime iniziative a Macerata: http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/04/iniziative-costruire-bene-comune.html

23.2.11

Sciopero generale: un momento storico.

Quanto sta avvenendo nei Paesi dell'Africa del Nord ci interroga sulla fase storica che stiamo vivendo e sulle strategie da mettere in campo per mutare profondamente il nostro regime politico-economico.
La richiesta di diritti sul lavoro e la difesa del contratto nazionale di lavoro in Italia e quella di occupazione e reddito in Tunisia.
Gli scioperi di Mirafiori e Pomigliano, le manifestazioni del 16 ottobre e del 28 gennaio, la Fiom, e quelle dei comitati nordafricani in mobilitazione.
Le battaglie per un nuovo welfare e una riforma del lavoro e quelle per l'abbassamento del prezzo del pane.
Le piazze piene per una democrazia radicale e una riforma del sistema politico, e quelle contro le dittature.

Da almeno 40 anni non si ponevano le basi per una mobilitazione globale in grado di determinare, su terreni culturali e sociali differenziati seppur sempre più integrati, una modifica alla struttura sociale e politica di radicale profondità.
Nel nostro Paese, e in tutto l'Occidente, l'impianto di produzione culturale sta imponendo una ricostruzione dei fatti che circoscrive all'area del bacino meridionale del Mediterraneo i conflitti, risolti e limitati a richieste di democrazia (à la americana!) e destituzione di dittatori. Questo racconto non solo rimuove alcune questioni cruciali (il rapporto con Ben Alì, Mubarak, Gheddafi, il ruolo coloniale e post-coloniale giocato dalle forze transnazionali e finanziarie, le asimmetrie degli accordi, il ruolo giocato dalla fortezza UE in questi anni) ma ci spinge a volgere, e là fermare, il nostro sguardo oltremare, velando i nessi esistenti tra la crisi di sistema di quei Paesi e le distorsioni e forzature presenti nel nostro.
Le rivolte messe in moto via internet dagli studenti e studentesse algerin*, quelle de* lavoratori/trici di quel cognitivo che sempre più si fa spazio anche in Africa, quelle dei padri e delle madri di famiglia che esigono garanzie e sicurezza, oltre che autodeterminazione, sono strettamente collegate ed hanno le stesse radici delle nostre.

Per questi motivi (senza dubbio da approfondire e articolare ulteriormente) oggi c'è urgenza di uno SCIOPERO GENERALE, inteso come MOBILITAZIONE NAZIONALE A OLTRANZA DEI LAVORATORI E DEI DISOCCUPATI, DEGLI STUDENTI E DEL MONDO DELLA CULTURA, DELLE DONNE E DELLA SOCIETA' CIVILE, dando vita ad una rifondazione della società e del sistema politico di rappresentanza partendo da alcuni punti chiari:

-reddito di cittadinanza;
-tassa sulle delocalizzazioni;
-rimozione della legge Ronchi per la privatizzazione dell'acqua e di quella Gelmini sull’Università;
-STOP al finanziamento agli aerei F-35 e ritiro delle truppe dall'Afghanistan;
-riforma locale e nazionale del sistema elettorale;
-legge sul conflitto d'interessi e per il limite di legislature;

Convocare con queste intenzioni uno sciopero generale (magari internazionalizzato), potrebbe avere un effetto dirompente e testimonierebbe di una consapevolezza storica notevole.
Stefano

14.2.11

Vorrei cambiare la società

Vorrei chiedere a chi non fa niente e parla di rivoluzione come vuole cambiare la società...
Vorrei chiedere a un egiziano come si cambia, la società...
Vorrei chiedere a chi fa politica nell'Università, se pensa davvero di cambiare la società...
Vorrei chiedere a chi fa politica nei movimenti e nelle associazioni, come pensa di cambiare la società, se con la rivoluzione, l'amministrazione o cos'altro...
Vorrei tanto chiedere a chi è iscritto ad un partito, alla giovanile di un partito, come pensa di cambiare la società...
Vorrei chiedere a chi lavora nel sociale, come pensa di cambiare la società...
Vorrei interrogare i figli dei politicanti, per capire se vogliono o no cambiare la società...
Vorrei chiedere ai giovani consiglieri se pensano ancora di cambiare la società, e se sì, come...
Vorrei chiedere a chi sta leggendo come pensa di cambiare la società...
Vorrei domandare a chi vede cultura, politica e violenza nell'educazione, se pensa di cambiare la società...
Vorrei chiedere ai giovani giornalisti, se scrivono per cambiare la società e come...
Vorrei chiedere ad un bambino come si cambia la società...
Vorrei chiedere a chi fa qualunque genere di iniziativa, come pensa, con essa, di cambiare la società...
Vorrei chiedere a chi è ancor più giovane di me, se già pensa di cambiare la società...
Vorrei domandare, a chi vuole intrecciare i percorsi, come si tesse una tela per cambiare la società...
Vorrei chiedere a una donna, come vorrebbe cambiare la società...
Vorrei incontrare nuovi clandestini, omosessuali, diversabili, barboni, rom, per chiedere quanto va cambiata, la società...
Vorrei chiedere a chi studia il cambiamento, come pensa, studiando, di cambiare la società...
Vorrei chiedere a chi pensa, come me, che vada modificato l'immaginario, le condizioni materiali, l'organizzazione e l'associazione, la democrazia e le forme di partecipazione, la redistribuzione della ricchezza e le condizioni di lavoro, la divisione del lavoro e il rapporto con l'ambiente, la vita e la politica, i rapporti umani animali e naturali, come pensa di farlo...
Vorrei capire cosa significa praticare il comune, senza pestarsi i piedi ed entrare in competizione...
Vorrei chiedere, a chi soffre della violenza, della concorrenza, dell'esclusione sua o di altri, del silenzio di chi perde, del dolore degli ultimi e di quello dei penultimi, come possiamo fare per cambiare tutto questo...
Vorrei proprio capire come si possa, qui, a Macerata, mettere insieme tutti questi...
Metterci insieme tutti noi...

Altrimenti, stiamo ancora parlando solo a noi stessi.