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26.12.11

Recensione di “Beni comuni” di Ugo Mattei

di Stefano Casulli, 
articolo uscito anche su www.vialiberamc.it, il portale di riferimento della Rete dei movimenti per i beni comuni di Macerata.


La crisi economica di questi anni si va configurando sempre più come una crisi di sistema, in grado di determinare un cambiamento nell'organizzazione sociale e politica.
Se per un verso vengono al pettine contraddizioni che già negli anni Novanta erano state denunciate dal movimento altermondista e dagli studi più avanzati dell'epoca, d'altra parte dobbiamo inserire l'analisi e la pratica politica all'interno di quella che è una vera e propria congiuntura. Un punto di passaggio, d'indecisione, di ridefinizione degli equilibri. Possiamo leggere il carattere emergenziale di questa fase storica in senso letterale: emerge ora il futuro, emergono ora le potenzialità generative del mondo nuovo.

Le analisi di questo periodo riconoscono la duplice valenza congiunturale ed emergenziale della nostra fase storica: Beni Comuni, breve testo di Ugo Mattei pubblicato nel settembre 2011, si configura così come un'analisi sistemica ed allo stesso tempo come un manifesto programmatico aperto. Riconosce l'esigenza di andare a fondo teoricamente nella comprensione delle dinamiche globali e locali che vanno producendosi in questi mesi ed allo stesso tempo si inserisce sul solco politico-pratico dei referendum italiani, delle primavere mondiali, delle manifestazioni degli indignados, delle altrepratiche proliferanti nel tessuto sociale diffuso, come testimoniato anche nella città di Macerata dalla Rete dei Beni Comuni, dal Coordinamento per l'Acqua Bene Comune e dal progetto Cose dell'altro mondo, che vedono coinvolte decine di realtà del territorio.

Scrive Mattei nell'Introduzione:

Ritengo fondamentale, nello studio dei beni comuni, la piena integrazione tra ambito teorico e prassi politico-sociale, perché la piena tutela dei beni comuni richiede innanzitutto la piena coscienza politica della loro centralità. (pag. XIII)

Il testo si compone di 4 capitoli:
nel primo si affronta il contesto giuridico-politico attuale, all'interno del quale i nuovi assetti della globalizzazione economica e sociale rendono maturi i tempi per una riemersione del comune;
nel secondo, si riprendono le radici storiche delle istituzioni moderne, dove oggi il comune si trova intrappolato tra la proprietà privata e lo Stato sovrano;
nel terzo, si opera un'analisi fenomenologica del bene comune, ridefinendone il carattere contestuale e la natura relazionale;
nel quarto, di evidenziano le possibilità ed i limiti di un ritorno al comune.

Non volendo qui riassumere il testo, mi limito a segnalarne i principali passaggi ed i nodi concettuali, nella convinzione che le nostre pratiche glocali necessitino di un approfondimento teorico in grado di restituire la visione d'insieme che sola può permettere di costruire reti e resistenze collettive.

1) il bene comune si situa al di là sia della proprietà privata che di quella pubblica, in quanto non può essere ricondotto all'idea di merce. Noi non «abbiamo» un bene comune (un ecosistema, l'acqua) ma «siamo» partecipi del bene comune (siamo acqua, siamo parte di un ecosistema urbano e rurale). In quest'ottica, a partire XV secolo la tenaglia Stato-proprietà privata espropria, attraverso le enclosures, i beni comuni dai loro commoners. Non a caso, lo stesso termine di proprietà privata ha in sé l'etimologia di «privare», «togliere», «sottrarre» qualcosa a qualcuno che prima ne godeva. Il bene comune è di tutti, non di qualcuno (proprietà privata) né di chi è chiamato a gestirlo (lo Stato);

2) i beni comuni, avendo una natura relazionale (un bene è comune se è di tutti, e con ciò risponde a un diritto fondamentale), non possono essere astrattamente elencati o enumerati, bensì si iscrivono all'interno della prassi quotidiana, emergendo come necessità: è ciò che è accaduto con il referendum in Italia, ma che quotidianamente si ripropone dove si lotta contro l'esproprio dei campi in Africa, per la difesa delle sementi in India, per la democrazia in Egitto e Tunisia. Abbiamo quindi a che fare con una «tutela militante dei beni comuni» (p. VII), che si definisce come prassi di conflitto;

3) la nozione di bene comune è dunque ampia e flessibile, difficilmente riassumibile in classificazioni giuridiche (beni o servizi?) e politiche (destra o sinistra?). Un esempio indicativo è rappresentato dall'espressione Il lavoro è un bene comune, titolo di una recente manifestazione sindacale: dentro la prassi di lotta essa «indica il diritto di tutti a lavorare in condizioni 'libere e dignitose', a fronte di esigenze di profitto proprie di una multinazionale che asserisce di voler competere sul mercato globale» (p. 53). Il lavoro come bene comune
    non è né un oggetto (merce, entità astratta) né un astratto diritto soggettivo, ma un'entità collettiva (comune appunto) e contestuale, allo stesso tempo condizione dell'essere e del produrre (avere). Il lavoro come bene comune non è fine a se stesso, ma è un'entità necessariamente funzionale alla qualità dell'esistere in un determinato contesto (ecosistema), da tutelarsi nei confronti sia del capitale privato (proprietà) sia del sistema politico (governi), che del capitale privato sempre più frequentemente è succube. (p. 54)

4) come in parte già detto, i beni comuni si definiscono come relazione e danno sviluppo ad un'antropologia ed una pratica della relazione diversa nei confronti di tutto ciò che ci circonda. Ciò comporta che il governo dei beni comuni non può che articolarsi attorno a una diffusione del potere e un'inclusione partecipativa. Per cui una battaglia per i beni comuni determina un'autentica declinazione democratica della cittadinanza, attraverso la partecipazione attiva e diretta; inoltre, mentre il paradigma della proprietà pubblica e privata si fonda sull'esclusione e la concetrazione del potere nelle mani di un sovrano, le utilità dei beni comuni sono prodotte dall'inclusione. Infatti:

Secondo l'impostazione della Commissione Rodotà [La commissione che lavora sui Beni Pubblici, la proprietà pubblica e privata], quelli comuni intanto sono beni (cose che possono formare oggetto di diritto) in quanto siano accessibili a tutti. […] Il bene comune non è a consumo rivale; al contrario, presenta una struttura di consumo relazionale che ne accresce il valore attraverso un uso qualitativamente responsabile (e pertanto ecologico). (p.83).

Per concludere, è lecito affermare che il testo di Mattei rappresenta un breve opuscolo in grado di mettere in campo tutte le questioni cruciali del dibattito sulla congiuntura, la democrazia, la gestione dei beni e l'emergenza di nuove pratiche alternative.
Una società dei beni comuni è una società della pratica del bene comune, in grado di articolare i differenti livelli del potere (istituzionale e diffuso) al fine di modificarli nella direzione di una gestione diretta, democratica, della cittadinanza attiva.
Il ragionamento sui beni comuni, e sul Comune in genere, riconosce la centralità del conflitto politico nel determinare le priorità e afferma un modello di gestione e condivisione che va oltre lo schema Stato/mercato, che in realtà rappresentano le due facce della stessa politica di esproprio delle ricchezze e delle risorse condivise.


Ugo Mattei insegna Diritto civile all'Università di Torino e Diritto comparato e internazionale alla University of California. È stato vicepresidente della Commissione Rodotà per la riforma dei beni pubblici, co-redattore dei quesiti referendari per l'acqua bene comune e ha patrocinato come avvocato alla loro ammissibilità presso la Corte Costituzionale. È editorialista del quotidiano “il Manifesto”.
Spunti bibliografici:

Ugo Mattei, Beni comuni, Laterza, 2011, Roma-Bari
Alberto Lucarelli, Beni Comuni. Dalla teoria all'azione politica, Dissendi, 2011, Roma
Alberto Lucarelli-Ugo Mattei (a cura di), Italia Bene Comune: un altro modello di democrazia, scaricabile su http://www.democraziakmzero.org/2011/12/16/italia-bene-comune-una-proposta/
Ugo Mattei- Edoardo Reviglio – Stefano Rodotà, Invertire la rotta. Idee per una riforma della proprietà pubblica, Il Mulino, 2007, Bologna
Antonio Negri-Michael Hardt, Comune. Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, 2010, Milano
Elinor Ostrom, Governing the Commons, Cambridge University Press, 1990, Cambridge

14.2.11

Vorrei cambiare la società

Vorrei chiedere a chi non fa niente e parla di rivoluzione come vuole cambiare la società...
Vorrei chiedere a un egiziano come si cambia, la società...
Vorrei chiedere a chi fa politica nell'Università, se pensa davvero di cambiare la società...
Vorrei chiedere a chi fa politica nei movimenti e nelle associazioni, come pensa di cambiare la società, se con la rivoluzione, l'amministrazione o cos'altro...
Vorrei tanto chiedere a chi è iscritto ad un partito, alla giovanile di un partito, come pensa di cambiare la società...
Vorrei chiedere a chi lavora nel sociale, come pensa di cambiare la società...
Vorrei interrogare i figli dei politicanti, per capire se vogliono o no cambiare la società...
Vorrei chiedere ai giovani consiglieri se pensano ancora di cambiare la società, e se sì, come...
Vorrei chiedere a chi sta leggendo come pensa di cambiare la società...
Vorrei domandare a chi vede cultura, politica e violenza nell'educazione, se pensa di cambiare la società...
Vorrei chiedere ai giovani giornalisti, se scrivono per cambiare la società e come...
Vorrei chiedere ad un bambino come si cambia la società...
Vorrei chiedere a chi fa qualunque genere di iniziativa, come pensa, con essa, di cambiare la società...
Vorrei chiedere a chi è ancor più giovane di me, se già pensa di cambiare la società...
Vorrei domandare, a chi vuole intrecciare i percorsi, come si tesse una tela per cambiare la società...
Vorrei chiedere a una donna, come vorrebbe cambiare la società...
Vorrei incontrare nuovi clandestini, omosessuali, diversabili, barboni, rom, per chiedere quanto va cambiata, la società...
Vorrei chiedere a chi studia il cambiamento, come pensa, studiando, di cambiare la società...
Vorrei chiedere a chi pensa, come me, che vada modificato l'immaginario, le condizioni materiali, l'organizzazione e l'associazione, la democrazia e le forme di partecipazione, la redistribuzione della ricchezza e le condizioni di lavoro, la divisione del lavoro e il rapporto con l'ambiente, la vita e la politica, i rapporti umani animali e naturali, come pensa di farlo...
Vorrei capire cosa significa praticare il comune, senza pestarsi i piedi ed entrare in competizione...
Vorrei chiedere, a chi soffre della violenza, della concorrenza, dell'esclusione sua o di altri, del silenzio di chi perde, del dolore degli ultimi e di quello dei penultimi, come possiamo fare per cambiare tutto questo...
Vorrei proprio capire come si possa, qui, a Macerata, mettere insieme tutti questi...
Metterci insieme tutti noi...

Altrimenti, stiamo ancora parlando solo a noi stessi.

1.2.11

Democrazia e saperi come bene comune: verso gli Stati Generali della conoscenza.

Riportiamo, a seguire, il contributo del workshop sulla conoscenza tenuto nel Meeting "Uniti contro la crisi" di Marghera il 22-23 gennaio.
Un contributo, collettivo, per una riappropriazione sociale del sapere come bene comune.
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Le mobilitazioni studentesche anti-Gelmini, le lotte dei precari della scuola e dell'università, le iniziative di lavoratrici e lavoratori della cultura e dello spettacolo hanno progressivamente allargato i confini di una rivolta dell’intelligenza sociale nel suo complesso contro una gestione padronale e governativa della crisi che, nel nostro Paese, ha scelto la linea del disinvestimento nel campo della formazione, della ricerca, della produzione culturale. In positivo, i conflitti degli ultimi mesi indicano come proprio questi soggetti sociali – in stretta connessione con tutti i soggetti del lavoro vivo – siano diventati protagonisti di una battaglia che pone la condivisione del sapere, la sua socializzazione, la cooperazione costruita intorno ad esso, al cuore dei processi di liberazione di tutti e di ciascuno.
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Il partecipatissimo workshop dal titolo "Democrazia e saperi come bene comune: verso gli Stati Generali della conoscenza", ha consentito di mettere insieme idee, proposte, analisi fatte da studenti, ricercatori, cittadine e cittadini, con l'obiettivo di fermarsi a riflettere, anzi, di riflettere per non fermarsi.
Abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo una delle più straordinarie esperienze che il movimento studentesco abbia mai prodotto. L'autunno del 2010, nelle nostre scuole e nelle nostre università, è stato indubbiamente il più intenso degli ultimi anni, e non si è ancora concluso. Una quantità enorme di studenti, di dottorandi, di precari, di lavoratori tecnici-amministrativi, di ricercatori è scesa in piazza da ottobre in poi, dando vita a momenti di partecipazione, di mobilitazione e di lotta che ci hanno coinvolto fino in fondo, giorno e notte, per settimane.
Ora, dopo l'approvazione della riforma Gelmini, abbiamo il dovere di prenderci il tempo e il modo di riflettere. Questo movimento ha già dimostrato, non solo nella rivolta del 14 dicembre, giornata della sfiducia dal basso del governo Berlusconi, ma anche durante i blocchi e le manifestazioni del 22 dicembre, di essere in grado di andare ben oltre le date canoniche di mobilitazione autunnale.
Questo momento di riflessione, ben lungi dal voler imporre una direzione o delle scelte precostituite al movimento, intende contribuire al dibattito in corso fornendo spunti di discussione, analisi ed elaborazione, nati dal dialogo tra le molte realtà studentesche che, a partire dall'appello “Uniti contro la crisi” dello scorso ottobre, hanno lavorato intensamente per la costruzione di uno spazio comune tra le mobilitazioni in difesa dei saperi, del lavoro e dei beni comuni.
È emersa la necessità di approfondire il profilo di analisi di cui il movimento è dotato. Qual è il ruolo dei saperi nella crisi economica, sociale, ambientale e politica che stiamo vivendo? Come ci immaginiamo, dal punto di vista della struttura e da quello dei contenuti, una formazione scolastica e universitaria libera dai condizionamenti del mercato? Quali strumenti ci permetteranno di affrontare la stretta autoritaria imposta agli atenei dalla riforma Gelmini e di rilanciare sul piano della partecipazione? Come possiamo immaginare e costruire pratiche di apprendimento, di ricerca e di welfare capaci di rovesciare la situazione attuale? Questi sono solo alcuni degli spunti emersi per animare il dibattito nel mondo della scuola, dell'università e della ricerca nei prossimi mesi.
Tutti gli interventi si sono soffermati sulla necessità di evitare un ripiegamento su scuola e università e di rilanciare, invece, l'analisi su ciò che tiene insieme le lotte degli studenti, dei lavoratori, delle comunità territoriali. Il merito delle mobilitazioni di questi mesi è stato, prima di tutto, quello di aver riaperto uno spazio di opportunità e legittimità per il conflitto sociale, lo spazio per una democrazia prodotta dal basso nei luoghi della formazione e del lavoro, nelle strade e nelle piazze, fuori da un sistema politico bloccato, sempre meno capace di confrontarsi con ciò che si muove nella società.
Abbiamo saputo cogliere il disegno comune che unisce la riforma Gelmini dell'università con i diktat di Marchionne nell'industria: la crisi è utilizzata come opportunità per abbattere il sistema pubblico della formazione e della ricerca, il contratto nazionale di lavoro (tramite il ricatto della delocalizzazione e il collegato lavoro), per eliminare, nell'attacco ai diritti e ai saperi, le basi materiali di ogni democrazia. Abbiamo saputo cogliere il nesso che fa della concezione della conoscenza come risorsa scarsa lo strumento che consegna la nostra generazione alla schiavitù della precarietà. Abbiamo saputo produrre nello stesso tempo, pratiche di conflitto, consenso generalizzato e nuovi linguaggi, affrontando il tema delle lotte dei lavoratori non in termini di mera solidarietà, bensì di costruzione di un comune percorso di resistenza. Ricomporre le soggettività disperse dalla crisi e dalle forme di sfruttamento contemporaneo diventa in questo momento un obiettivo decisivo, che abbiamo intenzione di percorrere fino in fondo. Per questo il 28 gennaio anche gli studenti e i precari parteciperanno allo sciopero dei metalmeccanici proclamato dalla Fiom,
Dalla battaglia contro la riforma Gelmini è scaturito un movimento ben più ampio, che è stato in grado di porre la questione generazionale come questione sociale, tenendo insieme la battaglia in difesa di scuola, università e ricerca con un più ampio percorso di lotta alla precarietà e di costruzione di un nuovo welfare universale, in grado di reclamare reddito, misura decisiva per affrontare il mutamento avvenuto nella produzione e nel lavoro, sul piano della cittadinanza.
Molti tra i partecipanti al workshop hanno invitato il movimento a perseguire questa strada fino in fondo, ponendosi il problema della costruzione dell'alternativa.
Dopo l'approvazione della riforma Gelmini, come si può evitare che il dibattito sull'università, sulla condizione studentesca e sul ruolo dei saperi nella nostra società venga repentinamente messo da parte? È stata ribadita la necessità di continuare la battaglia contro la riforma, sia a livello nazionale, tramite un'opera di monitoraggio costante e di mobilitazione in occasione del varo dei decreti delegati (in particolari riguardanti il diritto allo studio), sia a livello locale, dando battaglia per contrastare l'ingresso dei privati nei consigli di amministrazione e la precarizzazione della ricerca all'interno degli statuti d'ateneo, e cogliendo l'occasione per proporre ed imporre un modello alternativo di università, sulla cui definizione il movimento deve interrogarsi e confrontarsi nel modo più ampio e partecipato, coinvolgendo tutti i soggetti in mobilitazione. Le proposte in campo sono molte, come i possibili strumenti per agire sul lavoro delle commissioni: elezione democratica delle commissioni, monitoraggio costante, assemblee periodiche, possibili consultazioni referendarie dal basso. Sull'eventualità di un referendum abrogativo, proposta da alcuni, il dibattito deve ancora proseguire. Se da una parte il referendum potrebbe costituire un'occasione attraverso la quale riprendersi la possibilità di decidere sull'università (seguendo l'esperienza del movimento per l'acqua bene comune), dall'altra rischia di non individuare proposte di cambiamento in grado di andare oltre la riforma e produrre una trasformazione reale.
La situazione delle scuole, d'altro canto, era fin dall'inizio caratterizzata da una 'riforma' a regime, ma soprattutto dai tagli di finanziamenti e personale che hanno aggravato le condizioni materiali degli studenti dentro e fuori i luoghi di formazione. Gli studenti medi hanno avuto quindi assieme l'onere e la grande opportunità di andare oltre l'idea di scuola che il Governo Berlusconi (e non solo) ha messo in pratica in questi anni. L'onere, perché inevitabilmente è stato difficile spiegare che quella che si stava iniziando non era una battaglia già persa in partenza. La grande opportunità, perché si è trattato non solo di immaginare, di condividere e di mettere in pratica un modello 'altro' di scuola e di diritto allo studio, ma anche di ricostruire dei nessi dentro il mondo della formazione.
Questa necessità inevitabilmente si intreccia con la rivendicazione di un accesso al sapere che vada oltre i concetti di merito e di welfare familista e con la netta contrarietà a quei provvedimenti che tendono a distruggere l'obbligo scolastico creando vaste aree 'grigie' di apprendistato-schiavitù.
La battaglia sulla conoscenza, del resto, non si limita agli studenti: alla discussione hanno partecipato dottorandi, insegnanti, precari, ricercatori e lavoratori dello spettacolo, che hanno posto l'accento sulla necessità di costruire un fronte comune di elaborazione, in grado di rendere visibili le fabbriche dell'immateriale. In questo quadro, la Flc ha rilanciato la proposta di “stati generali della conoscenza”, e andrà verificata la possibilità di intrecciare questo percorso con quelli che il movimento determinerà in maniera autonoma.
Immaginare e costruire un'università che sappia mettersi al servizio di un'uscita dalla crisi sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale è un obiettivo considerato prioritario da tutti i partecipanti al seminario.
Tenere insieme la battaglia per fermare la riforma negli atenei con il dibattito generale sul nuovo modello di università e con le mobilitazioni sociali a difesa di lavoro e beni comuni è la sfida che ci aspetta. Tale sfida, d'altra parte, non può limitarsi ai confini nazionali: molti interventi hanno sottolineato l'esigenza di organizzare un meeting europeo, in grado di porre le basi per intrecciare analisi e mobilitazioni contro l'austerità sul piano continentale, che sia in grado di connettere i conflitto disseminati – ma che utilizzano linguaggi e pratiche comuni - che si sono espressi in tutta Europa.

22.1.11

In diretta da Marghera: il meeting di Uniti contro la crisi

Oggi inizia a Marghera, presso il centro sociale Rivolta, la due giorni di incontri, workshop, confronti e analisi tra le tante comunità che rEsistono sui territori, si riappropriano degli spazi, difendono i diritti del lavoro e dell'ambiente, alla socialità e alla condivisione dei saperi.
Un passaggio importante e molto bello, che mette assieme la Fiom ed il movimento studentesco, i laboratori sociali ed i movimenti per l'acqua, i precari, i centri sociali ed i migranti.
Due giorni di workshop per tessere altro filo alla rete intracciata da Uniti contro la crisi, il cartello costituito dopo la manifestazione Fiom del 16 ottobre scorso da sindacalisti e attivisti di movimento. Sabato 22 e domenica 23, al centro sociale Rivolta di Marghera. «L'arroganza dei poteri forti pone con urgenza la questione dell'elaborazione collettiva di un programma sociale condiviso attorno al quale disegnare un'alternativa possibile a ciò che ci è imposto dall'alto con violenza e ricatto», scrivono gli organizzatori. Di qui l'esigenza di «una nuova elaborazione politica», che sia alla base di una nuova idea di società. I workshop tematici si svolgeranno sabato, mentre domenica sarà l'assemblea plenaria a trarre le fila della discussione.
Tre, gli spazi seminariali. Il primo: «Democrazia e saperi come bene comune: verso gli stati generali della conoscenza», perchè i conflitti sociali degli ultimi mesi indicano come studenti, precari della scuola e dell'università, lavoratori della cultura e dello spettacolo, «sono diventati protagonisti di una battaglia che pone la condivisione del sapere , la sua socializzazione, al cuore dei processi di liberazione di tutti e di ciascuno». Il secondo workshop si occuperà di democrazia e beni comuni «tra crisi e cologica e riconversione produttiva, per un nuovo modello di sviluppo». Infine, democrazia e welfare, «salario, reddito, redistribuzione della ricchezza». La giornata di sabato sarà conclusa, alla sera, da un forum a cui partecipano, oltre al manifesto, Global, Alternative per il socialismo, Carta, Liberazione, Alfabeta, Micromega e Radio Popolare Roma. Domenica invece, assemblea plenaria conclusiva.
Su http://www.globalproject.info/ la diretta e il programma dell'evento.

19.1.11

Fiom e Laboratorio per i diritti e il lavoro.

Ieri sera si è tenuto l'incontro promosso dal Laboratorio Giovanile Sociale "Da Mirafiori a Macerata: cosa significa essere operai oggi". Un momento di autoformazione collettiva, di ascolto delle parole del lavoro di fabbrica.
Sono intervenuti, in maniera assolutamente spontanea e orizzontale, Rossella Marinucci -coordinatrice cittadina della Fiom- e alcuni operai della Faggiolati, azienda in cui il Laboratorio ha stimolato processi di partecipazione attiva attraverso il tesseramento alla stessa Fiom.
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Tutti quanti siamo usciti arricchiti da un incontro originale, di ascolto prima che di proposta, attraverso il quale si è messa a fuoco la condizione dell'operaio di fabbrica, anche attraverso le parole del sindacato che di più, in questi anni, ha lavorato per la difesa dei diritti dei lavoratori. Le 40 persone presenti, quasi tutte di età inferiore ai trent'anni, hanno così dato via ad un incontro vivace, confrontandosi fino a mezzanotte sui modi per collaborare, mettere assieme le esperienze-sofferenze-resistenze che ciascuno di noi vive sul posto di lavoro, all'Università, a scuola, nel mondo della cultura.
E' emersa l'urgenza di lavorare in maniera specifica nel territorio, continuando a costruire momenti analoghi di autoformazione, ipotizzando anche una reciproca contaminazione, laddove gli studenti possono entrare nelle fabbriche e gli operai riunirsi nelle aule universitarie.

L'esigenza del cambiamento radicale che si attua a partire dalle nostre pratiche quotidiane, propriamente politiche e non, in un tentativo di nuova ricomposizione sociale e politica che mette al centro il territorio, nel tentativo di mettere in moto un circolo positivo di nuove relazioni, nuovi momenti in comune, riappropriazione degli spazi, del lavoro, e dei saperi di tutti.

La grande partecipazione ci ribadisce l'urgenza di lavorare in mezzo alla gente e ci stimola la speranza di poter cambiare qualcosa, facendo del lavoro in rete il fulcro di un percorso condiviso che ha nel Laboratorio, indiscutibilmente, il suo punto di riferimento cittadino.
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Una parola sul Laboratorio Giovanile Sociale: le tensioni sociali accumulatesi negli ultimi mesi, l'incapacità della politica di rappresentare le istanze di nuove soggettività che chiedono diritti e dignità, hanno come contraltare, a Macerata, il lavoro di tant* giovan* lavoratori/trici e student* che con il Laboratorio stanno costruendo la possibilità concreta di lavorare in rete, di mettere in pratica forme politiche nuove, dal basso e in ascolto. Il Laboratorio, con questo incontro, si ripropone come punto di riferimento dell'iniziativa politico-socio-culturale cittadina, in quanto riesce ad articolare una proposta politica che include senza subordinare, condividere con gli altri senza espropriare; e anzi, nei tanti "mondi" di Macerata riesce ad essere anche il lievito dentro la mobilitazione di specifiche classi sociali, siano esse operaia, studentesca o universitaria.
Non possiamo fermarci ora. Anzi, mai come adesso urge rilanciare l'iniziativa sul territorio, rideclinando positivamente e praticamente termini come cambiamento radicale, accoglienza, dignità delle persone, comune, condivisione, arte...

Stefano

14.1.11

Da Mirafiori a Macerata, cosa significa essere operai oggi.


MARTEDI 18 GENNAIO, ore 21,45
Sala Polifunzionale - Arci, Via Verdi 10
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Da Mirafiori a Macerata, cosa significa essere operai oggi
[autoformazione collettiva]
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Rossella Marinucci, Segretaria Provinciale Fiom Macerata

Laboratorio Giovanile Sociale

e gli operai della provincia di Macerata
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danno vita ad un momento di formazione e presa di coscienza collettiva, a partire dalla questione Fiat e dal referendum di Mirafiori, sino ad analizzare le forme e le pratiche da mettere in campo per un'efficace azione sul territorio che dia priorità ai diritti e alla vita dei lavoratori.

E' possibile segnarsi all'evento su Facebook: http://www.facebook.com/home.php#!/event.php?eid=102477176493524

15.11.10

Laboratorio scuole superiori, parte V: Liceo Classico.

Pubblichiamo il programma del quinto, ed ultimo, istituto superiore: il Liceo Classico. Questa scuola si caratterizza per un numero relativamente ridotto di studenti e studentesse (400 circa) in costante calo da anni. Tuttavia, negli anni passati è stato il centro di alcuni importanti passi fatti in direzione del recupero della coscienza critica nella scuola: la critica al Ddl Gelmini nel 2008, delle buone assemblee d'istituto, il rifacimento della facciata della scuola (e i problemi strutturali?), l'avvio di progetti di doposcuola o cultura alternativa.
Tuttavia, la partecipazione agli eventi risulta ridotta, e non si esce dallo schema tipico: studente del Classico=secchione=poco interessato ai problemi.
Per rompere questo stupido pregiudizio, figlio probabilmente del modo Ottocentesco di vivere quella scuola da parte di alcuni prof, ecco una lista che fa della partecipazione e della cultura alternativa la propria prassi e proposta. Non approfondisco ulteriormente, perché ritengo che il programma sia sufficientemente chiaro. Potremmo dire: non c'è percorso politico e culturale che possa essere fatto da soli...
I candidati:
Gigli Cesare
Mattiacci Valeria
Porfiri Diego Federico
Cingolani Chiara
Compagnucci Matteo
Cagnoni Camilla
Proposte:
-chiedere un'assemblea di istituto al mese, impostandole in una maniera diversa da quelle degli altri anni, ma questa è un'idea mia poi dovrei vedere se è fattibile oppure no, sempre se ottengo il numero di voti necessari.
-organizzazione di un cineforum ed un "club del libro" pomeridiano da fare una volta al mese nei locali scolastici.- Spronare i professori all'utilizzo della lavagna multimediale che è stata comprata quest'anno ed anche al laboratorio di chimica
-organizzare la settimana culturale con dei corsi a cui possono partecipare ragazzi delle varie classi, e non fatti all'interno della classe. (l'anno scorso avevamo dovuto fare i "corsi" della settimana culturale all'interno delle nostre classi, perchè il preside aveva preferito evitare possibili "mescolanze" tra noi ragazzi, per quella storia della suina)
-ripristinare il giornalino scolastico "Sciarada"
-aprire una pagina (pensavamo anche su fb) del liceo, dove tutti possono esprimere opinioni, critiche etc etc..
Ringrazio Camilla per la celerità nell'inviarmi il materiale... E buona fortuna ragazz*...
Stefano

30.10.10

Cambiare l'Italia senza prendere il potere.

Segnaliamo questa iniziativa nazionale che si svolgerà a Grottammare il 6 e 7 novembre, cui alcuni di noi parteciperanno. Un nuovo modo di concepire la politica, un "luogo di sperimentazione" (come scritto nella nostra Carta d'Intenti) cui dare corpo.
Carissime/i,Abbiamo bisogno di filiera corta in democrazia.E’ molto tutto quello che facciamo sui territori per resistere alla cancellazione dei diritti, al consumo di suolo, ad una green economy malintesa, alla privatizzazione dei beni comuni (spiagge, acqua, paesaggio), alla distruzione della ruralità, alla precarizzazione della vita e del lavoro.E’ molto, ma non basta.Vorremmo essere non solo soggetti di resistenza e di contrasto rispetto a decisioni prese, ma lievito di proposte, di rigenerata democrazia, di nuova economia.Per questo abbiamo bisogno di mettere in comune il tanto che ciascuno di noi sta facendo nella associazioni, cooperative, gruppi, comitati, movimenti di cui facciamo parte. Per rinforzarci reciprocamente e camminare insieme, per condividere esperienze, buone pratiche, saperi, prospettive e, soprattutto, per definire strumenti e future azioni comuni (comunicazione, sito, campagne, mutua formazione, lessici, seminari, etc.).Per tutto questo, ad un anno dall’incontro delle Piagge, proponiamo di vederci a Grottammare (AP) il 6 e 7 novembre per un weekend di lavoro, tutto dedicato a scambiarci esperienze, saperi, prospettive e soprattutto ad avviare strumenti ed azioni comuni (comunicazione, sito, campagne, mutua formazione, lessici, seminari, etc. ).
Per l'interessantissimo programma potete andare su: