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22.11.11

Note sul 15 ottobre - di Toni Negri

Convinti che il 15 ottobre sia stata una grande data di ricomposizione mondiale delle vittime del capitalismo e della crisi, riportiamo di seguito un intervento di Toni Negri in merito alla manifestazione degli indignati del 15 ottobre. Un ulteriore spunto, accanto a quelli già proposti.

18 ottobre 2011 - tratto da uninomade.org
Ero e sono fuori, in queste settimane, in Spagna ed in Portogallo. Non ho seguito direttamente quello che è avvenuto a Roma. Ma sono stato sorpreso, direi sbalordito, nel leggerne cronache e commenti.
1) La divisione tra gli “indignati” e gli altri, i “cattivi”, è stata fatta prima di tutto da La Repubblica, l’organo di quel partito dell’ordine e dell’armonia che ben conosciamo (per non dire degli altri media). Non sembra che il comitato organizzatore della manifestazione si sia indignato molto per ciò. C’era forse un peccato originale alla base di questo oltraggio: chi aveva organizzato la “manifestazione degli indignati” non aveva molto a che fare con le pratiche teoriche e politiche che dalla Spagna si sono estese globalmente, talora in maniera massiccia, altre volte minoritaria: il rifiuto della rappresentanza politica e sindacale, il rigetto delle costituzioni liberali e socialdemocratiche, l’appello al potere costituente. In Italia, invece, un gruppo politico al limite della rappresentanza parlamentare si è appropriato il nome degli Indignados … E ora reclamano: “Lasciateci fare politica”.
2) Ma allora, si dirà, gli indignati “veri” sono i ragazzi che incendiano le macchine e fanno quel gran casino contro la polizia a San Giovanni? Certo che no. Qui nasce tuttavia il grande, se non l’unico problema. Chi possono essere gli unificatori del movimento? Chi costruisce oggi, in Italia, l’unità degli sfruttati, degli indebitati, dei non-rappresentati?
Le risposte a questi interrogativi sono molteplici. Tanti anni fa, Asor Rosa avrebbe detto: quei ragazzi pieni di rabbia appartengono alla “seconda società”, essa è inorganizzabile, essa è la non-politica. Oggi, alcuni rappresentanti del “movimento” diranno: sono estremisti, anarchici e insurrezionalisti, quindi pericolosi, quindi inorganizzabili. È forse vero. La conseguenza sarà allora la medesima che ne trasse Asor trent’anni fa: sono irrappresentabili? Anche qui: forse sì. Ma per questo li escludiamo per principio, prima ancora di aver capito perché erano tanti e di cosa erano l’espressione? Noi non crediamo che il ritornello di Asor Rosa possa valere come pregiudizio. A chi ce lo presentasse come tale, ci rivolgeremmo allora agli Indignados spagnoli ed universali per avere un’altra risposta. Gli Indignados sono un movimento dei poveri – sono anni che andiamo indagando e parlando di precarizzazione lavorativa e esistenziale, di pauperizzazione generalizzata, di esclusione e declassamento, di espropriazione finanziaria, di emarginazione sociale. Tutto questo è prodotto dal Capitale. E a noi sembra che queste lotte debbano essere e siano innanzitutto lotte contro il Capitale.
Dobbiamo ricordarci che laddove, in altri paesi d’Europa che pur conoscono grandi tradizioni di lotta, si è data l’incapacità a mettere insieme tutte le facce della nuova povertà, la sconfitta è stata generale, anche quando i movimenti erano duraturi e forti. La Francia, per esempio, non produce più lotte vincenti da quando il movimento studentesco ha smesso di congiungersi con quello delle banlieues. In Germania, non c’è più lotta da quando i Grünen Realos-pragmatici hanno isolato e liquidato i Fundis – gli occupanti delle case, quelli che lottavano assieme ai migranti, e avevano assunto la dimensione dei quartieri per tentare la costruzione di istituzioni del comune. Dobbiamo tornare a costruire un fronte dei poveri – tutti i poveri, dalla classe media immiserita in giù.
C’è dunque una bella differenza fra stare con i poveri, anche se spaccano tutto, e non starci – considerarli intoccabili, lebbrosi. Loro – quelli che spaccano – hanno diritto a dirci di no, a rifiutarci, a preferire l’isolamento. Ma noi, non per questo li consideriamo estranei alla povertà. Il 14 dicembre, il 15 ottobre, e tante altre volte, li abbiamo visti in azione: alcune periferie della povertà sono scese in piazza. La polizia e i media le hanno immediatamente riconosciute: il potere è spesso bieco ma non è stupido. Perché i movimenti non potrebbero anche loro chiedersi chi sono, e provare a capire prima di giudicare? Forse perché dietro alla puzza al naso degli organizzatori, senti un rigetto di pelle?
3) Il colmo della cecità e della provocazione dei media (e, subito dopo, del Ministero degli Interni) è stato toccato quando hanno scelto di attaccare i movimenti NoTAV e San Precario – vale a dire le due realtà di movimento attualmente più forti. Forse le uniche che non abbiano aperture politiciste e che non siano interessate alla rappresentanza parlamentare, ma che piuttosto sono democraticamente piantate nel reale, nella società civile, e che producono effetti concreti immediati.
Dobbiamo stringerci attorno ai compagni che subiscono queste provocazioni – cosi come attorno agli incarcerati, di cui chiediamo la liberazione senza se e senza ma. Cos’altro fanno gli Indignados di Barcellona per gli arrestati dopo la tentata occupazione della Camera regionale catalana? Hanno riconosciuto che si trattava di un errore politico evidente, ma li difendono comunque in nome dell’unità del movimento. Vogliamo continuare a caricaturare i comportamenti pacifici degli Indignados spagnoli alla maniera di pecore gentili?
4) Oggi solo un progetto costituente può unificare tutti nel movimento. Non un “programma minimo” – un programma che non dia obbiettivi concreti ma solo linee di alleanza sindacale e parlamentare. Perché stupirsi che molti sentano questo programma minimo come un “opportunismo massimo”?
Centrale è invece oggi un progetto costituente che unifichi politicamente, e quindi sappia anche reagire alle eventuali componenti distruttive del movimento. In Spagna, l’elemento qualificante di questa unificazione è stato senz’altro l’acampada. Il vivere insieme nelle piazze. Poi si sono sviluppati comitati di quartiere su cui si sono assommate le funzioni dell’emancipazione concreta del proletariato moltitudinario. Si tratta di camere del lavoro metropolitano e di centri di occupazione e di autogestione delle istituzioni del Welfare ormai disertate dallo Stato.
Ma c’è ben altro. La chiave del modello costituente nella vita condivisa sta nella distruzione della “paura” che troppi ancora sentono, non appena si tratta di stare insieme. Una distruzione praticata con esperienze pacifiche, collettive, di massa – quando questo è possibile -, ma senza mai cedere alla facilità di abbandonare i poverissimi della società, i senza tetto, gli ipotecados, gli indebitati, i nuovi poveri, e tutte le altre vittime del saccheggio capitalistico odierno.
Non aver paura è resistere al potere ed esprimere potenza d’invenzione, di produzione sociale e politica. I ragazzi – quelli che hanno fatto casino – esprimono, con la loro rabbia, non la capacità ma l’incapacità di rispingere la paura del potere. Si può tuttavia probabilmente vincere gli eventuali caratteri distruttivi di alcuni settori del movimento dei poveri – a condizione che si abbia un programma positivo, maggioritario, materialmente definito. Oggi quel programma del comune si è già ampiamente manifestato nei referendum e nelle elezioni municipali, contro le macchine partitiche. Si tratta di procedere su questo terreno.
Svolgere il tema del comune costituente nella lotta rappresenta dunque oggi forza maggioritaria. A Reggio Emilia nel 1960, e a Genova nel 2001, dei compagni sono stati uccisi – ma il movimento non aveva paura, era unito, vinse perché non escludeva nessuno a priori, mise polizia e governi davanti all’evidenza di un irresistibile ostacolo. Oggi, volendo presentarsi con un programma minimo, cercando alleanze in una parte del ceto politico screditata e corrotta quanto lo è il ceto politico di destra, si è finito per rafforzare Berlusconi. Tutti dunque sembrano consapevoli che siamo giunti ad una impasse. Un’impasse di programma prima che di metodo. Ma come metterlo nella testa di coloro che vedono un insorto in ogni povero che non ha più paura?
5) Siamo infine anche di fronte ad un’impasse di metodo. Non erano stati dati obbiettivi al corteo di Roma. Di contro, a Madrid, sono stati i palazzi del potere e le banche ad essere assediate da mezzo milione di Indignados. Gli stessi che, immediatamente dopo, hanno ripreso le loro attività di quartiere, uniti da un’unica organizzazione orizzontale, usando reti, socialnetworks e twitts in modo astuto, chiamando tutti dove c’era bisogno, su uno sfratto come nelle scuole occupate, o negli ospedali autoamministrati.
A Barcellona, duecentomila persone si sono ritrovate: poi si sono formati tre cortei, l’uno ha occupato un ospedale, l’altro l’università ed un terzo un enorme magazzino per farne un centro sociale. A Piazza San Giovanni bisognava invece arrivare per ascoltare i politici di prima, seconda e terza generazione? Vi stupisce che nasca il bordello che c’è stato? Qual è stato il metodo, qual è stata la gestione politica del comune in quel caso?
Attorno al metodo – è bene sottolinearlo – i movimenti italiani conoscono un limite di fondo: mai sono stati capaci di cogliere nell’orizzontalità, nella massificazione del movimento, la singolarità della decisione – la decisione voluta da tutti, e che nasce solo quando se ne parla prima, quando se ne discute a lungo, quando se ne dibatte senza la paura di esser ascoltati, senza aver voglia di esser subito intervistati. Speriamo che quanto è avvenuto non rappresenti l’ultima avventura dei movimenti nati negli anni novanta, che riconobbero nella forma-manifestazione l’evento decisivo. C’è un nuovo movimento oggi, che considera il comune costituente come il suo orizzonte e la discussione senza paura e senza autorità come il suo metodo. Si tratta di lasciargli spazio e voce.
 “Lasciateci fare politica”, dicono alcuni. Certo. Intanto, noi proviamo a costruire il movimento degli Indignados.

Barbara di Tommaso, Io, in movimento fuori dai recinti. E dagli scontri
Loris Campetti, La posta in gioco è una sola:
Immagini:
Riflessioni di un poliziotto:
Francesco Interlenghi, Uno sguardo sul 15 ottobre:

28.10.11

Vittorio Agnoletto: video e resoconti.



Il racconto di Gabriele Censi, di Cronache Maceratesi.

“Ma chi te lo fa fare a scrivere un libro così? Consigli sono venuti da molte parti anche non vicine, mi ha chiesto un appuntamento a Roma per parlarmi un nome importante dell’apparato dei servizi, ma nel luogo poco riservato dove ci siamo incontrati ha detto di non avere nulla da dirmi. Solo questo consiglio. Oltre ad un informazione molto significativa: seppure ci eravamo parlati al telefono solo una volta pochi giorni prima risultavano alcune chiamate tra di noi anche nel passato…”. Questo ed altri agghiaccianti aneddoti racconta per due ore di fila, ai giovani che hanno riempito l’aula di Filosofia dell’Università di Macerata, Vittorio Agnoletto, leader del movimento No-Global, ’quello del G8 di Genova’, dieci anni dopo. Un Libro scritto con un altro che quei giorni li ha vissuti: Lorenzo Guadagnucci, giornalista del Carlino, uscito con le ossa rotte dalla Scuola Diaz di Genova. Un resoconto di dieci anni di ricerca della verità, “una verità che oggi è appurata, salvo che per la morte di Carlo Giuliani, e nonostante i tanti tentativi di fermare le inchieste, ma una verità a cui non corrisponde giustizia. Ci sono degli intoccabili e stanno ai vertici delle istituzioni. Intitolando questa ricostruzione documentata dei fatti, da allora ad oggi, “Eclisse della democrazia” rispondo alla domanda ‘chi me lo ha fatto fare’: credo che questo stato di cose sia un oscuramento dei diritti solo temporaneo come un’eclisse, un mondo diverso è possibile e quello che il movimento diceva 10 anni fa, gli allarmi climatici e la non sostenibilità di questa economia, trovano risposte chiare in quel che è accaduto dopo, nel 2001 il 20 % della popolazione controllava l’80% delle risorse, oggi l’8,7% ne controlla l’82% ! Ed anche se provano a censurare l’informazione, alla conferenza stampa di presentazione del libro c’era solo la Radio Svizzera…, oggi la comunicazione passa comunque grazie ad internet”
Tanti e attenti gli studenti che hanno ascoltato Vittorio Agnoletto, introdotto da Natascia Mattucci, ricercatrice di Filosofia Politica dell’Università di Macerata, e moderato da Francesco Rocchetti, ricercatore dell’Istituto Storico della Resistenza di Macerata. L’iniziativa è stata organizzata dal Laboratorio Giovanile Sociale di Macerata: “Uno stimolante e partecipato incontro in un luogo simbolo per noi, là dove si sono seduti gli oratori è iniziata l’occupazione universitaria un anno fa”.

27.10.11

Splendido incontro con Vittorio Agnoletto

Si è appena concluso l'incontro con Vittorio Agnoletto che abbiamo organizzato presso la Facoltà di Filosofia: Violenza di Stato, con presentazione del libro "Eclisse della democrazia". Hanno dialogato con lui Francesco Rocchetti e Natascia Mattucci, alla presenza di molte decine di persone.
In attesa di condividere filmati e fotografie, ringraziamo chi ha collaborato con noi e reso possibile un evento che sicuramente arricchisce la riflessione cittadina e del Laboratorio attorno alla necessità di "un altro mondo possibile" con un'azione sempre glocale. Inoltre, quanto accaduto a Genova rimane un punto di riferimento importante, la cui gravità resta iscritta nella storia del nostro Paese, e ci spinge a ricercare forme d'azione e informazione in grado di mettere a nudo le violenze del potere.

22.10.11

Eventi:Vittorio Agnoletto a Macerata sulla VIOLENZA DI STATO

LGS Macerata organizza

VIOLENZA DI STATO:
Macerata – AULA A, Facoltà di Filosofia - C.so Garibaldi, 20
ORE 17,30

Vittorio Agnoletto
portavoce del movimento NoGlobal a Genova 2001
autore di Eclisse della Democrazia, libro dedicato alle violenze del G8

Natascia Mattucci
ricercatrice di Filosofia Politica UniMc
studiosa di Michel Foucault e dei sistemi di controllo e coercizione

modera

Francesco Rocchetti
ricercatore Istituto Storico della Resistenza MC

Ci sarà la possibilità di acquistare libri con la collaborazione di Feltrinelli

Nel luglio 2001 il grande e plurale movimento NoGlobal, impegnato nella critica del sistema capitalistico e delle politiche neoliberali, scende in piazza a Genova per il controvertice del G8, che si sta tenendo in quei giorni nella città ligure alla presenza dei capi di Stato delle potenze mondiali.
Il secondo e terzo giorno, però, sono teatro di scontri di piazza che portano, il 20 luglio, alla morte di Carlo Giuliani, sparato da un poliziotto durante gli scontri di Piazza Alimonda.

Cosa è successo in quei giorni? Come lo Stato ha fatto uso di misure repressive e violente contro i manifestanti?
Ma soprattutto, in che modo lo Stato utilizza oggi il monopolio della violenza? Come collegare i divieti di manifestare con l'esclusione dei migranti, le forme di controllo nelle scuole e nelle carceri con le nuove pratiche di esclusione ed emarginazione? Come decostruire l'immaginario della violenza?

Allo stesso tempo, oggi si ricompone un grandissimo movimento sociale, che attraverso la vittoria del referendum e la nuova esperienza di Napoli, le grandi mobilitazioni mondiali degli "indignati" contro il debito e le banche, chiede e propone un nuovo modello economico e sociale fondato sui beni comuni, la democrazia diretta e la gestione collettiva delle risorse e della produzione.
L'enorme manifestazione del 15 ottobre scorso ci interroga inoltre sulle forme della protesta e le modalità per costruire, e praticare, una politica (e una pedagogia) alternativa, del vivere comunitario, attorno ai beni comuni e ad una nuova democrazia sostanziale, per un nuovo modello economico e sociale.

Se ne discuterà GIOVEDI 27 OTTOBRE, nell'AULA A della FACOLTA' DI FILOSOFIA, in C.so Garibaldi:

Io, in movimento fuori dai recinti. E dagli scontri.


di BARBARA DI TOMMASO
Da Il Manifesto di mercoledì 19 ottobre
Il capitalismo è capitolato: uno dei tanti cartelli di produzione personale innalzati a Roma recitava così. Già… e dopo? In fondo ci eravamo abituati, pur criticandolo, a questo sistema, ci pareva di conoscerlo (lo sottovalutavamo), ma ora che è in una crisi irreversibile per eccesso di voracità cosa immaginiamo? Cosa possiamo creare per il “dopo” in questo difficile “durante”? La suggestione del benecomunismo proposta da Zizek, praticata al Teatro Valle e nei comitati per l’acqua mi stuzzica, avrei voglia di approfondirla e progettare in quella direzione. Ma chi ci sta? O ci aspettiamo da qualcuno la magica ricetta di uscita dalla crisi con un cambio di maggioranza di governo, qualche taglio più digeribile (le spese militari, per dirne una), un nuovo gruppo di parlamentari più presentabile? Bisogna inventare, pensare, provarci, proporre, ci serve intelligenza perché la svolta è davvero epocale. Ci serve non avere paura di un nuovo mondo che in effetti non sappiamo come potrà essere. Ma come vorremmo che fosse?
Roma 15 ottobre: fino ad un certo punto è stato l’energia e la sfacciataggine stile gay pride, l’ironia dei comitati che hanno fatto eleggere Pisapia, la creatività dei lavoratori della conoscenza e dello spettacolo, la rabbia dignitosa di chi ha perso il lavoro o lo ha precario, la bellezza della varietà: tutti in cammino assieme perché così proprio non va. In quasi 35 anni di cortei e iniziative non ho mai smesso di stupirmi e incuriosirmi per come siamo diversi, ma simili; ripetitivi, ma originali; gli stessi di sempre e i nuovi di oggi. A Roma c’erano decine di migliaia di persone non rassegnate, il Capitale Sociale di questo paese, ognuno con le sue qualità e tanti limiti. Non spariranno domani, torneranno a lavorare nei quartieri, nella scuola, nei luoghi di partecipazione, in alcuni sindacati, e ci si riconvocherà presto, è sicuro. In Italia e nel mondo. È una bella occasione e una grande responsabilità essere potenzialmente la maggioranza nel pianeta! Non vanno sprecate.
Black bloc. I soliti noti. Fanno tristemente parte delle possibilità da mettere in conto quando ci si mobilita in Italia. Vogliamo essere radicali negli obiettivi e nelle forme della lotta senza essere inutilmente distruttivi, per cui vanno scelte altre modalità di mobilitazione, che spiazzino (nel senso letterale: fuori dalla piazza!) per primi costoro, che li costringano a chiedersi se vogliono fare come a Tottenham (qualcuno si chiede cosa è restato di quel terribile fuoco di paglia estivo?) o entrare in dialogo con altri cittadini e movimenti, su obiettivi da perseguire con caparbietà e coerenza. Il sit-in, il boicottaggio continuo, flash mob periodici e coordinati, l’accampamento in luoghi nevralgici, lo sciopero delle città (perché non tutti hanno un lavoro e quindi l’astensione tradizionale non basta più), penso possano avere meno appeal per chi cerca lo scontro con la copertura del corteo e consentano poco di aggregare chi si fa tentare dalla via militare (e maschile) per fare opposizione. Nulla è risolutivo, nulla è a costo zero, nessuna modalità di lotta è dura e pura, ma c’è una qualità del far politica che va preservata e una necessità di proteggere il movimento da paralisi, depressione, paura, soprattutto dopo quello che è successo a Roma. E che ha compromesso per molto tempo il dopo Genova. Vogliamo imparare dalla nostra storia ed esperienza? Non si tratta (solo) di condannare i violenti, si tratta di dire che noi facciamo e forse vogliamo un’altra cosa, siamo da un’altra parte. Poi coi ragazzi delle tifoserie, coi desperados delle periferie, coi militarizzati del blocco nero io ci vorrei pure parlare… ma senza confondermi nel momento della protesta e senza far degenerare le nostre iniziative causa loro. Diciamo no al blocco nero del pensiero e dell’azione che si impossessa di noi.
Il movimento è disorganizzato. Certo, e deve essere in parte così. Nonostante la gratitudine per chi come la Fiom ed altri mettono a disposizione le proprie forze e competenze, non sono d’accordo con quanti evocavano i servizi d’ordine per respingere “i facinorosi”. Ci abbiamo provati tutti a metterli fuori dal corteo, qualcuno è stato in grado di farlo più efficacemente perché più intruppato, esperto, organizzato, maschio. Qualcuno/a ha rischiato perché a mani nude contro bastoni, muscoli, bottiglie e caschi. Ma questo movimento è e deve restare abitato da pensionati, donne, bambini piccoli, disabili in carrozzina, signore con la borsa della spesa. Tutti più o meno sciolti, in un’autorappresentazione collettiva unica, ciascuno col suo cartello o striscione o simbolo. Non so se è movimento o moltitudine o altro, io la chiamerò cittadinanza attiva e diffusa, organizzabile fino ad un certo punto, perché si autoorganizza su obiettivi e campagne di volta in volta, non scegliendo necessariamente appartenenze organizzative stabili, ma partecipazioni mirate e temporanee. Organizziamoci quel tanto che basta per fare massa critica ogni tanto, senza rimpianti per i bei tempi andati dei servizi d’ordine o delle sigle. Riferiamoci e siamo grati alle diverse organizzazioni che scelgono di stare nel movimento senza cercare di cavalcarlo, aggregando, ascoltando, proponendosi, mettendosi a fianco e insieme.
Solo in Italia gli scontri. Vero, interessante. Ricordiamoci però che in Francia certo disagio sociale si è ampiamente manifestato in senso distruttivo con i roghi nelle periferie, che in Inghilterra ancora cercano i responsabili delle devastazioni di questa estate, che in Grecia di scontri ce ne sono periodicamente da due anni a questa parte. A New York hanno arrestato decine di militanti presenti pacificamente nei diversi accampamenti, in Spagna stanno sperimentando forse qualcosa di diverso da cui dovremmo imparare. Insomma: ogni paese ha tradizioni politiche e della protesta sociale diverse, ci sono anche tradizioni dell’ordine pubblico e della repressione specifiche, forse noi siamo troppo ancorati a certe modalità e ritualità e forse alcuni di noi sono anche (permettetemi) un po’ pigri: accamparsi, spostarsi, rischiare arresti, tenere un obiettivo, scioperare ad oltranza, ecc.. è troppo impegnativo. Non voglio fare la moralista, ma mi pare che la fase e la posta in gioco ci richiedano maggior esposizione, come in Val Susa (turni al presidio No Tav giorno e notte a rotazione per mesi, col freddo e col caldo, con la Polizia a pochi metri e le incursioni nei campeggi), come l’anno scorso nell’occupazione di monumenti e tetti, come coi blocchi stradali o dei treni. Direi che in Italia non riusciamo ad organizzare una disobbedienza civile allargata e fatta bene, al di là degli scontri del 15 ottobre. Forse spagnoli, americani e cileni ci stanno riuscendo.
Tre week end, tre appuntamenti: la settimana scorsa ero all’Arco della Pace con Libertà e Giustizia, ho condiviso molto di quanto è stato detto da più oratori, ma non posso dire che sia il mio ambiente. Sabato ero a Roma col movimento degli indignati. Il 22 e 23 li passerò in un seminario dei Comitati per Milano sui temi della partecipazione democratica alla vita cittadina, dopo la primavera che ha portato all’elezione di Pisapia. Io faccio tutto… o quasi. Intendo dire che, rischiando forse di disperdermi, voglio aggregarmi laddove ci sono embrioni di futuro, situazioni che mi sembrano politicamente generative, appelli mobilitanti, interlocutori autorevoli da sostenere, piccole e grandi azioni per influenzare i cambiamenti. È un tentativo di fare politica fuori dai recinti più consolidati dei gruppi e dei partiti. È anche un modesto contributo e costruire ponti tra le diverse esperienze. Credo che nelle vie di Roma sabato e in tutta Italia ci sia sempre più gente che non è con o di, ma fa politica e vuole esserci, contare, farsi ascoltare. Non è antipolitica o prepolitica o confusione: è qualcosa di diverso, ha limiti e qualità, ma non è e non deve essere considerato di serie B.

17.10.11

Uno sguardo sul 15 ottobre

Una giornata che ha portato in piazza le rivendicazioni di una generazione colpita al cuore, inascoltata, derisa.
Una giornata che ha dato voce agli operai i cui diritti sono stati debellati, ai cassintegrati, agli insegnati precari, agli studenti, ai disoccupati, a tutti i cittadini stanchi di vedersi umiliare da un governo sordo e autoreferenziale che colpisce lo stato sociale, l’istruzione e il lavoro.
Una giornata in cui l’indignazione condivisa si è fatta concreta, si è fatta conflitto e ha scatenato una risposta generale alle politiche liberiste della Banca Centrale Europea.
Quella risposta che non si vede realizzata nella violenza, nello scontro fisico ma che nasce dalle violenze e dai soprusi subiti nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, nella vita.
Una risposta che nasce dall’oppressione esercitata dalle logiche del profitto, dall’impossibilità di trovare un lavoro o di lavorare in condizioni che rispettino la dignità umana e tutelino la persona.
In quella giornata ho visto un popolo stanco di subire privazioni e ricatti, di sostenere il peso di una crisi, figlia delle logiche liberiste, di una politica che colpisce i più deboli, di un sistema economico che vuole reggersi sui sacrifici della classe lavoratrice, degli studenti, dei precari.
Doveva essere una data di mobilitazione pacifica e allo stesso tempo pregna di contenuti radicali.
Un momento di lotta per ribadire la necessità di un sistema economico e sociale alternativo, del lavoro come strumento di emancipazione, di una società fondata sulla conoscenza.
Gli scontri non sono un parto di queste rivendicazioni, dei processi democratici che hanno portato alla nascita della manifestazione, sono figli dell’idiozia, della teatralità di gruppi esterni a quel clima.
L’unica cosa che vorrei dire a riguardo è che non saranno loro a delegittimare quella manifestazione e il risultato che comunque ha ottenuto, ovviamente è doveroso fare autocritica e riprendere in mano le redini della questione.
Tuttavia fare un’analisi sulla violenza di quel giorno non mi interessa, voglio parlare della manifestazione che è partita da piazza della Repubblica fino al Circo Massimo, degli studenti che sono tornati in corteo fino alla Sapienza.
Voglio parlare dei contenuti di chi crede che costruire l’alternativa è possibile  partendo dal lavoro, dai diritti, dalla lotta alla precarietà, dalla cultura e dai saperi, facendo pagare i più ricchi, combattendo l’evasione fiscale, reinvestendo nel settore pubblico in difesa dei beni comuni, con la partecipazione del pubblico in economia, tagliando le spese militari e i finanziamenti alle imprese, lottando contro la criminalità organizzata, per la giustizia sociale.
Io sto con l’Italia e con l’Europa che vuole cambiare stando dalla parte di chi ogni giorno lotta nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle università, di chi fa cultura e produce capacità critica e tenta di far germogliare quella coscienza che permette agli individui di riappropriarsi del proprio futuro cessando di essere subalterni e costruendo giorno dopo giorno una società diversa.


Francesco Interlenghi
(ringrazio un'anziana signora che in metropolitana mi ha fatto riflettere)

15 ottobre, riflessioni di un poliziotto


Dopo la difficile giornata di ieri e una notte che avrebbe dovuto portare consiglio al risveglio mi trovo con le stesse convinzioni di ieri: in piazza San Giovanni è stata sconfitta la democrazia.
La rete mette a disposizione materiale su quello che è accaduto ieri, c’è l’imbarazzo della scelta: ci sono i violenti che devastano (minoranza) e le persone pacifiche (la maggioranza) che manifestavano e che cercavano addirittura di fermare i violenti. La condanna delle forme di violenza è alla base della civiltà e della convivenza e questo è il primo punto fermo; il secondo è la libertà di espressione e di manifestare nel rispetto della leggi, questo purtroppo non è avvenuto e la responsabilità va attribuita allo Stato che attraverso le sue Istituzioni non è riuscito a garantire lo svolgimento di una manifestazione. Che senso ha criminalizzare il movimentismo? Chiedergli l’isolamento dei violenti? Il movimento esprime disagi, rappresenta problematiche che una classa politica vera ascolterebbe per trovare soluzioni attraverso soluzioni legislative.  Il male superiore diventano le persone che scendono in piazza o quelli che approfittano di questi eventi per mettere in pratica violenze e devastazioni? Si rischia di trasformare le vittime in carnefici se si generalizza in modo superficiale. Perché le Istituzioni non riconoscono di aver fallito? L’ordine Pubblico di ieri è stato fallimentare e ha segnato una sconfitta per tutti noi.
Ieri se non fossi stato di servizio avrei partecipato con mio figlio, qualcuno forse può darmi del violento o tacciarmi per uno che non contrasta la violenza?
La città era blindata, gli uffici periferici praticamente chiusi per aver fornito uomini e mezzi all’emergenza della capitale e il risultato è sotto gli occhi di tutti; che l’apparato della sicurezza non ha funzionato è evidente come il fallimento di una sistema che si limita a blindare senza prevenire.
I modelli di ordine pubblico non si creano con un giorno ma se per anni si svuotano di significato gli apparati investigativi (con tagli o continui prelievi per pattuglioni e ordine pubblicoresta solo il modello “militare” fatto di un’enorme “fanteria” dislocata per strada senza una preparazione adeguata e senza equipaggiamenti.
Ieri ero con altre decine di colleghi in piazza del parlamento, la stragrande maggioranza non aveva esperienze di Ordine Pubblico, personale preso in ogni ufficio per fronteggiare il grande evento, siamo stati schierati e pronti ad intervenire dalle 13 fino alle 22 potendo fruire del solo sacchetto vitto delle 13 e senza altro fino alle 23.00 (inizio servizio alle 11,30 e fine servizio ore 23.00), un fallimento anche dell’organizzazione interna che continua a non rispettare i lavoratori di polizia, i loro contratti e la loro dignità professionale.
Il modello “militare” era stato  applaudito in occasione del 1° Maggio  (nonostante violazioni contrattuali nei confronti dei lavoratori di polizia) e ierii invece si è dimostrato fallimentare, come lo era stato il 14 dicembre, evidentemente perché lo stesso modello non può essere applicato per il black bloc e per i pellegrini.
Oggi molti dei colleghi coinvolti negli scontri saranno nuovamente impiegati per garantire l’ordine pubblico allo stadio, ragione in più per ritenere questo modello non più accettabile anche per limiti operativi evidenziati e per la mancanza di rispetto per i lavoratori di polizia.
Noi che facciamo sindacato e conosciamo i meccanismi interni le pecche di un modello militare che è solo scenico, dove la preparazione e la professionalità sull’ordine pubblico sono subordinate alla “scenografia”. Quando poi si creano situazioni di guerriglia urbana è difficile tenere la situazione sotto controllo, se non si riesce  a prevenirle dopo diventa difficile, se non impossibile, gestirle. In altre occasioni si è bonificato il percorso, sono stati tolti i cassonetti e  sigillati i tombini proprio per prevenire incendi e la possibilità di alzare barricate.
Un modello diverso di società e un diverso modello di ordine pubblico sono alla nostra portata o resteranno un’utopia?
Lo squallore peggiore continua a fornirlo gran parte della classe politica che sta esasperando il paese con la loro politica di macelleria sociale, con manovre economiche che non intaccano ricchezze e privilegi ma affamano le persone e che si presenta in tv a commentare e strumentalizzare proteste legittime e pacifiche nella stragrande maggioranza, incapace di comprendere che alla base di tutto ci sono loro e della loro incapacità di governare nell’interesse pubblico.
Oggi proporranno inasprimenti delle pene, nuove compressioni dei diritti individuali facendo finta di non capire che la sicurezza urbana, che loro continuano a tagliare, non si esaurisce con il contrasto alla prostituzione ma passa per tutte le libertà, anche quelle di scendere in piazza per poter esprimere le proprie idee.
Mirko Carletti
*Mirko Carletti è poliziotto e sindacalista del Silp Cgil

Tratto da: 15 ottobre, riflessioni di un poliziotto | Informare per Resistere http://informarexresistere.fr/2011/10/16/15-ottobre-riflessioni-di-un-poliziotto/#ixzz1b2chCr7M - Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario! 

16.10.11

Sul 15 ottobre: La posta in gioco è una sola

Come in tutte le buone famiglie, ci confronteremo domani su ciò che è successo ieri nella Piazza di Roma, ragionando su quanto accaduto, percepito, ragionato da chi c'era e da chi non c'era alla manifestazione. 
Personalmente, propongo di seguito la riflessione di Loris Campetti sul Manifesto di oggi, che condivido in pieno e rappresenta lo spirito con cui riprendiamo, fin da subito, il nostro impegno politico. Stefano



di Loris Campetti



Cinquecento guastatori nerovestiti che scatenano la guerriglia in città non possono e non debbono far dimenticare la violenza di chi pretende di governare il mondo imponendo ai loro inservienti politici che fingono di governarlo regole antisociali, destinate a colpire le fasce più deboli e intere popolazioni in tutto il mondo. Sono vittime essi stessi, i cinquecento nerovestiti, di quella violenza globale, e reagiscono a modo loro. Né tre automobili e una ex caserma bruciati possono e debbono cancellare la determinazione e la rabbia di centinaia di migliaia di cittadine e cittadine che hanno invaso Roma a mani nude per dire che bisogna cambiare subito le regole, la politica - altro che l'antipolitica di cui in troppi cianciano - la società, la cultura. Quelli che la democrazia è partecipazione ma anche riappropriazione dei beni comuni sottratti.

Anche il futuro è sottratto, non ne possono più e vogliono riprenderselo in mano. Sono indignati, chi cercando lo scontro e riproponendo un rito stanco, nell'illusione di aggregare la rabbia di tutti, di quel 99% di cui parlano slogan e cartelli: quei cinquecento più altrettanti giovanissimi che sono riusciti a tirarsi dentro. Chi invece declinando la sua rabbia persino con ironia, come recitava un cartello divertente: «Io nun so' indignato, me rode er culo». L'opposizione sociale c'è e si vede, è fatta di mille pezzi, culture e storie diverse, di individui e movimenti, uniti da una battaglia appena iniziata contro la dittatura della finanza che impoverisce la cultura, flagella scuole, ricerca e sapere, chiude fabbriche e teatri, tenta di scatenare una guerra orizzontale tra le vittime, nell'illusione di impedire il conflitto verticale dal basso verso l'alto, verso la cupola: la Bce, l'Fmi, il Wto. Ieri a Roma l'opposizione sociale si è ripresa la parola e la città, in scena è andato chi non sta al gioco perché ha capito che è un gioco truccato. L'ha talmente capito da resistere ai caroselli senza senso e pieni di provocazione della polizia con gli idranti in piazza San Giovanni e da espellere dal corteo chi con il suo agire rischia di frenare la crescita di un movimento che non vuol farsi fermare.

Per questo l'elemento unificante della protesta è il rifiuto della lettera della Bce, rispedita in massa al mittente. Ma ha preso corpo anche il rifiuto di quel maledetto articolo 8 della manovra di Berlusconi, Tremonti e Sacconi che si mangia quel che resta della democrazia nel lavoro. Lo sanno e lo ricordano a tutti gli operai della Fiom sfilando in tantissimi con le loro bandiere accresciute dall'orgoglio di Pomigliano; ma ai draghi ribelli, agli studenti e ai precari, al popolo di Uniti per l'alternativa non hanno neanche bisogno di ricordarglielo. Venerdì prossimo tornerà la protesta a Roma con i lavoratori della Fiat che a loro volta non devono spiegare a nessuno dei manifestanti di ieri che Berlusconi è un cancro da estirpare e la medicina non può essere Marchionne, che al modello antisociale liberista ha dato corpo. Non sfileranno da soli, gli operai della Fiat, come non protesteranno da soli gli studenti, il popolo NoTav, gli ambientalisti, gli attivisti dei beni comuni. Ieri a Roma è stato ufficializzato un fidanzamento che può durare a lungo, perché lunga sarà la battaglia per dar corpo a un'alternativa capace anche di farsi politica. La parte di sinistra politica che ieri ha partecipato al corteo dovrebbe aver preso molti appunti. Almeno è quel che sperano in tanti, quelli che di deleghe in bianco non sono più disposti a darne.

Ieri sera, mentre a piazza San Giovanni continuavano gli scontri, il centro di Roma era tutto un susseguirsi e incrociarsi di cortei. Ancora verso la piazza ormai impossibile, oppure su per via Merulana fino a ritornare al punto di partenza a piazza Esedra, oppure con la Fiom fino a piazza Vittorio, e ancora con gli studenti preceduti dal camion del Valle occupato dal Colosseo al Circo Massimo, infine con Uniti per l'alternativa da San Giovanni sempre verso il Circo Massimo. Tutti questi spezzoni gridavano la stessa cosa e avevano in mente un ordine diverso da quello che toglie i soldi alle scuole, ai salari, alla cultura, all'ambiente, alle pensioni per darli alle banche.

In questa partita è in gioco il modello sociale dato e quello che si vuole costruire. A Roma come in tutte le città del mondo in cui con lingue e accenti diversi si soffre della stessa spoliazione: della democrazia e insieme del pane. A Roma questo popolo generoso ha un problema specifico che si chiama Berlusconi e una nuova ferita inferta dall'ultima compravendita di voti in Parlamento. Due mondi opposti si animano davanti ai nostri occhi: in piazza la dignità di un popolo, nei Palazzi la vergogna di un ceto blindato autoreferenziale. Il primo mondo è maturo, ha imboccato la sua strada, il secondo è marcescente. In quale dei due mondi sta la politica? Non chiedetelo a chi dice che una grande manifestazione è stata rovinata da un gruppo di irresponsabili: non è vero, la grande manifestazione c'è stata e basta e non sarà certo l'ultima. La strada è lunga, c'è tempo per crescere, e per maturare.

Immagini dalla manifestazione del 15 ottobre


Pubblichiamo di seguito le prime foto di Marco della Manifestazione di ieri. A breve riflessioni, testimonianze e considerazioni sul grande e meraviglioso corteo di ieri, sugli errori, sul futuro.


 




















7.10.11

Naomi Klein in Liberty Plaza.

Questo discorso della scrittrice canadese, autrice di “No logo” e di “Shock economy”, è stato pronunciato in Liberty Plaza, il parco occupato a New York, il 6 ottobre, ed è stato pubblicato sul giornale del movimento “Occupied Wall Street Journal”. Democrazia Km0 lo ha tradotto in italiano.


Ho avuto l’onore di essere invitata a parlare a Occupy Wall Street nella notte di giovedi. Dal momento che l’amplificazione è (disgraziatamente) bandita, e tutto quello che dico è stata ripetuta da centinaia di persone in modo che gli altri potessero sentire (è il “microfono umano”), quello che ho detto in Liberty Plaza è stato davvero molto breve. Tenendo questo presente, ecco la più lunga, e integrale, versione del discorso.
Vi amo.
E appena l’ho detto, ho sentito centinaia di voi gridare dir imbalzo “ti amo”, anche se questo è ovviamente un vantaggio del microfono umano. Dite agli altri ciò che vorreste fosse detto a voi, solo con un tono di voce più forte.
Ieri, uno degli oratori alla manifestazione del lavoro ha detto: “Ci siano trovati l’un l’altro”. Questo sentimento cattura la bellezza di ciò che viene creato qui. Un ampio spazio aperto (anche se un’idea così grande che non può essere contenuta da nessuno spazio) per tutte le persone che vogliono un mondo migliore e vogliono trovare l’altro.
Se c’è una cosa che so, è che l’1 per cento ama la crisi. Quando la gente è nel panico e disperata, e nessuno sembra sapere cosa fare, che è il momento ideale per far passare la loro lista dei desideri delle politiche a favore delle imprese: privatizzare l’istruzione e la sicurezza sociale, tagliare i servizi pubblici, eliminare gli ultimi ostacoli potere delle multinazionali. Grazie alla crisi economica, questo sta accadendo in tutto il mondo.
E c’è solo una cosa che può bloccare questa deriva, e per fortuna, è una cosa molto grande: il 99 per cento. E che il 99 per cento scenda in piazza, da Madison a Madrid, per dire “No, noi non pagheremo la vostra crisi “. Slogan che ha esordito in Italia nel 2008. E ‘rimbalzato verso la Grecia e la Francia e l’Irlanda e, infine, ha preso la strada del miglio quadrato in cui è iniziata la crisi.
“Perché stanno protestando?”, chiedono gli esperti, sconcertati, in tv. Nel frattempo, il resto del mondo chiede: “Perché ci hanno messo tanto tempo?”. E soprattutto: “Benvenuti”.
Molte persone hanno paragonato Occupy Wall Street alla cosiddetta protesta anti-globalizzazione che si è imposta all’attenzione mondiale a Seattle nel 1999. Quella è stata l’ultima occasione globale, creata dai giovani, di un movimento diffuso che prendesse di mira il potere delle multinazionali. E io sono orgogliosa di aver fatto parte di quello che abbiamo chiamato “il movimento dei movimenti”.
Ma ci sono differenze importanti, tra allora ed oggi. Per esempio, allora scegliemmo i grandi vertici come nostri bersagli: l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il Fondo Monetario Internazionale, il G8. I vertici sono transitori per loro natura, durano solo una settimana. Che ha reso anche noi troppo transitori. Noi siamo apparsi, abbiamo conquistato le prime pagine mondiali, poi siamo scomparsi. E nella frenesia di super-patriottismo e di militarismo che seguì l’11 settembre degli attacchi, fu facile per spazzarci via completamente, almeno in Nord America.
Occupy Wall Street, invece, ha scelto un bersaglio fisso. E non avete stabilito alcuna data per la fine sulla vostra presenza qui. Questo è saggio. Solo quando si può restare, si possono far crescere radici. Questo è fondamentale. E ‘ un fatto dell’era dell’informazione che troppi movimenti spuntino come fiori bellissimi ma rapidamente muoiano. Dipende dal fatto che non hanno radici. E non hanno piani a lungo termine su come continuare a sostenersi. Così, quando le tempeste finiscono, vengono spazzati via.
Essere orizzontali e profondamente democratici è meraviglioso. Ma questi principi sono compatibili con il duro lavoro di costruire strutture e istituzioni robuste abbastanza per reggere le tempeste a venire. Ho grande fiducia che questo accadrà.
Qualcos’altro molto giusto questo movimento sta facendo: avete impegnato voi stessi alla non violenza. Vi siete rifiutati di offrire ai media immagini di vetrine rotte e di scontri di strada che essi desiderano disperatamente. E il controllo tremendo ha fatto sì che, ancora e ancora, la storia sia consistita nella brutalità vergognosa e gratuita della poliziaa. Quel che abbiamo visto solo la scorsa notte. Nel frattempo, il sostegno a questo movimento cresce e cresce. Più saggezza.
Ma la differenza più grande rispetto a un decennio fa è che nel 1999 avevamo di fronte un capitalismo al culmine di un boom economico frenetico. La disoccupazione era bassa, i portafogli azionari erano gonfi. I media erano ubriachi sul denaro facile.
Abbiamo sottolineato che la deregolamentazione che abbiamo alle spalle ha presentato il conto. Un attacco ai del lavoro. Un attacco ai diritti ambientali. Le multinazionali sono diventate diventando più potenti dei governi e questo è stato un danno per le nostre democrazie. Ma per essere onesta con voi, i bei tempi correvano, grazie a un sistema economico basato sull’avidità, almeno nei paesi ricchi. Dieci anni dopo, è come se non ci fossero più i paesi ricchi. C’è solo un bel po’ di gente ricca. Quelli che si sono arricchiti con il saccheggio dei beni pubblici ed esaurendo le risorse naturali in tutto il mondo.
Il punto è che oggi tutti possono vedere come il sistema sia profondamente ingiusto e sia fuori controllo. L’avidità senza freni ha distrutto l’economia globale. Ed ha distrutto il mondo naturale. Facciamo una pesca eccessiva nei nostri oceani, inquinando la nostra acqua con perforazioni in acque profonde, cercando le più sporche forme di energia sul pianeta, come il catrame nelle sabbie dell’Alberta (regione del Canada, ndt). E l’atmosfera non riesce ad assorbire la quantità di carbonio che stiamo emettendo, creando così un riscaldamento pericoloso dell’atmosfera. La nuova normalità sono i disastri in serie: economici ed ecologici.
Questi sono i fatti sul terreno. Sono così esplicita, così chiara, perché è molto più facile entrare in contatto con il pubblico di quanto non fosse nel 1999, e per aiutare a costruire il movimento in fretta.
Sappiamo tutti, o almeno intuiamo, che il mondo è capovolto: ci comportiamo come se non ci fosse una fine a ciò che è realmente finito: i combustibili fossili e lo spazio atmosferico di assorbire le loro emissioni. E ci comportiamo come se non ci fossero limiti rigorosi e immodificabili.
Il compito del nostro tempo è quello di cambiare questa situazione: per sfidare queste scarsità false. Insistere sul fatto che possiamo permetterci di costruire una decente, inclusiva società-e al tempo stesso, rispettare i limiti reali della terra.
I cambiamenti climatici significano che dobbiamo fare questo guardando a una scadenza. Questa volta il nostro movimento non può distrarsi, dividersi, bruciarsi o lasciarsi spazzare via dagli eventi. Questa volta abbiamo tutto per avere successo. E non sto parlando di imporre regole alle banche e di aumentare delle tasse ai ricchi, anche se questo è importante. Sto parlando di cambiare i valori di base che governano la nostra società. Ed è difficile farlo adattandosi a porre un’unica domanda comprensibile dai media. Ed è anche difficile capire come farlo. Ma non è meno urgente che difficile.
Questo è quel che vedo accadere in questa piazza. Nel modo in cui vi state incoraggiando a vicenda, mantenendo gli altri attivi, nella libera condivisione delle informazioni e organizzando una assistenza sanitaria, o corsi di meditazione e formazione all’empowerment. Il mio cartello preferito, qui, dice: “Mi importa di te.” In una cultura che addestra la gente ad evitare lo sguardo dell’altro, per spongere a dire: “Lascia che muoia”, quella è una dichiarazione profondamente radicale.
Qualche considerazione finale. In questa grande lotta, qui ci sono alcune cose che non contano.
§ Cosa indossiamo.
§ Che alziamo i pugni o alziamo cartelli di pace.
§ Che noi rendiamo i nostri sogni per un mondo migliore utlizzabili dai media.
Invece ci sono alcune cose che contano.
§ Il nostro coraggio.
§ La nostra bussola morale.
§ Come ci trattiamo l’un l’altro.
Abbiamo scelto di lottare con le forze economiche e politiche più potenti del pianeta. Questo fa paura. E man mano che questo movimento crescerà, il suo obiettivo farà ancora più paura. Dobbiamo sempre essere consapevoli che ci sarà la tentazione di passare a piccoli obiettivi, come, ad esempio, la persona che è seduta accanto a voi in questo incontro. Dopo tutto, è una battaglia più facile per vincere.
Non dovete cedere alla tentazione. Questa volta, cerchiamo di trattare gli altri come se avessimo intenzione di lavorare fianco a fianco con loro nella lotta per molti, molti anni a venire. Perché il compito che abbiamo che richiederà niente di meno.
Facciamo in modo di trattare questo bel movimento come se fosse cosa più importante del mondo. Perché lo è. Lo è per davvero.

3.10.11

Il 15 ottobre in piazza per salvare il Paese

Il 15 ottobre ci riprendiamo la piazza perché nei nostri sogni esiste un altro mondo.

Il 15 ottobre anche noi saremo in piazza con gli “indignati” d’Europa: indignati come chi subisce un torto e vuole giustizia, indignati come chi è stato derubato in modo sistematico da chi tiene i cordoni della Borsa, muove i fili invisibili delle banche e occupa le stanze dei bottoni.
Ci hanno cresciuto nel culto di un sistema economico che ci chiedeva flessibilità, “spirito d’impresa” e sacrifici promettendo ricchezza.
Siamo diventati precari, apprendisti sfruttati, stagisti non pagati, studenti universitari vessati da tasse sempre più alte e finanziamenti sempre più bassi.
Abbiamo comprato i loro prodotti, rinunciato a mutui e pensioni.
Abbiamo perso diritti sul lavoro conquistati con anni di lotte dai nostri nonni e dai nostri padri.
Non abbiamo rappresentanza nel Parlamento, complice una politica che si è ripiegata nel suo fortino, per rappresentare interessi ben precisi.
E ora che questo sistema improntato al “produci-consuma-crepa” crolla come un gigante dai piedi d’argilla, nonostante le molte ingiustizie su cui negli anni si era puntellato, gli stessi che ci hanno condotti verso il baratro vogliono che paghiamo ancora.
Quando alzavamo la voce, dicendo che oltre che ingiusto questo sistema era sbagliato, iniquo e irrazionale, ci chiamavano cassandre.
E come la Cassandra del mito classico avevamo ragione.
La nostra è una indignazione non autosufficiente, che parte da lontano, attraversa Genova dal 2001 al 2011, e non finisce.
La nostra indignazione percorre gli stessi sentieri di chi vuole costruire un’alternativa, di chi sa che questo non è il solo modo di far andare le cose.
Noi ne conosciamo uno più giusto ed equo,abbiamo proposte e pretendiamo di essere ascoltati.
Scenderemo in piazza il 15 ottobre perché in Parlamento si discute di dove e come prendere i soldi ma nessuno contesta per cosa si devono usare.
Noi pensiamo che “tranquillizzare i mercati” sia un tributo di sangue ad una divinità malevola, una ricetta impiegata troppe volte in passato e che non risolve il problema.
Noi crediamo che i soldi vadano presi dove ce ne sono, da chi finora ha pagato poco o nulla.
Con l’istituzione della patrimoniale, una lotta vera all’evasione fiscale nelle sue diverse forme, con la tassazione delle rendite finanziarie. Noi crediamo che i soldi vadano tolti, per esempio, alle scuole private, alla Chiesa Cattolica, alle spese militari, al finanziamento sistematico alla cultura del profitto, dell’impresa, della religione, della guerra e della morte.
Dobbiamo investire su una società dei saperi, sulla ricerca, sull’istruzione, e non regredire in un regime dello sfruttamento, di un capitalismo “straccione”, dell’Europa delle banche e della finanza.
Il 15 ottobre manifesteremo perché il destino dello stato sociale e della qualità della vita nel nostro Paese nei prossimi anni sta per essere determinato da organismi sovranazionali e lobby economiche che nessuno ha eletto. Siamo un paese commissariato e sull’orlo del baratro, e vogliamo riprenderci la democrazia che ci è stata espropriata da questa destra antirepubblicana, clericale ed eversiva.
 Il 15 ottobre manifesteremo perché dietro alla manovra Sacconi c’è la cancellazione di fatto di ogni garanzia sui contratti di lavoro nel nostro Paese e lo smantellamento dello Statuto dei Lavoratori (compreso l’articolo 18 che gli italiani hanno già difeso in passato) e quindi la Costituzione. Il 15 ottobre saremo in piazza perché non siamo ancora rassegnati: chi tiene in mano le redini del Paese lo sta distruggendo e spetta a noi salvarlo.

Alternativa Ribelle (RibAlta)





Altri articoli:
Appello "Noi il debito non lo paghiamo": 
Appello della rete RibAlta-Alternativa Ribelle "In piazza per salvare il Paese": http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/10/il-15-ottobre-in-piazza-per-salvare-il.html
Appello "Uniti per l'Alternativa":
L'adesione di De Magistris:
La Klein in Piazza Liberty, con i manifestanti davanti Wall Street: http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/10/naomi-klein-in-liberty-plaza.html