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16.10.11

Immagini dalla manifestazione del 15 ottobre


Pubblichiamo di seguito le prime foto di Marco della Manifestazione di ieri. A breve riflessioni, testimonianze e considerazioni sul grande e meraviglioso corteo di ieri, sugli errori, sul futuro.


 




















29.8.11

Il comune in rivolta

di Toni Negri e Judith Revel

Non ci voleva molta immaginazione per « strologare » rivolte urbane nella forma delle jacqueries, una volta che l’analisi della crisi economica attuale fosse stata ricondotta alle sue cause ed ai suoi effetti sociali. In Commonwealth, fin dal 2009, era stato infatti previsto. Quello che non ci saremmo mai attesi, all’incontrario, è che in Italia, nel movimento, questa previsione fosse rifiutata. Sembrava infatti, ci fu detto, antica; si disse invece: ora è il momento di ricostruire fronti larghi contro la crisi, di stabilire nei movimenti forme di organizzazione-comunicazione-riconoscimento che tocchino la rappresentanza politica.
Bene, adesso ci si trova tuttavia di fronte a movimenti che si esprimono in forme insurrezionali più o meno classiche, ma che si danno ovunque, sradicando così la vecchia grammatica geopolitica nella quale alcuni continuavano ostinatamente a voler pensare. Si danno cioè:
1) laddove un proletariato nuovo – fatto di precari et di disoccupati – si congiunge a classi medie in crisi: soggetti diversi che si unificano in modo inedito nella lotta, come nei paesi del sud-mediterraneo, per chiedere nuove forme di governo, più democratiche. La dittatura politica dei vari Ben Ali e quella politico-economica delle nostre democrazie di facciata non saranno certo equivalenti – anche se le seconde hanno per decenni accuratamente costruito, appoggiato e protetto le prime – ma ormai la voglia di democrazia radicale è ovunque e traccia un comune di lotta a partire da fronti diversi, permette intrecci e mescolanze, ibrida le rivendicazioni dagli uni con quelle degli altri;
2) dove le medesime forze sociali, che soffrono della crisi in società con rapporti di classe ormai decisamente controllati da regimi finanziari in economie miste, manifatturiere e/o cognitive, si muovono su terreni diversi con pari determinazione (i movimenti degli operai, degli studenti, e dei precari in genere, prima; ed ora movimento sociali complessi del tipo “acampados”);
3) dove la ripresa di movimenti di puro rifiuto, attraversati da composizioni sociali quanto mai complesse, stratificate sia verticalmente (classi medie che precipitano verso il proletariato dell’esclusione), sia orizzontalmente (nelle diverse sezioni della metropoli, fra gentrificazione e zone ormai “brasilianizzate” – come ricorda la Sassen –, dove cioè i rapporti fra gang cominciano a lasciare segni di kalashnikov sulle pareti dei quartieri, perché l’unica – drammatica, entropica – alternativa all’organizzazione delle lotte è quella della criminalità organizzata).
Le attuali rivolte inglesi appartengono a questa terza specie ed assomigliano molto a quelle che hanno attraversato qualche tempo fa le banlieues francesi: misto di rabbia e di disperazione, di frammenti di auto-organizzazione e di spezzoni di sedimentazione di altro tipo (gruppi di quartiere, solidarietà di rete, tifoserie ecc.), esprimono ormai l’insopportabilità di una vita ridotta a macerie. Le macerie che le rivolte lasciano dietro a se stesse, senz’altro inquietanti, non sono alla fine così diverse da quelle che costituiscono il quotidiano di molti uomini e donne oggi: brandelli di vita ad ogni modo.
Come aprire la discussione su questo complesso di fenomeni dal punto di vista di un pensiero del comune? Quanto verremo qui di seguito formulando, ha la sola intenzione di aprire uno spazio di dibattito.
Innanzitutto, ci sembra si tratti di respingere alcune interpretazioni che i mezzi di comunicazione delle classi dominanti veicolano.
Si sostiene in primo luogo, che si tratta di movimenti (questi di cui parlavamo) da considerare, dal punto di vista politico, nella loro “radicale” diversità. Ora, che questi movimenti siano politicamente diversi è ovvio. Ma che lo siano “radicalmente” è semplicemente idiota. Tutti questi movimenti sono, infatti, radicalmente qualificati non semplicemente – a secondo dei casi – dall’opposizione a Ben Ali o ad altri dittatori, non dalla denuncia del tradimento politico di Zapatero o di Papandreou, non dall’odio nei confronti di Cameron o dal rifiuti dei diktat della BCE – ma piuttosto, tutti insieme, dal rifiuto di pagare le conseguenze dell’economia e della crisi (niente sarebbe più errato che considerare la crisi come catastrofe accaduta all’interno di un sistema economico sano; niente di più terribile del rimpianto per l’economia capitalistica prima della crisi), cioè dell’enorme spostamento di ricchezza che queste stanno provocando a favore dei potenti, organizzati nelle forme politiche dei regimi occidentali (democratici o dittatoriali, conservatori o riformisti…).
Queste sono rivolte che nascono in Egitto o in Spagna o in Inghilterra, dal rifiuto allo stesso tempo, dell’assoggettamento, dello sfruttamento e del saccheggio che l’economia ha predisposto sua vita di intere popolazioni del mondo, e delle forme politiche nelle quali la crisi di questa appropriazione biopolitica è stata gestita. E questo vale anche per tutti i regimi cosiddetti “democratici”. Questa forma di governo non sembra preferibile, se non per l’apparente “civiltà” con la quale maschera l’attacco sferrato alla dignità e all’umanità delle esistenze che frantuma: la dissoluzione dei rapporti di rappresentanza ha raggiunto misure rovinose. Quando si afferma che esistono – secondo i criteri della democrazia occidentale – differenze radicali fra la rappresentanza nella Tunisia di Ben Ali o nella Tottenham, o nella Brixton di Cameron, si finge semplicemente di non vedere l’evidenza: la vita è stata troppo compressa e saccheggiata per non esplodere in un moto di rivolta. Per non parlare dei dispositivi di repressione, che riportano l’Inghilterra ai tempi dell’accumulazione originaria, alle prigioni di Moll Flanders o alle fabbriche di Oliver Twist. All’affissione delle foto dei ragazzi rivoltosi sui muri e sugli schermi delle città inglesi, andrebbe davvero opposta la stampa grand format delle facce da maiali (altra variante dei PIGS?) dei padroni delle banche e delle finanziarie che hanno condotto interi quartieri a quella condizione, e che continuano a fare della crisi occasione di profitto.
Torniamo alla vulgata dei giornali. Diverse sarebbero queste rivolte, poi, dal punto di vista etico-politico. Alcune legittime, come nei paesi del Maghreb, perché la corruzione dei regimi dittatoriali avrebbe condotto a condizioni di miseria; comprensibili quelle degli studenti italiani o degli “indignados” perché “precarietà è brutto”; criminali quelle dei proletari inglesi o francesi, semplici movimenti di appropriazione di quello che non è loro, di vandalismo, e di odio razziale.
Tutto ciò è in gran parte falso, perché queste rivolte tendono – fra le diversità, che non si tratta qui di negare – ad avere natura comune. Non sono rivolte “giovanili”, ma rivolte che interpretano condizioni sociali e politiche considerate del tutto insopportabili da strati di popolazione sempre più maggioritari. La degradazione del salario lavorativo e di quello sociale è andata oltre quel limite che gli economisti classici e Marx identificavano nel livello di riproduzione dei lavoratori e chiamavano “salario necessario”. Ed ora, che i giornalisti dichiarino che queste lotte sono prodotte da derive del consumismo, se osano!
Ne viene una prima conclusione. Questi movimenti possono essere “ricompositivi”. Essi penetrano in effetti le popolazioni – che si tratti di lavoratori finora garantiti o di precari, di disoccupati o di chi non ha mai conosciuto altro che “attività”, arte di arrangiarsi, lavoretti sommersi – e ne esaltano i momenti di solidarietà nella lotta contro la miseria. Nella povertà e nella lotta per reagirvi si ricongiungono ceti medi declassati e proletariato migrante e non, lavoratori manuali e cognitivi, pensionati, casalinghe e giovani. Qui si ritrovano condizioni di lotta unitaria.
In secondo luogo, salta immediatamente agli occhi (ed è questo che soprattutto inorridisce gli interlocutori che pretendono vedere caratteristiche consumistiche in questi movimenti) che questi non sono movimenti caotico-nichilisti, che non si tratta di bruciare per bruciare,  che non si vuole decretare la potenza distruttiva di un no future inedito. Quarant’anni ormai dopo il movimento punk (che fu peraltro, alla faccia degli stereotipi, appassionatamente produttivo), non sono movimenti che decretano, avendola registrata e introiettata, la fine di ogni futuro ma che al contrario vogliono costruirlo. Essi sanno che la crisi che li tocca non è dovuta al fatto che i proletari non producono (sotto padrone o nelle condizioni generali della cooperazione sociale che ormai innerva i processi di captazione del valore), o non producono abbastanza, ma al fatto che sono derubati del frutto della loro produttività; che cioè essi devono pagare una crisi che non è la loro; che i sistemi di sanità, di pensionamento, di ordine pubblico, se li sono già pagati mentre la borghesia accumulava per le guerre ed espropriava per il suo proprio profitto. Ma soprattutto sanno che dalla crisi non si uscirà se loro, i rivoltosi, non mettono le mani nei meccanismi di potere e nei rapporti sociali che quei meccanismi regolano. Ma, si obbietterà, quei movimenti non sono politici. Quand’anche esprimessero posizioni politicamente corrette (come spesso è avvenuto per gli insorti nord-africani o per gli indignados spagnoli) – aggiungono i critici – quei movimenti si pongono pregiudizialmente fuori o in posizione critica dell’ordine democratico.
Per forza, ci sembra di poter aggiungere: nell’ordine politico attuale, è difficile, se non impossibile, trovare fori, passaggi, percorsi attraverso i quali un progetto che attacchi le attuali politiche di superamento della crisi, possa darsi. Destra e sinistra, quasi sempre, si equivalgono. La patrimoniale riguarda i redditi da 40/50 mila euro per gli uni, quella di 60/70 mila euro per gli altri: sarebbe quella la differenza? La difesa della proprietà privata, l’estensione delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni sono all’ordine del giorno di ciascuna parte. Il sistema elettorale è ormai puramente e semplicemente ridotto a sistema di selezione di delegati dei ceti privilegiati. Ecc, ecc. I movimenti attaccano tutto questo: sono politici o no quando lo fanno? I movimenti sono politici perché si pongono su un terreno non rivendicativo ma costituente. Attaccano la proprietà privata perché la conoscono come forma della loro oppressione ed insistono piuttosto sulla costituzione e la gestione della solidarietà, del Welfare, dell’educazione – insomma, del comune, perché ormai è questo l’orizzonte di vita dei vecchi e dei nuovi poveri.
Naturalmente nessuno è tanto stupido da pensare che queste rivolte producano immediatamente nuove forme di governo. Ciò che tuttavia queste rivolte insegnano è che “ l’uno si è diviso in due”, che la compattezza apparentemente senza faglie del capitalismo è ormai solo una vecchia fantasmagoria – che non c’è modo di riunificarla, che il capitale è definitivamente schizofrenico, e che la politica dei movimenti non può che situarsi immediatamente dentro questa rottura.
Noi speriamo che i compagni che ritenevano le insurrezioni un vecchio arnese delle politiche dell’autonomia sappiano riflettere su quanto sta avvenendo. Non è sfiancandosi nell’attesa di scadenze parlamentari, ma inventando nuove istituzioni costituenti del comune in rivolta, che tutti insieme potremo comprendere l’a-venire.

10.8.11

Uk riots. La corda si è spezzata.

Gli effetti della crisi economica e delle politiche governative fatte di tagli al welfare e ai diritti sociali trovano un contraltare nelle forme, diverse ma diffuse, di conflitto sociale che emergono negli ultimi mesi in Grecia, in Spagna, in Italia e hanno rappresentato il substrato delle rivoluzioni nordafricane. Abbiamo scritto della catastrofe nel Corno d'Africa (leggi: http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/07/la-catastrofe-annunciata-del-corno.html) e dei drastici tagli della Manovra Finanziaria italiana (http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/07/limpatto-della-manovra-finanziaria-sui.html), cosi come dei percorsi che noi giovani, assieme ai soggetti più vulnerabili quali migranti, precari, disoccupati, stiamo costruendo per determinare un cambiamento di sistema (http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/07/la-crisi-o-la-speranza.html).
"Loro la crisi, noi la speranza". Quanto accade a Londra non è "criminogeno", come afferma il Premier conservatore Cameron: è il risultato di una situazione esplosiva fatta di razzismo più o meno latente, della decomposizione del campo dei diritti e delle garanzie sociali; è il frutto di una società che vive della marginalità, dell'esclusione, della distruzione dell'alterità: e solo oggi scopriamo che anche a Londra, come in tutte le grandi capitali, ci sono i ghetti ed i quartieri dormitorio monocolor. La rivolta di questi giorni ha dunque, a mio parere, un carattere costituente: getta sul tavolo politico la violenza dello stato esistente, pretende diritti e riconoscimento sociale, immagina forme contaminate e meticce di cittadinanza.
In questi giorni faremo il possibile per riportare, descrivere, analizzare i conflitti presenti nel globo, lontani e vicini: ben sapendo che la fase più dura, anche per noi, deve ancora venire. Gli attacchi allo Statuto dei Lavoratori integrano e completano la riforma dell'Università, la fine del Contratto Nazionale di Lavoro e i tagli verticali alle sovvenzioni ed ai sussidi.
Prepariamoci a tornare in piazza e non smettiamo di fare politica: se queste lotte hanno carattere costituente, la nostra azione può generare un avvenire diverso.

Tratto da GlobalProject-Il tumulto continua e dilaga. Al terzo giorno di scontri ed espropri, quella che era cominciata come una rivolta localizzata contro il razzismo della polizia, sta assumendo contorni per certi versi inaspettati e diventando il “caso più serio e distruttivo di violenza urbana dai tempi delle rivolte di Brixton e Toxteth del 1981”, per usare le parole del quotidiano britannico the Guardian. Non più solo Londra ma altre città del paese. Non più solo giovani uomini e donne afro-caraibici od asiatici, i gruppi etnici più colpiti dalle angherie della polizia, ma anche bianchi britannici.
Le rivolte di questi giorni e la facilità e rapidità con cui si sono diffuse stanno portando alla luce l’esistenza di diversi conflitti. Il primo riguarda il comportamento della polizia ed il razzismo istituzionale. L’uccisione del taxista afro caraibico Mark Duggan, ed il successivo comportamento arrogante e sprezzante della London Met, il corpo di polizia della capitale britannica, che nella serata di sabato si è rifiutata di dare qualsivoglia spiegazione o rassicurazione ai familiari ed amici che chidevano giustizia e si erano radunati di fronte alla stazione della polizia di Tottenham, dimostrano che non molto è cambiato dalla rivolta di Brixton del 1981 scoppiata proprio a causa di un incidente analogo. Quella rivolta portò ad un inchiesta parlamentare, poi sfociata nello Scarman report, che riconobbe l’esistenza di comportamenti razzisti diffusi nei confronti degli abitanti afro-caraibici da parte della polizia. L’uccisione di Duggan e la rabbia espressa da migliaia di giovani e non ci dice che la polizia è un’istituzione ancora profondamente razzista.
Il secondo conflitto espresso dalle rivolte di questi giorni investe il piano di austerity ed i progetti di ristrutturazione del welfare state e della spesa pubblica da parte del governo Cameron. La dinamica delle rivolte di questi giorni, con i saccheggi di grandi magazzini di beni di largo consumo come le televisioni e gli articoli elettronici, l’abbigliamento sportivo, i telefoni cellulari, sono una forma di riappropriazione del reddito da parte di settori della popolazione che sono stati severamente colpiti dalla crisi e dai tagli di spesa pianificati dal governo. La stessa partecipazione di giovani bianchi ci dice che le rivolte di questi giorni non sono solo la legittima sollevazione di chi viene quotidianamente vessato dalla polizia od escluso sul mercato del lavoro a causa del proprio background etnico.
Haringey, la circoscrizione a cui appartiene il quartiere di Tottenham, è considerata una delle cinque zone più svantaggiate di Londra, con una disoccupazione, soprattutto giovanile, che nell’ultimo anno è cresciuta del 10%. In questo quartiere, nelle ultime settimane sono stati chiusi 13 youth clubs, centri giovanili di aggregazione organizzati dal comune, un fatto che ha suscitato sconcerto e rabbia tra la popolazione locale. Più in generale, nel paese, migliaia di strutture, dalle biblioteche ai servizi sociali o sanitari, verranno drasticamente ridimensionate o dovranno chiudere i battenti, con conseguenti effetti occupazionali, in seguito al taglio della spesa pubblica del 25% circa fino al 2013.
I tumulti di questi giorni vanno inquadrati in un contesto di protesta sociale diffusa, anche se non coordinata. Da quando Cameron è andato al governo poco più di un anno fa ed ha lanciato il suo programma di tagli il paese ha visto le proteste degli studenti tra cui l’assalto al quartiere generale dei Tory, l’occupazione di decine di università, diversi scioperi e proteste nei confronti dei consigli comunali dove venivano discussi i bilanci e decisi i tagli di spesa, la grande manifestazione del 26 marzo seguita da diverse azioni di sabotaggio nei confronti di catene commerciali e banche accusate di evadere il fisco. In questi giorni, le rivolte a Londra ed in altre città inglesi. È chiaro che ciascuno di questi eventi è stato scatenato da cause immediate diverse. Eppure, il filo conduttore è unico ed è la brutale politica economica del governo. I tumulti di questi giorni sono il segnale che la corda si è spezzata. L’illusione coltivata dalla santa trinità dei tagli Cameron-Osborne-Clegg che i piani di austerity sarebbero stati accettati senza che la pace sociale venisse compromessa ed in nome della compatibilità del sistema è definitivamente svanita.
Nicola Montagna, docente di sociologia alla Middlesex University di Londra.

28.5.11

Scuole Montessori in rivolta



"Resisteremo un minuto in più di loro. Tutto questo non è un caso, ma un preciso disegno per smantellare tutto ciò che in questo paese può garantire pari opportunità". Tiziana, la mamma di Valerio, va dritta al punto per spiegare perché insieme a tutti gli altri genitori della scuola frequentata da suo figlio (il 101° circolo di Roma) ha deciso di passare tre giorni barricata dentro la scuola. Si tratta di provare a difendere il futuro scolastico del figlio, roba non da poco. Prima di fartelo togliere vale la pena combattere. E così gentiori non proprio avvezzi alle proteste di piazza, con i loro bambini, dopo aver avvertito le maestre - che però in questa faccenda assumono un ruolo di secondo piano - hanno pacificamente invaso la scuola alla fine lezione di ieri, alle 16,30. Alle 20,00 , li troviamo che distribusicono, da bravi genitori organizzatissimi, il pasto ordinato da un catering per la cena dei piccoli. I quali per tutto il giorno hanno scorrazzato in giardino. Intanto, ci si prepara per il concerto organizzato per la sera.


Sei meno: Tiziana, intanto, continua a raccontare: "Il mese scorso abbiamo saputo che l'anno prossimo avremo un taglio di ben sei maestre. Quattro di queste verranno tolte dal plesso tradizionale con la conseguenza che ci saranno classi di quarta e quinta, che sono le meno numerose, che varranno accorpate ad altre classi. Una maestra viene 'tagliata' invece dal plesso Montessori, che è una scuola molto piccola con sole dieci maestre. Toglierne una significa compromettere definitivamente un metodo didattico, quello Montessori, che prevede che non ci siano classi chiuse, che tutte le maestre collaborino condividendo il materiale montessoriano: una in meno significa ledere il lavoro di tutte e cinque le classi. infine - conclude Tiziana - verrà 'elimanato' l'insegnamento dell'inglese impartito da un maestro con la specializzazione".

Scuole a pezzi: Il tutto in uno scenario da lacrime e sangue: il 101° circolo si trova in uno spazio molto bello e curato, nella prima periferia sud-est di Roma, vicino Cinecittà. Ma tanta grazia sembra il retaggio di una stagione ormai definitivamente chiusa, quando la scuola pubblica cercava e spesso riusciva ad essere avanguardia didattica educativa. Ovviamente succede ancora, questa scuola ne è un esempio (basta viistare il sito). Ma ormai da anni il "miracolo" delle riforma fatte pensando prima di tutto al risparmio hanno dato i loro frutti: dappertutto insegnanti e genitori fanno i salti mortali per garantire un minimo di decoro alla vita scolastica. Mentre il ministro Gelmini si permette di parlare di "razionalizzazione".

Il programma dell'occupazione: I genitori hanno appeso fuori dalla scuola striscioni e disegni. Ieri poco dopo l'occupazione davanti alla scuola è passata una piccola manifestazione a favore dell'acqua pubblica organizzata dal quartiere. L'empatia è stata immediata. Qui e lì si difendono beni comuni, che qualcuno vorrebbe elargire solo a pagamento. Poi in serata un concerto a cui hanno partecipato più di 300 persone. Oggi in calendario ci sono laboratori per bambini, alle 17 il dibattito pubblico "come resistere alla distruzione della scuola pubblica (via Lemonia 238) e stasera musica e proiezioni. I laboratori per i più piccoli continuano anche domani mattina fino alle 13,30.

Il caso Montessori: Se ci troviamo di fronte all'ennesimo caso di taglio ben poco razionale - come può essere razionale smembrare un gruppo classe in quinta elementare? - nel caso della protesta delle scuole Montessori ci troviamo anche di fronte a un'evidente violazione di legge: esiste infatti una convenzione tra il ministero della Pubblica istruzione e l'Opera nazionale Montessori in cui si garantisce, tra l'altro, la compresenza di due insegnanti. Ma, almeno a Roma, i genitori e i maestri delle cinque scuole Montessori raccontano che "il prossimo anno per tutti è meno uno". Tant'è che la protesta non finisce con l'occupazione di via Lemonia: il 30 tutte e cinque le scuole Montessori della capitale parteciperanno al presidio convocato in mattinata sotto al ministero della Pubblica Istruzione di viale Trastevere. Per ora nessuna protesta pubblica da parte dell'Opera nazionale Montessori. Sarà perché la maggior parte delle scuole montessoriane sono private?

10.5.11

Siamo tutti carne da macello.

Ecco un articolo del Laboratorio riportato anche dal Manifesto: http://www.ilmanifesto.it/io-manifesto/lettere-e-filosofia/anno/2011/mese/05/articolo/4595/


La notte tra il 5 e 6 dicembre 2007, sulla linea di ricottura e decappaggio dello stabilimento Thyssen-Krupp di Torino, perdono la vita in un incendio 7 operai dello stabilimento: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi.
Il 15 aprile 2011 la Corte d'Assise di Torino legge la sentenza che condanna Herald Espenhahn, amministratore delegato dell'azienda, a sedici anni e mezzo di reclusione colpevole di omicidio volontario con dolo eventuale. Dai 13 ai 10 anni di reclusione per gli altri dirigenti, colpevoli di cooperazione in omicidio colposo.
Questi sono i fatti. Sabato 7 maggio si è invece tenuta l'Assise generale di Confindustria, a Bergamo. L'associazione ha invitato Espenhahn, il cui intervento è risultato molto applaudito dall'assemblea.

É scandaloso che l'associazione degli imprenditori abbia invitato anche solo ad intervenire un amministratore delegato che ha sulla coscienza la vita di sette persone ed altrettante famiglie. Così come è assolutamente incommentabile e vergognoso che l'intera assise abbia applaudito ad un intervento che inneggiava alla “buona governance” e alle “best practices” della Thyssen-Krupp.
Tuttavia, è bene soffermarsi con ulteriore attenzione sulle parole di Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria. Rileggiamole: “la condanna a 16 anni di omicidio volontario di Herald Hespenhahn è un unicum in Europa ed è un tema che va guardato con molta attenzione”; poi prosegue “non andiamo a ricreare un campo di battaglia in maniera strumentale” per concludere affermando che se ragionamenti del genere “dovessero prevalere, potrebbero allontanare gli investimenti esteri dall'Italia e mettere a repentaglio la sopravvivenza del tessuto industriale”.


Mi chiedo cosa resti della vita in questo discorso.
Scriveva Karl Marx in Lavoro salariato e capitale “Il lavoro è dunque una merce che il suo possessore, il salariato, vende al capitale. Perché la vende? Per vivere” o piuttosto per morire, dato che da molti anni l'Italia è fieramente in testa alle classifiche delle morti sul lavoro, 1080 anche nel 2010.
La Marcegaglia dimostra, con quanto detto, di essere connivente e complice del buon Hespenhahn e di tutti coloro che ritengono la sicurezza sul lavoro un lusso di cui fare a meno. D'altronde, cosa ne sanno del lavoro? Oggi che anche l'innovazione, come i beni materiali e immateriali, ha una natura sociale e collettiva, la violenza e l'espropriazione della classe imprenditoriale si smaschera per quello che è: appropriazione indebita del lavoro altrui, puro e semplice dominio sulla vita e i tempi delle persone. Un dominio così radicale e sfacciato da posporre anche pubblicamente la vita (e la morte) di quegli operai a concetti come 'investimenti' o 'tessuto industriale'. Ma aspettiamo un attimo, non è questo il luogo e il momento di motivare una critica dell'industrialismo.
La cosa gravissima è che la Marcegaglia rimuove con le sue parole due ineludibili verità: che alla Thyssen-Krupp sono morti degli operai per responsabilità di quelli che possiamo ricominciare a chiamare con il loro nome: manager industriali, direttori d'orchestra della produzione (e della speculazione) oltre che dell'efficienza del sistema capitalistico della grande impresa. Sì, perché di questo stiamo parlando, non certo della microimpresa. Questa è la seconda menzogna: non è certo la condanna di un amministratore delegato di un'azienda di migliaia di dipendenti in tutta Europa che mette a repentaglio la nostra industria, perché il nostro paese campa di piccola e piccolissima imprenditoria, del popolo delle partite Iva. E poi, soprattutto, di lavoro dipendente, di precarietà, di disoccupazione.
Senza soffermarci sulle posizioni politiche prese o non prese (vedi Pd) su quanto accaduto, è urgente mettere a registro una lettura della situazione che non anteponga il profitto e la produzione di capitale alla vita ed ai diritti delle persone. Dobbiamo prendere atto che parole come quelle della Marcegaglia passano quasi inosservate, lineari, coerenti con quanto già detto in passato da ministri della nostra Repubblica; dobbiamo decifrarne il linguaggio, coglierne i passaggi salienti, metterne in luce le patologie; dobbiamo imparare a conoscerne i gesti, dobbiamo inventarne di nuovi. Soprattutto, dobbiamo lavorare per la ri-appropriazione del nostro lavoro e della nostra vita.

È necessario alzarci in piedi e contestare quanto detto, ben oltre l'indignazione del vecchio Hessel, organizzando forme di rEsistenza che siano in grado di ricomporre socialmente e politicamente quel mondo della precarietà che subisce oltre alla violenza simbolica delle frasi (e che provi vergogna chi non si è schifato dinnanzi alle parole della Marcegaglia!!!) la costante oppressione dello sfruttamento legalizzato.
Dobbiamo farlo. Né domani né tra poco: ora!

Stefano Casulli