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25.3.12

Harvey Milk, uno studente militante, che non rimane a guardare!

RIPORTIAMO DI SEGUITO LA LETTERA CHE UN COLLETTIVO DI STUDENTI DEL LICEO SCIENTIFICO E LINGUISTICO G.LEOPARDI DI RECANATI HA SCRITTO PER PORTARE ALLA LUCE LA GRAVITA' DI FATTI SUCCESSI NELLA LORO SCUOLA: MINACCE, VIOLENZA VERBALE, NON RISPETTO DEL DIRITTO DI AUTORGANIZZAZIONE E AUTOGESTIONE DEGLI STUDENTI, NON GARANZIA DELLA LIBERTA' DI ESPRESSIONE.
SOSTENENDO LA CAUSA DI QUEGLI STUDENTI, CONVINTI CHE POSSA APRIRSI IN QUELLA SCUOLA UNA MOBILITAZIONE CHE RESTITUISCA AI LEGITTIMI PROPRIETARI I DIRITTI VIOLATI, INVITIAMO A PUBBLICARE, CONDIVIDERE SUI NETWORKS, SOTTOSCRIVERE QUESTA LETTERA CHE PRENDE LA FORMA DI APPELLO.
POTETE FARLO INVIANDO UNA MAIL ANCHE A NOI: lgsmacerata@gmail.com. RIPORTEREMO LE FIRME DI TUTT@ COLORO CHE SONO PRONTI A METTERCI LA FACCIA PER UNA CAUSA GIUSTA. PER GLI STUDENTI DI QUEL LICEO COME PER TUTT@: DEMOCRAZIA E DIRITTI!!!

"Le assemblee studentesche nella scuola secondaria superiore costituiscono occasione di partecipazione democratica per l'approfondimento dei problemi della scuola e della società in funzione della formazione culturale e civile degli studenti."(Decreto legislativo 297/94)Partecipazione democratica? Formazione? Parole troppe volte sentite ma mai messe in atto, nel liceo Giacomo Leopardi di Recanati.Sono uno studente indignato che, per paura di eventuali ritorsioni, si firmerà con lo pseudonimo di Harvey Milk. Mi chiedo come possano parole come democrazia e diritto d'assemblea sparire dal vocabolario della nostra scuola, il Luogo dove, l'amore per la civiltà e la cultura dovrebbe essere d'obbligo.Sono indignato perchè, nel mio liceo, non possiamo trattare liberamente argomenti a noi affini che ci coinvolgano e che ci permettano di crescere e maturare una nostra cultura critica.

Poco più di un mese fa, riunendo i rappresentanti di classe e quelli d'istituto (ovvero il comitato studentesco), abbiamo decretato, nell'autonomia che dovrebbe esserci permessa attraverso il comitato, che la prossima assemblea d'istituto avrebbe trattato il tema dell'omofobia, e avremmo visto il film "Milk" (la storia di un militante omosessuale statunitense, ucciso nel 1978; ecco perchè ho scelto questo pseudonimo). Ma,la nostra scelta democratica è stata soverchiata da una presa di posizione "nonnista" che ha calpestato completamente, o quasi, i nostri diritti di studenti: la professoressa incaricata di mediare i rapporti tra gli studenti e la preside ( è, questa, una carica legittima che preserva la nostra libertà di assemblea, o la soffoca semplicemente?), hanno deciso che quest'assemblea non si poteva fare. I motivi? Per la preside questa tematica risulterebbe troppo pesante agli studenti più piccoli, potrebbero rimanere scioccati da un film del genere; saremmo caduti nel banale, per loro; avremmo ridicolizzato un argomento tanto forte, per loro; ma noi abbiamo il diritto di scegliere democraticamente e autonomamente, per legge.

Ora, vorrei chiedere alla Signora Preside: siamo davvero sicuri che i motivi siano questi? Perchè, Signora Preside, non si può parlare di omofobia? Meglio censurare che informare, forse, per la nostra dirigente?Crede davvero che parlare di omofobia, ai giorni d'oggi, sia un argomento troppo forte per gli studenti più giovani di questa scuola? Io penso che questa risposta sia vaga, insoddisfacente e irrispettosa nei confronti della nostra intelligenza.

Nei giorni seguenti passa per le classi una circolare relativa all’assemblea: il tema e i giorni, imposti dalla dirigente, non rispecchiano il volere dei rappresentanti. Il comitato, nuovamente, si riunisce decidendo di contestare apertamente e pubblicamente, durante la sudetta assemblea, la decisione presa "dall'alto".Anche il nostro spirito di iniziativa volto ad opporci legittimamente a questa decisione inammissibile, è stato represso dai "piani alti" che, venuti a conoscenza delle nostre idee a riguardo, bloccando sul nascere qualsivoglia protesta,minacciano di prendere fantomatici provvedimenti disciplinari mirati.L'assemblea viene, di fatto, organizzata e gestita dal dirigente, nei giorni fissati, o, per meglio dire, imposti, in un clima di timore a paura che impedisce agli studenti la contestazione. Mi sorge un'altra domanda: chi rappresenta noi studenti? La Signora Preside, o i Rappresentanti d'istituto che abbiamo votato a inizio anno?

La tensione è tanta nella scuola, e, il giorno dopo, i muri sono tappezzati di volantini contro l'omofobia, espressione di un comune pensiero di protesta contro questa dirigenza scolastica che rasenta il totalitarismo più goffo e becero.Non ci spieghiamo cosa ci sia di sbagliato nel sensibilizzare ragazzi, giovani e giovanissimi, su una problematica così vicina a noi.Ma forse la questione prima è un' altra: possiamo, davvero, continuare a sopportare questo clima di intimidazione e repressione senza fiatare? Non dovrebbe il rapporto studenti- insegnanti essere di collaborazione e crescita? Dunque, perchè ci viene negato il diritto più elementare, quello di riunirci e parlare di ciò che a noi è caro, senza dover dover subire intimidazioni, per una semplice e sana contestazione? E' questa la Democrazia, la Libertà? 

Io pretendo di poter discutere, insieme ai miei compagni, di ciò che meglio ritengo opportuno, senza intermediazioni, senza filtri e senza censure, perchè tutto questo è un nostro diritto. Scegliere in autonomia i nostri rappresentanti e scegliere cosa siano e di cosa parlano le nostre assemblee è una questione che semplicemente non dovrebbe riguardare gli organi di dirigenza scolastica.Pretendo una scuola pubblica, dove poter esprimere le mie idee, sentirmi rappresentato da miei coetanei, e trovare spazi per l'autogestione e la crescita. Perchè la Scuola (quella con la s maiuscola) non è fatta solo di banchi e cattedre. Fare opposizione e intervenire come è stato fatto è oltre che una grave mancanza di rispetto e fiducia nei nostri confronti,è anche un negare tutto quello che i libri di storia ci hanno insegnato sul concetto di democrazia.

Vorrei che il lettore, soprattutto se studente, si soffermi sulla riflessione che propongo e denunci episodi analoghi, ove abbiano avuto luogo, perchè solo attraverso la denuncia potremo dar fine a questo scempio.Invito tutti a indignarsi insieme a me, perchè questo fatto non passi inosservato, come tanti altri.

Harvey Milk, uno studente militante, che non rimane a guardare

12.3.12

No Tav e grandi opere: iniziativa a Grottammare.

Ci troviamo in una fase di estrema difficoltà nell'iniziativa politica, perché alle tante vertenze e buone pratiche che mettiamo in campo (nelle scuole, all'Università, a sostegno del Manifesto, nella collaborazione con le vive realtà del territorio) si contrappone una difficoltà enorme nell'articolare un discorso fortemente alternativo ad un Governo, come quello di Monti, assolutamente illegittimo, non democratico, rappresentativo dei poteri economici e finanziari che hanno determinato la crisi che ognuno di noi vive sulla propria pelle.
L'iniziativa qui proposta rappresenta un momento di nuova composizione (come le sigle che la promuovono dimostra) delle vertenze e soggettività critiche: il risalto dato alla mobilitazione NO Tav in queste settimane può essere individuato come elemento generalizzato di critica ad un sistema economico e politico che si fonda sull'ingiustizia sociale, lo stato d'eccezione permanente, la sospensione delle regole democratiche e informative?
Ringraziando Democrazia Km 0 (Olimpia e Mary su tutt@) per il coinvolgimento, invitiamo coloro che ci seguono ed hanno incrociato il nostro percorso negli ultimi mesi a partecipare all'incontro di Grottammare, una tappa fondamentale nella tessitura di quella rete dei beni comuni che magmaticamente viene a produrre (simmetricamente a quanto detto prima) una società equa, democratica, propriamente fondata sul comune.


No Tav e grandi Opere

SABATO 17 MARZO

ore 17:30 presso la Sala Kursaal, Grottammare (AP), 

DemocraziaKmZero,  Luoghi Comuni, Forum AcquaBeneComune, 
Beni Comuni Monteprandone, LGS Macerata

 organizzano un incontro con

Ivan Cicconi (ingegnere esperto di infrastrutture ed appalti pubblici)
Claudio Giorno (valsusino aderente al movimento No Tav)
Sandra Amurri (giornalista de Il Fatto Quotidiano)

per discutere di grandi opere, democrazia ed informazione alla luce di quanto sta avvenenendo in Val di Susa.

2.3.12

Appello: ripensare il TAV

Appello per un ripensamento del progetto di nuova linea ferroviaria Torino–Lione 
al Presidente del Consiglio Mario Monti 
Gennaio 2012

   
Al Presidente del Consiglio dei Ministri 
On. Prof. Mario Monti
Palazzo Chigi
ROMA

gennaio 2012
Oggetto: Appello per un ripensamento del progetto di nuova linea ferroviaria Torino – Lione, Progetto Prioritario TEN-T N° 6, sulla base di evidenze economiche, ambientali e sociali.


Onorevole Presidente,
ci rivolgiamo a Lei e al Governo da Lei presieduto, nella convinzione di trovare un ascolto attento e privo di pregiudizi a quanto intendiamo esporLe sulla base della nostra esperienza e competenza professionale ed accademica. Il problema della nuova linea ferroviaria ad alta velocità/alta capacità Torino-Lione rappresenta per noi, ricercatori, docenti e professionisti, una questione di metodo e di merito sulla quale non è più possibile soprassedere, nell’interesse del Paese. Ciò è tanto più vero nella presente difficile congiuntura economica che il suo Governo è chiamato ad affrontare.

Sentiamo come nostro dovere riaffermare - e nel seguito di questa lettera, argomentare - che il progetto1 della nuova linea ferroviaria Torino-Lione, inspiegabilmente definito “strategico”, non si giustifica dal punto di vista della domanda di trasporto merci e passeggeri, non presenta prospettive di convenienza economica né per il territorio attraversato né per i territori limitrofi né per il Paese, non garantisce in alcun modo il ritorno alle casse pubbliche degli ingenti capitali investiti (anche per la mancanza di un qualsivoglia piano finanziario), è passibile di generare ingenti danni ambientali diretti e indiretti, e infine è tale da generare un notevole impatto sociale sulle aree attraversate, sia per la prevista durata dei lavori, sia per il pesante stravolgimento della vita delle comunità locali e dei territori coinvolti.

Diminuita domanda di trasporto merci e passeggeri
Nel decennio tra il 2000 e il 2009, prima della crisi, il traffico complessivo di merci dei tunnel autostradali del Fréjus e del Monte Bianco è crollato del 31%. Nel 2009 ha raggiunto il valore di 18 milioni di tonnellate di merci trasportate, come 22 anni prima. Nello stesso periodo si è dimezzato anche il traffico merci sulla ferrovia del Fréjus, anziché raddoppiare come ipotizzato nel 2000 nella Dichiarazione di Modane sottoscritta dai Governi italiano e francese. La nuova linea ferroviaria Torino-Lione, tra l’altro, non sarebbe nemmeno ad Alta Velocità per passeggeri perché, essendo quasi interamente in galleria, la velocità massima di esercizio sarà di 220 km/h, con tratti a 160 e 120 km/h, come risulta dalla VIA presentata dalle Ferrovie Italiane. Per effetto del transito di treni passeggeri e merci, l’effettiva capacità della nuova linea ferroviaria Torino-Lione sarebbe praticamente identica a quella della linea storica, attualmente sottoutilizzata nonostante il suo ammodernamento terminato un anno fa e per il quale sono stati investiti da Italia e Francia circa 400 milioni di euro.

Assenza di vantaggi economici per il Paese
Per quanto attiene gli aspetti finanziari, ci sembra particolarmente importante sottolineare l’assenza di un effettivo ritorno del capitale investito. In particolare:

1. Non sono noti piani finanziari di sorta
Sono emerse recentemente ipotesi di una realizzazione del progetto per fasi, che richiedono nuove analisi tecniche, economiche e progettuali. Inoltre l’assenza di un piano finanziario dell’opera, in un periodo di estrema scarsità di risorse pubbliche, rende ancora più incerto il quadro decisionale in cui si colloca, con gravi rischi di “stop and go”.

2. Il ritorno finanziario appare trascurabile, anche con scenari molto ottimistici.
Le analisi finanziarie preliminari sembrano coerenti con gli elevati costi e il modesto traffico, cioè il grado di copertura delle spese in conto capitale è probabilmente vicino a zero. Il risultato dell’analisi costi-benefici effettuata dai promotori, e molto contestata, colloca comunque l’opera tra i progetti marginali.

3. Ci sono opere con ritorni certamente più elevati: occorre valutare le priorità
Risolvere i fenomeni di congestione estrema del traffico nelle aree metropolitane così come riabilitare e conservare il sistema ferroviario "storico" sono alternative da affrontare con urgenza, ricche di potenzialità innovativa, economicamente, ambientalmente e socialmente redditizie.

4. Il ruolo anticiclico di questo tipo di progetti sembra trascurabile.
Le grandi opere civili presentano un’elevatissima intensità di capitale, e tempi di realizzazione molto lunghi. Altre forme di spesa pubblica presenterebbero moltiplicatori molto più significativi.

5. Ci sono legittimi dubbi funzionali, e quindi economici, sul concetto di corridoio.
I corridoi europei sono tracciati semi-rettilinei, con forti significati simbolici, ma privi di supporti funzionali. Lungo tali corridoi vi possono essere tratte congestionate alternate a tratte con modesti traffici. Prevedere una continuità di investimenti per ragioni geometriche può dar luogo ad un uso molto inefficiente di risorse pubbliche, oggi drammaticamente scarse.

Bilancio energetico-ambientale nettamente negativo.

Esiste una vasta letteratura scientifica nazionale e internazionale, da cui si desume chiaramente che i costi energetici e il relativo contributo all’effetto serra da parte dell’alta velocità sono enormemente acuiti dal consumo per la costruzione e l’operatività delle infrastrutture (binari, viadotti, gallerie) nonché dai più elevati consumi elettrici per l’operatività dei treni, non adeguatamente compensati da flussi di traffico sottratti ad altre modalità. Non è pertanto in alcun modo ipotizzabile un minor contributo all’effetto serra, neanche rispetto al traffico autostradale di merci e passeggeri. Le affermazioni in tal senso sono basate sui soli consumi operativi (trascurando le infrastrutture) e su assunzioni di traffico crescente (prive di fondamento, a parte alcune tratte e orari di particolare importanza).



Risorse sottratte al benessere del Paese

Molto spesso in passato è stato sostenuto che alcuni grandi progetti tecnologici erano altamente remunerativi e assolutamente sicuri; la realtà ha purtroppo dimostrato il contrario. Gli investimenti per grandi opere non giustificate da una effettiva domanda, lungi dal creare occupazione e crescita, sottraggono capitali e risorse all’innovazione tecnologica, alla competitività delle piccole e medie imprese che sostengono il tessuto economico nazionale, alla creazione di nuove opportunità lavorative e alla diminuzione del carico fiscale. La nuova linea ferroviaria Torino-Lione, con un costo totale del tunnel transfrontaliero di base e tratte nazionali, previsto intorno ai 20 miliardi di euro (e una prevedibile lievitazione fino a 30 miliardi e forse anche di più, per l’inevitabile adeguamento dei prezzi già avvenuto negli altri tratti di Alta Velocità realizzati), penalizzerebbe l’economia italiana con un contributo al debito pubblico dello stesso ordine all’entità della stessa manovra economica che il Suo Governo ha messo in atto per fronteggiare la grave crisi economica e finanziaria che il Paese attraversa. è legittimo domandarsi come e a quali condizioni potranno essere reperite le ingenti risorse necessarie a questa faraonica opera, e quale sarà il ruolo del capitale pubblico. Alcune stime fanno pensare che grandi opere come TAV e ponte sullo stretto di Messina in realtà nascondano ingenti rischi per il rapporto debito/PIL del nostro Paese, costituendo sacche di debito nascosto, la cui copertura viene attribuita a capitale privato, di fatto garantito dall’intervento pubblico.


Sostenibilità e democrazia

La sostenibilità dell’economia e della vita sociale non si limita unicamente al patrimonio naturale che diamo in eredità alle generazioni future, ma coinvolge anche le conquiste economiche e le istituzioni sociali, l’espressione democratica della volontà dei cittadini e la risoluzione pacifica dei conflitti. In questo senso, l’applicazione di misure di sorveglianza di tipo militare dei cantieri della nuova linea ferroviaria Torino-Lione ci sembra un’anomalia che Le chiediamo vivamente di rimuovere al più presto, anche per dimostrare all’Unione Europea la capacità dell’Italia di instaurare un vero dialogo con i cittadini, basato su valutazioni trasparenti e documentabili, così come previsto dalla Convenzione di Århus2.

Per queste ragioni, Le chiediamo rispettosamente di rimettere in discussione in modo trasparente ed oggettivo le necessità dell’opera.
Non ci sembra privo di fondamento affermare che l’attuale congiuntura economica e finanziaria giustifichi ampiamente un eventuale ripensamento e consentirebbe al Paese di uscire con dignità da un progetto inutile, costoso e non privo di importanti conseguenze ambientali, anche per evitare di iniziare a realizzare un’opera che potrebbe essere completata solo assorbendo ingenti risorse da altri settori prioritari per la vita del Paese.

Con viva cordialità e rispettosa attesa,

Sergio Ulgiati, Università Parthenope, Napoli
Ivan Cicconi, Esperto di infrastrutture e appalti pubblici
Luca Mercalli, Società Meteorologica Italiana
Marco Ponti, Politecnico di Milano

Riferimenti bibliografici: cfr. http://www.lalica.net/Appello_a_Monti

1 L'accordo del 2001 tra Italia e Francia, ratificato con Legge 27 settembre 2002, n. 228, prevede all'art. 1 che "I Governi italiano e francese si impegnano (…) a costruire (…) le opere (…) necessarie alla realizzazione di un nuovo collegamento ferroviario merci-viaggiatori tra Torino e Lione la cui entrata in servizio dovrebbe avere luogo alla data di saturazione delle opere esistenti." Non ostante la prudenza contenuta in questo articolo, i Governi italiani succedutisi hanno fatto a gara per dimostrare che la data di saturazione della linea storica era dietro l'angolo. I fatti hanno dimostrato il contrario, ma – inspiegabilmente - non vi sono segnali di ripensamento da parte dei decisori politici.

2 http://www.unece.org/fileadmin/DAM/env/pp/documents/cep43ital.pdf


PER SOTTOSCRIVERE L'APPELLO: 
http://www.notav.eu/modules.php?name=ePetitions&op=more_info&ePetitionId=3

17.2.12

Una nuova democrazia a Roma

Riportiamo il documento (tratto da www.democraziakmzero.org) elaborato da una moltitudine di realtà romane, con il quale si fa sintesi di quanto portato avanti sinora nelle nostre lotte locali e nazionali, cercando di dare uno spessore politico alle rivendicazioni dei movimenti, attorno al nodo della riappropriazione collettiva dei beni, del governo del territorio, della ricchezza comune, verso uno sviluppo collettivo e partecipato.

L’ANNUNCIO DI UN INCONTRO A ROMA per “costruire la democrazia dei beni comuni” e la bozza di un “Manifesto politico della città di Roma”.

Costruiamo la Democrazia dei beni Comuni a Roma. Rilanciamo la città pubblica contro le privatizzazioni, le dismissioni, i tagli al welfare. Mercoledì 29 febbraio ore 17.30 all’ex Cinema Palazzo – San Lorenzo.

Roma si trova sotto attacco delle speculazioni finanziarie e immobiliari, delle privatizzazioni, dei tagli ai servizi e al welfare. Un strategia che si svolge su più fronti.

I programmi di austerità e di tagli portati avanti dal governo Berlusconi e proseguiti da Monti, sotto il diktat delle burocrazie europee, hanno ridotto le risorse disponibili nelle casse comunali, già oberate da un forte indebitamento e strozzate dall’imposizione del Patto di stabilità. Sulla città di Roma incombe il ricatto della dismissione e della privatizzazione forzata dei servizi pubblici locali, in spregio dei 27 milioni di “sì” ai referendum di giugno che hanno rotto l’egemonia liberista affermando la difesa dei beni comuni. I primi effetti sono sotto gli occhi di tutti: riduzione della qualità e del peso dei servizi collettivi, aumento delle tariffe, ulteriore precarizzazione delle condizioni di lavoro, azzeramento delle politiche culturali.

Altro che federalismo! Roma e le altre città sono annichilite dalle politiche centraliste di un governo nazionale che scarica sulla dimensione locale la propria incapacità.

La destra al governo della città e della Regione propone un modello di sviluppo fondato sulla rendita, le privatizzazioni e la subalternità totale ai poteri forti, come dimostrano il Piano Casa, i progetti di cementificazione di Alemanno (milioni di metri cubi di cemento oltre a quelli già previsti dal Piano regolatore) e il Piano rifiuti della Regione Lazio. Inoltre, assistiamo alla svendita di un immenso patrimonio pubblico ( i depositi Atac, gli immobili militari, gli immobili trasferiti con il federalismo demaniale) che invece potrebbe essere destinato a servizi e abitazioni a canone sociale. Stessa musica nell’ambito culturale, dove assistiamo a tagli drastici delle già poche risorse disponibili e un attacco frontale alle esperienze che nei territori producono socialità, cultura e riqualificazione urbana. Mentre in Europa e nel mondo vanno in crisi le ricette liberiste, la destra di Alemanno gioca la carta dell’aggressione ai beni comuni e della finanziarizzazione della città, riducendo ai minimi termini il ruolo e le funzioni del consiglio comunale e degli organi rappresentativi.

Occorre invertire la rotta. La città deve cessare di essere concepita come una preda dagli speculatori, come salvadanaio dal governo nazionale o come proprietà privata dalle classe politica.

Intendiamo cogliere lo spirito emerso nel “Forum dei Comuni per i beni comuni” che si è tenuto a Napoli il 28 gennaio per aprire una nuova stagione nella città di Roma. Proponiamo di costruire uno spazio politico di movimento che punti a realizzare un nuovo modello di città fondato sui beni comuni, il federalismo possibile, l’autogoverno dei cittadini. Uno spazio autonomo dai partiti, ma non autoreferenziale, che sappia produrre proposte per la città e imporle nel dibattito pubblico.

Per farlo pensiamo di partire dalle tante vertenze e dalle mobilitazioni per i beni comuni e i diritti sociali che attraversano Roma. Vogliamo aprire una discussione pubblica e un percorso dal basso che sia in grado di disegnare un’altra via d’uscita dalla crisi e un’altra idea di città.

Primi promotori: Action-diritti in movimento, Esc-atelier autogestito, Point Break, Horus Project, Lab Puzzle, Strike, Angelo Mai.



Dalla partecipazione all’autogoverno

Bozza per un Manifesto politico della città di Roma

Punto 1. 
OLTRE LA RETORICA DELLA PARTECIPAZIONE

All’inizio degli anni duemila, sulla scorta del laboratorio di Porto Alegre in Brasile, si erano avviate esperienze di partecipazione all’interno degli enti locali di molti paesi del mondo. Sotto il nome di “nuovo municipalismo”, si era fatta strada l’idea che “processi partecipativi” che coinvolgessero attivamente la cittadinanza, potessero riformare “dal basso” le logore istituzioni locali.

Oggi dobbiamo constatare che quel progetto di riforma ha subito una battuta d’arresto. Bisogna infatti vedere nella crisi economico-finanziaria che si è avviata nella seconda metà del 2007, le radici di una più profonda CRISI DEMOCRATICA che riguarda da vicino le stesse istituzioni politiche e che rende la parola d’ordine della “partecipazione”, insufficiente a rispondere alla domanda di nuova democrazia.

Nella fase attuale, infatti, assistiamo ad un profondo processo di espropriazione della decisione politica da parte delle istituzioni economiche-finanziarie a danno dei cittadini. Il criterio di legittimazione delle decisioni in materia politica ed economica smette di essere interno al rapporto tra governati e governanti, spostandosi fuori dei tradizionali canali della rappresentanza. Che sia il comportamento dei mercati, le valutazioni delle agenzie di rating o le decisioni della Banca Centrale Europea, il cosa decidere, come e quando, non è più appannaggio dei cittadini, neanche attraverso gli strumenti di delega tipici delle democrazie liberali.

Chi governa esegue decisioni prese altrove, chi è governato non può far altro che subire un processo sul quale non ha più alcuna capacità di controllo. La crisi del debiti sovrani in Europa ha ancor di più accelerato e radicalizzato questo processo di espropriazione della decisione, proiettandolo su tutti i livelli amministrativi. Il dominio incontrastato del potere esecutivo dei governi su quello legislativo delle assemblee elettive, così come la fiducia incondizionata accordata ai tecnici e agli esperti, ne sono una conferma lampante.

In questo quadro, limitarsi ad inserire degli scampoli di partecipazione all’interno dei canali della rappresentanza, già sostanzialmente svuotati dalle loro prerogative, è quantomeno debole e rischia di non essere all’altezza della sfida che abbiamo di fronte.

Punto 2.
 IL DECENTRAMENTO AUTORITARIO: PER UNA CRITICA AL FEDERALISMO ESISTENTE

Le nuove disposizioni in tema di federalismo non smentiscono, anzi confermano, il quadro che stiamo descrivendo. Il problema sta, per così dire, a monte. L’utilizzo della stessa parola federalismo – aggettivata nei modi più disparati: amministrativo, regionale, fiscale, demaniale – rischia di trarre in inganno. Ciò che va sotto il nome di federalismo è in realtà una forma di mero decentramento di alcuni poteri e competenze che in precedenza erano monopolio dello Stato centrale. La stessa riforma del Titolo V della Carta costituzionale è stata informata da questa concezione: abbiamo assistito, infatti, non ad un ripensamento dei rapporti tra i poteri e le istituzioni in senso propriamente federativo, ma ad una semplice ridefinizione degli ambiti di competenza spettanti a Stato, Regioni e agli altri Enti locali. Si è dunque rimasti all’interno della stessa logica centralistica dello Stato moderno. Il processo devolutivo dei poteri e delle competenze ha riprodotto così la stessa topologia dello Stato unitario e accentrato: dall’alto verso il basso, si è detto, oppure dal centro alla periferia.

Lo stesso atteggiamento si è riscontrato, anche a sinistra, all’interno del dibattito su quella che, fino a poco tempo fa, veniva definita come “l’Europa politica”. La costruzione graduale dello spazio politico europeo, in senso federalista, è stata concepita come la proiezione, su scala territoriale più ampia, della statualità: l’Europa sarà finalmente politica – veniva detto da più parti – solo quando assumerà le fattezze di un Super-stato. Oggi, di fronte al rischio reale di una rottura dello stesso spazio economico e monetario europeo, i limiti di questo modo di vedere le cose sono sotto gli occhi di tutti e chi fino a poco tempo fa invocava l’Europa come nuovo Stato prova un certo imbarazzo e senso di smarrimento.

Infine, lo stesso discorso è stato fatto anche per un’altra parola andata molto di moda negli ultimi anni: la sussidiarietà. Questa è stata intesa come un principio residuale, utile a colmare gli spazi che il potere statale lasciava vuoti o scoperti, favorendo così non processi di autonomia a livello locale, ma di privatizzazione.

Con l’approfondirsi della crisi i limiti di questa prospettiva sono venuti allo scoperto. Da una parte il federalismo esistente appare oggi come uno strumento per scaricare verso il basso il peso delle misure di austerity e i processi di privatizzazione e svendita del patrimonio pubblico. Basti vedere gli effetti del cosiddetto “federalismo demaniale”, oppure le norme relative alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, per non parlare dell’effetto a cascata dei tagli alla spesa pubblica che finiranno per strangolare gli Enti Locali costringendoli alla riduzione e al congelamento dei servizi. Dall’altra parte il federalismo esistente, nonostante le apparenze, finirà per concentrare potere invece che diffonderlo. Emblematica è in tal senso la logica che informa la riforma di ROMA CAPITALE per accorgersene: qui il decentramento va di pari passo con la riduzione dei margini di rappresentanza nell’assemblea capitolina e con lo svuotamento più totale del ruolo dei municipi, ridotti ad essere organi meramente consultivi e senza budget.

Punto 3.
 DIFFONDERE IL POTERE: PER UN FEDERALISMO POSSIBILE

Contro l’inganno del federalismo esistente, occorre riaprire la riflessione e la pratica di un federalismo possibile. Non si tratta di una questione tecnica o di modellistica istituzionale, come si suole dire quando si parla di queste tematiche. Si tratta di riaffermare il federalismo come differente modo di concepire le relazioni, i processi decisionali e la strutturazione del potere politico. Si tratta, detto in altri termini, di ripensare radicalmente il rapporto tra l’uno e i molti, andando definitivamente oltre gli angusti confini della sovranità statale.

Abbiamo già parlato dei limiti e degli errori di prospettiva di chi ha pensato l’Europa federale alla maniera di un Super-stato. Occorre oggi, allo stesso tempo, ripensare radicalmente anche un’altra ipotesi che in questi anni ha circolato con forza, tra gli europeisti più convinti, il federalismo multilevel. Il multilevel, di fronte alla crisi della governance europea, va ridefinito a partire dai movimenti sociali e dalle istanze di autogoverno territoriale. Le città e le metropoli devono oggi ambire a scavalcare o aggirare lo Stato nazione. Solo in questo modo uno spazio europeo potrà essere preservato, valorizzato o esteso “dal basso”. Le città, le metropoli, i comuni devono ambire a collegarsi tra di loro, concependosi come nodi di una fitta RETE DI AUTOGOVERNO. Devono dare vita a federazioni, alleanze, leghe (di cui l’Europa era ricca agli inizi della modernità) che rompano i filtri imposti dagli Stati nazione ed aprano canali di contrattazione diretta con le istituzioni dell’Unione Europea.

Per realizzare questo obiettivo occorre ripensare alla radice la logica top\down tipica della modernità. Sono le città e i livelli locali di governo che semmai devono delegare ad istanze di governo condiviso alcune delle loro prerogative e competenze, non viceversa.
 Con ciò non intendiamo in alcun modo promuovere istanze localiste. Il localismo, al pari dello Stato, concepisce il territorio come uno spazio chiuso, segnato dalla naturalità dei suoi confini. Esso rappresenta l’altra faccia di una stessa medaglia. Il territorio, al contrario, va inteso come uno spazio dinamico, aperto, cangiante, all’interno del quale vanno fatte proliferare molteplici istante di autogoverno. Il territorio viene continuamente ridisegnato dalla società che lo attraversa. Lo stesso concetto di cittadinanza va pensato a questo livello.
Noi pensiamo quindi che sia arrivato il momento di OCCUPARE nuovi spazi politici in grado di negoziare, dal basso, le pratiche di governo. FEDERARE LE ESPERIENZE DI AUTORGANIZZAZIONE DEL TERRITORIO, trasformarle in COSTITUENTI SOCIALI capaci di progettualità e di lotta. Gli stessi amministratori locali dovrebbero utilizzare il loro ruolo di rappresentanti per dare spazio e capacità contrattuale a queste esperienze.

Per fare in modo che il dentro e il fuori dell’istituzione diventi un punto di contraddizione e di sedimentazione che duri nel tempo e che si diffonda nello spazio. Ben oltre la partecipazione, occorre essere coscienti che il problema oggi è diventato quello della RIFONDAZIONE DELLO SPAZIO PUBBLICO.

Punto 4.
 DEBITO PUBBLICO E AUSTERITÀ: IL SACCHEGGIO DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI

Dietro i programmi di austerità e di taglio alle spese sociali, è nascosto un inganno: quello di far credere che l’attuale crisi sia causata dall’ingrossamento dei debiti pubblici degli Stati, a loro volta gravati da un eccesso di spesa sociale. E’ vero il contrario: è lo smantellamento dei servizi sociali e la riduzione dei salari ad aver lasciato campo libero all’indebitamento privato delle famiglie, a un modello di sviluppo fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla rendita e sul profitto di breve periodo. Gli Stati, soccorrendo le banche private senza alcuna contropartita, hanno portato i propri bilanci al collasso. Non solo: la progressiva e incondizionata abdicazione del pubblico al ruolo di pianificatore ha spianato la strada alle strategie di conquista delle élite economiche e finanziarie che, prescrivendo la cannibalizzazione dei diritti, lo sfaldamento del welfare e il saccheggio delle risorse naturali e comuni, hanno sistematicamente preso in ostaggio le scelte politiche. Oggi si ritiene che la causa della malattia (la precarizzazione del lavoro, i taglio ai servizi sociali, il contenimento dei salari, l’aumento delle diseguaglianze e delle devastazioni ambientali) sia la medicina da somministrare al malato. C’è da escludere che ne uscirà vivo. Soprattutto il Pubblico Statale ha smesso da tempo di essere quello che pensiamo: in questa situazione paradossale lo Stato è diventato il garante degli interessi privati e i cittadini i prestatori di ultima istanza di chi li sta saccheggiando.

A completare questo rovesciamento della realtà, per il quale le vittime devono sentirsi in debito con i loro persecutori, ci pensano i programmi di austerità che stanno precipitando sui nostri territori: i piani di risanamento della spesa pubblica altro non sono che una pistola puntata alla tempia degli Enti Locali. Indebitati a causa degli stessi meccanismi perversi che mettono in ginocchio i bilanci dello Stato, svendono gli ultimi pezzi di territorio e di patrimonio, privatizzano servizi pubblici, falcidiano i servizi sociali e ogni brandello di welfare rimasto nelle loro mani. Eppure bisogna dire che lo spaventoso debito accumulato da Roma Capitale è l’altra faccia dell’arricchimento degli speculatori e dell’impoverimento dei romani. Invece di fermare questo circolo vizioso, ci si impegna per alimentarlo: sulla città di Roma ricadrà il ricatto della dismissione e della privatizzazione forzata dei servizi pubblici locali, con la conseguenza, del tutto scontata, di una riduzione della qualità e del peso dei servizi collettivi, di un aumento delle tariffe e di una spinta ulteriore alla precarizzazione del lavoro. In nome di una presunta efficienza (tutta da dimostrare), i romani pagheranno la totale inefficacia di questo modello. Le privatizzazioni “a orologeria”, d’altronde, si pongono obiettivi di mera sopravvivenza economica (oltretutto con risultati catastrofici per le casse comunali), senza contemplarne l’efficacia per la collettività in termini di miglioramento della qualità della vita.

Punto 5.
 NUOVI PRINCIPI PER I SERVIZI COLLETTIVI: VERSO UNA DEMOCRAZIA DEI BENI COMUNI

Occorre ripartire da un AUDIT COLLETTIVO DEL DEBITO DI ROMA CAPITALE. Riprendere in mano il bilancio comunale, attraverso un processo pubblico che smascheri il debito illegittimo creato a danno dei residenti. Una commissione permanente di cittadini che si occupi di “vivisezionare” il debito pregresso per capire come si è formato, chi ne ha beneficiato e chi lo detiene; per prospettare trattamenti diversi alle diverse categorie di prestatori. In secondo luogo, la commissione deve, oltre che rifiutare la dittatura del pareggio di bilancio e del patto di stabilità, assumersi il compito di reinterpretare l’idea di “sviluppo” della città, introducendo una NUOVA FILOSOFIA fondata su tre principi.

Il primo dice che i parametri che misurano la crescita economica (Pil) hanno perso ogni credibilità nel fotografare lo stato di salute di una comunità. L’innalzamento del livello dell’istruzione e della salute, la qualità della democrazia, l’impronta ambientale dei sistemi produttivi, la consistenza delle reti sociali, la riduzione del livello delle disuguaglianze, la conciliazione tra vita e lavoro: questi ed altri parametri devono essere assunti a pieno titolo quali indicatori dello sviluppo della città. Allo stesso modo il criterio per valutare l’efficienza dei servizi collettivi non può essere unicamente quello della riduzione dei costi e l’aumento dei margini di profitto, ma quello che misura l’allargamento della cittadinanza sociale, l’uguaglianza nell’accesso e la vivibilità della città.

Il secondo principio dice che il finanziamento dei servizi collettivi non può figurare come una spesa, un aggravio da ridurre e razionalizzare: questo pensiero dominante è solo un mezzo per stritolarli e renderli disponibili al saccheggio dei privati. I servizi non di mercato così come i beni che appartengono a tutti, sono la condizione per lo sviluppo di un’economia fondata sulle relazioni sociali, sulla conoscenza e sulla sostenibilità ecologica e, al tempo stesso, la remunerazione per quelle attività che rendono più ricca la società aumentando la qualità della vita, senza essere orientate dall’esclusiva ricerca del profitto. Per questo, lungi dall’esser considerato un costo, il loro finanziamento deve figurare come un INVESTIMENTO COLLETTIVO.

Il terzo principio di questa nuova filosofia afferma che il principio di sussidiarietà deve essere completamente rovesciato. Fino ad ora si è pensato che dove non arriva il pubblico, si deve lasciare al privato, e dove non arrivano entrambi, si deve lasciare alla società civile. Questa idea ha visto nel sociale un residuo dell’azione di governo e un modo opportunistico per scaricare verso il basso le inefficienze dei servizi e i costi che il pubblico non si vuole più sobbarcare.

In quest’ottica dobbiamo affermare UNA NUOVA GERARCHIA: i servizi e i beni pubblici (acqua, energia, trasporti, salute, istruzione, ecc.), così come il territorio (inteso come “suolo” ma anche come risorsa alimentare), e, perché no, la moneta, sono ISTITUZIONI e BENI COMUNI, e come tali, devono rispondere ad una logica gestionale e ad uno statuto proprietario radicalmente deversi. Rompere lo steccato che separa gli esperti dai non esperti, gli erogatori del servizio dai fruitori, i venditori dai clienti. Occupare gli spazi lasciati vuoti per il saccheggio da parte dei privati, per una ri-democratizzazione radicale che vede nei cittadini, nei lavoratori e nei fruitori che si organizzano insieme, i protagonisti di inedite modalità di gestione e di una nuova forma di PROPRIETÀ che superi la falsa alternativa tra pubblico e privato. Sono per noi i beni comuni, e non il pareggio di bilancio, a dover essere costituzionalizzati ed inseriti negli statuti degli Enti Locali.

In questa nuova filosofia non c’è posto dunque per la tirannia del privato, ma neanche per l’abulia del pubblico che esprime modi di organizzazione centralizzati e poco aperti alle trasformazioni, di conseguenza più fragili e sostanzialmente antidemocratici.
La generazione distribuita dell’energia attraverso fonti rinnovabili, i gruppi di acquisto solidale, le reti di scambio e riuso di beni e servizi, gli orti di quartiere, l’autogestione degli spazi culturali e sportivi, non sono solo esempi di sistemi locali distribuiti, aperti e interconnessi, capaci di mettere a valore competenze, di essere flessibili e accessibili su scala territoriale. Devono per noi diventare presidi di DEMOCRAZIA SOSTANZIALE e di PIANIFICAZIONE DECENTRATA dell’intera città.

Punto 6. 
MUTUALISMO E REDDITO DI BASE CONTRO IL MERCATO DELLA CARITÀ

La crisi, come c’era da aspettarsi, sta aumentando a dismisura la domanda di ammortizzatori sociali e di assistenza. Al contempo però, a causa del blocco della spesa sociale dovuto ai rigidi vincoli di bilancio, questa domanda rimarrà drammaticamente inevasa, alimentando il declassamento e l’ulteriore impoverimento di vasti strati sociali. L’esaurimento dei risparmi privati unito al de- finanziamento dei programmi di assistenza, comincia sempre più a far precipitare la situazione costringendo le persone alla solitudine e all’indebitamento. Anche in questo ambito, il federalismo esistente, in questo caso quello fiscale, afferma di voler devolvere le competenze agli enti locali, ma in assenza di fondi nazionali da trasferire perché precedentemente svuotati, con la riduzione imposta alla spesa locale e soprattutto, in mancanza della fissazione di livelli essenziali che valgano per tutti, finirà per marginalizzare gli interventi. Con conseguenze pesanti: lo scaricamento sugli utenti del costo dell’assistenza, l’individualizzazione delle prestazioni e la colpevolizzazione dell’assistito. La mancanza di risorse economiche dei cittadini, quando non verrà piegata al ricatto di un reinserimento lavorativo ad ogni condizione, verrà trasformata in un caso da medicalizzare o da trattare come problema di ordine pubblico.

In questo quadro Roma Capitale si appresta a proporre un misto di familismo, spirito caritatevole e opportunità per il mercato privato. Il welfare locale, oramai strozzato dall’assenza di risorse, verrà diviso tra una parte di servizi completamente privatizzati alla ricerca di utenti disposti a spendere i propri soldi sul mercato, ed una componente residuale lasciata in mano alle organizzazioni compassionevoli o ad un Terzo Settore completamente umiliato nelle sue prerogative, col solo fine di gestire i casi emergenziali.

Di fronte a questo scenario, due sono le controtendenze da immaginare: la prima è quella che punta alla ridefinizione dal basso dei livelli essenziali per una vita dignitosa, a partire dai quali erogare fondi per un REDDITO DI BASE, incondizionato e universale, che garantisca autonomia di scelta alle persone e consenta l’accesso ai servizi socio-assistenziali come diritti sociali e non concessioni caritatevoli. La seconda è quella di resistere nell’immediato allo scenario di impoverimento delle condizioni di vita, con pratiche collettive di MUTUALISMO URBANO, attraverso gruppi di acquisto collettivo, occupazioni abitative, dispositivi di autoformazione, recupero degli spazi della città lasciati vuoti dalla rendita immobiliare e da destinare alla produzione di cultura indipendente e alla socialità. Solo l’organizzazione comune fa uscire dalla solitudine e dalla paura, superando al contempo la condizione dell’assistito.

Punto 7.
 UNA NUOVA IDEA DI SVILUPPO URBANO

Le pratiche collettive del mutualismo urbano possono fare anche di più: aiutarci a costruire un’alternativa all’attuale immagine di Roma. Dobbiamo uscire fuori, innanzitutto, da quello spazio indefinibile, dispotico e autoritario che è stato possibile realizzare solo cancellando, insieme alla cultura del progetto, la stessa capacità di pensare alla città come forma collettiva per eccellenza. Roma, come altre città, è letta unicamente come soggetto economico. Da classificare secondo la sua capacità competitiva per tentare, così, d’entrare nelle hit del mondo. Roma vive dentro un paesaggio inedito in cui, insieme alla trasformazione delle forme economiche e produttive, è mutata l’idea stessa di urbanità che, tracimando, ha invaso la sua rappresentazione nell’immaginario collettivo. Roma dal 1993 al 2008, ha visto il proprio territorio bruciato, per oltre il 12%, dall’urbanizzazione. Come dire tre volte l’area urbana milanese. Non c’è quindi da rimettere a posto le cose, c’è da trovare nel corpo della città, vecchi e nuovi posti. Sancendo la fine di un modello che affida alla cultura il ruolo di catalizzatore di investimenti e risorse finanziarie per dare impulso alle trasformazioni urbane ed alle “valorizzazioni“, diminuendo la disponibilità della cultura per fasce sempre più vaste della popolazione.

A Roma un legame strettissimo lega tra loro, da sempre, finanza, immobili e sviluppo urbano. La crisi finanziaria ha svelato che è a questa “triade” che dobbiamo la nascita di una specifica questione territoriale romana. Non è una questione urbanistica. Dobbiamo immaginare un nostro progetto che faccia della giustizia sociale il motore della crescita urbana: opponendoci alle grandi opere, costruendo nel costruito, tirando una bella riga sul consumo del suolo, scoprendo i nessi tra esperienze sociali e pratiche di “rammendo territoriale”. Per aprire spazi pubblici, facendoci largo tra il tanto costruito, aggiungendo vuoto a vuoto da reinventare continuamente, per intraprendere un viaggio che ci faccia riconoscere l’abitare come bene comune. Iniziando a varcare, con le cinquantamila famiglie che oggi non godono del diritto alla casa, le soglie delle (cinque volte più numerose) case tenute vuote. Riportare i tanti che sono stati costretti ad abbandonare la città, per “densificarla”, non attraverso continue operazioni di rendita, ma a partire dal ROVESCIAMENTO DELLE POLITICHE DI DISMISSIONE DEL PATRIMONIO PUBBLICO, il quale va reinventato aprendolo a NUOVE FORME DELL’ABITARE. Decidiamo di fare a meno di una tecnica che vuole dominare la natura. Puntiamo a produrre nuove mappe, dove i capisaldi vengono ad essere rappresentati dal “dominio del rapporto tra natura e umanità”. Pensare alla riconversione di quello che c’è, abbandonato o meno che sia, sperimentando pratiche di ricostruzione dell’immagine urbana che si contagino tra loro.

Punto 8.
 DAL GOVERNO ILLUMINATO ALLA RESTAURAZIONE: UNA REPUBBLICA CONTRO LA CORRUZIONE

L’amministrazione della città di Roma è stata per molto tempo pensata, e presentata, come un vero e proprio “laboratorio”. Non c’è dubbio, infatti, che i governi di centrosinistra nei primi anni Novanta abbiano chiuso quel lungo medioevo che aveva segnato gli anni Ottanta romani: un misto di affarismo spregiudicato unito, per giunta, alla chiusura più totale nei confronti delle innovazioni postindustriali. Questo, da una parte, è stato possibile ripensandolo sviluppo produttivo e il sistema dei servizi attraverso la valorizzazione dell’economia della conoscenza e della cultura e in questo modo rispondendo alle esigenze della nuova composizione del lavoro che si stava affermando nella città. Dall’altra, stabilendo un rapporto maggiormente aperto alle dinamiche della cittadinanza attiva, provando ad interpretare e a riconoscere, seppur parzialmente, le molteplici esperienze di autogestione e di partecipazione che si stavano diffondendo sull’intero tessuto urbano.

Tuttavia, occorre dire che queste esperienze di “amministrazione illuminata” hanno ben presto lasciato il terreno della sperimentazione, alla “santa alleanza” con il grande capitale immobiliare e dello spettacolo. La tiepida apertura dell’amministrazione comunale alla società attraverso la messa a punto di moderni sistemi di governance e di sviluppo urbano decentrato, si è nel giro di poco tempo richiusa: la logica della rendita assieme a quella dei Grandi eventi hanno lasciato intravedere il presentarsi di un nuovo potere imperiale, insensibile ai nuovi squilibri sociali e alle richieste di diffusione della decisione. Sono state proprio queste latenti ma esplosive contraddizioni ad aver preparato il terreno all’odierna Restaurazione dell’amministrazione del sindaco Alemanno.

In altre parole, le pur brevi esperienze di “laboratorio amministrativo” della città sono degradate in poco tempo nell’autoreferenzialità, e questa, nel dilagare della corruzione degli ultimi tempi.
Come interrompere il ciclo e come fare in modo che non si riproponga nuovamente? La storia recente ci mostra che non si risponde alla domanda affidandosi semplicemente a nuovi “amministratori illuminati”. Bisogna fare altro. Innanzitutto occorre superare il principio della rappresentanza intesa unicamente come delega, così come quello della sua sorella gemella, la partecipazione, utilizzata troppo spesso dagli amministratori per controllare le istanze sociali e per salvare dalla delegittimazione gli istituti della rappresentanza in crisi. I mandati devono essere revocabili e quindi sottoposti alla condivisione comune. Dall’altra parte è necessario moltiplicare e dare potere alle ISTITUZIONI AUTONOME (comitati, gruppi d’interesse, associazioni, sindacati, comunità, esperienze di autogestione, ecc. ecc.). Roma deve diventare una REPUBBLICA, ovvero il prodotto di una pluralità di poteri costituenti che si associano o federano nel governo condiviso. Solo moltiplicando il potere, tenendo sempre aperto il rapporto tra istanze di governo e istanze conflittuali, è possibile scongiurare la corruzione. Senza un assetto istituzionale che riconosca la molteplicità dei poteri e dei contropoteri di cui è composta una città come Roma, la DEMOCRAZIA DEI BENI COMUNI rimarrà niente di più che un misero slogan elettorale.

8.2.12

OccupyMacerata: lettera della neve ai maceratesi

Riporto di seguito il contenuto di una lettera che ho trovato sommersa dalla neve sotto la Torre di Piazza della Libertà.
Stefano Casulli

Macerata Occupata: lettera della neve ai cittadini.
Cari maceratesi,
non potete immaginare con quale gioia ho accolto l’invito dell’assemblea universale di Gaia a riempire le strade vostre e di tutti gli italiani.
Come solo Tolkien e pochi visionari hanno compreso, noi figli (e componenti) di Madre Natura siamo soliti riunirci e decidere democraticamente, tutti insieme, cosa fare sulla terra: lo sbocciare delle sorelle rose, il fiorire degli alberi, ma anche lo sfogarsi dei mari (quelle che nominate “tempeste”, giusto?), il correre dei venti, l’inondare di raggi del fratellone Sole… E’ tutto deciso in comune accordo, fatto salvo che tutti gli elementi chiedono uno spazio equo per mettersi in mostra (voi lo chiamate “alternare delle stagioni”).
E così questa volta tocca a me…
Eh sì che finora me ne sono stata buona buona, nonostante l’inizio della mia stagione, l’inverno, e le insaziabili richieste di voi umani che pretendete sempre la mia discesa durante quel periodo di festa cui dedicate in Italia così tanti giorni…

Ho disobbedito al volere degli altri elementi, lo ammetto! Avrei dovuto scendere giù nelle passate settimane, accoccolarmi sui Monti Sibillini e poi fare una capatina da voi, nelle belle colline marchigiane, per esaudire i desideri di tutti. Ho disobbedito lo ammetto! Ma non mi scuso!
Solo il mio candore e la mia infinita bontà (che in misura inversamente proporzionale all’eta voi umani potete capire!) vi evitano il solito rimprovero: i vostri finti artifici, la vostra arroganza, il desiderio di consumare e bruciare stanno innalzando la temperatura e rendono sempre più faticosa la mia discesa!
Ma non è di questo che voglio parlarvi.

Il mio rimbrotto è piuttosto che voi italiani e maceratesi vi state atrofizzando!!! I vostri pensieri si cristallizzano come un mio fiocco su un terreno ghiacciato!!!
Avete sospeso le vostre regole democratiche in nome di non si sa bene cosa.
Vi state assopendo sotto un monopensiero che noi nessuno di noi condivide!
Tenete nelle vostre mani le passioni tristi: il disincanto, il principio di realtà, la tristezza, la debolezza. Parole che fanno rima con quelle che trovate sui vostri pezzi di carta: crisi, spread, debito. Termini aulici (per me, semplice e chiara, persino incomprensibili) che vi sputano addosso come macigni.
E così, ho deciso di scendere io. Scendere in piazza, nelle strade, sugli ombrelli e sui cappelli. Ho deciso di Occupare Macerata.
Ho occupato Macerata per dimostrarvi come si sta bene senza le automobili
Ho occupato Macerata per stimolare in voi, giovani e meno giovani, il desiderio di giocare
Ho occupato Macerata per veder diffondere questo desiderio
Ho occupato Macerata per contare il numero delle persone in centro storico e scoprire che una domenica di neve (ops, di me) è più affollata e ricca di una normale domenica d’autunno
Ho occupato Macerata per ridare il potere ai bambini
Ho occupato Macerata per chiudere le finestre e aprire le porte delle case, per riprendere gli slittini, per tirare le palle di me
 Ho occupato Macerata per ricordare a tutti che si lavora per vivere, non viceversa, e che un giorno “slow” (come dite voi) è un giorno fantastico
Ho occupato Macerata perché la stessa gioia e speranza che ho visto negli occhi degli indignati dei vostri Paesi la vedo tutte le volte che un bambino si sveglia con la città imbiancata
Ho occupato Macerata per crearvi confusione, ma farvi vedere che dopo un paio di giorni si può vivere bene e felici lo stesso, dividendosi il lavoro e gli impegni
Ho occupato Macerata per vedere volontari e singoli cittadini, donne e uomini, e poi tanti tanti ragazzi che spalavano me con le pale dei nonni
Ho occupato Macerata perché qui, come altrove, per recuperare il senso del vivere sociale e civile serve una pausa di riflessione.

Non accetto disincanto: vorrei per voi un futuro diverso.
E, forse, il mio candore disobbediente può esservi d’aiuto.


La NEVE

26.12.11

Recensione di “Beni comuni” di Ugo Mattei

di Stefano Casulli, 
articolo uscito anche su www.vialiberamc.it, il portale di riferimento della Rete dei movimenti per i beni comuni di Macerata.


La crisi economica di questi anni si va configurando sempre più come una crisi di sistema, in grado di determinare un cambiamento nell'organizzazione sociale e politica.
Se per un verso vengono al pettine contraddizioni che già negli anni Novanta erano state denunciate dal movimento altermondista e dagli studi più avanzati dell'epoca, d'altra parte dobbiamo inserire l'analisi e la pratica politica all'interno di quella che è una vera e propria congiuntura. Un punto di passaggio, d'indecisione, di ridefinizione degli equilibri. Possiamo leggere il carattere emergenziale di questa fase storica in senso letterale: emerge ora il futuro, emergono ora le potenzialità generative del mondo nuovo.

Le analisi di questo periodo riconoscono la duplice valenza congiunturale ed emergenziale della nostra fase storica: Beni Comuni, breve testo di Ugo Mattei pubblicato nel settembre 2011, si configura così come un'analisi sistemica ed allo stesso tempo come un manifesto programmatico aperto. Riconosce l'esigenza di andare a fondo teoricamente nella comprensione delle dinamiche globali e locali che vanno producendosi in questi mesi ed allo stesso tempo si inserisce sul solco politico-pratico dei referendum italiani, delle primavere mondiali, delle manifestazioni degli indignados, delle altrepratiche proliferanti nel tessuto sociale diffuso, come testimoniato anche nella città di Macerata dalla Rete dei Beni Comuni, dal Coordinamento per l'Acqua Bene Comune e dal progetto Cose dell'altro mondo, che vedono coinvolte decine di realtà del territorio.

Scrive Mattei nell'Introduzione:

Ritengo fondamentale, nello studio dei beni comuni, la piena integrazione tra ambito teorico e prassi politico-sociale, perché la piena tutela dei beni comuni richiede innanzitutto la piena coscienza politica della loro centralità. (pag. XIII)

Il testo si compone di 4 capitoli:
nel primo si affronta il contesto giuridico-politico attuale, all'interno del quale i nuovi assetti della globalizzazione economica e sociale rendono maturi i tempi per una riemersione del comune;
nel secondo, si riprendono le radici storiche delle istituzioni moderne, dove oggi il comune si trova intrappolato tra la proprietà privata e lo Stato sovrano;
nel terzo, si opera un'analisi fenomenologica del bene comune, ridefinendone il carattere contestuale e la natura relazionale;
nel quarto, di evidenziano le possibilità ed i limiti di un ritorno al comune.

Non volendo qui riassumere il testo, mi limito a segnalarne i principali passaggi ed i nodi concettuali, nella convinzione che le nostre pratiche glocali necessitino di un approfondimento teorico in grado di restituire la visione d'insieme che sola può permettere di costruire reti e resistenze collettive.

1) il bene comune si situa al di là sia della proprietà privata che di quella pubblica, in quanto non può essere ricondotto all'idea di merce. Noi non «abbiamo» un bene comune (un ecosistema, l'acqua) ma «siamo» partecipi del bene comune (siamo acqua, siamo parte di un ecosistema urbano e rurale). In quest'ottica, a partire XV secolo la tenaglia Stato-proprietà privata espropria, attraverso le enclosures, i beni comuni dai loro commoners. Non a caso, lo stesso termine di proprietà privata ha in sé l'etimologia di «privare», «togliere», «sottrarre» qualcosa a qualcuno che prima ne godeva. Il bene comune è di tutti, non di qualcuno (proprietà privata) né di chi è chiamato a gestirlo (lo Stato);

2) i beni comuni, avendo una natura relazionale (un bene è comune se è di tutti, e con ciò risponde a un diritto fondamentale), non possono essere astrattamente elencati o enumerati, bensì si iscrivono all'interno della prassi quotidiana, emergendo come necessità: è ciò che è accaduto con il referendum in Italia, ma che quotidianamente si ripropone dove si lotta contro l'esproprio dei campi in Africa, per la difesa delle sementi in India, per la democrazia in Egitto e Tunisia. Abbiamo quindi a che fare con una «tutela militante dei beni comuni» (p. VII), che si definisce come prassi di conflitto;

3) la nozione di bene comune è dunque ampia e flessibile, difficilmente riassumibile in classificazioni giuridiche (beni o servizi?) e politiche (destra o sinistra?). Un esempio indicativo è rappresentato dall'espressione Il lavoro è un bene comune, titolo di una recente manifestazione sindacale: dentro la prassi di lotta essa «indica il diritto di tutti a lavorare in condizioni 'libere e dignitose', a fronte di esigenze di profitto proprie di una multinazionale che asserisce di voler competere sul mercato globale» (p. 53). Il lavoro come bene comune
    non è né un oggetto (merce, entità astratta) né un astratto diritto soggettivo, ma un'entità collettiva (comune appunto) e contestuale, allo stesso tempo condizione dell'essere e del produrre (avere). Il lavoro come bene comune non è fine a se stesso, ma è un'entità necessariamente funzionale alla qualità dell'esistere in un determinato contesto (ecosistema), da tutelarsi nei confronti sia del capitale privato (proprietà) sia del sistema politico (governi), che del capitale privato sempre più frequentemente è succube. (p. 54)

4) come in parte già detto, i beni comuni si definiscono come relazione e danno sviluppo ad un'antropologia ed una pratica della relazione diversa nei confronti di tutto ciò che ci circonda. Ciò comporta che il governo dei beni comuni non può che articolarsi attorno a una diffusione del potere e un'inclusione partecipativa. Per cui una battaglia per i beni comuni determina un'autentica declinazione democratica della cittadinanza, attraverso la partecipazione attiva e diretta; inoltre, mentre il paradigma della proprietà pubblica e privata si fonda sull'esclusione e la concetrazione del potere nelle mani di un sovrano, le utilità dei beni comuni sono prodotte dall'inclusione. Infatti:

Secondo l'impostazione della Commissione Rodotà [La commissione che lavora sui Beni Pubblici, la proprietà pubblica e privata], quelli comuni intanto sono beni (cose che possono formare oggetto di diritto) in quanto siano accessibili a tutti. […] Il bene comune non è a consumo rivale; al contrario, presenta una struttura di consumo relazionale che ne accresce il valore attraverso un uso qualitativamente responsabile (e pertanto ecologico). (p.83).

Per concludere, è lecito affermare che il testo di Mattei rappresenta un breve opuscolo in grado di mettere in campo tutte le questioni cruciali del dibattito sulla congiuntura, la democrazia, la gestione dei beni e l'emergenza di nuove pratiche alternative.
Una società dei beni comuni è una società della pratica del bene comune, in grado di articolare i differenti livelli del potere (istituzionale e diffuso) al fine di modificarli nella direzione di una gestione diretta, democratica, della cittadinanza attiva.
Il ragionamento sui beni comuni, e sul Comune in genere, riconosce la centralità del conflitto politico nel determinare le priorità e afferma un modello di gestione e condivisione che va oltre lo schema Stato/mercato, che in realtà rappresentano le due facce della stessa politica di esproprio delle ricchezze e delle risorse condivise.


Ugo Mattei insegna Diritto civile all'Università di Torino e Diritto comparato e internazionale alla University of California. È stato vicepresidente della Commissione Rodotà per la riforma dei beni pubblici, co-redattore dei quesiti referendari per l'acqua bene comune e ha patrocinato come avvocato alla loro ammissibilità presso la Corte Costituzionale. È editorialista del quotidiano “il Manifesto”.
Spunti bibliografici:

Ugo Mattei, Beni comuni, Laterza, 2011, Roma-Bari
Alberto Lucarelli, Beni Comuni. Dalla teoria all'azione politica, Dissendi, 2011, Roma
Alberto Lucarelli-Ugo Mattei (a cura di), Italia Bene Comune: un altro modello di democrazia, scaricabile su http://www.democraziakmzero.org/2011/12/16/italia-bene-comune-una-proposta/
Ugo Mattei- Edoardo Reviglio – Stefano Rodotà, Invertire la rotta. Idee per una riforma della proprietà pubblica, Il Mulino, 2007, Bologna
Antonio Negri-Michael Hardt, Comune. Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, 2010, Milano
Elinor Ostrom, Governing the Commons, Cambridge University Press, 1990, Cambridge

30.11.11

Luoghi comuni

di Luigi Sturniolo - www.terrelibere.org

I dieci anni che abbiamo alle spalle hanno visto il territorio aggredito dalle politiche delle grandi opere, dei grandi eventi, delle emergenze. Ad esso ha fatto ricorso un sistema d’impresa in crisi che si è nutrito di risorse pubbliche. Questo sistema ha replicato, nei fatti, il meccanismo di dilapidazione di risorse pubbliche e di democrazia derivato dalle privatizzazioni e dalle varie forme di combinazione pubblico-privato.

Il luogo comune non è uno spazio vuoto, non è un`oasi, non è una riserva. Esso prende i connotati di chi lo vive, non conosce la separatezza del bene protetto. E` a disposizione. Il luogo comune non si costituisce a partire dalla negazione dell`attività umana. Al contrario, in esso si addensano esperienze umane che stabiliscono rapporti di convivenza con le altre espressioni del vivente. Ma, appunto, non vive per sottrazione, vive per accumulo. E` luogo di produzione, di attraversamento. Non si specchia in sé stesso e non ama il silenzio. Il luogo comune si dà in seguito a una conquista, è il frutto di una lotta. Viene dopo, non prima della disputa. In esso ha già avuto luogo una sperimentazione. Se è uno spazio sottratto alla mercificazione lo è non perché avrebbe potuto essere venduto in quanto tale, ma in quanto già usato come territorio della spoliazione e dell`appropriazione.

I dieci anni che abbiamo alle spalle hanno visto il territorio aggredito dalle politiche delle grandi opere, dei grandi eventi, delle emergenze. Ad esso ha fatto ricorso un sistema d`impresa in crisi che si è nutrito di risorse pubbliche. Perché questo potesse aver luogo è stato costruito un apparato normativo adeguato e organico centrato sulla verticalizzazione delle scelte e sulla cancellazione sistematica di ogni forma di partecipazione democratica, fosse anche quella, costituzionalmente garantita, degli organismi di rappresentanza. Questo sistema ha replicato, nei fatti, il meccanismo di dilapidazione di risorse pubbliche e di democrazia derivato dalle privatizzazioni e dalle varie forme di combinazione pubblico-privato.

Il territorio è diventato in questi dieci anni lo spazio delle lotte. Nel territorio si sono sviluppate le esperienze più significative e partecipate. Per quanto ancora strumento di grande importanza, lo sciopero ha perso parte della propria capacità d`incidere sulla realtà. Lo stesso legame d`interesse all`interno delle categorie e dei luoghi di lavoro si è rarefatto a causa della frantumazione delle categorie stesse. La moltiplicazione dei contratti ha reso sempre più difficile la costruzione di piattaforme comuni. Gli scioperi hanno visto una riduzione della partecipazione a causa del rapporto costi/benefici assolutamente deficitario e del significato più di posizionamento che davvero vertenziale di alcuni di questi. Così il territorio ha finito per diventare il campo di definizione di nuove alleanze. Soggetti anche molto diversi tra di loro sono riusciti a convivere e a condividere mobilitazioni ricompositive sui temi della difesa del territorio dalle devastazioni ambientali, sulla gestione delle risorse pubbliche, sulla nocività, sul reddito, sull`istruzione, sulla salute, sulla mobilità.

E` sul territorio che si sono date le prime sperimentazioni relative al comune. L`acqua bene comune, gli spazi occupati bene comune, l`istruzione bene comune, la salute bene comune sono battaglie che hanno valenza universale, ma che si sostanziano a partire dai comitati locali, dalle aggregazioni locali. E` sul terreno del locale che l`interesse comune viene percepito con maggiore facilità. Laddove il piano politico vive della perdita derivata dai tanti passaggi della mediazione, laddove il piano sindacale finisce per inseguire interessi particolari che, polverizzati, finiscono spesso per confliggere in una sorta di guerra di tutti contro tutti, lo spazio locale ha consentito l`incontro di molteplicità che hanno dato vita a lotte comuni. E sono i movimenti più avanzati sul piano del sindacale e della pratica dello sciopero che si costituiscono ormai su una dimensione territoriale. Le esperienze indignate, delle acampadas e dell`occupy in giro per il mondo sono esperienze territoriali. La manifestazione del 15 ottobre a Roma, che ha visto la partecipazione di centinaia di migliaia di persone, è stata animata in misura prevalente da esperienze, comitati, aggregazioni, movimenti territoriali, piuttosto che mossa dalla capacità delle organizzazioni nazionali. Nelle assemblee che l`hanno preceduta il richiamo all`unità che si dispone all`azione sul piano locale è stato il grido d`auto-aiuto più sentito.

La crisi ecologica (della quale il dissesto idrogeologico è fenomeno particolarmente gravido di pericoli e rappresentativo della rottura di tutti gli equilibri legati all`insediamento umano), la crisi della rappresentanza politica (evidente ormai a tutti i livelli nei quali si forma la decisione politica), la crisi economica (con il portato di crisi dei riformismi) consegnano ai territori il compito e la possibilità di ricostruire dal basso forme sostenibili dell`abitare, del decidere e del produrre. Il carattere strutturale delle crisi rende impossibile rintracciare delle soluzioni senza una fuoruscita dai dispositivi che le hanno causate. Da questo punto di vista, evidentemente, un governo guidato da personale della finanza e fondato sull`intimazione di una banca non può che rappresentare il tentativo di disporre la società ai flussi della finanziarizzazione, piuttosto che una difesa dai disastri di cui essa è portatrice.

Le pratiche del comune, le forme politiche originali di esodo dal privato e dallo statale, non possono che darsi sul territorio, laddove i corpi s`incontrano. Le pratiche del comune dovranno inondare il pubblico, guerreggiare affinchè esso venga riempito di partecipazione, autogestione, autorganizzazione, ma è solo al livello territoriale che sarà possibile, ad esempio, ricostruire, ripartendo dai saperi e dalle competenze locali, una dimensione urbanistica che consenta di sottrarsi al riprodursi sempre più frequente di eventi calamitosi. E` solo a questo livello che sarà possibile costruire un welfare dal basso che consenta, attraverso forme di mutualismo e autogestione, di difendersi dalla penuria cui costringe la crisi economica. E` a questo livello che si possono sperimentare forme di produzione auto-centrate, sostenibili e libere dalle forme dello sfruttamento.

I luoghi comuni non sono perimetrati. Riconoscono e recuperano saperi e vocazioni locali, ma non sono identitari. Sperimentano forme di autogoverno e non competono tra di loro. Sono territori che, dolcemente, si compenetrano. Dandoci ancora una possibilità.

16.10.11

Sul 15 ottobre: La posta in gioco è una sola

Come in tutte le buone famiglie, ci confronteremo domani su ciò che è successo ieri nella Piazza di Roma, ragionando su quanto accaduto, percepito, ragionato da chi c'era e da chi non c'era alla manifestazione. 
Personalmente, propongo di seguito la riflessione di Loris Campetti sul Manifesto di oggi, che condivido in pieno e rappresenta lo spirito con cui riprendiamo, fin da subito, il nostro impegno politico. Stefano



di Loris Campetti



Cinquecento guastatori nerovestiti che scatenano la guerriglia in città non possono e non debbono far dimenticare la violenza di chi pretende di governare il mondo imponendo ai loro inservienti politici che fingono di governarlo regole antisociali, destinate a colpire le fasce più deboli e intere popolazioni in tutto il mondo. Sono vittime essi stessi, i cinquecento nerovestiti, di quella violenza globale, e reagiscono a modo loro. Né tre automobili e una ex caserma bruciati possono e debbono cancellare la determinazione e la rabbia di centinaia di migliaia di cittadine e cittadine che hanno invaso Roma a mani nude per dire che bisogna cambiare subito le regole, la politica - altro che l'antipolitica di cui in troppi cianciano - la società, la cultura. Quelli che la democrazia è partecipazione ma anche riappropriazione dei beni comuni sottratti.

Anche il futuro è sottratto, non ne possono più e vogliono riprenderselo in mano. Sono indignati, chi cercando lo scontro e riproponendo un rito stanco, nell'illusione di aggregare la rabbia di tutti, di quel 99% di cui parlano slogan e cartelli: quei cinquecento più altrettanti giovanissimi che sono riusciti a tirarsi dentro. Chi invece declinando la sua rabbia persino con ironia, come recitava un cartello divertente: «Io nun so' indignato, me rode er culo». L'opposizione sociale c'è e si vede, è fatta di mille pezzi, culture e storie diverse, di individui e movimenti, uniti da una battaglia appena iniziata contro la dittatura della finanza che impoverisce la cultura, flagella scuole, ricerca e sapere, chiude fabbriche e teatri, tenta di scatenare una guerra orizzontale tra le vittime, nell'illusione di impedire il conflitto verticale dal basso verso l'alto, verso la cupola: la Bce, l'Fmi, il Wto. Ieri a Roma l'opposizione sociale si è ripresa la parola e la città, in scena è andato chi non sta al gioco perché ha capito che è un gioco truccato. L'ha talmente capito da resistere ai caroselli senza senso e pieni di provocazione della polizia con gli idranti in piazza San Giovanni e da espellere dal corteo chi con il suo agire rischia di frenare la crescita di un movimento che non vuol farsi fermare.

Per questo l'elemento unificante della protesta è il rifiuto della lettera della Bce, rispedita in massa al mittente. Ma ha preso corpo anche il rifiuto di quel maledetto articolo 8 della manovra di Berlusconi, Tremonti e Sacconi che si mangia quel che resta della democrazia nel lavoro. Lo sanno e lo ricordano a tutti gli operai della Fiom sfilando in tantissimi con le loro bandiere accresciute dall'orgoglio di Pomigliano; ma ai draghi ribelli, agli studenti e ai precari, al popolo di Uniti per l'alternativa non hanno neanche bisogno di ricordarglielo. Venerdì prossimo tornerà la protesta a Roma con i lavoratori della Fiat che a loro volta non devono spiegare a nessuno dei manifestanti di ieri che Berlusconi è un cancro da estirpare e la medicina non può essere Marchionne, che al modello antisociale liberista ha dato corpo. Non sfileranno da soli, gli operai della Fiat, come non protesteranno da soli gli studenti, il popolo NoTav, gli ambientalisti, gli attivisti dei beni comuni. Ieri a Roma è stato ufficializzato un fidanzamento che può durare a lungo, perché lunga sarà la battaglia per dar corpo a un'alternativa capace anche di farsi politica. La parte di sinistra politica che ieri ha partecipato al corteo dovrebbe aver preso molti appunti. Almeno è quel che sperano in tanti, quelli che di deleghe in bianco non sono più disposti a darne.

Ieri sera, mentre a piazza San Giovanni continuavano gli scontri, il centro di Roma era tutto un susseguirsi e incrociarsi di cortei. Ancora verso la piazza ormai impossibile, oppure su per via Merulana fino a ritornare al punto di partenza a piazza Esedra, oppure con la Fiom fino a piazza Vittorio, e ancora con gli studenti preceduti dal camion del Valle occupato dal Colosseo al Circo Massimo, infine con Uniti per l'alternativa da San Giovanni sempre verso il Circo Massimo. Tutti questi spezzoni gridavano la stessa cosa e avevano in mente un ordine diverso da quello che toglie i soldi alle scuole, ai salari, alla cultura, all'ambiente, alle pensioni per darli alle banche.

In questa partita è in gioco il modello sociale dato e quello che si vuole costruire. A Roma come in tutte le città del mondo in cui con lingue e accenti diversi si soffre della stessa spoliazione: della democrazia e insieme del pane. A Roma questo popolo generoso ha un problema specifico che si chiama Berlusconi e una nuova ferita inferta dall'ultima compravendita di voti in Parlamento. Due mondi opposti si animano davanti ai nostri occhi: in piazza la dignità di un popolo, nei Palazzi la vergogna di un ceto blindato autoreferenziale. Il primo mondo è maturo, ha imboccato la sua strada, il secondo è marcescente. In quale dei due mondi sta la politica? Non chiedetelo a chi dice che una grande manifestazione è stata rovinata da un gruppo di irresponsabili: non è vero, la grande manifestazione c'è stata e basta e non sarà certo l'ultima. La strada è lunga, c'è tempo per crescere, e per maturare.