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8.4.12

Recensione di "La lotta di classe dopo la lotta di classe" di Luciano Gallino

di Stefano Casulli, tratto da Via Libera Mc:
http://www.vialiberamc.it/2012/04/07/recensione-del-libro-la-lotta-di-classe-dopo-la-lotta-di-classe-di-luciano-gallino/

Sovente ci troviamo a recensire o semplicemente commentare saggi e romanzi di indubbio valore, in grado di effettivamente di rappresentare uno spaccato di umanità, di società, di personalità, se non addirittura di sogno.
Tuttavia solo di rado alla profondità di un testo si accompagna la capacità di essere immediatamente politico, restituendo una complessiva veduta sulle cose e riattivando i principi del cambiamento, della rivendicazione, dell’indignazione: è questo il caso del testo di Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, intervista di Paola Borgna edita da Laterza.
Il testo, uscito nelle librerie alla fine del mese di febbraio, si situa all’interno della crisi italiana e mondiale, un contesto che Gallino tenta di ricostruire riannodando i fili dei “fatti sociali”, la sola ortodossia cui il sociologo piemontese si richiama anche nell’ultima intervista uscita sul Venerdì di Repubblica del 6 aprile.
Dentro questa crisi il testo si pone, fin dall’Introduzione, il duplice obiettivo di restituire la verità dei fatti sociali nella loro complessità, decostruendo e smascherando il carattere ideologico degli assunti del nostro tempo:
Caso la lettrice o il lettore non lo sapessero, il maggior problem dell’Unione Europea è il debito pubblico. Abbiamo vissuto troppo a lungo al di sopra dei nostri mezzi. Sono le pensioni a scavare voragini nel bilancio dello Stato. Agevolare i licenziamenti crea occupazione. La funzione dei sindacati si è esaurita: sono residui ottocenteschi. I mercati provvedono a far affluire capitale e lavoro dove è massima la loro utilità collettiva. Il privato è più efficiente del pubblico in ogni settore: acqua, trasporti, scuola, previdenza, sanità. È la globalizzazione che impone la moderazione salariale. Infine le classi sociali non esistono più.
Un elenco che, alla prova dei fatti, si rivela “privo di qualsiasi ragionevole solidità”.
L’intervista prende come punto di partenza l’ultimo assunto (la non esistenza delle classi sociali) per contestarlo dati alla mano, rivelando invece la natura profondamente classista dell’ideologia totalitaria che le vuole scomparse.
È un’analisi puntuale ed allo stesso tempo esigente, che pretende da qualunque lettore fermezza e coerenza nella diagnosi del nostro tempo; in controluce si evince la profonda critica alla duplice grande trasformazione degli ultimi 30 anni:
1) le politiche economiche liberiste, fondate sulla deregolamentazione, privatizzazione e liberalizzazione assoluta;
2) la matrice neoliberale della nuova forma dello Stato, sempre più intrecciato con il mercato, di esso promotore, articolatore ed allo stesso tempo salvatore qualora ve ne fosse il bisogno;
Questa duplice trasformazione rientra dentro la complessiva controrivoluzione portata avanti dalla “classe capitalistica transnazionale, ora mondializzata”, e che viene richiamata nel titolo:
la lotta di classe condotta dal basso per migliorare il proprio destino [dal dopoguerra agli anni '70] ha ceduto il posto a una lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura erosi nel trentennio precedente. […] E’ ciò che intendo per lotta di classe dopo la lotta di classe.
Abbiamo accennato al potenziale mobilitante di questo testo. Alla dovizia di dati e statistiche, che più avanti riprenderemo, si aggiunge la chiarezza nell’individuazione della classe sociale dominante, che oggi attraverso i governi, gli istituti di credito internazionali (BCE, FMI, Banca Mondiale) e le pressioni delle grandi corporations ridefinisce attraverso riforme fiscali, prestiti e speculazioni la distribuzione della ricchezza e del potere nel mondo e nei singoli Paesi.
Rientrano in essa [unica classe dominante globale] i proprietari di grandi patrimoni, i top manager, gli alti dirigenti d’industria e del sistema finanziario, i politici di primo piano che spesso hanno rapporti stretti con la classe economicamente dominante, i grandi proprietari terrieri nei Paesi emergenti. […] Quanto all’Italia, non esistono più i latifondi, ma la proprietà immobiliare è una componente di peso della classe dominante.
 Inutile dire che, tanto nazionalmente quanto localmente, ognuno di noi può dare un volto a questa classe dominante globale, che si sta arricchendo in questi mesi utilizzando la retorica della crisi e dell’austerità.
Ragionamenti e politiche comuni ai vari Paesi del mondo richiamano appunto un’unica progettualità di classe. Elencando:
-la globalizzazione come progetto politico-economico non neutrale volto alla costituzione di una competizione generalizzata tra lavoratori, al fine di incrementarei profitti; si pensi che l’85% circa della produzione tessile, e quasi l’interezza di quella dei microprocessori, giocattoli e componenti di portatili e tablets (si pensi al caso Apple di pochi giorni fa) è stata esportata dall’Europa e gli Usa in Cina, India, Vietnam o Thailandia.
-competitività come nuova forma della lotta contro i lavoratori, ma anche come fattore che alimenta conflitti interni tra classi; Gallino cita per esempio il caso Fiat-Chrisler, dove i lavoratori neoassunti dopo il salvataggio dell’azienda vengono pagati la metà di quelli assunti in precedenza (14 dollari l’ora, contro 28);
-redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto: si prenda la tassazione dei capitali finanziari (12-20%) e la si paragoni all’aliquota minima, imponibile su chi guadagna meno di 15.000 euro (23%).
-flessibilizzazione del lavoro; l’Italia, contrariamente a quanto si dice, ha visto crollare il proprio indice della rigidezza della protezione dell’occupazione, che rende i lavoratori molto meno tutelati di quelli di Germania, Francia o Spagna.
Chiaramente, prima misura della potenza del conflitto tra classi è data dallo strutturale aumento delle diseguaglianze economiche su scala globale:
Facendo riferimento ai dati della Banca Mondiale per l’anno 2002, in attesa dei dati degli anni successivi, il decimo o decile più povero della popolazione mondiale – si trattava all’epoca di circa 620 milioni di individui – percepiva lo 0,61% del reddito globale, mentre il decimo più ricco percepiva il 57,5% del reddito globale. […] si può aggiungere che i 5 decimi più poveri della popolazione mondiale, ossia la metà di essa, non arrivano a percepire nemmeno il 7% del reddito globale. Inoltre, se prendiamo i 3 decimi che stanno in mezzo come rappresentanti delle classi medie – parliamo di quasi 2 miliardi di persone -, se ne ricava che il terzo centrale della popolazione mondiale percepisce in totale un reddito che si aggira su un sesto del reddito globale (il 16%).
Si può inoltre far notare come all’interno dei Paesi Occidentali la forbice si allarghi ulteriormente: negli USA, per esempio, il 10% più ricco della popolazione (che negli anni ’80 aveva il 30% della ricchezza) oggi ne possiede il 50%. Addirittura, l’1% più ricco della popolazione percepiva, da solo, nel 2008, il 23% del reddito nazionale. Da qui capiamo il famoso “siamo il 99%” di cui parlano gli indignati di Occupy WallStreet. In Italia, come confermato dall’Istat pochi giorni fa, le cose non sono diverse:
In Italia, i 5 decimi della parte inferiore della scala, cioè la metà della popolazione, posseggono in tutto soltanto il 10% della ricchezza, mentre il decimo più ricco detiene, da solo, circa il 50% di essa. Il nostro Paese si distingue inoltre per numero insolitamente elevato dei milionari in dollari, quelli al vertice della piramide. Essi rappresentano ben il 6% del totale mondo […]. Tale quota corrisponde a 1,5 milioni di individui. Il che induce qualche rozzo calcolo. Se il patrimonio di questi individui “ad alto valore netto”, di cui 1 milione di dollari è il limite inferiore ma l’entità media è considerevolmente più alta, fosse stato assoggettato a una risibile patrimoniale permanente di 3000 euro in media, si sarebbero raccolti 4,5 miliardi l’anno. Una cifra grossomodo equivalente ai tagli della pensione dei lavoratori dipendenti decisi dal neogoverno Monti nel dicembre 2011.
 La lotta di classe dopo la lotta di classe è un libro da tenere ‘dans la poche’, in tasca: uno strumento di lotta e di verità, che restituisce centralità alle dinamiche oggettive che ci investono oggi più che mai, in una stagione di generalizzata precarietà e di rapina istituzionalizzata nelle forme dell’espropriazione del lavoro, della democrazia, dei diritti.
Penso che solo da voci profondamente dissonanti con il monopensiero come quella di Gallino possa riaprirsi la strada del cambiamento di modello, in grado di contaminare tutte le forme (politiche, sociali, economiche, culturali) che oggi ci vedono ridotti ad una nuova forma di schiavismo di classe.

Gallino non è nuovo a scrivere testi di questo spessore, ed anzi il suddetto libro si inserisce in continuità con i principali lavori degli ultimi 10 anni dell’autore.

Per approfondire, sullo stesso tema si consigliano:
L. Gallino, Globalizzazione e diseguaglianze, 2003
L. Gallino, Il lavoro non è una merce: contro la flessibilità, 2007
L Gallino, Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia, 2010
L. Gallino, Finanzcapitalismo, 2011

26.12.11

Recensione di “Beni comuni” di Ugo Mattei

di Stefano Casulli, 
articolo uscito anche su www.vialiberamc.it, il portale di riferimento della Rete dei movimenti per i beni comuni di Macerata.


La crisi economica di questi anni si va configurando sempre più come una crisi di sistema, in grado di determinare un cambiamento nell'organizzazione sociale e politica.
Se per un verso vengono al pettine contraddizioni che già negli anni Novanta erano state denunciate dal movimento altermondista e dagli studi più avanzati dell'epoca, d'altra parte dobbiamo inserire l'analisi e la pratica politica all'interno di quella che è una vera e propria congiuntura. Un punto di passaggio, d'indecisione, di ridefinizione degli equilibri. Possiamo leggere il carattere emergenziale di questa fase storica in senso letterale: emerge ora il futuro, emergono ora le potenzialità generative del mondo nuovo.

Le analisi di questo periodo riconoscono la duplice valenza congiunturale ed emergenziale della nostra fase storica: Beni Comuni, breve testo di Ugo Mattei pubblicato nel settembre 2011, si configura così come un'analisi sistemica ed allo stesso tempo come un manifesto programmatico aperto. Riconosce l'esigenza di andare a fondo teoricamente nella comprensione delle dinamiche globali e locali che vanno producendosi in questi mesi ed allo stesso tempo si inserisce sul solco politico-pratico dei referendum italiani, delle primavere mondiali, delle manifestazioni degli indignados, delle altrepratiche proliferanti nel tessuto sociale diffuso, come testimoniato anche nella città di Macerata dalla Rete dei Beni Comuni, dal Coordinamento per l'Acqua Bene Comune e dal progetto Cose dell'altro mondo, che vedono coinvolte decine di realtà del territorio.

Scrive Mattei nell'Introduzione:

Ritengo fondamentale, nello studio dei beni comuni, la piena integrazione tra ambito teorico e prassi politico-sociale, perché la piena tutela dei beni comuni richiede innanzitutto la piena coscienza politica della loro centralità. (pag. XIII)

Il testo si compone di 4 capitoli:
nel primo si affronta il contesto giuridico-politico attuale, all'interno del quale i nuovi assetti della globalizzazione economica e sociale rendono maturi i tempi per una riemersione del comune;
nel secondo, si riprendono le radici storiche delle istituzioni moderne, dove oggi il comune si trova intrappolato tra la proprietà privata e lo Stato sovrano;
nel terzo, si opera un'analisi fenomenologica del bene comune, ridefinendone il carattere contestuale e la natura relazionale;
nel quarto, di evidenziano le possibilità ed i limiti di un ritorno al comune.

Non volendo qui riassumere il testo, mi limito a segnalarne i principali passaggi ed i nodi concettuali, nella convinzione che le nostre pratiche glocali necessitino di un approfondimento teorico in grado di restituire la visione d'insieme che sola può permettere di costruire reti e resistenze collettive.

1) il bene comune si situa al di là sia della proprietà privata che di quella pubblica, in quanto non può essere ricondotto all'idea di merce. Noi non «abbiamo» un bene comune (un ecosistema, l'acqua) ma «siamo» partecipi del bene comune (siamo acqua, siamo parte di un ecosistema urbano e rurale). In quest'ottica, a partire XV secolo la tenaglia Stato-proprietà privata espropria, attraverso le enclosures, i beni comuni dai loro commoners. Non a caso, lo stesso termine di proprietà privata ha in sé l'etimologia di «privare», «togliere», «sottrarre» qualcosa a qualcuno che prima ne godeva. Il bene comune è di tutti, non di qualcuno (proprietà privata) né di chi è chiamato a gestirlo (lo Stato);

2) i beni comuni, avendo una natura relazionale (un bene è comune se è di tutti, e con ciò risponde a un diritto fondamentale), non possono essere astrattamente elencati o enumerati, bensì si iscrivono all'interno della prassi quotidiana, emergendo come necessità: è ciò che è accaduto con il referendum in Italia, ma che quotidianamente si ripropone dove si lotta contro l'esproprio dei campi in Africa, per la difesa delle sementi in India, per la democrazia in Egitto e Tunisia. Abbiamo quindi a che fare con una «tutela militante dei beni comuni» (p. VII), che si definisce come prassi di conflitto;

3) la nozione di bene comune è dunque ampia e flessibile, difficilmente riassumibile in classificazioni giuridiche (beni o servizi?) e politiche (destra o sinistra?). Un esempio indicativo è rappresentato dall'espressione Il lavoro è un bene comune, titolo di una recente manifestazione sindacale: dentro la prassi di lotta essa «indica il diritto di tutti a lavorare in condizioni 'libere e dignitose', a fronte di esigenze di profitto proprie di una multinazionale che asserisce di voler competere sul mercato globale» (p. 53). Il lavoro come bene comune
    non è né un oggetto (merce, entità astratta) né un astratto diritto soggettivo, ma un'entità collettiva (comune appunto) e contestuale, allo stesso tempo condizione dell'essere e del produrre (avere). Il lavoro come bene comune non è fine a se stesso, ma è un'entità necessariamente funzionale alla qualità dell'esistere in un determinato contesto (ecosistema), da tutelarsi nei confronti sia del capitale privato (proprietà) sia del sistema politico (governi), che del capitale privato sempre più frequentemente è succube. (p. 54)

4) come in parte già detto, i beni comuni si definiscono come relazione e danno sviluppo ad un'antropologia ed una pratica della relazione diversa nei confronti di tutto ciò che ci circonda. Ciò comporta che il governo dei beni comuni non può che articolarsi attorno a una diffusione del potere e un'inclusione partecipativa. Per cui una battaglia per i beni comuni determina un'autentica declinazione democratica della cittadinanza, attraverso la partecipazione attiva e diretta; inoltre, mentre il paradigma della proprietà pubblica e privata si fonda sull'esclusione e la concetrazione del potere nelle mani di un sovrano, le utilità dei beni comuni sono prodotte dall'inclusione. Infatti:

Secondo l'impostazione della Commissione Rodotà [La commissione che lavora sui Beni Pubblici, la proprietà pubblica e privata], quelli comuni intanto sono beni (cose che possono formare oggetto di diritto) in quanto siano accessibili a tutti. […] Il bene comune non è a consumo rivale; al contrario, presenta una struttura di consumo relazionale che ne accresce il valore attraverso un uso qualitativamente responsabile (e pertanto ecologico). (p.83).

Per concludere, è lecito affermare che il testo di Mattei rappresenta un breve opuscolo in grado di mettere in campo tutte le questioni cruciali del dibattito sulla congiuntura, la democrazia, la gestione dei beni e l'emergenza di nuove pratiche alternative.
Una società dei beni comuni è una società della pratica del bene comune, in grado di articolare i differenti livelli del potere (istituzionale e diffuso) al fine di modificarli nella direzione di una gestione diretta, democratica, della cittadinanza attiva.
Il ragionamento sui beni comuni, e sul Comune in genere, riconosce la centralità del conflitto politico nel determinare le priorità e afferma un modello di gestione e condivisione che va oltre lo schema Stato/mercato, che in realtà rappresentano le due facce della stessa politica di esproprio delle ricchezze e delle risorse condivise.


Ugo Mattei insegna Diritto civile all'Università di Torino e Diritto comparato e internazionale alla University of California. È stato vicepresidente della Commissione Rodotà per la riforma dei beni pubblici, co-redattore dei quesiti referendari per l'acqua bene comune e ha patrocinato come avvocato alla loro ammissibilità presso la Corte Costituzionale. È editorialista del quotidiano “il Manifesto”.
Spunti bibliografici:

Ugo Mattei, Beni comuni, Laterza, 2011, Roma-Bari
Alberto Lucarelli, Beni Comuni. Dalla teoria all'azione politica, Dissendi, 2011, Roma
Alberto Lucarelli-Ugo Mattei (a cura di), Italia Bene Comune: un altro modello di democrazia, scaricabile su http://www.democraziakmzero.org/2011/12/16/italia-bene-comune-una-proposta/
Ugo Mattei- Edoardo Reviglio – Stefano Rodotà, Invertire la rotta. Idee per una riforma della proprietà pubblica, Il Mulino, 2007, Bologna
Antonio Negri-Michael Hardt, Comune. Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, 2010, Milano
Elinor Ostrom, Governing the Commons, Cambridge University Press, 1990, Cambridge

18.10.11

Libri: "Beni comuni" di Ugo Mattei

Per la nostra recensione del libro vai su: http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/12/recensione-di-beni-comuni-di-ugo-mattei.html




Tratto da Il Manifesto del 16 ottobre.


È necessario un processo costituente per immaginare la società dei beni comuni e sovvertire l'ordine costituito fondato sulla crescita capitalistica. E per scalzare sia la proprietà privata che la sovranità statuale
Un linguaggio nuovo è ciò che riduce ad unità le battaglie politiche di dimensione globale per i beni comuni che oggi si ritrovano in piazza. In Italia di queste battaglie e della produzione di questo linguaggio il manifesto è stato in questi anni protagonista, fino ad essere riconosciuto esso stesso come un bene comune. Queste battaglie, dall'acqua all'Università, dal Valle di Roma al no Tav della Val Susa, dall'opposizione ai Cie ai Gruppi azione risveglio di Catania, sono declinate in modo diverso nei diversi contesti, ma fanno parte di uno stesso decisivo processo costituente. Muta la tattica ed il suo rapporto con la legalità costituita. Resta costante la strategia costituente che immagina la società dei beni comuni. Ovunque si confrontano paradigmi che travolgono la stessa distinzione fra destra e sinistra, consentendo vittorie clamorose come quella referendaria su acqua e nucleare. Il paradigma costituito fondato su un'idea darwinista del mondo che fa della crescita e della concorrenza fra individui o comunità gerarchiche (corporation o Stati) l'essenza del reale. La visione opposta, fondata su un'idea ecologica, comunitaria solidaristica e qualitativa dello sviluppo, può trasformarsi in diritto soltanto con un nuovo processo costituente, capace di liberarsi del positivismo scientifico, politico e giuridico che caratterizza l'ordine costituito da cinque secoli a sostegno del capitalismo che ancora colonizza le menti e i linguaggi. Il modello costituito è sostenuto dalla retorica sullo sviluppo e sui modi di uscita dalla crisi, che i media capitalistici continuano a produrre, nonostante la catastrofica situazione ecologica del nostro pianeta. L'insistenza mediatica è continua e spudorata ma progressivamente meno seducente e le forze costituenti costruiscono nella prassi quotidiana un mondo nuovo e più bello.
L'ordine giuridico costituito è radicato nell'individualismo proprietario, nella sovranità dello Stato sul territorio, e nella stessa visione antropocentrica della modernità (e dell'economia politica) fondata sull'homo oeconomicus e sul survival of the fittest. L'ordine costituente vuole riportare le leggi umane in sintonia con quelle ecologiche, secondo una visione della vita come comunità di comunità, legate fra loro in una grande rete, un network di relazioni simbiotiche e mutualistiche, in cui ciascun individuo (umano o meno che sia) non può che esistere nel quadro di rapporti e di relazioni diffuse secondo modelli di reciprocità complessa.
La visione meccanicistica e positivistica, che configura l'ordine costituito come il solo reale è denunciata nelle piazze oggi perché è responsabile di aver portato il mondo sull'orlo del baratro. Ad essa opponiamo una costituente ecologica, collocando al centro la solidarietà, la bellezza, l'immaginazione e la liberazione dal lavoro alienato. L'individuo solitario, la competizione, la meritocrazia e l'uso della tecnica a fini di sfruttamento sono smascherate oggi come l'ideologia letale che legittima la diseguaglianza e l'accumulo senza fine. Se infatti l'individuo solo in natura soccombe, la sua costruzione teorica e la sua spettacolarizzazione sono funzionali alle esigenze di breve periodo dello sfruttamento. L'individuo, reso solo, narcisistico e desideroso di consumare, trova nelle merci e nel rapporto contrattuale il proprio principale orizzonte relazionale. Una condizione umana miserabile che ancora vive della distruzione dei beni comuni e che oggi con gioia e rabbia insieme rifiutiamo.
L'emersione del linguaggio dei beni comuni e la loro riconquista va quindi compresa nell'ambito di uno scontro politico epistemologico e anche psicologico profondo fra due visioni del mondo. Uno scontro che va tradotto in una prassi politica costituente capace di far trionfare a livello globale in tempi estremamente ridotti la sola concezione scientifica compatibile con il mantenimento e l'adattamento di lungo periodo della vita sul nostro pianeta. Si tratta perciò di predisporre un'alternativa, politica e culturale, che sappia scalzare tanto la proprietà privata quanto la sovranità statuale dal ruolo di pietre angolari dell'organizzazione politica costituita. Ciò è possibile solamente mettendo al centro il comune, ossia riconoscendo la primazia della distribuzione sulla creazione di ricchezza, della qualità delle relazioni sulla quantità del capitale, della bellezza sull'osceno. Poiché gli attuali rapporti di forza fra proprietà privata (corporation) e Stato rendono quest'ultimo succube della prima, la battaglia non può limitarsi a strategie costituite. Esse possono soltanto essere tattica, ancorché talvolta vincente come ha dimostrato la battaglia referendaria condotta ex art. 75 Costituzione.
Ridefinire i confini costituzionali dello Stato e allo stesso tempo quelli del profitto e della rendita, secondo un'idea di "meno Stato, meno proprietà privata, più comune" è prassi costituente necessaria che rifiuta oggi le condizioni di realtà create dal dominio e dalla concentrazione del potere. Stiamo costruendo oggi una società ecologicamente sostenibile, coerente con le nostre attuali conoscenze sulla fenomenologia del reale.
In questo quadro teorico lottare per un'entità (acqua, università, culturale, rendita fondiaria, lavoro, informazione) come bene comune al fine del suo governo politico-ecologico è una prima radicale inversione di rotta rispetto al trend della privatizzazione e del saccheggio. Ciò tuttavia non può essere circoscritto dalle condizioni costituite che comporterebbero un ritorno del potere nelle mani di un settore pubblico burocratico, autoritario o colluso. La tattica è dunque istituzionalizzare un governo partecipato dei beni comuni capace di restituirli alle «comunità di utenti e di lavoratori» secondo il fraseggio della nostra Costituzione (art. 43), ma la strategia non può che essere costituente, per immaginare cominciando a viverlo da subito, un mondo più bello in cui i beni comuni sono goduti secondo criteri di accesso, di rispetto, di uguaglianza sostanziale, di necessità e di condivisione.

23.6.11

Comune, comunità, comunismo

Anna Curcio (a cura di) Comune, comunità, comunismo, Teorie e pratiche dentro e oltre la crisi, Verona: ombre corte – collana Uninomade, 2011.


Come immaginare un’“alternativa” nel pieno della crisi economica globale? Costruendo un’interlocuzione tra il pensiero dell’operaismo rivoluzionario e il marxismo althusseriano, il volume prova a dare delle risposte interrogando l’attualità del comunismo. Il punto di partenza è il dibattito internazionale sui commons, che qui viene ripensato in modo critico e innovativo. La conversazione tra Antonio Negri ed Étienne Balibar, in apertura del libro, offre gli strumenti concettuali e chiarisce la posta in palio del confronto: “ritornare” a Marx contro le ortodossie marxiste e i socialismi realizzati, ovvero condurre Marx dentro le lotte del presente globale. Qui si confrontano le differenti ipotesi, tra chi cerca il comune nello spazio di una comunità da reinventare, oppure dentro le resistenze e i rapporti di produzione. Il volume propone così una straordinaria cassetta degli attrezzi per il pensiero critico e radicale, per le lotte e le sfide politiche del XXI secolo e per le pratiche che stanno disegnano un nuovo orizzonte di libertà ed eguaglianza.

Indice
Introduzione
Comune, comunità, comunismo. Ripensare Marx al tempo della crisi
di Anna Curcio
Comune, universalità e comunismo. Una conversazione tra Étienne Balibar e Antonio Negri
a cura di Anna Curcio e Ceren Özselçuk
Il comune nel comunismo
di Michael Hardt
Cinque tesi sul comune
di Gigi Roggero
Le differenze nel comune
di Anna Curcio
Ri/generare il feudalesimo. Riconsiderare i modi di produzione
di S. Charusheela
Soggettività, classe e “forme di rapporto dei membri della comunità”
di Jack Amariglio

Per una critica della soggettività biopolitica. Jouissance e antagonismo nelle forme di rapporto tra i membri della comunità
di Yahya M. Madra e Ceren Özselçuk

Le nostre ultime iniziative a Macerata: http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/04/iniziative-costruire-bene-comune.html

6.5.11

"Ritorno di Fiom" di Gabriele Polo

Laboratorio Giovanile Sociale ha oggi partecipato allo sciopero generale indetto dalla CGIL e alla manifestazione di Macerata. Anche per discutere di questo e soprattutto per andare oltre, ribadisce l'invito a tutt* a prendere parte all'iniziativa promossa per il 20 maggio e che mette assieme tante delle realtà scese in piazza oggi: Fiom-CGIL, FLC-CGIL, Movimento degli Studenti, Rete degli Studenti-Medi. Dopo lo splendido incontro sulla democrazia del 29 aprile, un altro momento per tessere la tela dell'alternativa e rinnovare l'esigenza di un cambiamento culturale in tutto il Paese. Partendo, in questo caso, da un testo incentrato sul maggiore sindacato dei metalmeccanici.








La riflessione infatti prenderà spunto dal libro "Ritorno di Fiom", di Gabriele Polo

Il sindacato metalmeccanico della Cgil è oggi al centro dell'attenzione di attacchi furibondi e di appassionati consensi nell'ambito di una sfida che non riguarda solo le relazioni industriali ma anche la qualità politica e sociale della nostra democrazia. Sfida per un'idea e una pratica del cambiamento che non intende scambiare l'occupazione con la dignità, i diritti e le condizioni di vita dei lavoratori.
La Fiom è un caso unico nel panorama sindacale europeo: compiuti cent'anni alla fine del secolo scorso, i metalmeccanici della Cgil hanno provato a ritornare giovani, ripartendo dal conflitto tra capitale e lavoro, ritrovandosi accanto ai movimenti antiliberisti, diventando un punto di riferimento anche fuori da fabbriche e uffici, cercando nuove strade per la rappresentanza. Storia di una trasformazione e di una sfida democratica: dalla ripresa del conflitto sociale fino allo contro con la Fiat di Marchionne, passando per Genova 2001, nel racconto giornalistico di un quindicennio e nelle interviste agli ultimi tre segretari generali della Fiom.L'autore ricostruisce le trasformazioni sociali ed economiche dell’Italia e le scelte fatte dai metalmeccanici della Cgil in un arco di tempo che coincide, non casualmente, con «gli anni di Berlusconi», l’ultima autobiografia nazionale del Belpaese. Il libro è una cronaca ragionata dei fatti, articolato in tre parti, ciascuna delle quali corredata dall'intervista al segretario generale del periodo – da Claudio Sabattini (1994-2002) a Gianni Rinaldini (2002-2010) a Maurizio Landini (dal 2010).

22.3.11

"Le Beatrici" di Stefano Benni

Continuiamo nella nostra rubrica dedicata ai libri, convinti che anche in un momento come quello attuale, in cui la guerra sovrasta l' immaginazione così come la nostra critica, sia importante rilanciare la cultura, il sapere, la formazione. Collettivamente, se possibile.
Ringraziamo ancora Martina e la Libreria Leggimi di Ancona per la recensione del testo di Stefano Benni.


Scrivere qualcosa di un libro di Stefano Benni è estremamente difficile e forse ha davvero poco senso. Perché bisogna leggerlo. Punto. Non c'è descrizione, frase, recensione che renda davvero l'idea. E chi ha avuto a che fare con libri di questo geniale autore capirà senza dubbio che cosa intendo. Questi ot...to monologhi per voce femminile sono comunque eccezionali. Ti fanno ridere, pensare, commuovere, incazzare; ti "smuovono". E tutto questo in appena 92 pagine. Alcune di esse sono forti, altre nostalgiche e delicate, altre assolutamente esilaranti, o assurde. In fondo non sono così diverse dalle donne stesse. Non sono così diverse dal variegato e complesso mondo femminile. Non c'è bisogno di elencare una ad una le 8 protagoniste dei monologhi: ci si può solamente limitare a dire che esse rappresentano, con eccessi e caricature, alcuni aspetti, negativi e positivi, della femminilità contemporanea. Ma non è tutto qui: richiami alla politica odierna, riflessioni sulla vecchiaia e sul senso di solitudine dei nostri anziani, sulle aspirazioni delle nostre giovani ragazze, sulla tragicità dei nostri tempi, sull'assurdo dei nostri schemi. Mi sentirei di segnalare due parti in particolare che mi hanno conquistato completamente: il monologo di Beatrice e la canzone per Fabrizio De André. Beatrice è proprio lei, quella di Dante, quella cantata e resa famosa dal poeta. Ora è lei a prendere la parola e a raccontare la sua verità. Sette pagine di pura genialità e assoluta comicità. Splendide. La canzone per De André rappresenta l'altro lato dello scrittore: quello lirico, profondo, poetico. Si tratta effettivamente di un componimento che De André avrebbe dovuto mettere in musica. Ma questo non accadde mai, perché morì.Leggete Le Beatrici. Assolutamente. Non c'è molto altro da dire.

26.2.11

"La prova del miele" di Salwa Al-Neimi

Ringraziamo Martina e la libreria Leggimi di Ancona, da cui riprendiamo la recensione del seguente libro, che segue quelle delle passate settimane sulla questione di genere...


Questo libro è breve, incisivo e denso. Forse sarebbe riduttivo catalogarlo come libro erotico. A scriverlo è una donna, e araba per di più: una poetessa siriana che vive a Parigi. Una voce fuori dal coro, molto coraggiosa che non esita ad iniziare il suo testo con queste parole: "C'è chi porta con ...sé il ricordo degli animi. Io porto con me il ricordo dei corpi. Non conosco la mia anima, né quella degli altri. Conosco il mio corpo, conosco i loro corpi. E mi basta".
La voce di Salwa Al-Neimi è chiara e ben distinta e si esprime attraverso la protagonista del libro. Una donna che non sopporta quel nebuloso e falso perbenismo che circonda la sessualità del mondo femminile, arabo e non solo. Non sopporta di dover aspettare un'autorizzazione, terrena o celeste che sia, per concedersi ai suoi uomini. Non sopporta tante cose. Non sopporta tanti uomini e tante donne.Ma ama il sesso, ama la conoscenza del sesso, alimentata dalla attenta lettura di antichi testi di letteratura araba erotica e ama dirlo. Apertamente, senza filtri, con competenza e cognizione di causa. Finalmente, dopo tanto silenzio e troppi segreti, può parlare. Ed è quasi un grido quello che emerge dal testo, non esasperato o istintivo, ma consapevole ed appassionato. E non poteva essere altrimenti.
Si può essere d'accordo o meno con Salwa Al-Neimi: certi suoi assunti non sono condivisibili in toto o appaiono quanto meno estremi. Ma non si può certamente dubitare della verità delle sue parole: parole profondamente sentite e vissute, in primo luogo dal suo corpo di donna libera. Della stessa autrice si segnala anche "Il libro dei segreti", uscito per Feltrinelli nel settembre del 2010.
Cos'è la Libreria 'Leggimi':
Le altre proposte di lettura del Laboratorio Giovanile Sociale: http://lgsmacerata.blogspot.com/search/label/Libri

22.2.11

Leggimi, un 'luogo altro' ad Ancona...

Dedichiamo questo post alla Libreria Leggimi, nata due mesi or sono ad Ancona all'interno del centro commerciale di Torrette. Uno dei sempre più diffusi "luoghi altri", che costruiscono cultura dal basso, intessono saperi, mettono assieme comunità nuove, praticano forme di rEsistenza; in questo caso, partendo dalle donne, dai bambini e dai libri.
Nei prossimi giorni, speriamo nei prossimi mesi, pubblicheremo alcune delle recensioni che Martina, responsabile della libreria, ha fatto di testi recenti: libri che si intrecciano con le proposte di lettura fatte nei mesi scorsi dal Laboratorio...
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Libreria 'Leggimi'

Un luogo che nasce da tanta passione, da una buona dose di coraggio e spregiudicatezza, dal desiderio di esprimere il piacere della lettura per grandi, bambine e bambini.
Un luogo che nasce dalla collaborazione, dall'aiuto, dal sostegno di tante persone che ancora, nonostante tutto, credono nel
valore di una cultura aperta ed accogliente.
Un luogo che vorrebbe ascoltare la diversità di ognuno, e che raccontando il mondo da più prospettive possibili, si propone di parlare a quante più persone possibili.
Un luogo di studio, dialogo e partecipazione...o per lo meno così speriamo; o per lo meno così vorremmo che fosse, attraverso laboratori e attività che verranno presto organizzati.
Un luogo che desidera non svendere ma mettere in luce e raccontare la sensibilità artistica femminile, nelle sue infinite sfaccettature, disperse in pagine e oggetti di tutto il mondo.
Un posto che vorrebbe parlare ai bambini. Perché crede nella loro forza, nella loro energia, nella loro anima creativa, nella loro incantata saggezza.
Un posto che vi dà il benvenuto, che vi ringrazia per esserci, che spera di fare presto una chiacchierata con voi, tra un libro e una collana di perline....
Grazie a tutti. Di cuore.

13.1.11

La questione di genere 5: "La principessa che credeva nelle favole" di Marcia Grad


Dopo aver affrontato un'opera impegnativa come Il Secondo Sesso, suggeriamo oggi un libro che si affianca piacevolmente alle tematiche trattate, anche se con un taglio, sia stilistico e che di contenuto, diverso. Scorrevole e avvincente, il libro integra gli aspetti che stiamo approfondendo attraverso la struttura narrativa della favola, con tutti gli elementi di cui essa si compone. Dalla penna di Marcia Grand Powers, psicologa esperta in tecniche di crescita personale, un libro intelligente e ricco di spunti: La principessa che credeva nella favole. Come liberarsi del proprio principe azzurro.
Abituata fin da piccola a sognare il principe azzurro, la principessa Victoria cresce perfettamente in linea con il codice di comportamento reale e chiude letteralmente nell'armadio la parte più impulsiva e libera di se stessa. Impara a essere perfetta come tutti la desideravano e si riempie di aspettative sognando la splendida vita col suo già adorato principe. Salvo poi accorgersi, dopo poco tempo, che il principe che aveva sempre aspettato non era poi tanto azzurro come se lo immaginava. Inizia quindi un viaggio alla ricerca della su felicità e della sua verità, per ricominciare a conoscersi e ad amarsi anche senza essere perfetta e senza dover a tutti i costi smettere di dialogare con la parte più profonda del suo essere.
Una storia ricca di spunti di riflessione, che mostra la difficoltà di dialogare con se stessi e di affrontare una messa in discussione totale della propria vita e della propria storia. Una lettura che favorisce l'introspezione attraverso un gioco di personaggi ben costruito e significativo, che sfrutta la fiaba per toccare tematiche reali e sperimentabili. Per nulla scontato e sicuramente sorprendente, il libro invita a intraprendere questo viaggio con Victoria, immedesimandosi con facilità in essa e nei suoi sentimenti.
Con un pizzico di magia e di fantasia, ingredienti essenziali per una favola, l'autrice invita a non smettere di sognare, evitando però che questo sogno diventi una gabbia dorata fatta di compromessi come sbarre, a discapito della propria felicità.

29.12.10

La questione di genere 4: "Il secondo sesso" di Simone de Beauvoir

Dopo aver suggerito letture interessanti, e tuttavia non troppo difficoltose da affrontare, proponiamo ora un percorso decisamente più impegnativo e da fruire in piccole dosi, almeno per i non esperti, per continuare ad approfondire queste tematiche. Nel 1949 infatti, nella Francia dove le donne hanno appena votato nel 1947 per la prima volta, esce il libro, subito classificato come scandaloso, Il secondo sesso di Simone de Beauvoir. Recensito, trattato e discusso da tutte le riviste intellettuali e non, l'opera venne persino censurata dal Vaticano.

Inserito nel contesto francese dell'epoca, di cui si alimenta, il libro non può essere letto senza un breve richiamo alla società cui si riferisce; in un periodo politico di sostegno alla famiglia e alla maternità senza precedenti, teso a risollevare una natalità in preoccupante calo. Calo al seguito del quale si registrò un boom di nascite che riportò chiaramente in voga la figura di donna madre confinata alla sfera familiare.

La donna viene analizzata dall'autrice da diversi punti di vista, prendendo a riferimento gli elementi biologici, psicologici e psicoanalitici e quelli del materialismo storico, descrivendo i ruoli che essa occupa e i comportamenti che la riguardano: la donna sposa, madre, prostituta, lesbica, narcisista, innamorata, mistica. Si parla della condizione di inferiorità della donna e delle motivazioni che da sempre la rendono subordinata, restituendo una lettura complessa, dura e affascinante e accarezzando l'idea di un mondo dove la libertà passa anche per l'uguaglianza tra i sessi. La stessa autrice, criticata fortemente e a lungo, spiega le motivazioni della sua opera in questo modo: “Poiché io stessa non avevo mai subito discriminazioni da parte degli uomini, mi rifiutavo di credere che esistessero discriminazioni per le altre donne. Questa convinzione errata è entrata in crisi a New York. Lì ho fatto esperienza di come donne intelligenti venissero ridicolizzate e sorpassate se osavano partecipare a discussioni fra maschi. Davvero, le donne americane di allora avevano un ruolo molto subordinato. Gli uomini le usavano per il sesso, per i bambini e per le pulizie della casa, e le donne stesse, in fondo, non desideravano altro”.

Pilastro della discussione sulla condizione femminile, "Il Secondo Sesso" è allo stesso tempo una chiara critica alla società dominante, e una analisi e una denuncia puntali sulla differenza di genere prodotta dalla società stessa e dalla storia.


21.12.10

La questione di genere 3: "Il corpo delle donne"


“Il corpo delle donne”: da documentario a libro. Diventa un volume l’inchiesta sul corpo femminile in tv condotta da Lorella Zanardo e visibile sul blog dedicato a “Il corpo delle donne”, tradotto in sei lingue, realizzato con Cesare Cantù e Marco Malfi Chindemi.

È stato l’inizio di un cambiamento e di una grande spinta per far riguadagnare centralità alle donne e misurare la loro incidenza sul tessuto sociale e culturale del nostro paese. L’autrice racconta qui la genesi del documentario, le reazioni che ha suscitato, l’interesse inaspettato da parte delle giovani generazioni, la necessità di uscire dagli stereotipi per giungere a una nuova definizione del femminile. Inoltre, mette a fuoco nuovi strumenti di lettura dell’immagine televisiva e dei messaggi che questa veicola.




Messaggi che hanno due principali temi: la donna come oggetto sessuale e, di contro, la donna che sente un constante senso di inadeguatezza di fronte alle altre donne “disumanizzate” da una perfezione fisica artificiosa e alienante.



Nella televisione, ci dice la Zanardo, manca la donna che è. È presente solo quella che appare.



La donna reale da sempre sembra perseguitata da un senso di colpa che in questo tipo di società sembra essersi affinato, diventando più subdolo e pericoloso. Infatti ci vergogniamo di mostrare la nostra faccia, per questo la mascheriamo, intervenendo su di essa anche in modo violento e autolesionista, come può esserlo un intervento di chirurgia estetica.





La Zanardo cita Anna Magnani, che ripeteva ai truccatori che prima del ciak stavano per coprirle le rughe del volto: “Lasciamele tutte, ci ho messo una vita a farmele!” Le nostre rughe, le nostre imperfezioni parlano di noi, sono la nostra vita, l’unica che abbiamo. Non possiamo permetterci di vergognarcene.



Mostrare con orgoglio la nostra faccia significherebbe vivere con dignità e rispetto la nostra vita, che è nostra, come lo sono i nostri desideri e le nostre volontà.



15.12.10

La questione di genere 2: "Ancora dalla parte delle bambine"


Continuiamo il nostro percorso sulla riflessione in merito alla questione di genere e sulla scia della lettura precedentemente proposta, suggeriamo oggi il libro di Loredana Lipperini, con prefazione di Elena Gianini Belotti.

L'autrice prede a riferimento il testo della Belotti e cerca di indagare quali sono i modelli delle nuove bambine di oggi, quali sono i loro sogni e le loro aspirazioni, facendo paralleli con le eroine dei cartoni e delle riviste per ragazzine, affrontando il problema della marcata tendenza verso i caratteri della adolescenza anticipata. La Lipperini coglie la discrepanza tra l'immagine scolastica delle donne, che le bambine e i bambini fruiscono attraverso i testi e quella sexy proposta dalla moda, sempre più attenta a catturare gli occhi delle piccole potenziali acquirenti con stili da adulti propinati ai piccoli. Una sorta di adultizzazione.

Malgrado non si presentino più le immagini stereotipate del maschile e del femminile attraverso il grembiulino rosa e blu, le stesse logiche e le modalità sono state trasferite sui meccanismi pubblicitari, le riviste, i giochi. In maniera più sottile e ugualmente dannosa.

Una lettura affascinante e interessante che riporta le tematiche individuate ne "Dalla parte delle bambine", attualizzandole e dando loro ampio respiro alla luce anche delle nuove tecnologie, asserendo che il problema forse non è il mezzo in quanto tale, ma il come viene usato e cosa contiene.

Una presa di coscienza guidata e ricca di contenuti attinenti alla realtà, aderenti alla vita di ognuna di noi.

7.12.10

La questione di genere: "Dalla parte delle bambine"


Inizia da dicembre la rubrica di approfondimento che propone letture interessanti e attente alle questioni che ci toccano più da vicino. Suggerendo itinerari semplici e accessibili a tutti, vogliamo offrire la possibilità di confrontarsi con testi importanti e piacevoli per costruire idee e riflessioni. La rubrica si articola per aree tematiche e suggerisce, attraverso la recensione e il commento, un libro a settimana, per fare in modo che ogni mese possa strutturarsi un percorso di lettura e discussione. Ovviamente sono bene accetti suggerimenti e riflessioni.


Il primo itinerario che vorremmo proporre è quello relativo alla questione di genere, tanto discussa e tanto utilizzata in modo strumentale, poco conosciuta e poco approfondita con attenzione e aderenza alla realtà. Partendo dalla considerazione che la differenza di genere è radicata nel più profondo della nostra società, ma soprattutto nel più profondo modo di vivere di ognuno di noi, annotiamo come primo testo “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Bellotti. È un testo del 1973, che quindi risente sicuramente dell’influenza del femminismo dell’epoca, il più “arrabbiato”nella storia. È comunque un’opera da cui partire, perché ci fornisce un’analisi chiara e completa sulla questione di genere in Italia, che va a scoprire i più nascosti e impliciti comportamenti coinvolti nell’educazione dei maschi e delle femmine: non dei bambini in quanto esseri umani, ma dei bambini in quanto femmine o maschi. E perchè a questo punto schierarsi dalla parte delle bambine? Perchè, come si comprende tra le righe scritte con estrema chiarezza dalla Bellotti, questa situazione è tutta a sfavore delle bambine che nella vita vengono educate, sin dai primi mesi di vita, alla rinuncia e al sacrificio dagli adulti, in particolare dalla madre che conserva una sorta di falsa coscienza imposta e in un certo senso autoimposta. Tali comportamenti vanno dallo svezzamento precoce, alla scelta di giochi “responsabilizzanti”, a pratiche didattiche di conformismo, che limitano la creatività delle bambine. L’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita” ha un ruolo fondamentale, che viene spesso negato in nome di presunte differenze genetiche,innate. Ecco allora che se da un lato si abitua la bambina all’autonomia e alla responsabilità, dall’altro la si educa alla dipendenza dall’uomo: questo con l’utilizzo di fiabe, in cui principesse vengono salvate da principi (come se non fossero in grado di potersi tirar fuori dai problemi da sole!), e che vivono felici e contente solo dopo averli sposati. Poi se vogliamo fare un’ulteriore riflessione notiamo che questo tipo di “educazione sentimentale” impartita alle femmine, continua anche in età adulta: chi non ricorda “Pretty woman” dove Jolia Roberts, prostituta giovane, povera e sola, viene salvata (e sfruttata, in molti se lo dimenticano che Richard Gere non ha fatto altro che favorire la prostituzione) da un uomo affascinante, potente e ricco, che si presenta a lei, non col cavallo bianco ma con una macchina di lusso. Tali discorsi divengono allora cosi attuali e il 1973 non sembra poi così lontano, discorsi che quando vengono scomposti e analizzati dalla Bellotti, è come se tutti, e soprattutto tuttE noi in qualche modo l’avessimo una volta nella vita intuito e percepito, ma con difficoltà compreso e spiegato a noi stesse.