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3.2.12

La proposta di Azione Politica Locale - di Alberto Lucarelli

Tratto da www.vialiberamc.it

di Alessandro Colella


Qui sotto trovate la relazione introduttiva di Alberto Lucarelli, Assessore ai Beni Comuni del Comune di Napoli, tenuta in occasione del Forum dei Comuni per i Beni Comuni, a Napoli, il 28 gennaio; è un intervento politicamente molto “ricco” sia per le idee che lo ispirano (al tempo dei finti tecnici è quasi un miracolo) sia, soprattutto, per le indicazioni concrete di azione politica che i Comuni potrebbero mettere in moto “a partire da domani”, come sottolinea lo stesso Lucarelli. Sarebbe importante mettere alla prova e valutare il modello di democrazia partecipativa proposto a Napoli (per chi volesse approfondire: Alberto Lucarelli, Beni Comuni. Dalla Teoria all’azione politica, Dissensi) dal punto di vista della praticabilità politica, Comune per Comune, Movimento per Movimento, Cittadino per Cittadino, Persona per Persona. Da questa relazione emergono, sul modello “esemplare” del comune di Napoli, 26 punti molto chiari dai quali Persone, Cittadini, Movimenti e Comuni, nel caso in cui fossero orientati ad un rinnovamento partecipato della democrazia locale, potrebbero trarre ispirazione come esempio di azione politica concreta. Di seguito l’intervento.

A partire dalla fine degli anni ottanta, e ancor più dopo la riforma costituzionale del 2001, la parola decentramento amministrativo è stata progressivamente sostituita da democrazia locale. Siamo oggi qui riuniti, su invito e proposta del sindaco Luigi de Magistris, per reagire a quanti vogliono trasformare la democrazia locale in un simulacro: in un luogo di miseria e di speranze negate. Siamo oggi qui riuniti in quanto fiduciosi e consapevoli che proprio dalla democrazia locale, dallademocrazia di prossimità, dalla democrazia partecipativa possa partire un grande progetto di riscatto e di riconquista della dignità negata. Un progetto che da subito deve essere consapevole di volere e dovere esprimere una netta discontinuità rispetto al passato; di esprimere una volontà rivoluzionaria.

E dico subito: occorre lavorare per un intreccio forte tra democrazia locale e democrazia partecipativa. I Comuni devono trovare su temi di interesse generale, oltre e contro qualsivoglia logica e pratica di localismo, una piattaforma di valori condivisi e di proposte politiche precise da portare avanti, anche attraverso il conflitto e la disobbedienza civile, su scala nazionale e locale. Occorre lavorare ad un progetto frutto di un intreccio continuo ed intenso con le pratiche sociali ed i movimenti. Una democrazia locale che trasformi in azione amministrativa indirizzi politici conquistati e determinati dal basso. Le linee di azione convergono tutte verso unavalorizzazione profonda dei beni comuni declinati intorno alla tutela dei diritti fondamentali e dei diritti di partecipazione, sulla base di una democrazia rinnovata in grado di reagire allatirannia del binomio autoritario sovranità–proprietà e alla mistificazione della rappresentanza e della delega.

Una democrazia rinnovata che si sviluppa attraverso istanze partecipative che si collocano molto più avanti del sistema dei partiti e della mistificazione della sovranità popolare e che proprio per tali motivi ha bisogno di nuove soggettività politiche. Dal basso, dunque, la necessità di destrutturare un modello autoritario che ha consentito ad intrecci burocratico-finanziari ed alla borghesia mafiosa di saccheggiare e sfruttare risorse comuni, imponendo una effettiva dittatura economico-finanziaria. In questo senso va subito chiarito: la questione dei beni comuni non si limita ad energia, acqua, territorio ed aria, ma coinvolge tutte quelle materie materiali ed immateriali connesse al tema del legame sociale e dei diritti fondamentali. La difesa e soprattutto il governo dei beni comuni implica la riconquista di spazi pubblici e democratici fondati sulla qualità dei rapporti e non sulla quantità dell’accumulo.

Beni comuni sono proprio quegli spazi nei quali si è manifestata negli ultimi anni una miriadi di azioni dal basso, di micro conflitti, di processi aggregativi spontanei e nei quali la proprietà pubblica non è stata garanzia di tutela dei diritti fondamentali, di eguaglianza, di solidarietà, di protezione sociale; anzi, in alcuni casi, ha accelerato e agevolato processi predatori e di contaminazioni pubblico-private. Dalla lotta in difesa della scuola e dell’università pubblica, del diritto all’abitazione, all’informazione, alla cultura, alla conoscenza, al welfare, alla resistenza contro lo scempio ed il consumo del territorio prodotto dalle grandi opere, contro la privatizzazione di internet, alla salute – , alla difesa della dignità del lavoro in aree come Pomigliano o Mirafiori. Quando l’art. 4 della Costituzione recita: ogni cittadino ha il dovere……di concorrere al progresso materiale o spirituale della società” è chiaro che il lavoro quale bene comune è la premessa fondativa del diritto delle generazioni future. Vogliamo oggi, partendo dalle esperienze delle democrazie locali e dei movimenti, tessere le principali tappe di un percorso ambizioso e articolato: la Rete dei Comuni per i Beni Comuni.

Un percorso che deve articolarsi in due modalità di azioni che possono anche muoversi con la stessa tempistica:

1) esercizio di azioni politico-amministrative locali concrete;

2) rivendicazioni, resistenza e disobbedienza civile verso atti statali illegittimi ed incostituzionali.

Comincio ad indicare quelle azioni che i comuni, sospinti dalle pratiche sociali,potrebbero far partire da domani. Ne indico ovviamente solo alcune a titolo esemplificativo:

1. In primo luogo, in attuazione della volontà referendaria espressa da 27 milioni di italiani lo scorso giugno, i Comuni devono impegnarsi, attraverso un patto federativo, a gestire l’acqua attraverso un modello pubblico partecipato. Come abbiamo fatto a Napoli con ABC (azienda speciale Acqua bene comune).

2. I comuni devono eliminare dalla tariffa il 7% relativo alla remunerazione del capitale investito. Ovvero uscire dalla logica del profitto e dello sfruttamento affaristico dei beni comuni.

3. Si invitano, pertanto, i Sindaci delle città che organizzano il servizio idrico integrato mediante società per azioni a totale capitale pubblico (Milano, Torino, Palermo, Venezia, ecc.) a siglare un patto da subito per transitare tutti verso una gestione del servizio per il tramite di aziende speciali, seguendo, ad esempio, l’iter indicato da Napoli.

4. Si invitano i Comuni all’adozione di piani energetici orientati ad un più razionale utilizzo delle risorse, nell’interesse delle generazioni future, costruendo, da subito, un patto tra amministrazioni e cittadini, per l’adozione di un piano d’azione per l’energia sostenibile.

5. Prevedere che la gestione dei rifiuti debba fondarsi sulla politica delle “R” , piuttosto che su progetti affaristici fondati su discariche ed inceneritori.

6. Prevedere che la tutela dell’aria e la qualità della vita nelle città passino sempre più attraverso lapredisposizione di ampie ZTL e con una prospettiva di radicale riforma della mobilità urbana, trasformare progressivamente vie e piazze in giardini, spazi di gioco e incontro: in beni comuni a vocazione sociale.

7. Definire e gestire il territorio bene comune, arrestando il consumo di suolo efronteggiando qualsivoglia forma di condono edilizio.

8. Lo sviluppo urbanistico deve accettare limiti rigidi all’espansione su suoli agricoli,trovando spazi nella rottamazione degli edifici di bassa qualità, energeticamente inefficienti, riusando le aree già compromesse. Occorre riconquistare lo spirito di appartenenza al proprio territorio.

9. Immaginare reti di distribuzione locale di prodotti biologici per operare una sinergia fra le città e le campagne circostanti. Creare opportunità di eco-lavoro cooperativo per far cessare le forme più intollerabili di precarietà e sfruttamento.

10. Creare laboratori permanenti di consultazione dei cittadini dando loro la possibilità di deliberare ed incidere concretamente sulle grandi scelte operanti nelle città; in particolari quelle che attengono al governo ed alla gestione dei beni comuni, sull’esempio del “Laboratorio Napoli”.

11. Nella grandi metropoli il governo dei beni comuni non può che passare attraverso un discorso serio sulla Città metropolitana e della democrazia di prossimità, non già quali ulteriori luoghi di mera rappresentanza.

12. Le istituzioni comunali, in quanto enti esponenziali delle comunità presenti sul territorio, devono impegnarsi a porre in essere politiche inclusive sul versante della rappresentanza, aprendosi, ad esempio, alla partecipazione dei migranti, ed ai minorenni (penso alla loropartecipazione ai referendum consultivi) ponendo il problema politico della doppia cittadinanza e dello ius soli per tutti. Anche in questo caso si può fare riferimento a quanto deliberato di recente dal Comune di Napoli.

13. In sede locale vanno rafforzati tutti gli strumenti di democrazia diretta: quali i referendum abrogativi, consultivi, propositivi.

14. I Comuni da subito, insieme ai movimenti, anche utilizzando alcuni strumenti del Trattato di Lisbona devono, da subito, promuovere e costruire una “Carta Europea dei Beni Comuni”, così come deliberato dal Comune di Napoli, mediante la quale inserire la nozione di bene comune tra i valori fondanti dell’Unione e fronteggiare la dimensione mercantile del diritto comunitario.

15. Da subito i Comuni, infine, potrebbero modificare i propri statuti (come di recente fatto dal Comune di Napoli) per introdurre la nozione giuridica di bene comune, non soltanto simbolica, ma capace di influenzare le politiche pubbliche locali.

16. Occorre lavorare per il pieno accesso gratuito alla rete (internet bene comune).

17. Le istituzioni pubbliche della cultura devono agire come reali istituzioni culturali e non come strumenti politici o finanziari. Soltanto in questo modo i loro organi potranno garantire serietà nella valutazione dei progetti e loro credibilità internazionale. In questo senso molto significativa è l’esperienza del Teatro Valle.

Da subito quindi e a merito titolo esemplificativo un complesso di azioni concrete che coniugano insieme beni comuni e nuove forme di democrazia: di prossimità e partecipative perché vicine e accessibili ai cittadini; rivoluzionarie perché radicali nella critica dell’attuale modello economico. Pratiche fondate su una conversione ecologica ed antropologica della democrazia e dell’economia. Spostiamoci ora sul piano della lotta, della resistenza, della disobbedienza ad un quadro giuridico-economico (nazionale e non solo) che tende progressivamente a trasformare la democrazia locale in un simulacro: quello che qualcuno ha chiamato l’ipocrisia della democrazia locale. Da Napoli dunque dovrà uscire una carta da consegnare al Capo dello Stato e al governo nella quale evidenziare tutti gli atti eversivi e incostituzionali che stanno progressivamente rendendo impossibile il funzionamento dei governi locali e soprattutto l’erogazione di servizi sociali tesi al soddisfacimento dei diritti fondamentali.

1. Occorre far presente che l’art. 8 della l. n. 42 del 2009 attuativa del federalismo fiscale, così come congeniata, non consente di finanziare i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti sociali, né le funzioni fondamentali dei comuni, in contrasto con gli artt. 117, 118 e 119 Cost.

2. In questo modo il welfare diventa un lusso, regredendo a forme autoritarie e antidemocratiche antecedenti allo Stato sociale.

3. Il federalismo demaniale, così come configurato (dlgs n. 85 del 2010), rappresenta la condizione per uno smembramento mercantile dello spazio pubblico attraverso procedure di alienazione del demanio che nascondono veri e propri processi di privatizzazione e saccheggio dei beni comuni.

4. Va promossa una campagna di “disobbedienza” avverso gli artt. 4-5 della legge n. 148/2011, confermati ed inaspriti dal decreto Monti bis sulle liberalizzazioni, che reintroducono processi a tappe forzate di privatizzazione dei servizi pubblici locali, violando la volontà referendaria e non consentendo gestioni pubbliche partecipate.

5. In particolare, da subito, occorre reagire all’art. 5 che sottende ad una vera e propria svendita di servizi e beni primari (scuole, asili, ospedali) a favore di cemento e quant’altro.

6. Occorre reagire al comma 4 dell’art. 26 del dl del 24 gennaio 2012 che, in contrasto con l’art. 119 Cost, impedisce alle gestioni dirette di ricorrere all’indebitamento per finanziarie spese di investimento, assoggettandole al patto di stabilità interno. Con le norme sul patto di stabilità interno siamo in presenza di regole eversive – di incalzante pretesa dell’equilibrio finanziario – che toccano ed indeboliscono la normatività della Costituzione, introducendo una vera e propria finanziarizzazione dell’economia, del debito e della potestà di spesa che viola la Costituzione e che impedisce politiche economiche locali.

7. I comuni devono reagire ad una simile e strutturale compressione della capacità di spesa delle amministrazioni. La Corte costituzionale può avere gli strumenti per valutare gliinterventi invasivi dello Stato ed il suo potere di controllo sulla finanza pubblica e sull’attività economica pubblica.

8. In questo senso va espletata una forte reazione al progetto di modifica dell’art. 81 Costche mira sostanzialmente a costituzionalizzare il patto di stabilità interno.

9. Si è resistito alla barbarie giuridica di impedire all’azienda speciale di gestire i servizi di interesse economico generale, quindi anche l’acqua, ma rimane la norma (art. 26, comma 5 bis del decreto Monti) che sottopone anche le aziende speciali al patto di stabilità interno, negando sostanzialmente la possibilità alle stesse di accedere a risorse per effettuare investimenti.

10. Si chieda allora con forza che gli investimenti per i servizi pubblici fondamentali debbano stare fuori dal patto di stabilità interno e che la cassa deposito e prestiti torni a svolgere un ruolo attivo di finanza pubblica, sottraendola al percorso di sostegno dei processi di privatizzazione.

In sostanza, non è possibile accettare in un Paese che pretende di definirsi democratico, che l’art. 26 del Monti bis, rubricato “Promozione della concorrenza nei servizi pubblici locali” riaffermi di fatto una disciplina abrogata comportando un’indebita restrizione dell’ambito di applicazione del referendum. Occorre reagire con forza ad un subdolo disegno eversivo di disarmo del diritto pubblico, di saccheggio dei beni comuni e della democrazia partecipativa, concepito ad arte per neutralizzare l’imponente movimento politico e culturale sorto in questi mesi a tutela dei beni comuni. La Rete dei Comuni per i Beni Comuni è pronta costituire un modello alternativo di democrazia, oltre l’orizzonte attuale, è pronta ad essere la base per ridiscutere i temi della rappresentanza ed introdurre con forza l’esigenza di nuovi soggetti politici, anche andando oltre l’art. 49 della Costituzione che costituisce il fondamento giuridico dei partiti politici. Occorre però avere la forza, la compattezza, il coraggio di liberarsi o di resistere a tutte quelle leggi che danno al saccheggio il crisma della legalità. Occorre avere il coraggio, la forza, ma anche l’entusiasmo, di sperimentare pratiche alternative di democrazia, anche attraverso la ricerca di forme organizzative più adeguate allo stato di cose presenti, disincagliandoci dalla“dittatura” della rappresentanza e della delega. Modelli di coordinamento e di pratica collettiva meno obsoleti rispetto a quelli che stanno facendo naufragio (rectius che sono naufragati).Mai più forme di leaderismo, di personalismo di autoreferenzialità, ma azioni coordinate da una molteplicità di soggetti, al fine di mettere in connessione diversità culturali, etniche, linguistiche. Un laboratorio in grado di superare la separatezza, fondato sull’inclusione e sulla contaminazione dei diversi.

Proviamoci! Insieme possiamo riuscirci.

Grazie!

10.1.12

Difendiamo i beni comuni dalle liberalizzazioni - verso Napoli 28/01

È necessaria una  grande battaglia di civiltà contro la privatizzazione dei servizi  pubblici locali. E per dire al governo «tecnico» che l'acqua non si  tocca. Un grande appuntamento a Napoli il 28 gennaio, con  amministrazioni locali e movimenti.
Un governo "politico" in agosto ha violato la Costituzione reintroducendo, in contrasto con l'esito referendario  del 12 e 13 giugno 2011, meccanismi concorrenziali e logiche di mercato  per l'affidamento dei servizi pubblici locali (ad eccezione dei servizi  idrici), determinando un preoccupante scollamento tra democrazia  rappresentativa e democrazia partecipativa. Un governo "tecnico", nella osiddetta fase due della sua azione politica, vuole accelerare tale  processo, con l'obiettivo di reintrodurre privatizzazioni forzate anche  nel settore all'acqua. È bene allora ricordare che l'art. 4 d.l. n.  138/2011, convertito con la L. n. 148/2011 riproduce l'abrogato art. 23  bis del Decreto Ronchi, che trovava applicazione per tutti i servizi  pubblici locali (spl), prevalendo sulle discipline di settore con esso  incompatibili, salvo quanto previsto in materia di distribuzione di gas  naturale e di energia elettrica, gestione delle farmacie comunali,  trasporto ferroviario regionale. Attraverso procedure competitive ad  evidenza pubblica, da svolgersi nel rispetto della relativa normativa  comunitaria, gli spl potevano essere affidati ad imprenditori o a  società in qualunque forma costituite oppure a società a partecipazione  mista pubblica e privata (mediante il ricorso alla gara cosiddetta a  doppio oggetto), con l'attribuzione al socio privato di una  partecipazione non inferiore al 40%.
L'affidamento in house veniva  ammesso come deroga al regime ordinario, a patto che fossero presenti  «situazioni eccezionali che, a causa di peculiari caratteristiche  economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto  territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso  al mercato» e che si rispettasse la procedura indicata (svolgimento di  un'analisi del mercato per motivare la scelta dell'in house,  consultazione dell'Agcm). In ultimo, la norma abrogata prevedeva un  regime transitorio per gli affidamenti già in essere all'entrata in  vigore della disciplina, fissandone la scadenza ed una data certa per la  messa a gara, a seconda del tipo di affidamento e della natura  dell'ente gestore. La norma trovava applicazione per tutti i servizi  pubblici di rilevanza economica, come del resto era stato riconosciuto  dalla stessa Corte Costituzionale con la sentenza n. 24 del 2011, la  quale, proprio in forza dell'applicazione estesa a tutti i servizi,  aveva ritenuto il primo quesito rispettoso del requisito di omogeneità,  richiesto ai fini dell'ammissibilità dalla giurisprudenza della  Consulta. 
L'abrogazione referendaria dell'art. 23 bis, come indicato  dalla stessa Corte Costituzionale, non determinava né la reviviscenza  dell'art. 113 Tuel né tanto meno creava una lacuna normativa, giacché la  disciplina comunitaria poteva infatti trovare diretta applicazione nel  nostro ordinamento, anche in assenza di una intervento nazionale di  adeguamento. Tale cornice giuridica ha avuto una assai breve  vigenza: l'articolo 4 è stato infatti introdotto dal legislatore solo  due mesi dopo l'avvenuta abrogazione dell'art. 23 bis, ignorando di  fatto la volontà referendaria. La consultazione di giugno avrebbe reso  prioritaria una discussione profonda in materia di spl, al fine di  intervenire in maniera razionale e sistematica in un settore da sempre  oggetto di continui ritocchi normativi. Ciò tuttavia non è avvenuto: il  decreto legge n. 138/3011 è stato votato in una situazione di asserita  emergenza, per rispondere al mercato. Il risultato, per quel che  concerne i servizi pubblici locali, è stato - come si è detto - la riproposizione della norma abrogata solo due mesi prima, con una scelta  che ha definitivamente segnato l'incapacità di una classe politica di  saper cogliere le novità politiche ed istituzionali generate dal  processo referendario. Ancora una volta, il legislatore ha posto le basi  per un processo di dismissione, segnato da uno sbilanciamento  dell'assetto delle gestioni a favore del privato, contribuendo alla  svalutazione degli stessi assets che saranno messi a gara, essendo  indiscutibile che una contestuale immissione sul mercato di numerosi  beni e servizi è idonea a determinare il crollo del loro prezzo. In  questo modo, il legislatore ha anche ignorato la maggiore autonomia che  il diritto comunitario assicura agli enti locali in materia di  definizione delle procedure di affidamento. 
Attualmente la  situazione è la seguente: l'art. 4 d.l. 138/2011 disciplina la gestione concorrenziale dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, ad  eccezione del servizio idrico e dei settori già esclusi dal Decreto  Ronchi, «liberalizzando tutte le attività economiche e limitando, negli  altri casi, l'attribuzione di diritti di esclusiva alle ipotesi in cui,  in base ad un'analisi di mercato, la libera iniziativa economica privata  non risulti idonea a garantire un servizio rispondente ai bisogni della  comunità». L'affidamento dei servizi avviene «in favore di imprenditori  o di società in qualunque forma costituite individuati mediante  procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto del Trattato  sul funzionamento dell'Unione europea e dei principi generali relativi  ai contratti pubblici e, in particolare, dei principi di economicità,  imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione,  parità di trattamento, mutuo riconoscimento e proporzionalità» (comma  8); inoltre, per quel che concerne gli affidamenti a società miste, al  partner privato selezionato con gara a doppio
oggetto dovrà detenere  «una partecipazione non inferiore al 40 per cento» (comma 12). 
L'affidamento in house, possibile ma solo in via derogatoria rispetto al  regime ordinario, è ammesso «a favore di società a capitale interamente  pubblico che abbia i requisiti richiesti dall'ordinamento europeo per  la gestione cosiddetta in house», a patto che «il valore economico del  servizio oggetto dell'affidamento sia pari o inferiore alla somma  complessiva di 900.000 euro annui». Infine, è definito un regime  transitorio per gli affidamenti già in essere all'entrata in vigore  della nuova disciplina, determinandone la scadenza e la relativa messa a  gara (comma 32, lett. a, b, c, d). Se all'esistenza del regime  transitorio e del meccanismo delle gare a data certa si aggiunge da una  parte il "premio" che i Comuni riceveranno una volta effettuate le  dismissioni (l'art. 5 prevede infatti l'assegnazione di una somma non  sottoposta ai vincoli di spesa propri del patto di stabilità),  dall'altra la sanzione del commissariamento per gli enti che invece  risulteranno inadempienti alla data del 31 marzo 2012, non è certamente  infondato parlare di una violazione dei principi comunitari e  costituzionali dell'autonomia decisionale dell'ente locale.
Occorre  reagire, e subito, a questa situazione di illegalità diffusa, di  attentato alla Costituzione e di vulnus alla democrazia partecipativa;  occorre reagire agli ulteriori e attuali progetti politici dell'attuale  governo "tecnico" (fase 2) che intendono estendere gli effetti di tali  provvedimenti anche all'acqua. La reazione deve partire non "soltanto"  dal Forum dei movimenti per l'acqua pubblica e dai ventisette milioni di  cittadini che hanno votato contro le privatizzazioni "forzate", ma  anche da parte di tutte quelle amministrazioni locali che rivendicano il  rispetto della Costituzione e della loro dignità ed autonomia  decisionale. Democrazia partecipativa e democrazia locale, in una  dimensione nazionale, devono unirsi in una grande battaglia di civiltà,  una grande battaglia per i diritti.Una prima e importante occasione  per discutere di questi temi sarà il 28 gennaio a Napoli, giorno in cui  de Magistris ha invitato, nell'ambito del I forum dei comuni per i beni  comuni.

14.12.11

Una rete dei comuni per i beni comuni.

Riportiamo di seguito un appello lanciato da Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, per un appuntamento tra tutti coloro che lavorano a livello comunale per una società dei beni comuni. La proposta é molto interessante, e fa proprie le esperienze territoriali che, come a Macerata, cercano di mettere assieme le associazioni, i comitati, i centri sociali, i sindacati, i liberi cittadini e i militanti nei partiti. Come l`esperienza di Macerata puo`e deve crescere, cosi`pensiamo che la data del é_ gennaio possa rappresentare un mometo di approfondimento politico delle dinamiche nazionali, di confronto delle lotte e riapertura del dibattito sulla crisi e il modello economico e sociale.


Propongo una data: il 28 gennaio. Propongo un luogo: Napoli. E soprattutto propongo un tema di confronto che abbia come protagonisti gli amministratori, i movimenti, le associazioni, le cittadine ed i cittadini: vediamoci e discutiamo insieme di come uscire dalla crisi economica ma anche da quella politica. Vediamoci e discutiamo insieme di come elaborare un’alternativa economica alla ricetta liberista imposta dall’Europa della Bce e della Commissione, che indica nel welfare e nei diritti il forziere da depredare per far cassa. Vediamoci e discutiamo insieme di come rapportarci alla nuova stagione vissuta dal paese: quella di un governo tecnico che nasce sulle ceneri della politica, consegnatasi mani e piedi alla “tecnocrazia”, cioè agli interessi dei cda della banche, dei mercati, delle istituzioni finanziarie, poiché incapace di fornire una risposta come pure dovrebbe.

Vediamoci e discutiamo insieme di come lanciare, dunque, un’alternativa economica e politica che a mio avviso dovrebbe partire dalla difesa dei beni comuni (acqua, internet, saperi, ambiente): un tema che si è dimostrato capace di sintetizzare una nuova idea di politica ma anche di economia. A difesa dei beni comuni si sono infatti mobilitati 27 milioni di italiani, scrivendo una bella pagina di democrazia partecipativa dal basso, a testimonianza di come sia vivo nel paese il desiderio di politica, diretta e attiva. Il perno di questa difesa dovrebbero essere gli enti locali, primo livello della rappresentanza e del governo, primo bersaglio del piano economico che fino ad oggi ha visto la riduzione drastica dei trasferimenti nazionali, costringendoli – adesso e nel futuro – ad una soppressione dei servizi e dunque ad una sospensione dei diritti, minando dunque la stessa tenuta democratica. Penso alla costituzione di una “rete dei comuni per i beni comuni” da cui partire per formulare questa alternativa economia e politica.

Il quadro, nazionale e internazionale, rende a mio avviso importante questo appuntamento di confronto. Il governo Berlusconi è crollato sotto i colpi dei grandi poteri economico-finanziari internazionali, espressione di quel neoliberismo e di quella finanziarizzazione dell’economia che hanno portato alla crisi attuale. Berlusconi è caduto, inoltre, per volontà di quelle istituzioni europee, penso alla Bce, che sono figlie di un’Europa definita come entità monetaria ma non come comunità, quindi non ancora compiuta politicamente e non ancora capace di assicurare una vera partecipazione democratica. Il governo Berlusconi è caduto, inoltre, a causa del protagonismo di forze più propriamente nazionali: quei poteri forti – massonici, ecclesiastici e bancari – che per anni hanno sostenuto il “laboratorio Berlusconi” come garante dei propri interessi e che, registrata la sua impresentabilità internazionale, hanno scelto di liberarsene. Per far cosa? Per sponsorizzare un governo di tecnici che potrebbe condurre un’operazione di continuità politica ed economica sfruttando, appunto, i nomi “illustri” di noti accademici, di ex membri di Cda bancari, di elevati giuristi ed economisti. Resta invece ancora vivo il berlusconismo come involuzione (sub)culturale che, per un ventennio, ha deformato il tessuto sociale del paese attraverso un interrotto controllo mediatico garantito dal conflitto di interessi permanente.

Stiamo dunque assistendo alla fine della politica e alla genesi della tecnocrazia: la prima non determina i cambiamenti né li governa perchè a farlo è la seconda. La prima risulta, inoltre, profondamente indebolita in conseguenza dello scollamento con la società e l’elettorato, in crisi di rappresentanza anche a causa di una legge elettorale che ha prodotto un parlamento di nominati da segreterie e correnti, non certo dunque di eletti dal popolo. E quello che resta della politica è riassunto in una maggioranza che assembla formazioni tra loro disomogenee per ideali e per storia, marcatamente gestita al centro e potenzialmente eterodiretta dai poteri forti prima citati. Di fronte a questo quadro, appare necessario ritornare alla politica nel suo senso originario, ritornare dunque alla democrazia. Per superare il berlusconismo, che ancora infiltra come modello culturale la società, ma anche per superare quel governo Berlusconi che potrebbe rivivere, in particolare dal punto di vista economico-sociale, sotto le mentite spoglie, soltanto più presentabili, dell’esecutivo Monti.
Per evitare dunque l’imposizione di una ricetta economico-sociale fondata sui dettami della Bce e della Commissione europea, di una risposta liberista ad una crisi che nasce dal fallimento del liberismo, della reazione conservatrice. Il governo tecnico mi fa paura per le ragioni espresse, ma da amministratore mi corre l’obbligo di giudicarlo dalle misure che attuerà. L’esordio certo non dirada il mio timore, anzi lo conferma: non una parola critica verso i diktat della Bce e della Commissione oppure sullo sviluppo sostenibile, non una presa di distanza dalla manovra d’agosto, che con l’art 4. obbliga gli amministrazioni a cedere ai privati buona parte delle azioni delle municipalizzate, azione resa ancora più forte dalla legge di stabilita, la quale prevede il commissariamento di quei comuni disobbedienti. È la cancellazione dei beni comuni, legati ai diritti fondamentali, per consegnarli al mercato e alla privatizzazione; è la cancellazione del welfare, usato per fare cassa; è la spoliazione degli enti locali, su cui si scarica la crisi. Semplificando è la sospensione della democrazia, che in primo luogo scompare nei luoghi di lavoro, dunque sparisce anche nel paese. Fine del Ccln, licenziamento illimitato, esclusione di una “parte” della rappresentanza sindacale laddove non si conforma agli accordi imposti dall’azienda, ovviamente senza referendum: il “laboratorio Pomigliano” esportato ed imposto in tutto il mondo dell’occupazione.
In questo quadro la voce della politica è flebile, mentre tuona quella della finanza e del mercato di cui si fa portavoce la “tecnocrazia”, soffocando gli stati, i governi e i parlamenti. Soprattutto soffocando le cittadine e i cittadini. Vediamoci dunque e confrontiamoci.