Visualizzazione post con etichetta Commons. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Commons. Mostra tutti i post

17.1.12

Giù le mani dall'acqua e dalla democrazia!

Il 12 e 13 giugno scorsi 26 milioni di donne e uomini hanno votato per l’affermazione dell’acqua come bene comune e diritto umano universale e per la sua gestione partecipativa e senza logiche di profitto. Le stesse persone hanno votato anche la difesa dei servizi pubblici locali dalle strategie di privatizzazione: una grande e diffusa partecipazione popolare, che si è espressa in ogni territorio, dimostrando la grande vitalità democratica di una società in movimento e la capacità di attivare un nuovo rapporto tra cittadini e Stato attraverso la politica. Il voto ha posto il nuovo linguaggio dei beni comuni e della partecipazione democratica come base fondamentale di un possibile nuovo modello sociale capace di rispondere alle drammatiche contraddizioni di una crisi economico-finanziaria sociale ed ecologica senza precedenti. A questa straordinaria esperienza di democrazia il precedente Governo Berlusconi ha risposto con un attacco diretto al voto referendario, riproponendo le stesse norme abrogate con l’esclusione solo formale del servizio idrico integrato. Adesso, utilizzando come espediente la precipitazione della crisi economico-finanziaria e del debito, il Governo guidato da Mario Monti si appresta a replicare ed approfondire tale attacco attraverso un decreto quadro sulle strategie di liberalizzazione che vuole intervenire direttamente anche sull’acqua, forse addirittura in parallelo ad un analogo provvedimento a livello di Unione Europea che segua la falsariga di quanto venne proposto anni addietro con la direttiva Bolkestein. In questo modo si vuole mettere all’angolo l’espressione democratica della maggioranza assoluta del popolo italiano, schiacciare ogni voce critica rispetto alla egemonia delle leggi di mercato ed evitare che il “contagio” si estenda fuori Italia.  Noi non ci stiamo.  L’acqua non è una merce, ma un bene comune che appartiene a tutti gli esseri viventi e a nessuno in maniera esclusiva, e tanto meno può essere affidata in gestione al mercato. I beni comuni sono l’humus del legame sociale fra le persone e non merci per la speculazione finanziaria. Ma sorge, a questo punto, una enorme e fondamentale questione che riguarda la democrazia: nessuna “esigenza” di qualsivoglia mercato può impunemente violare l’esito di una consultazione democratica, garantita dalla Costituzione, nella quale si è espressa senza equivoci la maggioranza assoluta del popolo italiano.  Chiediamo con determinazione al Governo Monti di interrompere da subito la strada intrapresa. Chiediamo a tutti i partiti, a tutte le forze sociali e sindacali di prendere immediata posizione per il rispetto del voto democratico del popolo italiano. Chiediamo alle donne e agli uomini di questo paese di sottoscrivere questo appello e di prepararsi alla mobilitazione per la difesa del voto referendario.  Oggi più che mai, si scrive acqua e si legge democrazia

26.12.11

Recensione di “Beni comuni” di Ugo Mattei

di Stefano Casulli, 
articolo uscito anche su www.vialiberamc.it, il portale di riferimento della Rete dei movimenti per i beni comuni di Macerata.


La crisi economica di questi anni si va configurando sempre più come una crisi di sistema, in grado di determinare un cambiamento nell'organizzazione sociale e politica.
Se per un verso vengono al pettine contraddizioni che già negli anni Novanta erano state denunciate dal movimento altermondista e dagli studi più avanzati dell'epoca, d'altra parte dobbiamo inserire l'analisi e la pratica politica all'interno di quella che è una vera e propria congiuntura. Un punto di passaggio, d'indecisione, di ridefinizione degli equilibri. Possiamo leggere il carattere emergenziale di questa fase storica in senso letterale: emerge ora il futuro, emergono ora le potenzialità generative del mondo nuovo.

Le analisi di questo periodo riconoscono la duplice valenza congiunturale ed emergenziale della nostra fase storica: Beni Comuni, breve testo di Ugo Mattei pubblicato nel settembre 2011, si configura così come un'analisi sistemica ed allo stesso tempo come un manifesto programmatico aperto. Riconosce l'esigenza di andare a fondo teoricamente nella comprensione delle dinamiche globali e locali che vanno producendosi in questi mesi ed allo stesso tempo si inserisce sul solco politico-pratico dei referendum italiani, delle primavere mondiali, delle manifestazioni degli indignados, delle altrepratiche proliferanti nel tessuto sociale diffuso, come testimoniato anche nella città di Macerata dalla Rete dei Beni Comuni, dal Coordinamento per l'Acqua Bene Comune e dal progetto Cose dell'altro mondo, che vedono coinvolte decine di realtà del territorio.

Scrive Mattei nell'Introduzione:

Ritengo fondamentale, nello studio dei beni comuni, la piena integrazione tra ambito teorico e prassi politico-sociale, perché la piena tutela dei beni comuni richiede innanzitutto la piena coscienza politica della loro centralità. (pag. XIII)

Il testo si compone di 4 capitoli:
nel primo si affronta il contesto giuridico-politico attuale, all'interno del quale i nuovi assetti della globalizzazione economica e sociale rendono maturi i tempi per una riemersione del comune;
nel secondo, si riprendono le radici storiche delle istituzioni moderne, dove oggi il comune si trova intrappolato tra la proprietà privata e lo Stato sovrano;
nel terzo, si opera un'analisi fenomenologica del bene comune, ridefinendone il carattere contestuale e la natura relazionale;
nel quarto, di evidenziano le possibilità ed i limiti di un ritorno al comune.

Non volendo qui riassumere il testo, mi limito a segnalarne i principali passaggi ed i nodi concettuali, nella convinzione che le nostre pratiche glocali necessitino di un approfondimento teorico in grado di restituire la visione d'insieme che sola può permettere di costruire reti e resistenze collettive.

1) il bene comune si situa al di là sia della proprietà privata che di quella pubblica, in quanto non può essere ricondotto all'idea di merce. Noi non «abbiamo» un bene comune (un ecosistema, l'acqua) ma «siamo» partecipi del bene comune (siamo acqua, siamo parte di un ecosistema urbano e rurale). In quest'ottica, a partire XV secolo la tenaglia Stato-proprietà privata espropria, attraverso le enclosures, i beni comuni dai loro commoners. Non a caso, lo stesso termine di proprietà privata ha in sé l'etimologia di «privare», «togliere», «sottrarre» qualcosa a qualcuno che prima ne godeva. Il bene comune è di tutti, non di qualcuno (proprietà privata) né di chi è chiamato a gestirlo (lo Stato);

2) i beni comuni, avendo una natura relazionale (un bene è comune se è di tutti, e con ciò risponde a un diritto fondamentale), non possono essere astrattamente elencati o enumerati, bensì si iscrivono all'interno della prassi quotidiana, emergendo come necessità: è ciò che è accaduto con il referendum in Italia, ma che quotidianamente si ripropone dove si lotta contro l'esproprio dei campi in Africa, per la difesa delle sementi in India, per la democrazia in Egitto e Tunisia. Abbiamo quindi a che fare con una «tutela militante dei beni comuni» (p. VII), che si definisce come prassi di conflitto;

3) la nozione di bene comune è dunque ampia e flessibile, difficilmente riassumibile in classificazioni giuridiche (beni o servizi?) e politiche (destra o sinistra?). Un esempio indicativo è rappresentato dall'espressione Il lavoro è un bene comune, titolo di una recente manifestazione sindacale: dentro la prassi di lotta essa «indica il diritto di tutti a lavorare in condizioni 'libere e dignitose', a fronte di esigenze di profitto proprie di una multinazionale che asserisce di voler competere sul mercato globale» (p. 53). Il lavoro come bene comune
    non è né un oggetto (merce, entità astratta) né un astratto diritto soggettivo, ma un'entità collettiva (comune appunto) e contestuale, allo stesso tempo condizione dell'essere e del produrre (avere). Il lavoro come bene comune non è fine a se stesso, ma è un'entità necessariamente funzionale alla qualità dell'esistere in un determinato contesto (ecosistema), da tutelarsi nei confronti sia del capitale privato (proprietà) sia del sistema politico (governi), che del capitale privato sempre più frequentemente è succube. (p. 54)

4) come in parte già detto, i beni comuni si definiscono come relazione e danno sviluppo ad un'antropologia ed una pratica della relazione diversa nei confronti di tutto ciò che ci circonda. Ciò comporta che il governo dei beni comuni non può che articolarsi attorno a una diffusione del potere e un'inclusione partecipativa. Per cui una battaglia per i beni comuni determina un'autentica declinazione democratica della cittadinanza, attraverso la partecipazione attiva e diretta; inoltre, mentre il paradigma della proprietà pubblica e privata si fonda sull'esclusione e la concetrazione del potere nelle mani di un sovrano, le utilità dei beni comuni sono prodotte dall'inclusione. Infatti:

Secondo l'impostazione della Commissione Rodotà [La commissione che lavora sui Beni Pubblici, la proprietà pubblica e privata], quelli comuni intanto sono beni (cose che possono formare oggetto di diritto) in quanto siano accessibili a tutti. […] Il bene comune non è a consumo rivale; al contrario, presenta una struttura di consumo relazionale che ne accresce il valore attraverso un uso qualitativamente responsabile (e pertanto ecologico). (p.83).

Per concludere, è lecito affermare che il testo di Mattei rappresenta un breve opuscolo in grado di mettere in campo tutte le questioni cruciali del dibattito sulla congiuntura, la democrazia, la gestione dei beni e l'emergenza di nuove pratiche alternative.
Una società dei beni comuni è una società della pratica del bene comune, in grado di articolare i differenti livelli del potere (istituzionale e diffuso) al fine di modificarli nella direzione di una gestione diretta, democratica, della cittadinanza attiva.
Il ragionamento sui beni comuni, e sul Comune in genere, riconosce la centralità del conflitto politico nel determinare le priorità e afferma un modello di gestione e condivisione che va oltre lo schema Stato/mercato, che in realtà rappresentano le due facce della stessa politica di esproprio delle ricchezze e delle risorse condivise.


Ugo Mattei insegna Diritto civile all'Università di Torino e Diritto comparato e internazionale alla University of California. È stato vicepresidente della Commissione Rodotà per la riforma dei beni pubblici, co-redattore dei quesiti referendari per l'acqua bene comune e ha patrocinato come avvocato alla loro ammissibilità presso la Corte Costituzionale. È editorialista del quotidiano “il Manifesto”.
Spunti bibliografici:

Ugo Mattei, Beni comuni, Laterza, 2011, Roma-Bari
Alberto Lucarelli, Beni Comuni. Dalla teoria all'azione politica, Dissendi, 2011, Roma
Alberto Lucarelli-Ugo Mattei (a cura di), Italia Bene Comune: un altro modello di democrazia, scaricabile su http://www.democraziakmzero.org/2011/12/16/italia-bene-comune-una-proposta/
Ugo Mattei- Edoardo Reviglio – Stefano Rodotà, Invertire la rotta. Idee per una riforma della proprietà pubblica, Il Mulino, 2007, Bologna
Antonio Negri-Michael Hardt, Comune. Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, 2010, Milano
Elinor Ostrom, Governing the Commons, Cambridge University Press, 1990, Cambridge

5.11.11

A Napoli l'ABC dell'anticapitalismo: Acqua Bene Comune


di Antonio Musella, Rete Commons

Ci sono dei giorni in cui ritrovi il senso di ciò che si fa. Ritrovi le risposte ai perché di tante contraddizioni, di sacrifici, della passione messa nelle lotte.
Il 26 ottobre scorso il Consiglio Comunale di Napoli ha approvato la trasformazione dell’azienda delle risorse idriche la ARIN s.p.a. nella A.B.C. Acqua Bene Comune, la prima azienda speciale in Italia completamente di diritto pubblico nell’era post referendum che si occuperà della gestione delle risorse idriche a Napoli.
In tanti, nonostante la pioggia, abbiamo assistito a 6 ore di consiglio comunale, tra interventi, emendamenti e mozioni, per poter festeggiare Napoli come la capitale dell’acqua bene comune.

Tra gli spettatori bagnati anche Alex Zanotelli con un buffo cappello a forma di rubinetto, e poi gli attivisti della Rete Commons, quelli del Comitato Acqua Napoli, Marco Bersani del Forum Acqua Nazionale. Dall’altro lato dei banchi il sindaco De Magistris che con questa delibera realizza un punto del suo programma elettorale. Un punto di programma che insieme al piano alternativo dei rifiuti era stato discusso e concordato con i movimenti cittadini. Movimenti che trovano rappresentanza anche tra i banchi. C’è l’assessore ai beni comuni Alberto Lucarelli, che aveva già redatto con Navarra e Mattei i referendum sull’acqua e che oggi mette la firma sulla delibera che dà vita all’azienda speciale Abc. C’e Pietro Rinaldi, consigliere comunale, che legge in aula il volantino della Rete Commons.
La Abc è un’azienda speciale il cui statuto, approvato nella stessa seduta di consiglio comunale, diventerà senza dubbio un punto di riferimento nel paese. Tra le peculiarità della Abc c’è innanzitutto un Cda che dovrà vedere la partecipazione di due rappresentanti delle associazioni ambientaliste ed un comitato di sorveglianza e controllo esterno alla azienda in cui ci saranno gli esponenti dei comitati che si sono battuti per la ripubblicizzazione dell’acqua, che hanno animato i referendum, insieme a 5 consiglieri comunali. Un comitato che avrà funzioni di controllo ed indirizzo su questioni come le tariffe e la qualità della risorsa. Lo statuto prevede un minimo vitale garantito giornaliero gratuito a tutti e tutte e che il piano programmato dell’azienda debba essere discusso prima con i cittadini, in maniera orizzontale e poi presentato in consiglio comunale.
La Abc prevede anche il Bilancio ecologico, ovvero un piano che valuti l’impatto ambientale delle opere e delle infrastrutture della rete.
Inoltre, la Abc vincola gli utili al reinvestimento per potenziare la rete idrica, oltre a prevedere la partecipazione al Fondo di solidarietà internazionale da destinare a progetti di sostegno all’accesso all’acqua, gestiti attraverso forme di cooperazione decentrata e partecipata dalle comunità locali dei paesi di destinazione senza alcuna finalità lucrativa o interesse privatistico.

Napoli dunque diventa la capitale dell’acqua bene comune. Gli applausi e la soddisfazione nel volto degli attivisti dopo il consiglio comunale fanno il paio con quella di Alberto Lucarelli che ha voluto fortemente questa delibera, approvata solo dopo quattro mesi dall’insediamento della giunta comunale.
Prima di arrivare alla formazione della Abc è stato avviato un processo di studio con il supporto dei principali giuristi della materia, oltre ad un confronto serrato ed approfondito con i comitati territoriali che hanno animato la campagna referendaria. Un metodo, quello che si sta provando a costruire a Napoli, che ci racconta come il governo dal basso dei beni comuni sia non solo un orizzonte di prospettiva ma anche e soprattutto qualcosa che si può cominciare a praticare in quei territori dove la costruzione di alternativa irrompe al centro dell’agenda politica.
Per fare questo c’è bisogno di due fattori fondamentali. Da un lato la maturità e la capacità dei movimenti di cimentarsi in forme di sperimentazione dell’esercizio del governo dal basso, dall’altro un’interlocuzione politica disposta a cedere quote di sovranità. Un tema questo che ci riporta all’altro grande progetto che si sta provando a costruire a Napoli tra movimenti ed istituzioni: le consulte della democrazia partecipata.
Un progetto nato sempre da Alberto Lucarelli che ha visto già dei primi passi importanti nelle assemblee del popolo convocate in estate. Un’architettura che è stata indicata grazie al contributo di tantissime realtà, associazioni, reti, comitati, singoli cittadini che hanno dato vita ad una bozza di regolamento che prevede la costituzione di 14 consulte da cui si dirameranno i tavoli di lavoro che presenteranno le proprie proposte deliberative alla giunta. Una delibera che tra poco dovrà essere oggetto di discussione in giunta comunale per poi arrivare all’approvazione del consiglio. Un processo che vede nell’orizzontalità una caratteristica peculiare nella costruzione del quadro normativo.
Praticare l’alternativa significa provare a fare questo. È evidente che solo con dei movimenti forti, radicati e radicali, che non abdichino mai alla propria autonomia ed al conflitto sociale è possibile costruire esperienze di questo tipo.
Abc… è solo l’inizio di un alfabeto tutto da scrivere.

Tratto da www.vialiberamc.it