Visualizzazione post con etichetta Rivoluzione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rivoluzione. Mostra tutti i post

29.3.12

Manifesto per un soggetto politico nuovo

Proponiamo di seguito un documento redatto da alcuni intellettuali italiani come contributo alla riflessione attorno al benecomune - benecomunismo come qualcuno l'ha felicemente chiamato.


Oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici come si sono configurati nel loro paese. Questo profondo disincanto non è solo italiano. In tutto il mondo della democrazia rappresentativa i partiti politici sono guardati con crescente sfiducia, disprezzo, perfino rabbia. Al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico. È crescente l' impressione che i nostri rappresentanti rappresentino solo se stessi, i loro interessi, i loro amici e parenti. Quasi fossimo tornati al Settecento inglese, quando il sistema politico si è guadagnato l'epiteto di "Old Corruption".


In reazione a tutto questo è maturata da tempo, anche troppo, la necessità di una politica radicalmente diversa. Bisogna riscrivere le regole della democrazia, aprirne le porte, abolire la concentrazione del potere ed i privilegi dei rappresentanti, cambiarne le istituzioni. E allo stesso tempo bisogna inventare un soggetto nuovo che sia in grado di esprimersi con forza nella sfera pubblica e di raccogliere questo bisogno di una nuova partenza. I due livelli - la democratizzazione della vita pubblica del paese e la fondazione, anche a livello europeo, di un soggetto collettivo nuovo, si intersecano e ci accompagnano in tutto il manifesto. Le nostre sono grandi ambizioni ma siamo stanchi delle clientele che imperversano, dell'appiattimento della politica su un modello unico, delle partenze che non partono. E poi, con la destra estrema che alza la testa in tutta l'Europa, si fa sempre più pressante lo stimolo ad agire, a non lasciare una massa di persone in balia alle menzogne populiste. Oggi la sfera separata della politica in Italia, "il palazzo" per intenderci, non rappresenta affatto parti intere del paese: le persone giovani, specialmente del Sud e donne, che non trovano sbocco ai loro sogni e ai loro percorsi educativi. 

Le operaie e gli operai, che vedono giorno dopo giorno minacciati i loro diritti dentro la fabbrica, le commesse e i commessi intrappolati nella catena della distribuzione, i ceti medi del pubblico impiego, quelli della scuola, della sanità, dell'amministrazione pubblica, che in questi anni sono stati tartassati e disprezzati; i giovani precari, spesso super-qualificati, vittime di una flessibilità selvaggia neoliberista inizialmente introdotta dal centro-sinistra che ha tolto loro dignità e futuro, la rete dei microproduttori e del cosiddetto lavoro autonomo di seconda generazione entrata in crisi con la recessione. Tutti questi elementi possono mobilitarsi nella società per poi trovare nel palazzo solo un muro di gomma o un ascolto distratto. È ora di spezzare questi meccanismi perversi. Al loro posto proponiamo un nuovo percorso in cui i cittadini riescano ad appropriarsi, attraverso processi democratici diversi, del potere di contare e di decidere.


La «poesia pubblica», per utilizzare la frase del poeta americano Walt Whitman, deve entrare nella storia della Repubblica. E lo farà quando un gruppo sempre più grande di cittadini (donne ed uomini) qualificati, informati e attivi decideranno di farne la loro bandiera.
Diffondere il potere, non concentrarlo
Oggi le decisioni sono sempre prese altrove - non a livello comunale ma regionale, non nel parlamento romano ma a Bruxelles, non a Bruxelles ma a Francoforte, non alla Bce ma dai mercati, strane creature che vivono solo di giorno ma che decidono tutto lo stesso, sia per il giorno che per la notte.

Il nostro compito è di frenare per quanto possiamo questa fuga decisionale verso l'alto, l'inspiegabile e l'astratto. Bisogna innescare un processo opposto che destituisca, decostruisca, ceda, decentri, abbassi, distribuisca, diffonda il potere. Bisogna riaffermare la validità della dimensione territoriale locale (ma non localistica), espandendo tutti quegli spazi in cui il governo e il cittadino sono vicini l'uno all'altro. Il comune è uno di questi. Carlo Cattaneo, una delle più belle ed inascoltate voci del nostro Risorgimento, nel 1864 descrisse il comune come «la nazione nel più intimo asilo della sua libertà». E aggiunse, con un pizzico di amarezza: «Pare che fuori di codesto modo di governo la nostra nazione non sappia operare cose grandi». Ridare spazio e poteri ai comuni, e metterli in contatto tra di loro sarebbe già in sé una cosa grande. La Rete dei comuni per i beni comuni punta in questa direzione, verso una valorizzazione profonda dei beni comuni e dei diritti fondamentali ad essi collegati. E punta anche ad agire dal basso verso l'alto, costituendo una sede congeniale per proposte da sottoporre alla Commissione Europea ai sensi del Trattato di Lisbona e del regolamento Ue n.211/2001. Si pensi, per esempio, al progetto di una Carta Europea dei Beni Comuni, così come deliberato dal Comune di Napoli, mediante la quale inserire la nozione di bene comune tra i valori fondanti dell'Unione e fronteggiare la dimensione puramente mercantile (market oriented) del diritto comunitario. In questo modo il potere locale riesce ad aggregarsi, a contare a livello nazionale, a diventare forza anche transnazionale ma sempre quale attuazione di un indirizzo politico espresso dal basso e soprattutto dalla cittadinanza attiva.


Non basta. Il comune è un'istituzione costituzionale, non un'aggregazione di una certa tendenza politica. Un soggetto politico nuovo dovrebbe impegnarsi su tanti terreni, sia dentro le istituzioni che fuori, cercando sempre di coniugare fra di loro livelli diversi della democrazia: quella rappresentativa, quella partecipativa e quella di prossimità. In prima istanza esso dovrebbe interagire con le forze e movimenti della società civile. Essi agiscono per una grande varietà di motivi - in nome dell'ambiente, in difesa dei diritti dei lavoratori, per la legalità e contro la criminalità organizzata, per la dignità e la parità delle donne - in un mondo (e un mondo di lavoro) ancora profondamente patriarcali. Nel rapporto tra i generi l'eguaglianza non può limitarsi alle "pari opportunità", cioè ad accomodamenti (pur necessari) dentro un sistema che resta immutabile, ma diviene un processo in grado di sovvertire l'esistente. Chi vive una situazione di ineguaglianza non può limitarsi a voler essere uguale a chi si ritiene superiore o più potente, al contrario aspira al superamento dei vecchi modelli.


Tutte queste istanze della società civile sottolineano giustamente la loro specificità e autonomia; molte insistono anche sull'informalità e spontaneità delle loro strutture. Ma allo stesso tempo tutte hanno un bisogno disperato di connettersi fra loro e con le sedi decisionali, di presentare i loro punti di vista nelle istituzioni e di riformare quelle istituzioni stesse. Si cerca un nuovo tipo di relazione politica: che forma potrebbe mai assumere una volta che ci si rende conto dell'inadeguatezza del sistema attuale della rappresentanza?

Il nuovo spazio pubblico della democrazia 
A metà dell'Ottocento John Stuart Mill era convinto che il nuovo sistema rappresentativo garantisse a «tutte le voci» del Regno di farsi sentire nel parlamento. La storia gli ha dato torto. Anche in virtù della deriva maggioritaria, i parlamenti si sono sempre più allontanati dal paese reale, e sempre più i parlamentari rappresentano, in primo luogo, se stessi. La democrazia rappresentativa ha bisogno, dunque, sia di una sua riforma interna in senso proporzionale, sia di essere arricchita da nuove forme di democrazia partecipativa. Ciò che vale per il sistema politico nazionale è ancora più vero per i partiti in cui la democrazia ha sempre fatto fatica ad imporsi. La teoria che sottende ai cambiamenti deve essere resa esplicita: il sistema rappresentativo è l'unico che garantisce la partecipazione di tutti i cittadini in condizioni di voto segreto. Esso gioca di conseguenza un ruolo insostituibile. Ma per affrontare l'attuale crisi deve essere associato alla democrazia partecipativa. E il punto cruciale riguardante il rapporto tra i due risiede nel fatto che l'attività costante della partecipazione alimenta e garantisce, stimola e controlla la qualità della rappresentanza e la qualità della politica pubblica.


In altre parole, è emersa in questi ultimi anni una domanda esplicita di rottura che ha al suo centro una nuova percezione dello spazio pubblico, che non può essere ridotto né all'attività, sempre più degradata, dei partiti, né ai codici di per sé privatistici, del mercato. Tra i cittadini è cresciuto il desiderio di riappropriarsi di ciò che è comune, non solo beni ma anche processi. La democrazia si allarga e diventa più inclusiva: delle nuove forme di partecipazione dei cittadini, della gestione dei beni comuni, della società civile che interagisce, in piena autonomia, con una sfera politica che si apre alla cittadinanza invece di chiudersi come un riccio.


Processi di questo tipo cambierebbero in positivo anche il delicato rapporto tra privato e pubblico. Nei decenni del neoliberismo abbiamo assistito al trionfo del privato, declinato in vari modi: consumismo, chiusura nell'interesse personale, familismo, evasione fiscale; ma anche, sul versante opposto, solitudine, frammentazione, esclusione. Sarebbe ora di riattivare e riapplicare quella rivoluzionaria intuizione del movimento delle donne degli anni '60 e '70: «Il personale è politico». Le persone, uomini e donne, devono riflettere sul loro privato - i loro valori, consumi, strategie individuali e familiari. Questa riflessione ha rilevanza per lo spazio pubblico di più grande emergenza - l'ambiente. Una visione ecologica del mondo incentrata sui beni comuni richiede una trasformazione qualitativa e relazionale del rapporto tra spazi pubblici e privati, così da perseguire la giustizia ambientale e sociale. I destini del pianeta non possono essere affidati esclusivamente ad interessi individualistici, guidati dal tasso di profitto a breve termine e dalla negazione della dignità del lavoro. In coerenza con una visione ecologica del mondo incentrata sui beni comuni, occorre invece coniugare i doveri e i diritti, per costruire relazioni equilibrate per l'insieme della collettività.


Troppe volte la partecipazione, come viene praticata dai partiti ansiosi di dimostrare la loro disponibilità e la loro modernità, ha assunto il volto dello sfogatoio, con assemblee caratterizzate da un confusionismo generale. Occorre invece uscire da questa mistificazione della sovranità popolare, e allo stesso tempo destrutturare una sovranità popolare totalmente fondata sulla delega. Occorre trasformare il livello prepolitico della partecipazione in diritto alla democrazia. Possiamo infatti mutuare i principi della Convenzione europea di Aarhus - legge dello Stato a partire dal 2001. La Convenzione, attraverso l'istituto della partecipazione, riduce la discrezionalità delle scelte politico-amministrative, obbligando le istituzioni a prendere in considerazione le istanze partecipative e ad argomentare in maniera più circostanziata le proprie decisioni.


In questo senso il Laboratorio Napoli "Per una Costituente dei beni comuni" prevede sedici consulte divise per macro-aree che si interfacciano con i singoli assessorati attraverso il ruolo dei facilitatori. L'informazione deve costituire il presupposto per una reale partecipazione. Il processo partecipativo è normato e calendarizzato, la sua violazione può determinare l'annullamento degli atti amministrativi. Ciò rende certo il processo evitando forme fasulle e confusionarie della partecipazione, ponendosi come un esempio del necessario connubio tra rappresentanza e partecipazione. 
Un altro esempio di partecipazione, disegnato per la consultazione di un grande numero di cittadini, è il referendum on line che, preceduto dalla necessaria dispensa di informazione bi-partisan, può portare alle decisioni in tempi rapidissimi.
Un altro ancora viene chiamato Party (partecipazione attiva riunendo tavoli interagenti). È un metodo ispirato a due fra i più diffusi (Town meeting e Open Space Technology), che permette di discutere e decidere insieme sia su questioni locali che nazionali. Un'assemblea, ad esempio, viene divisa in tavoli di dieci-quindici persone ciascuno. I/le partecipanti, che possono non conoscersi affatto, affrontano i temi a loro sottoposti. Per ogni tavolo si sceglie una persona per facilitare il dibattito, un'altra per prendere appunti. Dopo una lunga e informata discussione in un arco di tempo prestabilito, ogni tavolo cerca di esprimere nel report un'opinione collettiva che può anche comprendere proposte diverse. Alla fine, una sintesi di tutto il lavoro svolto viene presentato alla plenaria. L'interazione tra chi partecipa ai tavoli e la possibilità di essere praticata a costi contenuti e con un uso ottimale delle tecnologie informatiche, costituiscono un pregio particolare di questo tipo di democrazia partecipativa.


Di tutte le forme di democrazia partecipativa, quella iniziata nella città di Porto Alegre in Brasile rimane una delle più convincenti, e per tre ragioni principali: la prima perché la partecipazione è calendarizzata, con un forte senso di continuità temporale durante l'anno, non limitata a una singola occasione. La seconda perché prevede un gran numero di luoghi e livelli di partecipazione, dagli incontri di strada (street meeting) di gennaio al Consiglio di bilancio in settembre, alla solenne adozione del bilancio partecipativo da parte del consiglio municipale e del sindaco a fine anno. E la terza perché è un processo, non un momento, che contribuisce così alla formazione di un prezioso capitale per qualsiasi democrazia - gruppi crescenti di cittadini informati, attivi e con idee chiare su che cosa costituisce una cultura democratica. Dobbiamo trovare, declinando in più di un modo la democrazia partecipativa, la forza per portare avanti una vera rivoluzione culturale fatta di trasparenza e responsabilità.


Forme e pratiche di una nuova aggregazione
La degenerazione degli attuali partiti politici oscura e mortifica gli ideali di molte persone che, soprattutto a livello di base, vi militano in buona fede e con generosità. La volontà di partecipazione, di far da sé, di riprendere in mano il bandolo del discorso pubblico, richiede invece un modello di pratica e di organizzazione politica radicalmente altro rispetto a quello formatosi nel lungo ciclo novecentesco. Non possiamo più accettare un modello incentrato sulla stretta identificazione di sfera pubblica e di sfera politica con un tendenziale primato della seconda sulla prima, in quanto luogo di espressione della forma partito intesa come unico soggetto dotato di voce e legittimazione.


I nostri Costituenti, nello scrivere l'art. 49, avevano immaginato i partiti come luoghi di mediazione, corpi intermedi fra società e istituzioni politiche. Luoghi nei quali potesse formarsi e organizzarsi il consenso. Ma il principio costituzionale che i partiti devono concorrere «con metodo democratico» alla vita politica nazionale, è stato realizzato solo parzialmente, in riferimento alle relazioni esterne dei partiti. In realtà s'immaginava che il metodo democratico dovesse valere soprattutto nel funzionamento interno dei partiti, sulla base di principi quali la solidarietà, l'eguaglianza, la pari dignità, la trasparenza. Una volontà velocemente disattesa da un sistema politico che si è progressivamente organizzato con strutture opache, piramidali, fortemente escludenti.


I partiti politici attuali sono così diventati organizzazioni completamente anacronistiche rispetto ad un modello di democrazia che non può più esaurirsi nella rappresentanza e nella delega. Il fondamento giuridico leggero che li intende quali libere associazioni di cittadini non riconosciute (Codice civile) risulta paradossale. Essi incredibilmente si trovano nella posizione di godere da un lato di tutti i benefici di un soggetto privato, dall'altro di avere accesso ad ingenti risorse pubbliche. Un mostro a due teste che si appella al diritto di riservatezza, proprio dei soggetti privati, mentre vive di risorse pubbliche in una dimensione opaca, espressione di corruzione e perversa contaminazione di interessi pubblici-privati.
Noi vogliamo invece affermare l'interpretazione autentica dell'espressione «metodo democratico», vogliamo un soggetto politico che, oltre i partiti, sappia muovere dai fondamenti costituzionali per creare nuovi modelli di partecipazione politica, fondati sulla passione, la trasparenza e l'altruismo.
In primo luogo il soggetto nuovo, nelle sue regole e pratiche, dovrebbe mettere l'accento sull'inclusione. L'immagine dei partiti arroccati ai propri privilegi e separati dal resto della società, dediti all'hollowing out, allo svuotamento della democrazia - sempre più potere nelle mani della leadership, sempre meno democrazia interna, sempre meno iscritti (Peter Mair) - dovrebbe cedere il passo a un'altra, totalmente diversa, basata sull'allargamento dello spazio pubblico della politica, non sulla sua restrizione. Dentro questo spazio, non più separato dalle istanze della società, si muoverebbe una pluralità di attori politici nuovi. Si passa così dall'esclusione verticistica (il tesserato come spettatore passivo degli show dei suoi leader) all'inclusione orizzontale: il cittadino come agente in una struttura basata su regole democratiche. La struttura del nuovo soggetto non sarebbe piramidale ma confederale, senza un centro nazionale fisso ma con un coordinamento itinerante e a rotazione che si sposta regolarmente da regione a regione. I singoli individui si aggregano in modo egualitario sia alla sfera della discussione e della decisione, sia a quella dell'azione, ognuno nei limiti delle sue possibilità e delle sue disponibilità di tempo. A tutti i livelli cerchiamo le forme politiche che consentiranno realisticamente la possibilità di confrontarsi e decidere insieme (vedi sopra nel paragrafo B). Ci interessa un luogo dove si sperimentino pratiche fondate sul "potere di" piuttosto che sul "potere su".


Il soggetto nuovo nascerà da un'istanza diametralmente opposta a quella che ha guidato quasi tutti i processi organizzativi novecenteschi. Organizzarsi, secondo quel modello significava unificare gli identici, raccogliere in un unico contenitore (modellato gerarchicamente sulla struttura statale) gli omogenei - coloro che condividono gli stessi valori, gli stessi linguaggi, gli stessi ideali, gli stessi interessi e gli stessi luoghi. Crediamo invece che organizzare, oggi, voglia dire mettere in connessione le diversità: culturali, etniche, linguistiche. Inventare la forma della convivenza in un mondo e in una società in cui quello che era distante e separato tende a convergere e intrecciarsi. L'organizzazione politica dovrebbe essere il grande laboratorio in cui si inventano e si forgiano i nuovi linguaggi di un dialetto universale in grado di superare la separatezza Una politica che sappia emanciparsi dalla coppia schmittiana "amico-nemico". Che sappia trovare la propria essenza non nell'esclusione reciproca (e nel conflitto tra identità chiuse e separate) ma nell'inclusione e nella contaminazione-connessione-ibridazione tra identità.


Una serie di regole semplici e condivise che in questi anni sono diventate patrimonio comune determineranno il comportamento del nuovo soggetto nelle istituzioni e fuori di esse. Adozione di un codice etico e dunque politico nella ricerca e accettazione dei finanziamenti, rifiuto della gestione clientelare di risorse e consulenze, primarie per la selezione dei candidati o assemblee partecipate nei piccoli comuni, limiti e vincoli di mandato, rotazione negli incarichi di direzione, trasparenza nell'uso delle risorse. La vita interna del nuovo soggetto si baserà anch'essa su alcune semplici regole di base: prendere le decisioni ricercando in modo prioritario il massimo consenso possibile; quando occorre procedere al voto con il sistema "una testa un voto", unire il rispetto delle decisioni maggioritarie con la salvaguardia dei diritti delle minoranze, possibilità per tutti di votare in modo regolare e segreto. Nelle riunioni del nuovo soggetto, considerazioni di genere devono assumere un posto di massima importanza: nessuna tolleranza per i soliti maschi accentratori. Tempi stretti di intervento, ascoltare ciascuno/a e fare in modo che ciascuno/a parli, report tempestivi delle riunioni.


La chiave della vita interna dovrebbe essere la prevenzione insieme all'invenzione: prevenzione di tutte quelle forme di burocratizzazione e di oligarchia che hanno sempre caratterizzato i partiti socialdemocratici (per non parlare di quelli democristiani), un'invenzione che si nutre di una partecipazione dal basso sempre più formata politicamente: negli ultimi anni, tante delle persone coinvolte nelle campagne referendarie e in mobilitazioni simili si sono informate, studiando, sostituendosi così ai partiti nelle proposte di nuove politiche. La formazione, ormai assente nelle strutture partitiche (con gravi danni non solo a livello nazionale, ma anche nelle amministrazioni locali, con politici sempre più ignoranti) è un terreno su cui ritornare a impegnarsi. Più estesa la scala, più arduo diventa il nostro compito. In ogni caso la nuova democrazia deve camminare mano in mano con l'efficacia. Oltre al come si decide, diventa importante come si funziona. È del tutto inutile rimpiazzare la repubblica delle banane o quella dei "tecnici" con una delle chiacchiere.


Lavoriamo per stemperare, rendendolo dinamico, il confine fra le persone che partecipano a campagne e gli iscritti. Pensiamo ad allargare il potere decisionale a tutti, attraverso consultazioni vincolanti tramite voto referendario e primarie, per la materia elettorale e non solo.

Comportamenti e passioni
Le regole formali, preziose e insostituibili, non sono sufficienti. Ad esse va associata la lenta ma costante creazione di una cultura profondamente diversa. Per troppo tempo abbiamo scelto di escludere dal campo della politica qualsiasi riflessione sulle passioni e sui comportamenti individuali. Un esempio fra tanti: la cultura della pace. Siamo bravi a predicare la non-violenza a livello internazionale ma molto meno a praticarla come virtù sociale. Le relazioni tra di noi nella sfera pubblica politica rimangono piuttosto primitive, senza alcun guida. Anzi. Abbiamo accettato fin troppo facilmente che la nostra pratica politica sia intrisa della violenza e della competitività, una forma di neo-liberismo interiorizzato. Superare una cultura così longeva e insidiosa non è questione di una stagione politica. Ma riconoscere la legittimità del tentativo è già un grande passo in avanti. 
Quando parliamo delle passioni e delle emozioni viene in mente primo di tutto un discorso sul loro governo. Tante volte consentiamo che siano le passioni negative - l'invidia, l'odio, l'orgoglio, l'ira - e i comportamenti sociali che ne derivano - la rivalità, la voglia di sopraffare, il perseguimento dei propri interessi in modo esclusivo - a guidare le nostre azioni. E spesso lo facciamo con una grande inventiva, rappresentando i dissidi come "differenze oggettive", negando con veemenza le loro origini soggettive. Questo approccio rende la sfera pubblica politica paragonabile a una grande giungla preistorica, dominata da ego-mostri - politici moderni gonfiati dall'attenzione incessante dei media. Un primo passo, dunque, verso una nuova politica in questo campo sarebbe un discorso centrato sul governo e sull'autogoverno delle passioni, l'invito forte all'autodisciplina, la produzione di un codice di comportamento.


Soprattutto dobbiamo negare spazio a una delle passioni più dannose - il narcisismo. Siamo stufi di leader narcisi e non vogliamo semplicemente affidarci a figure carismatiche, incoraggiate al massimo dalla moderna personalizzazione della politica. Non sopportiamo il protagonismo sfrenato e l'auto-compiacimento senza fine. Se il nuovo soggetto politico venisse concepito come veicolo per una leadership che si presenta in questo modo, avrebbe poca possibilità di crescere e fiorire. 
Le passioni non esistono però solo per essere governate. Una seconda riflessione invita al superamento della classica contrapposizione tra ragione e emozioni, la prima vista come positiva e civilizzante, le seconde giudicate negative e primitive. Certe emozioni e i comportamenti sociali che ne derivano costituiscono invece una risorsa preziosissima per la sfera pubblica politica: la compassione e la gioia, l'amore e la speranza, la generosità e il rispetto per gli altri. Non cerchiamo una nuova sfera politica di auto-abnegazione e di sacrificio, in cui l'individuo si annulli a servizio della causa comune. Cerchiamo invece l'autorealizzazione individuale in un contesto collettivo radicalmente nuovo, all'insegna dell'eguaglianza. Sarebbe interessante sperimentare di più il sentimento dell'empatia, cioè la capacità di mettersi nei panni dell'altra/o, in termini non solo personali ma politici, praticando quella «salda comunanza» (Martha Nussbaum) che esalta le facoltà tipicamente umane di scelta e di socialità.


Tutto questo può trovare una prima verifica nella sfera della micro-politica, la cultura sottostante e di supporto alle regole formali e alle grandi riunioni nazionali. È qui che i partiti politici tradizionali danno il peggio di sé. Abbiamo visto dirigenti dei partiti venire alle riunioni e poi leggere ostinatamente i giornali finché non è il loro turno di parlare o quello di un altro dirigente (rivale). Abbiamo visto ovunque i tipici atteggiamenti maschili - non solo di uomini - per cui ci si preoccupa solo del proprio intervento, poi si riaccendono i cellulari e ci si mette a chiacchierare in fondo alla sala. Tutti arrivano in ritardo: più importante sei, più in ritardo arrivi. Tutto l'impasto di una riunione o di un'assemblea assume l'aspetto livido di una contusione, di una profonda e persistente ferita alla democrazia. Da quel terreno cosa può scaturire di nuovo o di buono?


A livello di micro-politica un soggetto nuovo metterebbe invece l'accento su un modo di comportarsi radicalmente diverso, all'insegna dell'eguaglianza e della cooperazione fra generi, della capacità di ascoltare, della puntualità, dell'incoraggiare alla partecipazione i più timidi o chi ha meno esperienza. Ritroverebbe una fisicità della politica oltre le reti virtuali di Internet, avrebbe attenzione alla massima circolazione dell'informazione interna e cura che i nuovi partecipanti non si sentano ospiti, ma protagonisti alla pari degli altri. A predominare sarebbero le virtù sociali della mitezza e della fermezza. Il mite, scrive Norberto Bobbio, «è l'uomo (donna) di cui l'altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé». Alle sue qualità intrinseche ne viene aggiunta un'altra - quella della fermezza, la capacità di non cedere, come ci ha insegnato Gandhi, ma di insistere con pacatezza. Così la cultura politica nuova si distanzia mille miglia da quella classica del Novecento, basata com'era in grande parte sul machiavellismo, sulla realpolitik, sulla furbizia e l'autoreferenzialità.

Quattro nodi radicali e di rottura 
1. Si rompe con il modello novecentesco del partito, introducendo nuove regole e pratiche: trasparenza non segretezza, semplicità non burocrazia, potere distribuito non accentrato, servizio non carrierismo, eguaglianza di genere non enclave maschili, direzione e coordinamento collettivo e a rotazione, non di singoli individui carismatici. .
2. Si rompe con questo modello neo liberista europeo che vuole privatizzare a tutti i costi, che non ha alcuna cultura dell'eguaglianza, che minaccia a morte lo stato sociale, la dignità e sicurezza del lavoro. Si insiste invece sulla centralità dei beni comuni, la loro inalienabilità, la loro gestione democratica e partecipata. 
3. Si rompe con la visione ristretta della politica, tutta concentrata sul parlamento e i partiti. Si lavora invece per un nuovo spazio pubblico allargato, dove la democrazia rappresentativa e quella partecipata lavorano insieme, dove la società civile e i bisogni dei cittadini sono accolti e rispettati.
4. Si riconosce l'importanza della sfera dei comportamenti e delle passioni, rompendo con le pratiche mai esplicitate ma sempre perseguite dal ceto politico attuale: la furbizia, la rivalità, la voglia di sopraffare, il mirare all'interesse personale. Al loro posto mettiamo l'inclusività, l'empatia, la mitezza coniugata con la fermezza.


Una proposta
Il futuro di questo manifesto, del progetto di radicale rinnovamento della soggettività politica che esso propone, è nelle mani di tutti e tutte coloro che lo desiderano attivamente. Si può iniziare dall'impegno a promuovere incontri, inventare momenti partecipativi e occasioni di confronto fondate su una comune condizione sociale o sul radicamento attivo nei territori. Una mobilitazione diffusa e connessa, che non imponga esclusività di appartenenze e che si ritrovi poi in un primo appuntamento nazionale. 
Inoltre si può pensare che sia positiva la presenza alle elezioni amministrative di liste di cittadinanza politica che prendano a riferimento e contribuiscano a costruire questo progetto nazionale. Una rete orizzontale di rappresentanza che sia radicata nei territori e connotata dagli elementi di metodo prima indicati: democrazia, governo partecipato dei beni comuni, etica, nuova cultura delle relazioni. Non si tratta di aggiungere sigle contro tutto e tutti, né di sommare esperienze locali che restano locali, tanto meno di chiudersi nel recinto di una radicalità ideologica.
Vogliamo costruire un soggetto che determini una trasformazione complessiva, costruisca anche alleanze e mediazioni ma con l'ambizione tutt'altro che minoritaria di mettere in campo un'altra Italia. Di lavorare per un'altra Europa.


Per adesioni, contributi scritti, informazioni: www.soggettopoliticonuovo.it

Primi firmatari: 
Andrea Bagni, Paul Ginsborg, Claudio Giorno, Chiara Giunti, Alberto Lucarelli, Ugo Mattei, Nicoletta Pirotta, Marco Revelli, Massimo Torelli (redattori del testo), Giuseppina Antolini, Danila Baldo, Giuliana Beltrame, Piero Bevilacqua, Valter Bonan, Paolo Cacciari, Nicoletta Cerrato, Adelaide Coletti, Emmanuele Curti, Sergio D'Angelo, Giuseppe De Marzo, Gianna De Masi, Silvia Dradi, Luigi Ferrajoli, Dario Fracchia, Luciano Gallino, Domenico Gattuso, Luca Giunti, Celeste Grossi, Danilo Lillia, Marinunzia Maiorani, Teresa Masciopinto, Luca Nivarra, Leo Palmisano, Tonino Perna, Riccardo Petrella, Anna Picciolini, Sandro Plano, Chiara Prascina, Corinna Preda, Giuliana Quattromini, Leana Quilici, Alessandro Rampiconi, Domenico Rizzuti, Stefano Rodotà, Chiara Sasso, Enzo Scandurra, Laura Tonoli, Mapi Trevisani, Vittorio Vasquez, Fulvio Vassallo Paleologo, Guido Viale

8.2.12

OccupyMacerata: lettera della neve ai maceratesi

Riporto di seguito il contenuto di una lettera che ho trovato sommersa dalla neve sotto la Torre di Piazza della Libertà.
Stefano Casulli

Macerata Occupata: lettera della neve ai cittadini.
Cari maceratesi,
non potete immaginare con quale gioia ho accolto l’invito dell’assemblea universale di Gaia a riempire le strade vostre e di tutti gli italiani.
Come solo Tolkien e pochi visionari hanno compreso, noi figli (e componenti) di Madre Natura siamo soliti riunirci e decidere democraticamente, tutti insieme, cosa fare sulla terra: lo sbocciare delle sorelle rose, il fiorire degli alberi, ma anche lo sfogarsi dei mari (quelle che nominate “tempeste”, giusto?), il correre dei venti, l’inondare di raggi del fratellone Sole… E’ tutto deciso in comune accordo, fatto salvo che tutti gli elementi chiedono uno spazio equo per mettersi in mostra (voi lo chiamate “alternare delle stagioni”).
E così questa volta tocca a me…
Eh sì che finora me ne sono stata buona buona, nonostante l’inizio della mia stagione, l’inverno, e le insaziabili richieste di voi umani che pretendete sempre la mia discesa durante quel periodo di festa cui dedicate in Italia così tanti giorni…

Ho disobbedito al volere degli altri elementi, lo ammetto! Avrei dovuto scendere giù nelle passate settimane, accoccolarmi sui Monti Sibillini e poi fare una capatina da voi, nelle belle colline marchigiane, per esaudire i desideri di tutti. Ho disobbedito lo ammetto! Ma non mi scuso!
Solo il mio candore e la mia infinita bontà (che in misura inversamente proporzionale all’eta voi umani potete capire!) vi evitano il solito rimprovero: i vostri finti artifici, la vostra arroganza, il desiderio di consumare e bruciare stanno innalzando la temperatura e rendono sempre più faticosa la mia discesa!
Ma non è di questo che voglio parlarvi.

Il mio rimbrotto è piuttosto che voi italiani e maceratesi vi state atrofizzando!!! I vostri pensieri si cristallizzano come un mio fiocco su un terreno ghiacciato!!!
Avete sospeso le vostre regole democratiche in nome di non si sa bene cosa.
Vi state assopendo sotto un monopensiero che noi nessuno di noi condivide!
Tenete nelle vostre mani le passioni tristi: il disincanto, il principio di realtà, la tristezza, la debolezza. Parole che fanno rima con quelle che trovate sui vostri pezzi di carta: crisi, spread, debito. Termini aulici (per me, semplice e chiara, persino incomprensibili) che vi sputano addosso come macigni.
E così, ho deciso di scendere io. Scendere in piazza, nelle strade, sugli ombrelli e sui cappelli. Ho deciso di Occupare Macerata.
Ho occupato Macerata per dimostrarvi come si sta bene senza le automobili
Ho occupato Macerata per stimolare in voi, giovani e meno giovani, il desiderio di giocare
Ho occupato Macerata per veder diffondere questo desiderio
Ho occupato Macerata per contare il numero delle persone in centro storico e scoprire che una domenica di neve (ops, di me) è più affollata e ricca di una normale domenica d’autunno
Ho occupato Macerata per ridare il potere ai bambini
Ho occupato Macerata per chiudere le finestre e aprire le porte delle case, per riprendere gli slittini, per tirare le palle di me
 Ho occupato Macerata per ricordare a tutti che si lavora per vivere, non viceversa, e che un giorno “slow” (come dite voi) è un giorno fantastico
Ho occupato Macerata perché la stessa gioia e speranza che ho visto negli occhi degli indignati dei vostri Paesi la vedo tutte le volte che un bambino si sveglia con la città imbiancata
Ho occupato Macerata per crearvi confusione, ma farvi vedere che dopo un paio di giorni si può vivere bene e felici lo stesso, dividendosi il lavoro e gli impegni
Ho occupato Macerata per vedere volontari e singoli cittadini, donne e uomini, e poi tanti tanti ragazzi che spalavano me con le pale dei nonni
Ho occupato Macerata perché qui, come altrove, per recuperare il senso del vivere sociale e civile serve una pausa di riflessione.

Non accetto disincanto: vorrei per voi un futuro diverso.
E, forse, il mio candore disobbediente può esservi d’aiuto.


La NEVE

16.10.11

Immagini dalla manifestazione del 15 ottobre


Pubblichiamo di seguito le prime foto di Marco della Manifestazione di ieri. A breve riflessioni, testimonianze e considerazioni sul grande e meraviglioso corteo di ieri, sugli errori, sul futuro.


 




















14.10.11

La democrazia-wikipedia e l'altra

di Andrea Bagni, tratto da www.democraziakmzero.org


Ore 10.20, compito in classe. Uno dei temi nasce dall’assemblea dello scorso anno, durante l’occupazione. Argomento dell’incontro, più o meno, Che ce ne facciamo oggi della politica e della democrazia?
Il comitato studentesco aveva allora invitato di tutto: uno del pdl-giovani, due di Casa Pound e del Blocco studentesco; uno dei giovani pd e due del movimento “extraparlamentare”. Format televisivo: tutti maschi gli oratori, una ragazza a passare il microfono.
Questo è il mondo in cui crescono. Un recinto da spezzare, dell’immaginario. Quello del pdl parla di meritocrazia e rigore. Una ragazzina del biennio interviene dal pubblico per dire in modo buffo, timido e insieme spavaldo, Ma allora il figlio stra-bocciato di Bossi consigliere regionale, e quelle donne in parlamento che sono state prima a mostrare il culo in tivù…. Uragano di applausi. Ma il giovane berlusconiano non si scompone: io non li avrei votati ma il popolo li ha eletti, in democrazia funziona così. Quando quello di Casa Pound fa un elogio appassionato dello stato etico, che esprime la comunità e la guida, gli obiettano: ma questa è una dittatura, è tornare al tempo di Stalin (dicono proprio Stalin, non Hitler o Mussolini), non è democratico. Risposta disarmante: Beh la democrazia è quella che abbiamo d’intorno, vi sembra tanto bella, c’entra qualcosa con quello di cui abbiamo bisogno? E anche lui – che aveva già detto niente soldi alle scuole private, libri gratis per i giovani, otto per mille solo allo stato – si prende un bel po’ di applausi.
Dunque da una parte il popolo che sceglie le veline e la successione dinastica (o adesso gli imprenditori di successo, Tods o Ferrari), dall’altra la nostalgia dello Stato Padre Teologico, custode e guida forte della famiglia nazionale. Un bel disastro.
Oggi che cosa scriveranno sul foglio protocollo? Non so nemmeno io bene che pensare – dunque correggere sarà interessante.
Penso alla intervista di Cassen a proposito di Democracia real ya pubblicata su Dmk0. Penso alla primavera italiana, di movimenti e referendum e Napoli e Milano. Penso anche a questo strambo referendum sul sistema elettorale che ottiene un mare di firme in piena estate. Dovessi spiegare ai ragazzi che ho davanti la campagna contro il Porcellum in nome del ritorno al Mattarellum ci sarebbe da ridere. Gli adulti parlano una lingua tutta loro e poi si stupiscono se i ragazzi li mandano a quel paese.
Ho l’impressione che la situazione italiana sia rappresentata perfettamente in un vecchio film con Albert Finney (Quinto potere), dove qualcuno si affaccia alla finestra e urla, Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più. Gli risponde immediatamente nella città un coro di incazzati…
C’è un’Italia che non ne può più e le prova tutte. Appena trova un varco nelle istituzioni e nei media ci si tuffa. Ma che fare di questo altro vasto paese, come passare dall’urlo e dal mugugno alla liberazione della parola.
Dalla Spagna real emerge un’ipotesi radicale e affascinante – dunque all’altezza della situazione, che richiede di essere radicali e attraenti. Un modello di democrazia di base un po’ alla wikipedia. Realtà locali che producono pratiche e pensieri all’interno di una rete orizzontale che farà andare avanti quei pensieri e quelle pratiche che funzionano, trovano eco, aggregano. Il comune che si forma dalla ricchezza e dalla creatività sociale, come in un processo stocastico: qualcosa che si allarga, contagia e si consolida a livelli superiori – cioè sempre orizzontali ma più larghi; qualcosa che resta locale e non diventa decisione collettiva.
Sembra un’altra democrazia, più o meno consiliare. Fluida. Dove la rappresentanza, mi pare di capire, sale per istanze territoriali via via più larghe, legata a un mandato preciso e revocabile – non quello della nostra carta costituzionale che prevede invece l’assenza di un vincolo di mandato. Perché lo prevede? Non è scavare una distanza fra elettori e eletti?
È che non si tratta della stessa democrazia. Il modello wiki-consiliare non ha bisogno di suffragio universale e non definisce in senso proprio corpi intermedi, perché tutta la costruzione resta orizzontale. Non c’è un altro, uno stato o un parlamento, con cui costruire una intermediazione. C’è piuttosto una cessione di potere, non un passaggio con andate e ritorni. La democrazia costituzionale – quella fondata su elezioni e suffragio universale – non è integrata o alimentata ma direi sostituita. I rappresentanti, dunque, non hanno da giocare nessun altro gioco in uno spazio diverso, istituzionale, che giustifichi l’assenza di vincolo di mandato. Le istituzioni sono altre, radicate nella società, diffuse. La rappresentanza vicina e controllabile.
Penso che alle mie ragazze e ai miei ragazzi piacerebbe, ma sarebbe anche straordinariamente impegnativo. Loro si accendono ogni tanto collettivamente, ma di restare accesi costantemente direi che in genere non ne vogliono sapere. Guai cercare – almeno nella mia scuola – di rendere permanente, “istituzionalizzare”, la loro partecipazione. Tutt’al più si possono aprire spazi, creare condizioni, dare garanzie, per un’attività collettiva che riempirà quei luoghi quando arriva il momento – a volte per noi inaspettato, malgrado le tradizioni novembrine. Ho l’impressione che non sia del tutto diversa la mobilitazione della società. Da febbraio in poi aspettavamo piazze incazzate 24 ore su 24. Speravamo in una spallata dei movimenti, dei comitati, delle donne. Sono arrivate vittorie bizzarramente istituzionali: elezioni amministrative, ballottaggi, referendum. La nostra Puerta del Sol, il voto.
È che quello spagnolo a me sembra un ottimo modello per esprimere la vitalità democratica di una società, la sua dimensione costituente. Ma non sono sicuro esaurisca la sua vita e la sua struttura costituzionale. Forse mi spaventa anche l’idea di dare per morta e lasciar perdere la rappresentanza che esce dalle elezioni “una testa un voto” – anche se quella testa è oggi un notevole casino, oggetto di attenzioni interessate, target televisivo. E se non si cancella dall’orizzonte ci si deve fare i conti, non si può pensare di vivere e crescere come in una vita parallela, indifferente.
In fondo non è detto che venga fuori un disastro, anzi. Perché in questa primavera italiana c’è stato anche altro da comitati e movimenti. C’è stata un’Italia grande di singole e singoli, orfani di un po’ tutto, figli di una solitudine densamente popolata. Un’Italia civile e democratica che è partita in massa dalla mia scuola il 13 febbraio delle donne. Una cosa mai vista. Gente insospettabile di impegno politico, che usciva per andare a una manifestazione probabilmente per la prima volta nella sua vita. Quella del film di Finney. Anche di ragazze e ragazzi era piena Firenze. Roba da social forum… E poi c’è il mondo Fiom insieme a quello Zagrebelsky Ginsborg Flores d’Arcais; insieme al popolo viola, l’ex noBday, il 16 ottobre. C’è insomma anche una società che in nome della democrazia è capace di non accettare il comando “naturalizzato” della Fiat o della Bce. Allora le questioni istituzionali, anche la cultura liberal-democratica stile Micromega o Libertà e Giustizia, sono qualcosa con cui dialogare.
Oggi, forse, c’è una divaricazione così radicale del capitalismo dalla democrazia che si possono trovare consonanze con mondi che non vengono per niente dall’anticapitalismo. L’esigenza di confrontarsi, trovare mediazioni e terreni comuni non vale solo per la rappresentanza politica “condannata” a compromessi: vale anche per la società civile e politica, e chiede di inventare e praticare linguaggi inclusivi, per creare spazi pubblici di confronto. Una rivoluzione anche per noi stessi, intima come tutte le rivoluzioni significative.
È chiaro che la democrazia costituzionale ha bisogno di nuovi anticorpi e corpi intermedi. E che deve ripensare la dimensione della partecipazione. Non come tecnica amministrativa, strategia di copertura per decisioni prese altrove (vedi la Firenze di Renzi). Come una diffusa agorà in cui ritrovare la dimensione esistenziale della politica. Di sicuro non possono più essere i partiti i luoghi della connessione, né quelli di oggi, comitati elettorali per yesman e business class, né quelli di un tempo, organizzati a somiglianza degli stati e degli eserciti. La sfera delle decisioni va allargata e abbassata, come si è allargata e abbassata la sfera delle competenze. E quel modello wiki-polis dei movimenti deve in qualche modo contagiare i soggetti politici nuovi, che non possono essere gerarchici, piramidali, di professionisti. Ma la società è più larga e complessa della somma degli individui, così come della somma dei comitati. E lo spazio della mediazione e del confronto, la definizione delle regole, resta fondamentale. Io tutto questo lo chiamo ancora democrazia costituzionale, nel senso in cui in un saggio di molti anni fa usava il termine Pietro Scoppola: non la definizione di un risultato da raggiungere di cui la democrazia sarebbe lo strumento – la Rivoluzione o l’Ordine salvifico divino -, ma l’accordo fra diverse/i intorno a un processo da garantire di liberazione permanente. Un processo senza garanzia di prodotto, nel quale conta la qualità dello spazio discorsivo, attraversato da corpi fluidi e “sessuati”, rappresentanza e autorappresentazione.
La liberazione resta un processo permanente, ma tutt’altro che lineare.
Più di una società rivoluzionata è interessante una società rivoluzionaria.
E adesso ricreazione.

1.7.11

La ragione dei barbari

 Un articolo di analisi e profondo respiro politico e culturale, scritto da un riferimento per il mondo dell'alternativa che nei giorni scorsi era alla Maddalena con i NO TAV.

di Marco Revelli, docente dell'Università di Torino, tratto da 'il Manifesto'.
Il centro è cieco, la verità si vede dai margini. Quest'affermazione di metodo, propria degli studi post-coloniali e anche della più recente "antropologia di prossimità", mi è tornata in mente la mattina del 27 giugno alla Maddalena, frazione di Chiomonte, quando visto da lassù - da quel fazzoletto di terra sulla colletta che divide il paese dall'autostrada del Frejus - il mainstream che ha segnato ossessivamente la vicenda della Tav è apparso di colpo per quello che è: vuota somma di affermazioni prive di senso reale. E si è affermata una realtà totalmente altra rispetto a quella che viene raccontata nei "luoghi che contano", nei palazzi del potere, nelle redazioni dei giornali, dagli opinion leaders metropolitani.
Prendiamo la questione dei soldi. Il mantra che viene recitato "al centro" - e "in alto" - ripete che l'Italia rischia di perdere i 680 milioni di euro dell'Europa se non aprirà il fatidico cantiere. Qui, in questa estrema periferia, tutti sanno che, al contrario, l'Italia potrà guadagnare (o risparmiare, se si preferisce) qualcosa come una ventina di miliardi di euro se quel cantiere non aprirà. Se la follia della Tav in Val Susa non si compirà. Tanto si calcola che sarà il costo finale dell'opera per il nostro Paese, comprensivo dei quasi 11 miliardi della tratta internazionale, a cui vanno aggiunti i quasi 6 miliardi (a prezzi 2006) della tratta italiana.
Una cifra enorme, pari a quasi la metà della manovra "lacrime e sangue" che il governo sta varando per tentare di sanare il bilancio pubblico, frutto di un calcolo del tutto prudenziale (c'è chi, sulla base dell'esperienza, calcola un costo finale superiore ai 30 miliardi!), per un'opera marchianamente, spudoratamente, inutile. Un'opera concepita e progettata in un altro tempo (gli anni '90 del turbo-capitalismo trionfante) e in un altro mondo (quello della globalizzazione mercantile e dell'interconnessione sistemica di un pianeta votato al benessere). Sulla base di previsioni di crescita dei flussi di traffico fuori misura e tendenzialmente illimitate, frutto dell'estrapolazione di un trend contingente ed eccezionale (i tardi anni '80 e i primi anni '90, quando effettivamente la circolazione internazionale e a medio-lungo raggio delle merci subì una brusca accelerazione), rivelatesi poi fallaci.
Si ipotizzò allora un rapido raddoppio dei circa 10 milioni di tonnellate transitate nel 1997 sulla linea ferroviaria Torino-Modane (la cosiddetta linea storica), che avrebbero portato rapidamente a saturarne la capacità (calcolata in circa 20 milioni di tonnellate) entro il 2020, con una crescita lineare ed esponenziale del flusso. Si sostenne (delirando, possiamo ben dire oggi) la necessità di garantire, con la nuova linea, una capacità di transito pari ad almeno 40 milioni di tonnellate, al fine di trasferire su rotaia buona parte dei volumi di traffico su gomma. Non si sapeva, allora, che il 1997 era stato il culmine di una curva che, esattamente dall'anno successivo, avrebbe incominciato a scendere, senza più fermarsi: era già scesa a 8,6 milioni di tonnellate nel 2000. Cadrà ancora a 6,4 nel 2004, a 4,6 nel 2008 per giungere infine al livello minimo di 2,4 milioni di tonnellate nel 2009 (anno in cui, secondo quelle proiezioni folle, avrebbe dovuto sfiorare i 15 milioni)! Oggi, la sola "linea storica" (sfruttata a meno di un terzo delle sue possibilità), sarebbe tranquillamente in grado non solo di garantire l'intero flusso di merci attraverso il confine con la Francia, ma di assorbire addirittura (cosa puramente teorica) l'intero traffico su gomma (all'incirca 10 milioni di tonnellate annue, anch'esso in costante calo), senza significativi costi aggiuntivi (se non le irrisorie cifre necessarie a realizzare il maquillage della linea esistente).
Sono numeri ben presenti a qualsiasi anziano valsusino seduto sull'erba del prato della Maddalena, a ogni ragazzo accampato (fino a lunedì) nelle tende del bivacco, a ogni casalinga di Bussoleno o di Venaus. Solo i "decisori" centrali, i politici di lungo corso, gli addetti all'informazione nazionale continuano a ripetere, come organetti rotti, le cifre di ieri, imbozzolati nel cavo del loro mondo scaduto, ciechi ad ogni evidenza, compresa quella mostrata dalle loro stesse statistiche ufficiali.
Oppure prendiamo un altro tema caldo, nella discussione attuale sulla Valle di Susa: il tema della legalità. Dal "centro del centro" - dal Viminale - il ministro Maroni proclama, mentre i suoi 2000 uomini si avvicinano alle barriere che difendono la Libera repubblica della Maddalena: «Di là ci possono essere i professionisti della violenza, di qua ci sono i professionisti della legalità, dell'antiviolenza, professionisti che sanno cosa fare, abituati a combattere il terrorismo, la criminalità organizzata, a combattere chi usa i kalashnikov e la lupara». Qui, invece, nella periferia delle periferie, sul ponticello della strada che da Chiomonte porta al sito archeologico sulla collina, la gente della valle guarda le ruspe che avanzano circondate - embedded - dai plotoni di agenti in assetto antisommossa, e grida «mafia». Sanno che la storia di alcune di quelle ditte che hanno messo a disposizione i propri mezzi è disseminata di vicende giudiziarie, d'indagini della magistratura e della Guardia di finanza per reati come «associazione a delinquere», «turbativa d'asta», falsa fatturazione, corruzione... Ci sono i ritagli dei giornali con le notizie degli arresti d'imprenditori, a più riprese, nei tardi anni '80, all'inizio dello scorso decennio... Basterebbe poco ai cronisti "centrali" - uno sguardo ai propri archivi, de La Stampa, di Repubblica - per documentarsi. E se è vero che i trascorsi giudiziari non bastano per emettere una sentenza di colpevolezza attuale, è pur anche vero che l'impatto di quello strano mix di Stato e di sospetto "antistato" ha un effetto devastante sui sentimenti collettivi di una popolazione che dallo Stato vorrebbe essere protetta e non attaccata. È il mondo che appare alla rovescia. E insieme terribilmente vero.
Possiamo chiederci il perché di questa distonia ottica, che rende così cieco (e ottuso) il "centro" e così lungimirante il "margine". Che acceca chi in teoria avrebbe tutti gli strumenti per guardare ad ampio raggio, e al contrario rende visionario chi in teoria dovrebbe essere "tagliato fuori". Una risposta - ineccepibile - la offre la letteratura più radicale della galassia post-coloniale statunitense, quella ascrivibile al femminismo nero, capace di muoversi acrobaticamente tra esclusione estrema e inclusione letteraria, ben testimoniata da Bell Hooks con il suo Elogio del margine. Qui la capacità di aprire il tempo dello sguardo laterale è ascritta al suo carattere di "spazio di resistenza". Alla bi-direzionalità di quello sguardo, rivolto contemporaneamente verso l'interno e l'esterno: libero dunque. Non prigioniero. E alla sua irriducibilità al mainstream e al peso falso che lo connota. Chi se ne fa portatore sa, durissimamente, chi è e cosa non intende diventare. A lui si addicono le strofe di Bob Marley: «We refuse to be what you wont us to be, we are what we are, and that's the way it's going to be» («rifiutiamo di essere ciò che voi volete farci essere, siamo quel che siamo e voi non ci potete fare proprio niente»). Ma è possibile affiancare a questa anche un'altra ipotesi. Ed è che il centro è cieco perché sta crollando. Perché il mondo di cui si è fatto centro sta "venendo giù". E come nella Bisanzio cantata da Guccini - «sospesa tra due mondi e tra due ere» - sono i barbari dei confini, non i senatori del Campidoglio, a sapere già la verità.

L'appello: http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/06/fermatevi_27.html

18.6.11

L'analisi: Verso un manifesto dei beni comuni

di Alberto Lucarelli, assessore ai beni comuni di Napoli, sul Manifesto del 14/06/2011


Oggi, a due settimane dai trionfi di Napoli e Milano e a dieci anni dal G8 di Genova, festeggiamo la vittoria del referendum sull'acqua e soprattutto un nuovo modo di fare Politica. È nato un nuovo laboratorio politico, si è raggiunta una vittoria voluta con tutte le forze dal forum dei movimenti per l'acqua e da tutta quella cittadinanza attiva che progressivamente ha capito la necessità di riconquistare se stessi e soprattutto la voglia di far politica e di vedere affermati i propri diritti. Il movimento referendario ha avuto la forza e il coraggio, sin dall'inizio del suo percorso, di declinare un nuovo modo di fare politica, di esprimere nuove soggettività, al di fuori del sistema dei partiti.
Partiti in pochi, ma decisi e già consapevoli dei saccheggi che si stavano realizzando sui beni comuni, il movimento con coerenza, rigore, umiltà, forza di ascolto e di inclusione ha saputo e voluto raccogliere e declinare il "grido" di Genova 2001, dichiarando l'esigenza di uscire dalle logiche proprietarie e individualistiche, per affermare spazi e beni comuni dove poter esercitare e veder soddisfatti i propri diritti. Oggi si raccoglie il frutto di una semina non compresa, sbeffeggiata, avversata dall'establishment istituzionale, ma anche una semina che i più avvertiti avevano compreso che avrebbe determinato un'inversione di rotta e spezzato quell' intreccio affaristico tra borghesia mafiosa, politica, economia e pezzi deviati dell'amministrazione pubblica.
A partire dal 2001 si è aperto in Italia, attraverso il ruolo determinante di tante realtà locali e di tante pratiche sociali, la battaglia dei beni comuni contro la privatizzazione selvaggia dei diritti di cittadinanza ma anche contro gli abusi di un pubblico sempre più corrotto e contaminato da interessi particolari. Si è riusciti a liberare il concetto vuoto di partecipazione dai formalismi giuridico-istituzionali e dai giochetti della democrazia formale; si sono contrastati con fermezza ipocriti meccanismi di cooptazione o di strumentalizzazione.
La truffa "normativa" della partecipazione è stata smascherata sviluppandosi all'esterno e a volte anche contro i meccanismi legislativi che miravano ad irretirla. A partire dalla vittoria di oggi pretenderemo che le politiche pubbliche (nazionali e locali) non siano più calate dall'alto e che le istanze partecipative, elemento decisivo per la gestione dei beni comuni, si trasformino in veri diritti, espressione di antagonismo, proposta, gestione e controllo. Tutti i comuni dovranno adottare delle delibere che impongano l'affermazione della democrazia partecipativa, sperimentando anche laddove non previsto dalla legislazione vigente reali ed effettive forme di coinvolgimento.
La vittoria di oggi è la prova che partecipazione e beni comuni sono nuove categorie che stanno contribuendo alla nascita di nuove soggettività politiche fuori ed oltre il sistema dei partiti. Attraverso le battaglie sull'acqua, ma direi in senso più ampio attraverso le battaglie a difesa del lavoro, del territorio, dell'università pubblica, dei diritti dei migranti, contro il nucleare e gli inceneritori, i cittadini si riapproprieranno del diritto di esprimersi sui beni comuni, sui beni di loro appartenenza, su quei beni che esprimono utilità funzionali all'esercizio dei diritti fondamentali. Sono avvertiti tutti quei comuni compiacenti che preferiscono fare affari con i privati piuttosto che difendere i beni della comunità. Questi amministratori si troveranno di fronte cittadini pronti a reagire a veri e propri piani di svendita dei servizi pubblici locali oltre che del patrimonio pubblico. Le comunità locali non sono più disposte a tollerare dei municipi gestiti da giunte che, unitamente a "pezzi" della borghesia mafiosa, perseguono interessi particolari, assumendo decisioni «non partecipate e calate dall'alto». Da oggi obiettivo politico primario sarà la realizzazione di un governo pubblico e partecipato dei beni comuni, in una prospettiva di effettivo cambiamento.

3.6.11

La rivoluzione del «bene in comune»

di Alberto Lucarelli, membro del comitato '2 sì per l'acqua bene comune' e possibile assessore ai beni comuni nella giunta de Magistris - tratto da Il Manifesto del 1 giugno 2011


-


La straordinaria vittoria di Luigi de Magistris a Napoli ha radici profonde. Non ha nulla, così come vuol far credere qualcuno, di improvvisato, non è una mera espressione di rabbia, protesta e antipolitica, ma piuttosto si basa sulla valorizzazione del lavoro svolto da anni da comitati, associazioni, movimenti, in particolare per quanto riguarda la battaglia per la difesa dei beni comuni e della giustizia sociale.
Con il successo del 30 maggio si è venuta a realizzare una perfetta armonia tra democrazia della partecipazione e democrazia della rappresentanza. Finalmente la nuova rappresentanza politica non sarà più espressione di scelte burocratizzate e calate dall'alto, ma al contrario espressione di idee, azioni e pratiche sociali rappresentate da cittadini attivi che hanno svolto negli anni la propria azione politica al di fuori delle istituzioni. Così come la raccolta del milione e mezzo di firme per il referendum contro la privatizzazione dell'acqua è stata possibile perché alle spalle c'è stato un lavoro continuo e costante dei comitati locali che hanno declinato le istanze partecipative attraverso il conflitto, il controllo, la proposta, così il «fenomeno partenopeo» che, come ripete de Magistris, è già «oltre Berlusconi», è stato possibile grazie al fermento sociale presente nel territorio.
Napoli da anni soffriva della presenza di una «cappa» soffocante, espressione di un blocco politico e sociale trasversale che impediva alle energie diffuse, soprattutto rappresentate dai giovani, ma non solo, di potersi esprimere. Tuttavia negli ultimi dieci anni queste energie e la voglia di fare politica a Napoli si sono progressivamente imposte e hanno trovato i canali per potersi esprimere, anche grazie alla presenza di personalità straordinarie come quella di Alex Zanotelli. Le battaglie per i diritti e la difesa dei beni comuni hanno costituito elementi di aggregazione, di informazione e formazione permanente che hanno rappresentato la base indispensabile per una partecipazione politica «vera», reattiva a qualsivoglia forma di cooptazione e strumentalizzazione. La classe dirigente e quella parte di borghesia corrotta e indifferente rispetto allo sfascio della città, chiuse nei loro palazzi, non hanno percepito l'aria rivoluzionaria del cambiamento, non hanno realizzato l'irrompere del nuovo fenomeno politico, l'insorgere delle nuove soggettività politiche. Insomma, come spesso è accaduto nella storia, la nuova classe dirigente di Napoli si è formata nelle tenebre della democrazia, con sofferenza, rigore, umiltà, idealità e molta passione. Chi ha frequentato da vicino queste realtà ha potuto percepire uno iato profondo in termini qualitativi e di sensibilità politica e sociale tra il mondo della partecipazione diffusa e le istituzioni rappresentative. Da una parte, studi e analisi approfondite e pragmatiche per la migliore e più avanzata gestione della cosa pubblica, dall'altra azioni tese a conservare il potere e soprattutto a conservare loro stessi e i loro privilegi. Napoli è pronta per far partire un nuovo e importante laboratorio politico, unico in Italia per la situazione che si è venuta a realizzare, in grado di esprimere e gestire nuovi modelli di governo pubblico partecipato dei beni comuni e nuovi modelli di sviluppo sostenibile. Le nuove soggettività politiche, che con Luigi de Magistris hanno trovato la giusta rappresentanza, potranno dar luogo nei prossimi anni a sperimentazioni della politica, cambiandone stile, comportamenti, linguaggio.
Si è avviata dunque una nuova stagione: i migliaia di giovani di piazza Municipio che lunedì sera festeggiavano la vittoria di Luigi de Magistris non erano soltanto «arrabbiati», così come vuole far credere la stampa conformista, e non esprimevano sentimenti di antipolitica, ma piuttosto la ferma volontà di riconquistarsi con gioia il diritto al presente e al futuro, ben consapevoli che gli ultimi mohicani arroccati nei palazzi non concederanno nulla e tutto dovrà essere conquistato con lotta, impegno e coerenza. Io credo che proprio da Napoli possa partire un nuovo modo di far politica in grado di portare benefici agli stessi partiti. Da Napoli dovrà partire la Costituente internazionale dei beni comuni, a dieci anni dal Social forum di Genova.


La testimonianza che quanto stiamo costruendo anche a Macerata va nella direzione giusta...

10.5.11

Siamo tutti carne da macello.

Ecco un articolo del Laboratorio riportato anche dal Manifesto: http://www.ilmanifesto.it/io-manifesto/lettere-e-filosofia/anno/2011/mese/05/articolo/4595/


La notte tra il 5 e 6 dicembre 2007, sulla linea di ricottura e decappaggio dello stabilimento Thyssen-Krupp di Torino, perdono la vita in un incendio 7 operai dello stabilimento: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi.
Il 15 aprile 2011 la Corte d'Assise di Torino legge la sentenza che condanna Herald Espenhahn, amministratore delegato dell'azienda, a sedici anni e mezzo di reclusione colpevole di omicidio volontario con dolo eventuale. Dai 13 ai 10 anni di reclusione per gli altri dirigenti, colpevoli di cooperazione in omicidio colposo.
Questi sono i fatti. Sabato 7 maggio si è invece tenuta l'Assise generale di Confindustria, a Bergamo. L'associazione ha invitato Espenhahn, il cui intervento è risultato molto applaudito dall'assemblea.

É scandaloso che l'associazione degli imprenditori abbia invitato anche solo ad intervenire un amministratore delegato che ha sulla coscienza la vita di sette persone ed altrettante famiglie. Così come è assolutamente incommentabile e vergognoso che l'intera assise abbia applaudito ad un intervento che inneggiava alla “buona governance” e alle “best practices” della Thyssen-Krupp.
Tuttavia, è bene soffermarsi con ulteriore attenzione sulle parole di Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria. Rileggiamole: “la condanna a 16 anni di omicidio volontario di Herald Hespenhahn è un unicum in Europa ed è un tema che va guardato con molta attenzione”; poi prosegue “non andiamo a ricreare un campo di battaglia in maniera strumentale” per concludere affermando che se ragionamenti del genere “dovessero prevalere, potrebbero allontanare gli investimenti esteri dall'Italia e mettere a repentaglio la sopravvivenza del tessuto industriale”.


Mi chiedo cosa resti della vita in questo discorso.
Scriveva Karl Marx in Lavoro salariato e capitale “Il lavoro è dunque una merce che il suo possessore, il salariato, vende al capitale. Perché la vende? Per vivere” o piuttosto per morire, dato che da molti anni l'Italia è fieramente in testa alle classifiche delle morti sul lavoro, 1080 anche nel 2010.
La Marcegaglia dimostra, con quanto detto, di essere connivente e complice del buon Hespenhahn e di tutti coloro che ritengono la sicurezza sul lavoro un lusso di cui fare a meno. D'altronde, cosa ne sanno del lavoro? Oggi che anche l'innovazione, come i beni materiali e immateriali, ha una natura sociale e collettiva, la violenza e l'espropriazione della classe imprenditoriale si smaschera per quello che è: appropriazione indebita del lavoro altrui, puro e semplice dominio sulla vita e i tempi delle persone. Un dominio così radicale e sfacciato da posporre anche pubblicamente la vita (e la morte) di quegli operai a concetti come 'investimenti' o 'tessuto industriale'. Ma aspettiamo un attimo, non è questo il luogo e il momento di motivare una critica dell'industrialismo.
La cosa gravissima è che la Marcegaglia rimuove con le sue parole due ineludibili verità: che alla Thyssen-Krupp sono morti degli operai per responsabilità di quelli che possiamo ricominciare a chiamare con il loro nome: manager industriali, direttori d'orchestra della produzione (e della speculazione) oltre che dell'efficienza del sistema capitalistico della grande impresa. Sì, perché di questo stiamo parlando, non certo della microimpresa. Questa è la seconda menzogna: non è certo la condanna di un amministratore delegato di un'azienda di migliaia di dipendenti in tutta Europa che mette a repentaglio la nostra industria, perché il nostro paese campa di piccola e piccolissima imprenditoria, del popolo delle partite Iva. E poi, soprattutto, di lavoro dipendente, di precarietà, di disoccupazione.
Senza soffermarci sulle posizioni politiche prese o non prese (vedi Pd) su quanto accaduto, è urgente mettere a registro una lettura della situazione che non anteponga il profitto e la produzione di capitale alla vita ed ai diritti delle persone. Dobbiamo prendere atto che parole come quelle della Marcegaglia passano quasi inosservate, lineari, coerenti con quanto già detto in passato da ministri della nostra Repubblica; dobbiamo decifrarne il linguaggio, coglierne i passaggi salienti, metterne in luce le patologie; dobbiamo imparare a conoscerne i gesti, dobbiamo inventarne di nuovi. Soprattutto, dobbiamo lavorare per la ri-appropriazione del nostro lavoro e della nostra vita.

È necessario alzarci in piedi e contestare quanto detto, ben oltre l'indignazione del vecchio Hessel, organizzando forme di rEsistenza che siano in grado di ricomporre socialmente e politicamente quel mondo della precarietà che subisce oltre alla violenza simbolica delle frasi (e che provi vergogna chi non si è schifato dinnanzi alle parole della Marcegaglia!!!) la costante oppressione dello sfruttamento legalizzato.
Dobbiamo farlo. Né domani né tra poco: ora!

Stefano Casulli