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31.7.11

La catastrofe annunciata del Corno d'Africa.

In questi giorni alcuni giornali si sono accorti, e hanno deciso di far sapere, quanto sta accadendo nel Corno d'Africa, dove la fortissima siccità espone al rischio della morte per fame milioni di persone. I campi profughi della zona sono stracolmi, eppure basterebbe davvero poco per salvare centinaia di migliaia di vite. Queste sono le questioni che deovno interessarci e per le quali dobbiamo muoverci.
Che oggi, nella società dell'opulenza e della ricchezza, della vita piegata alla produzione, si possa morire di fame, non è che la prova del fatto che viviamo dentro un sistema malato.
Malato per le ingiustizie che provoca e la morte che porta con sé.
Malato perché riesce a non farci vergognare di quello che abbiamo o della bassezza dei nostri problemi dinnanzi a tragedie come questa.



di Matteo Guglielmo, dottore in Sistemi Politici dell'Africa all'Università degli Studi 'L'Orientale' di Napoli.

RUBRICA GEES, CORNO D'AFRICA. La regione è sconvolta da una grave carestia. Particolarmente colpita la Somalia, dove la popolazione è in fuga dalla fame e dal conflitto. Portare assistenza è difficile. Le strategie internazionali, quelle di al Shabaab e il business dell’aiuto.
Da diverse settimane che il Corno d’Africa affronta una grave carestia, la più dura degli ultimi sessant’anni secondo le parole di Elisabeth Byrs, portavoce dell’ufficio di coordinamento per gli Affari umanitari dell’Onu. Anche se da gennaio le Nazioni Unite avevano cercato di mettere in guardia i donatori internazionali, la grave siccità causata dall’insufficienza di pioggia ha costretto migliaia di persone a spostarsi. Secondo l’Unhcr almeno 11 milioni di persone sono a rischio malnutrizione, mentre la mole di aiuti richiesta per affrontare solo i prossimi due mesi si aggira intorno ai 300milioni di dollari.

La Somalia è il paese più colpito: nel mese di giugno circa 20mila abitanti hanno lasciato le province centro-meridionali del Basso Shabelle, del Bay e del Bakool per raggiungere Mogadiscio. Molti altri sono fuggiti dal paese, diretti nei campi di Dadaab (Kenya) e Dollo Ado, sul confine etiopico. Solo a Dadaab sono ospitate circa 400mila persone, e i somali che hanno trovato rifugio in altri Stati della regione come Etiopia, Kenya, Yemen, Gibuti, Eritrea, Uganda e Tanzania sono circa un milione, su una popolazione che secondo alcune stime non dovrebbe superare le 10-12milioni di unità.

Le cifre sconcertanti dell’ultima crisi si innestano nel clima di scontro che tende ad aumentare di ora in ora. I problemi principali per le organizzazioni umanitarie derivano dall’impossibilità di operare sul territorio; neanche le Istituzioni federali di transizione (Ift) di Mogadiscio rappresentano un partner adeguato per gestire le risorse finanziarie e gli aiuti. L'alto tasso di corruzione, come sottolineato in un recente rapporto del centro di ricerca statunitense Atlantic Council, impone alla comunità internazionale la ricerca di nuove e più efficaci strategie di aiuto.

A gravare sulla crisi somala non sono solo le lacune istituzionali, che peraltro delegittimano e indeboliscono anche la missione di peace-support dell’Unione Africana Amisom agli occhi degli stessi attori politici e militari, ma anche la mancanza di linee politiche precise della comunità internazionale, la quale continua ad agire in modo disarticolato.

Gli Stati Uniti, che ormai da tempo hanno avviato un processo di disimpegno dal teatro politico somalo, restano tuttavia concentrati sul settore della sicurezza, riservando i maggiori sforzi politico-militari all'antiterrorismo e alla lotta alla pirateria. Un’inchiesta del settimanale statunitense The Nation ha rivelato che la Cia avrebbe da tempo inaugurato una sede a Mogadiscio, dove sarebbero stati avviati dei programmi di extraordinary renditions condotti da forze speciali somale addestrate e finanziate direttamente da Washington.

Negli Stati Uniti è in vigore inoltre una struttura, denominata Office of foreign assets control (Ofac) che vigila e impedisce al Tesoro di mobilitare risorse finanziarie per progetti o aiuti diretti in luoghi dove vi è il comprovato rischio di creare vantaggi anche per i gruppi inseriti nella lista nera del terrorismo. Ciò vorrebbe dire che se al-Shabaab resta per Washington un’organizzazione terroristica connessa ad al Qaida, saranno automaticamente escluse dagli aiuti Usa tutte le popolazioni che si trovano sotto l’amministrazione del movimento islamista.

Anche l’Unione Europea continua ad anteporre il paradigma della sicurezza all’azione politico-diplomatica unitaria. La necessità di predisporre una diplomazia capillare e capace di muoversi all’interno delle innumerevoli sfumature del teatro somalo resta prioritaria anche rispetto all’adozione di misure di aiuto che si possano riconvertire in politiche di sostegno allo sviluppo. Anche se la Commissione Europea ha annunciato un aumento del fondo per la carestia di circa 28milioni, il rischio è che ancora una volta non si riesca a guardare al di là della mera emergenza.

La questione legata all’aiuto umanitario nel Corno d’Africa, e in particolare in Somalia, ha sempre rappresentato un terreno scivoloso, che ha finito in alcuni casi per protrarre la crisi, rendendola di fatto strutturale. Gli aiuti sono spesso diventati un business lucroso per gli attori armati presenti sul campo, come ad esempio per diversi signori della guerra che prima del 2006 - ovvero nel periodo antecedente all’avvento delle Corti Islamiche - si erano suddivisi i quartieri della capitale e i suoi sobborghi.

Secondo fonti somale ci sarebbero proprio queste dinamiche dietro la prima apertura degli Shabaab verso le agenzie dell’Onu, poi prontamente smentita col netto rifiuto degli aiuti da parte del portavoce dei giovani mujahiddin Sheikh Ali Mohamed Raghe. Per le fonti locali infatti i circa 20mila sfollati giunti questo mese dalle regioni del Bay e Bakool a Mogadiscio sarebbero stati costretti a spostarsi nella capitale da alcuni elementi del movimento islamista che speravano di impadronirsi delle risorse connesse alla gestione degli aiuti.

Che siano fondate o meno, queste voci denotano comunque l’esistenza di un forte dibattito all’interno degli Shabaab. Resta la difficoltà di affrontare una crisi sempre più stratificata e multidimensionale, dove ai conflitti interni si sommano dinamiche regionali e globali fortemente destabilizzanti.




5.3.11

Il mondo arabo come laboratorio di sperimentazione politica

Proponiamo qua un articolo di Michael Hardt e Toni Negri, tratto dal Guardian del 24 Febbraio 2011.
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La sfida per gli osservatori delle insurrezioni in nord Africa e Medio Oriente è leggerle non tanto come ripetizioni del passato ma piuttosto come esperimenti che aprono nuove possibilità politiche per la libertà e la democrazia ben oltre la regione. In effetti, noi speriamo che attraverso questo ciclo di lotte il mondo arabo diventi nei prossimi decenni ciò che l’America Latina è stata nei decenni passati, ovvero un laboratorio di sperimentazione politica tra il potere dei movimenti sociali e i governi progressisti dall’Argentina al Venezuela, dal Brasile alla Bolivia.
Le rivolte hanno immediatamente fatto pulizia dell’ideologia e spazzato via ogni concezione razzista dello scontro di civiltà che assegna la politica araba al passato. Le moltitudini a Tunisi, il Cairo e Bengasi mandano in frantumi lo stereotipo politico secondo cui gli arabi sono costretti a scegliere tra dittature laiche e fanatiche teocrazie, o che i musulmani sono incapaci di libertà e democrazia. Anche il chiamare queste lotte “rivoluzioni” sembra trarre in inganno molti commentatori che assumono la progressione di eventi secondo la logica del 1789, del 1917 o di altre ribellioni del passato contro re e zar.
Le rivolte arabe si sono infiammate sul tema della disoccupazione e hanno avuto al centro le ambizioni frustrate di una gioventù che ha studiato nelle università – una popolazione che ha molto in comune con gli studenti che protestano a Londra e Roma. Sebbene la prima richiesta proliferata nel mondo arabo si è concentrata sulla fine della dittatura e dei governi autoritari, dietro questo grido stanno una serie di domande sociali rispetto al lavoro e alla vita; non solo la fine di dipendenza e povertà, ma anche per il potere e l’autonomia di una popolazione intellettuale e altamente competente. Che Ben Ali e Mubarak o anche Gheddafi lascino il potere è solo il primo passo.
Il modello di organizzazione delle rivolte sembra riprodurre ciò che abbiamo visto per decenni in altre parti del mondo, da Seattle a Buenos Aires, da Genova a Cochabamba: una rete orizzontale senza un leader centrale. Le organizzazioni tradizionali dell’opposizione possono prendere parte a questa rete ma non possono dirigerla. Gli osservatori stranieri hanno provato sin dall’inizio a nominare un leader per le rivolte egiziane: forse Mohamed ElBaradei, forse Wael Ghonim. Hanno paura che i Fratelli Musulmani o qualche altra organizzazione esistente possa prendere il controllo degli eventi. Quello che non capiscono è che la moltitudine è in realtà capace di organizzarsi senza un centro – che l’imposizione di un leader o la cooptazione nelle mani di un’organizzazione tradizionale minerebbe il potere della moltitudine. La diffusione nelle rivolte dell’uso dei social network come facebook, youtube e twitter, sono il sintomo e non la causa di questa struttura organizzativa. Queste sono le forme dell’espressione di una popolazione intellettuale capace di usare gli strumenti che ha a portata di mano per organizzarsi autonomamente.
Sebbene questi movimenti organizzati a rete rifiutino una leadership centrale, devono ciononostante consolidare le loro richieste in un nuovo processo costituente che lega i segmenti più attivi della ribellione con i desideri della popolazione nel suo insieme. Le insurrezioni della gioventù araba non mirano certamente ad una costituzione liberale di tipo tradizionale che garantisce semplicemente la divisione dei poteri e una normale dinamica elettorale, ma al contrario puntano ad una forma di democrazia adeguata alle nuove forme di espressione e ai nuovi bisogni della moltitudine. Questa deve includere, al primo posto, il riconoscimento costituzionale della libertà di espressione – non nella forma tipica dei media dominanti, che sono costantemente soggetti alla corruzione dei governi e delle élite economiche, ma come espressione delle esperienze comuni di reti relazionali.
Secondariamente, dato che queste sommosse sono state innescate non solo dalla diffusione di disoccupazione e povertà, ma anche da un generalizzato senso di frustrazione delle capacità produttive ed espressive, soprattutto tra i giovani, una risposta costituzionalmente radicale deve inventare uno schema comune per gestire le risorse naturali e la produzione sociale. Attraverso questa soglia il neoliberismo non può passare e lo stesso capitalismo è messo in discussione. Anche le regole islamiche sono completamente inadeguate a soddisfare tali esigenze. Su questo terreno, le insurrezioni non toccano soltanto gli equilibri del Nord Africa e del Medio Oriente ma anche il sistema della governance economica sul piano globale.
A partire da queste considerazioni la nostra speranza è che il ciclo di lotte che si sta diffondendo nel mondo arabo diventi nei prossimi decenni ciò che l’America latina è stata nei decenni passati, che possa ispirare movimenti politici e sollevare aspirazioni di libertà e democrazia al di là della regione. Ognuna di queste rivolte, certamente, può fallire: i tiranni possono lanciare una repressione sanguinaria, le giunte militari possono provare a rimanere al potere, i tradizionali gruppi di opposizione pilotare i movimenti e le gerarchie religiose lottare per prendere il controllo. Ma ciò che non morirà sono le rivendicazioni politiche e i desideri, le aspirazioni di una giovane generazione intellettuale ad una vita diversa in cui possono mettere a valore le proprie capacità. E finché queste rivendicazioni e desideri saranno in vita il ciclo di lotte continuerà. La questione è cosa questi nuovi esprimenti di libertà e democrazia insegneranno al mondo nei prossimi decenni.

12.2.11

Egitto - Bye-bye Mubarak

Di Michele Giorgio, inviato del Manifesto
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Gioia, felicità, danze, canti, baci, carezze, abbracci, pianti, risate, fuochi artificio, barche sul Nilo. Un fiume di parole non basta a descrivere come milioni di egiziani hanno festeggiato ovunque nel paese il sogno divenuto realtà, l'addio alla presidenza dopo ben trent'anni di Hosni Mubarak, l'unico leader conosciuto da almeno la metà della popolazione. Una festa coinvolgente e colorata che andrà avanti nei prossimi giorni e che sancisce la vittoria della «seconda rivoluzione egiziana», quella dei giovani, nota anche come la «rivoluzione 2.0», come l'aveva battezzata giovedì il blogger Wael Ghonim, tra i primissimi promotori dell'insurrezione contro il faraone del terzo millennio dopo Cristo. «Congratulazioni all'Egitto, il criminale ha lasciato il palazzo», così Ghonim ha salutato, ovviamente su Twitter, l'addio del raìs.Il primo obiettivo è stato raggiunto dal popolo egiziano, ma già si guarda avanti, alla ricostruzione dell'Egitto su nuove basi, politiche ed economiche. La gioia è proporzionale all'incertezza politica. Siamo ad un passaggio fondamentale della storia del più importante dei paesi arabi, che, peraltro, potrebbe dare il via all'effetto domino tanto evocato in Medio Oriente dopo la rivolta tunisina del mese scorso. Dietro l'angolo forse c'è l'insurrezione di giovani e popoli di altri paesi della regione, dominati come lo sono stati gli egiziani, da regimi oppressivi e, quasi sempre, fedeli esecutori delle politiche degli Stati uniti. Mubarak, lasciando la presidenza ha trasmesso i suoi poteri allo stato maggiore dell'esercito guidato dal generale Mohammed Tantawi, il ministro della difesa. Tantawi è una figura grigia e poco stimata - anche se ieri sera era davanti al parlamento a salutare la folla - che con ogni probabilità sarà soltanto il volto e il portavoce del Consiglio militare supremo dove svetta il capo di stato maggiore, generale Sami Enan, un comandante che piace molto agli Stati uniti e che gode di simpatie anche tra i Fratelli musulmani, per la sua «onestà e rettitudine». Enan e gli altri generali saranno il presente dell'Egitto, nella speranza che non diventano anche il futuro del paese, violando l'impegno preso di garantire l'avvio di quel processo di riforme democratiche per il quale hanno lottato milioni di egiziani e sono morti oltre 300 manifestanti.«In nome di Allah il misericordioso e il compassionevole: cittadini, durante le difficili circostanze che sta attraversando l'Egitto il presidente Hosni Mubarak ha deciso di lasciare la carica di capo dello Stato e ha incaricato lo stato maggiore delle forze armate di amministrare gli affari del paese. Che Allah possa aiutare tutti». Con queste parole il vicepresidente Omar Suleiman ha annunciato in un brevissimo intervento televisivo l'abbandono del potere da parte del raìs, senza aggiungere alcun dettaglio sul suo futuro personale o quello del premier Ahmed Shafiq. Mubarak, che in un discorso trasmesso giovedì aveva rifiutato di dimettersi, ieri mattina ha lasciato improvvisamente il Cairo per recarsi alla sua residenza di Sharm el Sheikh, nel Sinai, mentre piazza Tahrir si riempiva nuovamente di centinaia di migliaia di dimostranti e altre decine di migliaia di persone circondavano diversi palazzi delle istituzioni, la televisione di stato e si avvicinavano alla residenza del presidente.Alla notizia delle dimissioni la folla ammassata nella piazza Tahrir, epicentro per due settimane delle proteste, è esplosa di gioia. «E' fatta, siamo all'epilogo. Mubarak oggi è a Sharm el Sheikh, domani sarà a Jedda come l'ex presidente tunisino Ben Ali», ripeteva Omar, giunto in piazza Tahrir con la moglie e i due figli per godere di un momento che fino a qualche settimana fa nemmeno osava sognare. «Lui non rinunciava alla presidenza ma noi non ci siamo arresi, siamo rimasti qui, certi che presto o tardi avrebbe ceduto», spiegava il dottor Mansour Mahfouz con il camice bianco e un fascia con i colori della bandiera egiziana giunto in piazza assieme ad una nutrita delegazione di medici ed infermieri. Intorno nel frattempo si ballava e cantava, in un tripudio di bandiere egiziane. La gioia dell'annuncio ha cancellato in un attimo la delusione che molti avevano provato dopo la diffusione, in tarda mattinata, del secondo comunicato dei vertici militari, che dava l'idea di un sostegno delle forze armate al raìs contestato da gran parte del paese. «E' la prova che la politica egiziana è controllata da Israele e Stati uniti» aveva commentato con ira un ex deputato dei Fratelli musulmani, Mohammed Ashiyeh. Poi tutti hanno compreso che sono stati i generali a spedire Mubarak in riva al Mar Rosso. «Per noi la vita ricomincia adesso» ha commentato, appena giunto in piazza Tahrir per i festeggiamenti, il premio Nobel per la pace e uno dei leader dell'opposizione egiziana, Mohammed El Baradei. «Il mio messaggio al popolo egiziano è: vi siete guadagnati la libertà, fatene il miglior uso e che Allah vi benedica», ha proseguito El Baradei, un probabile candidato alla presidenza.L'Egitto ora è in mano ai militari che i Fratelli musulmani, principale movimento di opposizione, si sono affrettati ad elogiare per «aver mantenuto le promesse». Le incognite però sono tante nonostante l'atteggiamento positivo e vicino alla gente che soldati e ufficiali hanno avuto in questi quindici giorni nei quali hanno presidiato le strade del Cairo e di altre città. Le forze armate non hanno ancora comunicato quale sarà l'iter della transizione. In base all'articolo 84 della costituzione egiziana, in caso di vacanza del potere, la presidenza viene assunta ad interim dal presidente dell'Assemblea del popolo e le elezioni devono venire celebrate entro i successivi 60 giorni. Ma è chiaro che l'esercito non affiderà alcun incarico a Fathi Sorour, speaker di una Assemblea dominata dai deputati del Pnd, il partito di Mubarak, eletta alla fine dello scorso anno tra brogli e frodi senza precedenti, e, quindi, non riconosciuta dal popolo. Fino a ieri il vice-presidente (ed ex capo dei servizi segreti) Suleiman sembrava il più gettonato a guidare il periodo tra il «governo militare» e la nascita di una leadership politica eletta democraticamente. Non piace molto agli egiziani ma Washington e Israele cercheranno di imporlo alla giunta militare che ha preso i poteri, perché è considerato, come dice qualcuno, la «migliore garanzia di stabilità e continuità per l'intera regione». Non è però chiaro se Suleiman goda del pieno appoggio dell'esercito e ierisera circolavano voci, rilanciate dalla Bbc, che anche lui avrebbe rinunciato all'incarico dopo un aspro scontro con i vertici militari. Ieri sera è sceso in campo anche il segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, che salutando lo «storico cambiamento» in Egitto e ha invitato al «consenso nazionale» dopo le dimissioni di Mubarak. Egiziano, ex ministro degli esteri, Musa fa parte del Consiglio dei saggi e non nasconde le sue ambizioni presidenziali.Qualsiasi soluzione venga trovata ai piani alti tuttavia verrà respinta dal popolo se non verrà accompagnata dalle riforme annunciate. Gli egiziani in queste due settimane hanno imparato a non avere più paura e non resteranno a guardare di fronte alla nascita di una dittatura militare o di un nuovo regime, simile a quello attuale ma con un nuovo volto. Gennaio:- 25: Iniziano le proteste organizzate dai movimenti della società civile «Kifaya» e «6 Aprile», partecipano migliaia di persone. Nei giorni precedenti 5 egiziani si erano dati fuoco (uno è morto), emulando il giovane tunisino all'origine della rivolta che il 14 gennaio ha portato alla caduta di Ben Ali.- 27: L'oppositore più noto, Mohamed ElBaradei, ritorna al Cairo.- 28: Manifestazioni imponenti. La polizia spara, i morti sono decine solo al Cairo. Incendiata la sede del partito al potere Pnd.- 29: Giornata di scontri: decine di morti. Mubarak nomina un vice presidente, il capo dell'intelligence, generale Omar Suleiman.--FEBBRAIO--- 1: Più di un milione di manifestanti in piazza in tutto l'Egitto. Marea umana su piazza Tahrir, nel centro del Cairo. Barack Obama afferma di aver detto a Mubarak di avviare «adesso» una transizione politica pacifica.- 2: Sanguinosi scontri a piazza Tahrir dove irrompono i sostenitori di Mubarak. I manifestanti anti-regime respingono gli assalitori.- 5: Mubarak riunisce per la prima volta il nuovo governo. Sciolti i vertici del Pnd, fra i dimissionari il figlio, Gamal, ancora ritenuto «erede» alla presidenza.- 6: Al Cairo storico incontro tra una delegazione dei Fratelli musulmani e il vicepresidente Omar Suleiman per il dialogo fra governo e opposizione.- 7: Le autorità egiziane rilasciano Wael Ghonim, blogger simbolo della protesta.- 10: Scioperi in tutto il paese. Per tutto il giorno le indiscrezioni dicono che Mubarak si dimetterà. In serata la doccia fredda: Mubarak resta.- 11: Mubarak parte per Sharm el Sheikh. Il vicepresidente Suleiman annuncia le sue dimissioni e il trasferimento dei poteri all'esercito. Piazza Tahrir esulta. (mi. gio.)

11.2.11

La gioia di piazza Tahrir. Poi le scarpe contro Mubarak.

Proponiamo di seguito l'articolo di Michele Giorgio, inviato del Manifesto in Egitto, uscito sul giornale di oggi.
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«Rivoluzione: missione compiuta». La folla ondeggiava e cantava ieri sera mentre in Piazza Tahrir, attraverso Twitter, in omaggio ad una rivolta cominciata in internet, giungevano queste parole scritte da Wael Ghoneim, il cyber-militante simbolo dell'insurrezione arrestato dalla polizia politica e liberato dopo 12 giorni di detenzione. Peccato che il Faraone, che pareva avesse ceduto di schianto dopo 17 giorni di manifestazioni oceaniche, alla fine spiazza tutti e non se ne va. Nonostante i milioni di persone che urlavano un solo slogan: «Hosni Mubarak vattene». Nonostante Obama, che annunciava che «lì si fa la storia».
L'uomo che per trent'anni ha avuto il controllo dell'Egitto poggiandosi su un apparato di sicurezza e repressione feroce, che ha consentito il ripetersi di elezioni-farsa, che sognava di passare lo scettro al figlio dando inizio ad una dinastia, ha annunciato la fine dello stato d'emergenza che durava dal 1981, ribadito che rispetterà gli impegni presi e non si ricandiderà, promesso che garantirà lo svolgimento di elezioni libere e ceduto i poteri al suo vice Suleiman. Ma senza cedere ai «diktat» di altri Paesi e con l'avvertenza che «non lascerò mai questa terra». Fino alla tarda serata di ieri il potere appariva saldamente nelle mani del Consiglio militare supremo, che nel suo primo comunicato aveva annunciato di aver preso ad interim i poteri politici e la guida del paese. Ma nella notte Mubarak ha ribaltato tutto e annunciato in un messaggio televisivo alla nazione il trasferimento delle deleghe a Omar Suleiman, il vicepresidente ed ex capo dei servizi di sicurezza che Stati Uniti e Israele vorrebbero vedere al potere, garante di una transizione «ordinata» che non metta in discussione l'attuale posizione politica e diplomatica dell'Egitto nella regione e verso l'Occidente.Un boato di felicità aveva accolto quella che sembrava essere la fine del regime. Dopo era cominciata la festa. «L'esercito e il popolo sono uniti» hanno urlato alcuni, «viva l'Egitto» altri. Migliaia di egiziani hanno continuano ad affluire verso la piazza simbolo della rivolta presidiata da decine di mezzi corazzati che, almeno fino a tarda sera, non hanno effettuato alcun movimento. «Sono qui perché non voglio perdermi questo momento storico, il momento in cui il presidente lascerà il paese» diceva Alia Mossallam, 29 anni. Khaled e Ammar, amici per la pelle, invece si abbracciavano felici brindando simbolicamente con l'acqua minerale alla fine del regime di Mubarak, costretto a farsi da parte come il tunisino Ben Ali. «This is people power» ripeteva da parte sua un uomo sulla quarantina rivolgendosi ai giornalisti stranieri presenti, corretto immediatamente da un ragazzo: «No, questo è il potere dei giovani, dei giovani della rivoluzione». La gioia si è trasformata in rabbia immediatamente dopo il discorso di Mubarak. In migliaia hanno preso a lanciare scarpe contro il Faraone in segno di dispregio, si è alzato un coro che chiedeva le dimissioni e sono partite le invocazioni all'esercito ad andare insieme dal raìs per deporlo. Oggi centinaia di migliaia di egiziani continueranno a manifestare, al Cairo e nel resto del paese. La caduta del presidente non è che la prima delle rivendicazioni dei gruppi di giovani e della società civile che hanno guidato la rivolta.
La voglia di cambiamento e di giustizia è enorme - tutti chiedono che vengano giudicati e puniti i responsabili della strage di oltre 300 egiziani compiuta da polizia e servizi di sicurezza - ma che difficilmente troverà soddisfazione nel passaggio di poteri al vicepresidente (che Piazza Tahrir non vuole) o nelle strategie dell'esercito, che è uscito definitivamente allo scoperto e potrebbe assumere un ruolo più definito concentrando il potere in una sorta di giunta militare. Il Consiglio militare supremo ha diffuso due comunicati ieri pomeriggio nei quali si è preso carico di «esaminare le misure necessarie per preservare la sicurezza del paese» e «sostenere le legittime richieste della popolazione». Se Suleiman appare il candidato preferito da Washington e Tel Aviv, l'esercito potrebbe non essere d'accordo, preferendo assumere collettivamente la responsabilità del paese o proporre un nuovo candidato. Non va dimenticato che entrambe le parti hanno due efficaci strumenti di pressione: gli aiuti militari statunitensi da una parte e il trattato di Camp David con Israele dall'altra. Di fatto, come si legge sui documenti dei diplomatici americani diffusi da Wikileaks, i comandi militari egiziani considerano gli aiuti un indennizzo dovuto per il rispetto del trattato. Il premier israeliano Netanyahu perciò è stato rapido nel mettere in chiaro già ieri sera cosa si aspetta dal nuovo Egitto che, in sostanza, vorrebbe come quello dominato per trent'anni da Mubarak.
«Israele desidera stabilità e continuità e che sia preservata la pace, quale che sia il governo al potere», ha detto prima ancora del discorso del presidente sconfitto. Dagli Usa Barack Obama si è sbilanciato poco, limitandosi a ripetere quanto già dichiarato più volte dall'inizio della crisi egiziana. «Siamo testimoni della storia che si schiude - ha detto il presidente Usa - È un momento di trasformazione che sta avvenendo perché il popolo egiziano chiede un cambiamento. Sono i giovani ad essere all'avanguardia. Una nuova generazione, la vostra generazione - ha precisato rivolgendosi agli universitari americani della Northern State University - che vuole che la sua voce sia udita. Vogliamo che questi giovani e tutti gli egiziani sappiano che l'America continuerà a fare ogni cosa che può per sostenere una transizione ordinata e autentica verso la democrazia in Egitto». Belle parole ma la Casa Bianca ha già fatto schierare navi da guerra nel Mediterraneo meridionale, pronte ad intervenire per tenere aperto il Canale di Suez se in Egitto non avverrà la «transizione ordinata».
Gli americani sanno bene che buona parte degli 80 milioni di egiziani puntano ad un cambiamento profondo, perché vogliono vivere finalmente un'esistenza decorosa, non più tra gli stenti come hanno dovuto fare sino ad oggi. Accanto alla rivolta di Piazza Tahrir dilagano gli scioperi di lavoratori di ogni settore che ricevono stipendi da fame. Ieri a scioperare sono stati i 62mila autisti di autobus e mezzi di trasporto pubblici. «Non torneremo alla guida sino a quando non verranno accolte le nostre richieste - ha spiegato Wael Riad, un autista - Vogliamo l'aumento immediato dello stipendio, 700 pound al mese (meno di 100 euro) sono una miseria, a stento riusciamo a mangiare».Il via libera agli scioperi è stato proprio il governo a darlo, annunciando l'aumento, a partire da aprile, del 15% delle pensioni e dei salari dei dipendenti pubblici. Assecondando i dipendenti statali, principale bacino di consenso, il regime credeva di poter placare il malcontento esploso in rivolta il 25 gennaio.Invece quel provvedimento ha spinto migliaia di egiziani a scendere in strada per reclamare «aumenti per tutti e non per pochi». Faisal, un insegnante, si lamentava ieri per «le ricchezze del presidente». «Noi moriamo di fame e la famiglia Mubarak invece si è arricchita», ha detto l'uomo in riferimento alle notizie circolate nei giorni scorsi sul patrimonio di diversi miliardi di dollari che il raìs e e la sua famiglia avrebbero accumulato in tutti questi anni. Gli scioperi si intensificano ovunque.
Ieri 24mila operai della Misr Spinning di Mahallah (Delta), hanno fermato gli impianti della più importante fabbrica tessile del paese, dichiarandosi solidali con la protesta in Piazza Tahrir. Seimila lavoratori sono in sciopero nell'area del Canale di Suez, con grande preoccupazione di Usa e Ue.Ma l'Egitto va ricostruito anche a partire dal rispetto dei diritti umani e politici. Amnesty ha chiesto la fine dei poteri arbitrari delle forze di sicurezza, il rilascio dei prigionieri di coscienza e l'introduzione di garanzie contro la tortura. Parole che, si spera, verranno ascoltate. I dubbi però restano forti. Ieri il Guardian ha riferito la denuncia fatta da attivisti egiziani di centinaia di arresti e torture compiute anche dall'esercito egiziano. Accuse respinte dai comandi militari. Il futuro dell'Egitto è un foglio bianco tutto da scrivere.