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24.3.12

Punto di svolta

di Guigo Viale - il Manifesto 23.03.12

L'azzeramento dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non è una misura per rendere flessibile il mercato del lavoro, ma per rendere rigidi (fino al parossismo) il regime di fabbrica e la stretta sui ritmi di lavoro. Certamente nei prossimi mesi e anni ci saranno, uno a uno, o, meglio, quattro a quattro ogni quattro mesi, decine di migliaia di licenziamenti individuali per "motivi economici". Sappiamo già chi verrà colpito, perché da qualche mese i capi girano nei reparti e minacciano i delegati non allineati e gli operai che resistono all'intensificazione del lavoro, annunciando loro che, «appena passa l'abolizione dell'art. 18, sei fuori!». Così, se alla manifestazione della Fiom del 24 febbraio, su 50 mila partecipanti, almeno 40 mila erano lavoratori e lavoratrici della Fiom, possiamo essere sicuri, con uno scarso margine di errore, che, al ritmo di 12 all'anno per azienda, quei lavoratori verranno espulsi dal loro posto di lavoro ottenendo con il tempo quello che Marchionne ha realizzato in un colpo solo, cambiando nome allo stabilimento di Pomigliano e tenendovi fuori tutti i tesserati Fiom. E lo stesso avverrà con altre migliaia di lavoratori, già ben identificati, nella maggior parte delle aziende di altri settori. Se Barozzino, Pignatelli e La Morte, i tre operai della Sata di Melfi licenziati dalla Fiat per rappresaglia contro uno sciopero, ci hanno messo più di un anno per dimostrare le loro ragioni di fronte ai giudici e, nonostante l'ordine di reintegro, non viene loro concesso di rientrare in fabbrica, possiamo immaginare che cosa succederà con le decine di migliaia di lavoratori già in lista per essere licenziati individualmente "per motivi economici".  I quali, per dimostrare di essere stati oggetto di una discriminazione, e non di una esigenza "economica", dovranno andare a cercare tra i loro compagni di lavoro qualcuno disposto a testimoniare in loro favore, sotto la minaccia di entrare così anche lui, nel giro dei successivi quattro mesi, nella lista degli esuberi per motivi "economici".
Così diverse decine di migliaia di lavoratori andranno ad aggiungersi, grazie all'azzeramento dell'articolo 18, all'esercito dei disoccupati senza reddito che i tagli di bilancio, la riforma degli ammortizzatori sociali a costo zero e le crisi aziendali stanno moltiplicando nel nostro paese. Con in più il fatto che, se è quasi impossibile per un giovane trovare oggi un posto di lavoro, per i lavoratori e le lavoratrici di una certa età sarà ancora più difficile, e per quelli usciti dal loro impiego con un licenziamento individuale - cioè con le stimmate di una espulsione discriminatoria - il licenziamento equivarrà all'iscrizione in una lista di proscrizione. È una cosa che le persone di una certa età ricordano bene quando alla Fiat, prima dell'autunno caldo di quarant'anni fa, imperversava il regime imposto da Vittorio Valletta. Siamo ritornati là; anzi peggio, perché allora l'economia tirava mentre adesso non c'è alcuna speranza di tornare in tempi accettabili a una qualsiasi forma di ripresa della crescita. E soprattutto dell'occupazione. Ma l'uscita dalle aziende di alcune decine di lavoratori con posto fisso non apre certo le porte a nuove assunzioni, come è ovvio a qualsiasi persona che non sia in malafede. Semplicemente chiude per sempre davanti ai lavoratori licenziati le porte di un altro impiego. Perché la domanda di lavoro non c'è e non saranno certo le politiche economiche di Monti e della Bce a crearla (basta vedere quello che la Bce ha combinato in Grecia e in Portogallo, paesi solo di un anno davanti a noi nella corsa verso il disastro). Ma quei lavoratori licenziati non avranno più né cassa integrazione (né ordinaria, né straordinaria, né in deroga), né mobilità, né "scivolo" verso il prepensionamento; solo una modesta somma di denaro e un anno di disoccupazione. Poi si ritroveranno per strada senza reddito e con nessuna possibilità di un nuovo lavoro: nemmeno d un lavoro precario: perché se mai ci sarà da assumere qualcuno in un call-center o in una cooperativa di facchinaggio, non andranno certo ad assumere un 40-50enne licenziato, quando è e sarà pieno di giovani più adatti a lavori del genere. Così, nel giro di qualche anno, assisteremo a questo rovesciamento dei rapporti intergenerazionali: se fino ad oggi molti dei giovani assunti in qualche forma di lavoro precario e intermittente hanno potuto contare sulla casa, la pensione, lo stipendio fisso o qualche altra forma di aiuto da parte dei loro genitori, nei prossimi anni saranno i lavoratori anziani (cioè ultracinquantenni) senza pensione né salario a dover contare sui redditi saltuario dei loro figli precari per sopravvivere.Ma se questo è il panorama che ci aspetta fuori delle fabbriche e delle aziende, quello che si prospetta al loro interno è anche peggio. Perché là si vivrà sotto il ricatto permanente del licenziamento individuale "per motivi economici"; e se questo potrà colpire solo pochi lavoratori per volta - non più di dodici all'anno per azienda - funzionerà perfettamente da deterrente per tutti gli altri. Perché, con poche eccezioni, le imprese e l'imprenditoria italiana ormai impegnate a difendere i loro sempre più risicati margini di competitività contando esclusivamente sull'intensificazione dei ritmi di lavoro e la compressione dei salari, non hanno certo la cultura aziendale e la lungimiranza per farsi sfuggire un'occasione del genere: non avrebbero insistito tanto per l'abrogazione dell'art. 18. Posto fisso vuol dire accumulo di esperienza, quel patrimonio aziendale - a patto di saperlo e volerlo valorizzare - che tante imprese italiane hanno sacrificato ai vantaggi offerti dall'ingaggio del lavoro precario e malpagato. L'azzeramento dell'articolo 18 è un invito a continuare su questa strada, perché rinunciare all'esperienza dei lavoratori anziani vuol dire ricominciare ogni volta da capo e mantenersi ai livelli tecnologici più bassi. Così, quello che non sono riusciti a fare Berlusconi, Maroni e Sacconi in 17 anni, Monti lo sta portando a termine in pochi mesi. Il piatto è servito e quello che resta da fare, prima che passi in Parlamento il cosiddetto decreto sul mercato del lavoro - in realtà, sulla disciplina di fabbrica e l'ampliamento dell' "esercito industriale di riserva" - ma anche dopo, se sarà approvato, è continuare ad opporsi senza se e senza ma. La posta in gioco e troppo alta e anche coloro che in azienda non ci sono ancora, non ci sono più, o non ci saranno mai, dovrebbero capirlo e agire di conseguenza. Quale che ne sia l'esito, questa mossa di Monti e Fornero deve diventare per tutti il simbolo dell'ipocrisia, della malafede e della pochezza di questa campagna di governo.

11.9.11

[zoom sulla crisi] Il monopolio dell'economista - di Guido Viale

DA OGGI SI APRE SUL BLOG LA SEZIONE 'ZOOM SULLA CRISI'  (http://lgsmacerata.blogspot.com/search/label/ZoomCrisi) NELLA QUALE DEDICHEREMO PARTICOLARE ATTENZIONE ALLE CAUSE, CONSEGUENZE E POSSIBILI SOLUZIONI DELLA CRISI, PUBBLICANDO ARTICOLI NOSTRI O RIFLESSIONI DEI MAGGIORI INTELLETTUALI ITALIANI E STRANIERI.


La trasmissione l’Infedele di lunedì, dedicata da Gad Lerner alla manovra economica e al problema del debito pubblico, induce ad alcune riflessioni. Tralascio gli interventi di apologia dell’evasore-imprenditore (a cui Arzignano ha dedicato un monumento) e quello sul suo ispiratore – il governo Berlusconi – affidata a un sottosegretario addestrato a schivare le domande. Tralascio anche quello di Maurizio Landini che ha spiegato che se siamo a questo punto è il meccanismo che ci ha portato fin qui a dover essere cambiato.
Oltre a loro erano presenti un (ex) banchiere, autore di una proposta sensata di imposta patrimoniale, un giornalista economico che sa radiografare con cura i bilanci aziendali e un economista che è una delle migliori voci nel campo dell’analisi finanziaria a livello internazionale: tutti e tre fortemente critici non solo nei confronti del governo Berlusconi e delle sue manovre, ma anche – in parte – delle politiche dell’Unione Europea.
La prima riflessione è questa: il tratto caratteristico della nostra epoca è non solo il fatto che i governi dell’Occidente hanno lasciato – anzi, affidato – alle banche e all’alta finanza il governo dell’economia e, con esso, quello della vita di miliardi di persone, ritrovandosi poi del tutto impotenti di fronte al loro strapotere; ma anche il fatto che l’interpretazione e – direbbe Vendola – la “narrazione” di quel che succede è stata affidata, in forma pressoché monopolistica, agli economisti; che sono tutti, keynesiani o liberisti, adepti di un’unica scuola, di un’unica religione, di un’unica ossessione: la “crescita”. Arte, storia, letteratura, filosofia, scienze della natura e della terra possono essere piacevoli diversivi. Ma quando si giunge al dunque – che fare? – l’unica verità che conta è la loro.
Un banchiere, anche se “ex” e “democratico”, vede il mondo dalla scrivania di una banca: se la banca non va il mondo si ferma; e non c’è altro modo per rimetterlo in moto che quello di far ripartire la banca. Il che è certo vero nella “normalità”: finché il “sistema” funziona. Ma se si inceppa, il banchiere perde la bussola. Persino Mario Draghi, messo al vertice di due delle massime istituzioni finanziarie del mondo – Bce e Financial Stability Board – per l’esperienza acquisita nella banca Goldman & Sachs, alla domanda che cosa fare se uno Stato fallisce ha risposto più o meno: «non lo so, non ci sono precedenti». Intanto non è vero: guardando intorno e indietro nella storia i fallimenti di uno Stato sono caterve. Ma non va dimenticato che Goldman & Sachs è sotto accusa – tra l’altro – per aver piazzato in giro mutui subprime da una parte mentre giocava al ribasso contro di essi dall’altra; e per aver aiutato il governo della Grecia pre-Papadopulos prima a indebitarsi fino al collo, poi a falsificare i conti presentati all’Unione Europea. Infine, vista la situazione in cui ci troviamo – non solo in Italia, ma in buona parte dell’Europa – varrebbe comunque la pena approfondire, nella misura del possibile, la materia.
Anche per gli economisti sembra che il cono di luce della loro disciplina si fermi alle “leggi” di funzionamento – ordinato o meno – del sistema. Al di là di quel cono non c’è che il caos. Eppure quelle non sono leggi divine o “di natura”, bensì il prodotto di un agire umano complesso e variabile. Ma un non-economista che si sente ripetere tutti i giorni che bisogna fare questo e quello; e poi ancora quello e questo (tutte cose, comunque, a suo danno: per lo meno nell’immediato. E non si tratta solo delle grottesche “manovre” del governo Berlusconi, ma anche e soprattutto delle scelte della Bce e dei governi dell’Unione Europea), altrimenti si precipita nel caos, potrà pur chiedersi che cosa gli può succedere se questo e quello non vengono fatti, o se una volta fatti non funzionano. Tanto più che tutto viene deciso nelle “alte sfere”; tanto alte che non si sa nemmeno dove siano. Chi conosce veramente i soggetti, uomini e istituzioni, che tengono in mano, insieme al debito pubblico, il destino di milioni di persone?
In queste condizioni il meno che si possa pensare è che al default, cioè al disastro, ci si arriverà – o ci si può arrivare – in ogni caso: anche perché non è una cosa che possa turbare più di tanto quelle “alte sfere” da cui dipende il futuro del mondo. Loro se la caveranno bene comunque, come se la sono cavata benissimo finora. Ma è inevitabile pensare che prima di arrivare al disastro, proprio loro stanno provvedendo – e in che modo lo capiamo bene tutti, perché tutto avviene sotto i nostri occhi e a nostre spese – a spennare tutti quelli che si possono spennare e a razziare tutto quello che si può razziare.
Insomma, che cosa passa per la mente dei non-economisti, e in quali comportamenti – certamente “irrazionali” dal punto di vista delle discipline economiche – ciò si possa tradurre, questo la scienza economica non lo sa; e con lei non lo sanno gli economisti. Per cercare di capirlo – e magari per cercare di orientarlo – ci vuole un altro tipo di sapere, che ha poco a che fare con le “leggi”, i numeri e i diagrammi dell’economia. E che non è la sociologia o la psicologia, per lo meno quelle attuali, che da anni scimmiottano l’economia, che a sua volta scimmiotta la fisica; proprio quando quest’ultima sta abbandonando gran parte delle sue certezze. Un passo avanti sarebbe il recupero di quello che il pensiero di un secolo fa aveva chiamato “sociologia comprendente” e che un altro secolo prima, e ancor prima di scrivere La ricchezza delle nazioni, Adam Smith aveva cercato di definire con una Teoria dei sentimenti morali. In termini meno dotti, per capire che cosa ci succede intorno, soprattutto quando il trantran di un mondo ordinato si spezza, bisogna in qualche modo partecipare del sentire degli altri; perché è questo il fondamento ultimo della vita associata: la capacità di “mettersi nei panni” altrui. Un banchiere dovrebbe provare a mettersi nei panni di un cittadino qualunque (un non-economista); un imprenditore (o padrone) in quelli dei suoi operai; un governante in quelli dei governati; ma anche un lavoratore a tempo indeterminato in quelli di un precario (e tutti quanti in quelli di un disoccupato); gli italiani in quelli di un migrante e un uomo in quelli di una donna. E viceversa. Non è così facile. Ed è sicuramente più facile farlo dall’alto verso il basso che viceversa, essendo noto che la piramide sociale è molto più trasparente vista dal vertice che dalla base (mentre quello che giace e da tempo si accumula ai suoi margini è oscuro per tutti; o quasi). Ci abbiamo messo vent’anni a capire di che pasta è fatta la vita quotidiana di Berlusconi. Perché il denaro arriva là dove neppure l’immaginazione riesce ad arrivare. Ed altri venti per capire i mezzi e i modi dell’irresistibile ascesa di Murdoch.
Provando a mettersi nei panni altrui gli economisti – e i banchieri, ma questi per lo più lo sanno già – comincerebbero a capire come mai i loro numeri e le loro leggi non possono che porli in un rapporto di contrapposizione frontale con il sentire di chi è alle prese con le conseguenze delle loro visioni economiche. E che i loro diagrammi sono dei coltelli piantati nelle carni di chi vive le difficoltà di una vita sempre più precaria. E tanto più quanto più quel loro “cono di luce” gli impedisce di vedere – e di aiutare a guardare – oltre. La loro scienza è peraltro molto effimera: basta pensare alla cosiddetta curva di Laffer – uno scarabocchio disegnato su un fazzoletto di carta da un oscuro economista durante una cena con Reagan – con la quale si dimostra che abbassando le tasse ai ricchi aumenta l’occupazione e il benessere dei poveri. Eppure essa ha ispirato trent’anni di politiche economiche a livello planetario, senza che nessuno abbia trovato la maniera di urlare contro un’infamia del genere, che, anzi, ispira ancora gli editoriali del Corriere di Alberto Alesina. La complicità della comunità degli economisti si manifesta in questo: che il cono di luce della loro disciplina finisce là dove si ferma la “crescita” o la possibilità di farla “riprendere”. Al di là di questo confine la disciplina non è più operativa.
Tutti sanno che la Grecia non ce la può fare e non ce la farà mai a risalire la china in cui l’hanno precipitata gli imbrogli della Goldman & Sachs. Forse la sua povera economia verrà tenuta a balia dall’Unione Europea per i prossimi decenni (la Grecia è così piccola!). Ma è già di fatto in default e nessuno osa dirlo. Ma se il cerchio si allarga – e si allarga, anche e soprattutto grazie al governo Berlusconi: ai suoi traffici, alle sue cricche, alle sue menzogne, alla ragnatela delle sue complicità, ma questo si poteva capire già anni fa – il default dell’Italia, e forse dell’euro, si fa sempre più probabile. E allora, perché non parlarne? Forse adesso si capisce perché i lavoratori che sono scesi in piazza il 6 settembre ne sanno, o ne immaginano, più di quello che gli economisti ne pensano o ne dicono.