31.7.11

La catastrofe annunciata del Corno d'Africa.

In questi giorni alcuni giornali si sono accorti, e hanno deciso di far sapere, quanto sta accadendo nel Corno d'Africa, dove la fortissima siccità espone al rischio della morte per fame milioni di persone. I campi profughi della zona sono stracolmi, eppure basterebbe davvero poco per salvare centinaia di migliaia di vite. Queste sono le questioni che deovno interessarci e per le quali dobbiamo muoverci.
Che oggi, nella società dell'opulenza e della ricchezza, della vita piegata alla produzione, si possa morire di fame, non è che la prova del fatto che viviamo dentro un sistema malato.
Malato per le ingiustizie che provoca e la morte che porta con sé.
Malato perché riesce a non farci vergognare di quello che abbiamo o della bassezza dei nostri problemi dinnanzi a tragedie come questa.



di Matteo Guglielmo, dottore in Sistemi Politici dell'Africa all'Università degli Studi 'L'Orientale' di Napoli.

RUBRICA GEES, CORNO D'AFRICA. La regione è sconvolta da una grave carestia. Particolarmente colpita la Somalia, dove la popolazione è in fuga dalla fame e dal conflitto. Portare assistenza è difficile. Le strategie internazionali, quelle di al Shabaab e il business dell’aiuto.
Da diverse settimane che il Corno d’Africa affronta una grave carestia, la più dura degli ultimi sessant’anni secondo le parole di Elisabeth Byrs, portavoce dell’ufficio di coordinamento per gli Affari umanitari dell’Onu. Anche se da gennaio le Nazioni Unite avevano cercato di mettere in guardia i donatori internazionali, la grave siccità causata dall’insufficienza di pioggia ha costretto migliaia di persone a spostarsi. Secondo l’Unhcr almeno 11 milioni di persone sono a rischio malnutrizione, mentre la mole di aiuti richiesta per affrontare solo i prossimi due mesi si aggira intorno ai 300milioni di dollari.

La Somalia è il paese più colpito: nel mese di giugno circa 20mila abitanti hanno lasciato le province centro-meridionali del Basso Shabelle, del Bay e del Bakool per raggiungere Mogadiscio. Molti altri sono fuggiti dal paese, diretti nei campi di Dadaab (Kenya) e Dollo Ado, sul confine etiopico. Solo a Dadaab sono ospitate circa 400mila persone, e i somali che hanno trovato rifugio in altri Stati della regione come Etiopia, Kenya, Yemen, Gibuti, Eritrea, Uganda e Tanzania sono circa un milione, su una popolazione che secondo alcune stime non dovrebbe superare le 10-12milioni di unità.

Le cifre sconcertanti dell’ultima crisi si innestano nel clima di scontro che tende ad aumentare di ora in ora. I problemi principali per le organizzazioni umanitarie derivano dall’impossibilità di operare sul territorio; neanche le Istituzioni federali di transizione (Ift) di Mogadiscio rappresentano un partner adeguato per gestire le risorse finanziarie e gli aiuti. L'alto tasso di corruzione, come sottolineato in un recente rapporto del centro di ricerca statunitense Atlantic Council, impone alla comunità internazionale la ricerca di nuove e più efficaci strategie di aiuto.

A gravare sulla crisi somala non sono solo le lacune istituzionali, che peraltro delegittimano e indeboliscono anche la missione di peace-support dell’Unione Africana Amisom agli occhi degli stessi attori politici e militari, ma anche la mancanza di linee politiche precise della comunità internazionale, la quale continua ad agire in modo disarticolato.

Gli Stati Uniti, che ormai da tempo hanno avviato un processo di disimpegno dal teatro politico somalo, restano tuttavia concentrati sul settore della sicurezza, riservando i maggiori sforzi politico-militari all'antiterrorismo e alla lotta alla pirateria. Un’inchiesta del settimanale statunitense The Nation ha rivelato che la Cia avrebbe da tempo inaugurato una sede a Mogadiscio, dove sarebbero stati avviati dei programmi di extraordinary renditions condotti da forze speciali somale addestrate e finanziate direttamente da Washington.

Negli Stati Uniti è in vigore inoltre una struttura, denominata Office of foreign assets control (Ofac) che vigila e impedisce al Tesoro di mobilitare risorse finanziarie per progetti o aiuti diretti in luoghi dove vi è il comprovato rischio di creare vantaggi anche per i gruppi inseriti nella lista nera del terrorismo. Ciò vorrebbe dire che se al-Shabaab resta per Washington un’organizzazione terroristica connessa ad al Qaida, saranno automaticamente escluse dagli aiuti Usa tutte le popolazioni che si trovano sotto l’amministrazione del movimento islamista.

Anche l’Unione Europea continua ad anteporre il paradigma della sicurezza all’azione politico-diplomatica unitaria. La necessità di predisporre una diplomazia capillare e capace di muoversi all’interno delle innumerevoli sfumature del teatro somalo resta prioritaria anche rispetto all’adozione di misure di aiuto che si possano riconvertire in politiche di sostegno allo sviluppo. Anche se la Commissione Europea ha annunciato un aumento del fondo per la carestia di circa 28milioni, il rischio è che ancora una volta non si riesca a guardare al di là della mera emergenza.

La questione legata all’aiuto umanitario nel Corno d’Africa, e in particolare in Somalia, ha sempre rappresentato un terreno scivoloso, che ha finito in alcuni casi per protrarre la crisi, rendendola di fatto strutturale. Gli aiuti sono spesso diventati un business lucroso per gli attori armati presenti sul campo, come ad esempio per diversi signori della guerra che prima del 2006 - ovvero nel periodo antecedente all’avvento delle Corti Islamiche - si erano suddivisi i quartieri della capitale e i suoi sobborghi.

Secondo fonti somale ci sarebbero proprio queste dinamiche dietro la prima apertura degli Shabaab verso le agenzie dell’Onu, poi prontamente smentita col netto rifiuto degli aiuti da parte del portavoce dei giovani mujahiddin Sheikh Ali Mohamed Raghe. Per le fonti locali infatti i circa 20mila sfollati giunti questo mese dalle regioni del Bay e Bakool a Mogadiscio sarebbero stati costretti a spostarsi nella capitale da alcuni elementi del movimento islamista che speravano di impadronirsi delle risorse connesse alla gestione degli aiuti.

Che siano fondate o meno, queste voci denotano comunque l’esistenza di un forte dibattito all’interno degli Shabaab. Resta la difficoltà di affrontare una crisi sempre più stratificata e multidimensionale, dove ai conflitti interni si sommano dinamiche regionali e globali fortemente destabilizzanti.




26.7.11

Manifesto del Teatro Valle Occupato

Il Manifesto degli occupanti del Teatro Valle di Roma, uno dei simboli della cultura nel nostro Paese. Siamo con voi.

"Il ruolo dell'artista è rendere la rivoluzione contagiosa e irresistibile"


Il 14 giugno 2011 è stato occupato il Teatro Valle di Roma.
Gli occupanti del Teatro Valle di Roma sono le Lavoratrici e i Lavoratori dello Spettacolo, cinema/teatro/danza, artisti/tecnici/operatori, stabili, precari e intermittenti che da dicembre portano avanti lotte in modo diretto ed autorganizzato contro i ripetuti attacchi al mondo dell’arte e del sapere, contro i tagli alla cultura e per i nostri diritti!
Lavori in corso al Teatro Valle Occupato: gli occupanti non vogliono decidere della gestione del Teatro Valle di Roma ma stanno elaborando proposte su come immaginano nuovi sistemi di gestione del teatro pubblico e in generale ripensare dal basso nuovi modelli di politiche culturali in Italia, perchè i referenti politici di destra e di sinistra hanno perso ogni tipo di legittimità come interlocutori.
Quello da cui si vuole partire è proprio il senso di disagio crescente e diffuso di chi lavora e vive dentro il teatro – in particolare la percezione di una generazione di giovani artisti e lavoratori di essere esclusi dai luoghi e dalle dinamiche in cui si decide e si progetta la politica culturale, la percezione di una generazione di pagare in termini di sopravvivenza la necessità artistica, etica e civile del proprio lavoro.

TEATRO VALLE OCCUPATO PERCHE’
* Perché il Teatro Valle, luogo di importanza storica per la città di Roma e per tutto il Paese, sta rischiando, a seguito della soppressione dell’Ente Teatrale Italiano deciso dall’ultima finanziaria, di venire affidato a privati che ne tradiscano l’identità di spazio dedicato alla scena contemporanea con respiro internazionale.
* Perché l’assessore Gasperini ci ha voluto rassicurare rispondendo che il teatro Valle passerà transitoriamente alla gestione di Roma Capitale in attesa di un bando pubblico. Questa risposta per noi non è sufficiente: non è stato presentato nessun progetto artistico, né ci risultano garanzie sulla copertura economica. Vorremmo inoltre conoscere i criteri di selezione del bando e i principi etici che lo ispirano.
* Perché il Teatro Valle è emblematico dello stato dell’arte in Italia. È l’ennesimo bene pubblico dismesso senza un progetto trasparente e partecipato e gestito secondo logiche privatistiche.
* Perché la questione del Valle non è l’unico motivo per cui siamo qui. Il sistema culturale italiano è in uno stato di continua emergenza, gravato dai continui tagli non solo alla cultura, ma alla scuola, all’università e alla ricerca e dall’assenza di un progetto politico che miri ad impegnarsi nell’attuazione di riforme che portino a soluzioni efficaci e definitive.
* Teatri, cinema, musei, produzioni rischiano ogni giorno la chiusura. Il pensiero libero e indipendente è a rischio e quindi sono a rischio le fondamenta di una società che possa dirsi civile.
* Perché le lavoratrici e i lavoratori del mondo dello spettacolo e dell’arte non hanno garanzie sui propri diritti. Non esiste alcun sistema di welfare che tuteli i tempi di non lavoro, i tempi della ricerca, della creazione, della formazione permanente. I tempi della lentezza e dell’errore.
* Perché il nostro lavoro creativo ed immateriale produce ricchezza materiale e questa ricchezza non viene redistribuita né in termini di finanziamento né in termini di reddito. Ed è il diritto al reddito garantito che ci salva dal ricatto e tutela l’autonomia artistica e intellettuale.
* Perché come artisti, operatori della cultura, maestranze, lavoratori e lavoratrici dello spettacolo e della cultura auto-organizzati non ci sentiamo più rappresentati da nessuno. Vogliamo essere protagonisti del nostro presente e costruire il futuro che desideriamo.
* Perché la filosofia del male minore non ci basta più. Invochiamo una rivolta culturale, …e che sia contagiosa

23.7.11

La crisi o la speranza




In questi mesi Genova, come dieci anni fa, è stata il centro della cultura e della proposta politica NoGlobal e anticapitalista, capace di mobilitare migliaia di persone dei movimenti, dei laboratori politici, delle associazioni, delle parrocchie, delle comunità di base... Pubblichiamo l'appello Genova 2001-2011 in memoria della grande mobilitazione di quell'anno, di Carlo Giuliani e convinti che attorno ai beni comuni e alla difesa dei diritti e del territorio si stia costruendo un movimento che anche di Genova 2001 è figlio...



Dieci anni fa centinaia di migliaia di persone, giovani e adulti, donne ed uomini, di tutto il mondo si diedero appuntamento a Genova per denunciare i pericoli della globalizzazione neoliberista e per contestare i potenti del G8, intenti a convincere il mondo che trasformare tutto in merce avrebbe prodotto benessere per tutti. 

Le persone che manifestavano a Genova erano parte di un grande movimento “per un mondo diverso possibile” diffuso in tutto il pianeta. Era nato a Seattle nel 1999 con una grande alleanza fra sindacati e movimenti sociali, e ancor prima nelle selve del Chiapas messicano. Nel gennaio 2001 si era incontrato nel grande Forum Sociale Mondiale a Porto Alegre in Brasile che aveva riunito la società civile, i movimenti, le organizzazioni democratiche di tutto il mondo.
Quel movimento diceva – e ancora oggi dice – che la religione del mercato senza regole avrebbe portato al mondo più ingiustizie, più sfruttamento, più guerre, più violenza. Che avrebbe distrutto la natura, messo a rischio la possibilità di convivenza e persino la vita nel pianeta. Che non ci sarebbe stata più ricchezza per tutti ma, piuttosto, nuovi muri, fisici e culturali, tra i nord ed i sud del mondo. Non la pacificazione, conseguenza della “fine della storia”, ma lo “scontro di civiltà”. Avevamo ragione, e i fatti lo hanno ampiamente confermato. Ora lo sanno tutti. Ma dieci anni fa, per aver detto solo la verità, venimmo repressi in maniera brutale e spietata.
La città di Genova fu violentata fisicamente e moralmente. Le regole di una democrazia, che sempre prevede la possibilità del dissenso e della protesta, vennero sospese e calpestate. Un ragazzo fu ucciso. Migliaia vennero percossi, feriti, arrestati, torturati. Eravamo le vittime, ma per anni hanno tentato di farci passare per i colpevoli.
Oggi, le ragioni di allora sono ancora più evidenti. Una minoranza di avidi privilegiati pare aver dichiarato una guerra totale al resto dell’umanità e all’intera madre Terra. Dopo aver creato una crisi mondiale mai vista cercano ancora di approfittarne, rapinando a più non posso le ultime risorse naturali disponibili e distruggendo i diritti e le garanzie sociali messe a protezione del resto dell’umanità in due secoli di lotte.
E’ un progetto distruttivo: ha prodotto la guerra globale permanente, l’attacco totale ai diritti (al lavoro e del lavoro, alla salute, all’istruzione, alla libertà di movimento, alle differenze culturali e di genere nonché alle scelte sessuali), la rapina dei beni comuni, la distruzione dell’ambiente, il cambiamento climatico e il saccheggio dei territori.
Ormai è chiaro a tanti e tante, a molti più di quanti erano a Genova dieci anni fa, che solo cambiando radicalmente direzione si può dare all’umanità una speranza di futuro, impedendo la catastrofe che i poteri dominanti, sia pure in crisi, stanno continuando a preparare.
Proponiamo a tutte/i coloro che da quei giorni non hanno mai smesso di portare avanti le ragioni di allora e a tutte/i coloro che, pur non avendo avuto la possibilità di partecipare a quelle elaborazioni, ogni giorno costruiscono elementi di un mondo diverso con le loro lotte, le loro rivendicazioni, le loro pratiche, di costruire insieme da oggi le condizioni per incontrarsi a Genova nel luglio del 2011, per tessere reti più forti di resistenza, di solidarietà, di costruzione di alternativa alla barbarie e di speranza.
Viviamo in un mondo che continua a non piacerci, un mondo che continua ad avere tutte le caratteristiche che abbiamo fortemente denunciato 10 anni fa, se possibile ancora più accentuate, attraversato da profonde crisi etiche, morali, democratiche che aggravano e rendono più pericolosa la crisi economica e finanziaria. Ma, allo stesso tempo, viviamo anche in un mondo che, a partire dal nuovo protagonismo dei popoli dell’America Latina, esprime un forte sentimento di cambiamento.
Ripensare, recuperare, allargare ed aggiornare lo “spirito di Genova” che ha segnato una generazione può aiutare. Non a guardare indietro, a quella che ormai è storia, ma a guardare avanti, al futuro che abbiamo tutti e tutte la responsabilità di costruire.


Consigliamo di scaricarvi, nei prossimi giorni, la puntata di Blu Notte, condotta da Carlo Lucarelli: http://www.blunotte.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-dfe0dcc2-688b-4791-8e3b-4b2269a8dddc.html

22.7.11

Gli studenti entrano in Rettorato per protestare contro il caro-tasse.

L'aumento delle tasse, la riduzione dei servizi e delle borse di studio all'Università sono lo specchio di un Paese che fa una Manovra Finanziaria che non toglie nulla ai più ricchi, non combatte la speculazione finanziaria e invece riduce gli investimenti nel sociale, i fondi per gli enti locali e aumenta la tassazione generale sulle fasce medie.
Sicuramente non è con le parole o i comunicati che si può far emergere un conflitto sociale sempre più radicale; va denunciato l'esproprio dei diritti del lavoro e del sapere che si sta compiendo con la scusa della crisi, va rilanciata un'idea nuova di società che parli alle comunità, che garantisca tutte e tutti, che faccia della cogestione delle risorse il proprio elemento nuovo. E che abbia nella democrazia diffusa e costante un elemento inedito per la storia del nostro Paese.
Siamo certi che da settembre ripartirà un percorso di mobilitazione atto a denunciare tutto ciò ed a mettere in campo una nuova proposta di trasformazione radicale della società che veda le nuove generazioni protagoniste della riscrittura delle regole di democrazia, diritti sul lavoro, eguaglianza, giustizia sociale, libertà.
Il Laboratorio Giovanile Sociale, come l'anno scorso, sarà assieme al Movimento degli Studenti ed a tutte le realtà che sostengono le lotte de* student*, de* lavoratori/trici, dei precari e dei disoccupati.

Di Beatrice Cammertoni - Cronache Maceratesi 22/07/2011

Niente soldi, niente futuro”: recita così striscione appeso fuori dalla sede del Senato Accademico, in Piaggia della Torre da questa mattina. La mobilitazione del Movimento Studenti non si è fermata alla campagna di subvertising: dopo aver riveduto e corretto i cartelloni pubblicitari dell’Unimc con gli slogan della protesta contro l’aumento delle tasse, oggi un gruppo di almeno trenta manifestanti è entrato nella di Piaggia della Torre, dove si trovano non solo il Rettorato e i relativi uffici ma anche i locali delle sedute del Senato Accademico e del Consiglio di Amministrazione. Proprio quest’ultima assemblea si sarebbe dovuta svolgere stamattina, ma Lacchè e altri partecipanti hanno trovato all’ingresso dell’edificio il gruppo di occupanti che chiedeva chiarimenti e spiegazioni. Già in settimana il Senato Accademico si è espresso in favore della manovra, che prevede un aumento sulle rette degli studenti che va dai 35 euro per le fasce di contribuzione più basse ai 325 per quelle più alte nonché l’introduzione di una mora che va dal 10 al 20% per i fuoricorso.
Oggi la discussione, quanto mai accesa, si sarebbe dovuta spostare al Consiglio di Amministrazione nella prima mattinata, ma il Rettore Lacchè, ha trovato ad attenderlo il gruppo di manifestanti, che dopo aver chiesto chiarimenti e spiegazioni hanno impedito a lui e agli membri dell’assemblea di entrare. “Abbiamo chiesto ad un rettore alquanto irritato dalla nostra presenza, di non aumentare le tasse o perlomeno di rinviare il consiglio all’inizio dell’anno accademico, garantendo una maggiore trasparenza e permettendo la partecipazione di tutti gli studenti, spiegando pubblicamente le ragioni di questa grave decisione. Ragioni che non è neanche riuscito a spiegare ai presenti, ai quali ha solo intimato di andarsene, sottraendosi con arroganza al confronto: tutti i membri del consiglio hanno preferito defilarsi, abbandonando l’anticamera della sala consiliare. E’ inaccettabile che in questo periodo di crisi si continui a far pagare a studenti e precari le conseguenze di una politica di tagli e diminuzione dell’offerta formativa.”
L’occupazione di questa mattina trova le sue motivazioni tanto in ragioni di merito quanto di metodo. Daniele Ciaffaroni e Francesco Interlenghi parlano di aumento inaccettabile e di mancata trasparenza nel discutere della questione nel mese di Luglio, quando mancano i grandi numeri per quel che riguarda la presenza degli studenti e quando, ormai avviata la fase delle iscrizioni non è ancora stato chiarito l’importo effettivo delle tasse da pagare. La manovra è motivata dagli alti vertici dell’Ateneo come indispensabile in seguito ai tagli del governo e giustificata con un miglioramento dell’offerta formativa e del numero dei docenti, argomentazione non accettata dagli studenti che al contrario denunciano cancellazione di corsi e una realtà di fatto lontana da queste previsioni.
“Se è vero che la proposta è così valida” sostengono gli studenti, “per correttezza e trasparenza dell’intero percorso se ne parli a Settembre, così da poter rendere partecipe tutti coloro che pagheranno le tasse. Siamo qui in trenta, in pieno Luglio e questo è già un risultato importante.” Il Consiglio di oggi deve discutere anche dei criteri per le borse di studio, questione quanto mai calda, specialmente in previsione di un  aumento di tasse. “I tagli della Gelmini e di Tremonti impongono ai piccoli atenei come quello di Macerata delle scelte coraggiose e di responsabilità se si vuole evitare che ricadano sugli studenti. Ci stiamo muovendo come gruppo autonomo, ma seguiamo e speriamo nei rappresentanti degli studenti nei vari consiglio, ma anche se ancora non abbiamo visto i verbali della riunione del Senato sappiamo che Obiettivo Studenti ha votato a favore.”
***
Officina Universitaria sceglie invece il Casb, il centro bibliotecario d’ateneo, per una conferenza stampa sui temi caldi che caratterizzano queste giornate di mobilitazione studentesca. Il senatore accademico Marco Monaldi, il consigliere Andrea Tonnarelli, Mattia Benfatto e Roberto Nappi hanno incontrato i giornalisti mentre il Consiglio d’Amministrazione era ormai in corso e in attesa di notizie dal rappresentante Gentjan Preci. “Non c’è stata una consultazione preventiva ed è stato scelto un periodo in cui gli studenti sono tornati a casa e non possono reagire.” Esordisce così Andrea Tonnarelli, membro per Officina del Consiglio degli Studenti, organo chiamato ad esprimere pareri non vincolanti sulle decisioni poi eventualmente approvate o rimandate dal Senato e dal Consiglio d’Amministrazione e che solo giovedì scorso è venuto a conoscenza del piano oggi in fase di discussione. “Una proposta inattesa, non annunciata e sulla quale non siamo stati chiamati in causa come rappresentanti. E’ mancato tutto l’iter che avrebbe previsto una nostra partecipazione. La necessità di aumentare le tasse ci è stata motivata con l’obiettivo di puntare sul merito e con il fatto che l’Unimc, una delle università meno costose d’Italia faceva troppa fatica nel mantenere quello standard di servizi a quella contribuzione. Questo ci mette di fronte alla consapevolezza che non ci saranno miglioramenti con l’aumento ma anzi verrà mantenuto il livello attuale.” Puntare sul merito: l’accesso a borse di studio ottenute per i risultati nello svolgimento di esami e corsi sarà più difficile: “Crescono i crediti e la media dei voti necessari, per non parlare del fatto che studenti che hanno fatto le loro considerazioni nel corso dell’anno accademico per rientrare nelle borse oggi si trovano a dover confrontarsi con requisiti diversi.”
Nel corso delle ultime giornate Officina ha raggiunto un proprio risultato, ottenendo la revisione delle fasce contributive (ne sono state aggiunte due) e quindi aumentando la progressività delle tasse pagate a mano a mano che si sale nel livello dell’ISEE. L’assetto definitivo è in corso di discussione in Consiglio d’Amministrazione ma anche per quel che riguarda questa questione il modus operandi dei vertici d’Ateneo suscita critiche: “Se ci avessero ascoltato il precedenza o se avessimo avuto più spazio in questo contesto avremmo potuto pensare e realizzare un sistema ancora più efficente e progressivo” dice Marco Monaldi, reduce da una seduta del Senato Accademico in cui la proposta è passata con i soli voti contrari del rappresentante di Officina e dell’ex Rettore Febbrajo. “Torno a contestare il metodo con il quale la proposta è stata posta e poi discussa. C’è stata presentata una situazione di grossa difficoltà economica facendo leva sulla necessità di condividere il problema e agire sul bilancio con dei tagli. A sedute precedenti si era parlato di un bilancio di 4 milioni di euro tra attivi e passivi e di aumentare i primi vendendo degli immobili dell’università che però non hanno trovato acquirenti. Per questo si ricorre ad un rincaro delle tasse.” I fuoricorso saranno tra i più colpiti. La mora, da irrisoria, diventerà molto più sostanziosa: “Andiamo a colpire gli studenti lavoratori che spesso sacrificano gli studi proprio per coprire rette e spese” ha aggiunto Monaldi. Prossimi passi: “A settembre riprenderemo la mobilitazione, ora non ci sono studenti e le principali sedute dell’iter sono già avvenute.
Ma quando l’università comincerà a ripopolarsi torneremo a ripresentare le nostre richieste, siamo pronti anche a coordinarci con altre forze e movimenti. Di Obiettivo Studenti non comprendiamo come mai da un’iniziale vicinanza con le nostre idee si sia passati ad un voto responsabile, così come definito dal loro senatore, in favore della proposta. Per quanto riguarda gli altri gruppi anche extra-istituzionali, siamo pronti a iniziare a collaborare da settembre se ci sarà una condivisione di obiettivi. Noi vogliamo essere un riferimento sia come gruppo negli organi di governo dell’Ateneo ma anche un gruppo per la mobilitazione delle piazze.” Da qui all’autunno si aprirà anche la stagione delle nuove iscrizioni: “Macerata era forse attrattiva per le tasse abbordabili e tra le più basse di Italia. Future matricole che hanno partecipato alla giornata d’orientamento troveranno una situazione diversa. Per non parlare del fatto che i già iscritti rischiano di venirne a conoscenza solo all’arrivo del prossimo bollettino”. La proposta avrà degli effetti collaterali anche per ciò che riguarda l’Ersu e la tutela del diritto allo studio, come mette in evidenza Roberto Nappi, coordinatore di Officina. “A livello nazionale sono state tagliate le borse di studio fino al 30% e ciò coinvolge anche gli Atenei marchigiani. Ad un aumento delle tasse con servizi equivalenti corrisponderà anche una riduzione delle tutele che discendono dal diritto sancito dalla Costituzione”.

19.7.11

La primavera delle parole - di Ilvo Diamanti

Proponiamo di seguito una ricerca fatta da Demos su 'Il nuovo lessico degli italiani', anche alla luce del fatto che nei prossimi giorni su questo blog tenteremo di elaborare un nuovo lessico, nuovi segni e significati, per una politica dell'alternativa.

LA TABELLA, DA GUARDARE ASSOLUTAMENTE: http://www.demos.it/2011/pdf/1864parole.pdf


di Ilvo Diamanti, su Repubblica del 18 luglio 2011

È cambiato profondamente il linguaggio degli italiani. Anche se a uno sguardo distratto la mappa che raffigura il nostro Lessico potrebbe suscitare un senso di “dejà vu”. Il successo attribuito a Internet, ma soprattutto al Bene comune, alla Solidarietà, all´Energia pulita, alla Partecipazione… Il trionfo dei buoni sentimenti.
Che tutti dichiarano e pochi praticano. Una reazione comprensibile di fronte alla graduatoria delle parole elaborata da Demos-Coop in base alle opinioni di un campione rappresentativo della popolazione. Tuttavia, i “buoni sentimenti” non hanno goduto di grande popolarità, fino a poco tempo fa. Al contrario. Basti pensare, per primo, al “bene comune”, divenuto il manifesto del cambiamento sociale, annunciato dai referendum (anzitutto, sull´acqua pubblica). Ieri: era una formula in-dicibile per chi volesse avere successo. Il “bene” lo si faceva senza, però, dichiararlo. Tanto più se “comune”. Attinente, cioè, alla sfera pubblica e comunitaria. Perché prevalevano altri riferimenti: l´individualismo, la furbizia, il cesarismo, il localismo. L´amorale pubblica e il cinismo, d´altra parte, sovrastavano largamente la morale e il civismo, tra i valori della società. Dove l´anest-etica - l´indifferenza - occupava un posto più importante dell´etica. Parola, quest´ultima, anch´essa impopolare.
Il Lessico degli italiani compilato nell´estate 2011 rivela che questo clima culturale è cambiato. Insieme al linguaggio. E che il Bene comune, oggi, non occorre più farlo di nascosto. Come la Solidarietà. Pratiche diffuse, da tempo, nel nostro Paese, come dimostra la fitta rete di associazioni volontarie e la crescente propensione al consumo critico e consapevole. Oggi, invece, sono divenute parole di successo. Che “conviene” pronunciare - e vengono pronunciate - in pubblico e nella vita quotidiana. Come, peraltro, Unità nazionale. Anch´essa elusa, fino all´anno scorso. Lasciando spazio alla retorica della “divisione”. Simboleggiata dalla Padania. Ebbene, oggi l´Unità nazionale - trascinata dalle celebrazioni del 150enario - è fra i termini In. Mentre la Padania sta nel gruppo delle parole marginali. Considerate, dagli intervistati, scarsamente attraenti e, ancor più, senza futuro. Come i Partiti (una costante di lungo periodo, in Italia), le Veline. E Berlusconi. Naturalmente, anche in questo caso occorre prudenza, nel valutare l´importanza delle Parole. È, infatti, probabile che molti italiani continuino a seguire le Veline - su Striscia e in altre trasmissioni televisive. Che continuino a guardare Berlusconi con indulgenza - e un po´ di invidia. Sotto sotto. Senza confessarlo. Appunto. Mentre prima lo facevano apertamente. Senza vergogna né timidezza. Nell´ultimo anno, dunque, è cambiata, la gerarchia delle “parole da dire” nel discorso pubblico e nei rapporti con gli altri. Berlusconi, in particolare, è sceso in fondo, ai margini del linguaggio. Ultima anche fra le parole “impopolari”. Che conviene non pronunciare se non in contesti amici. Sorte comune ad altri termini di largo uso, fino a poco tempo fa. L´Apparire, l´Individualismo, la Furbizia. Perfino il Federalismo: l´anno scorso parola “emergente” e con un grande futuro davanti. Consumato in pochi mesi. Mentre il “Leader forte”, simbolo della “democrazia del pubblico” (per citare Bernard Manin) è finito nel mucchio delle “parole comuni”. Condivise e contese. Che non caratterizzano la nostra epoca.
Insomma, sta declinando il linguaggio dominante al tempo del berlusconismo e del leghismo. Con una sola “parola” (coniata da Edmondo Berselli, un virtuoso della disciplina): del forza-leghismo. Al contempo, si assiste alla diffusione di un lessico “mite”, punteggiato di termini che evocano la qualità della vita e dell´ambiente, l´impegno per gli altri. Il riconoscimento delle competenze piuttosto che delle appartenenze di casta (Merito). Un lessico che rende palese la “domanda di cambiamento”, espressa attraverso le generazioni (Giovani) e il genere (Quote rosa).
È interessante, peraltro, osservare come il linguaggio riproduca fedelmente le tendenze in atto nella comunicazione sociale. Per prima, l´ascesa irresistibile della Rete e il parallelo declino della Televisione. Ma il lessico degli italiani rende esplicita anche l´ambivalenza di alcuni sentimenti. L´atteggiamento verso l´economia, ad esempio, fa coesistere la Crescita e la Decrescita. Cioè, il sostegno allo sviluppo economico e finanziario. Ma anche la sobrietà nei consumi, il risparmio energetico e delle risorse (ambientali e territoriali). La domanda, cioè, di allargare il PIL insieme al BIL (dove il Benessere sostituisce il Prodotto). Anche l´alternativa fra Pubblico e Privato resta confusa. Perché il Privato ha deluso, ma il Pubblico continua a non soddisfare. E l´Immigrazione resta sospesa. A metà fra l´oggettiva necessità di integrazione e le paure suscitate dai flussi che premono ai confini. Spinti da emergenze economiche e, ancor più, dalle rivolte e dalle guerre.
Tra gli attori istituzionali, spicca la posizione periferica della Chiesa. Soprattutto in rapporto al futuro. Segno di una certa perdita di rilievo, tra le bussole etiche e sociali della società. D´altro canto, si conferma l´importanza assunta dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Riferimento unitario e trasversale. Simmetrico rispetto alla posizione di Berlusconi. Marginale e di frattura.
Sono, peraltro, evidenti, alcune divisioni, marcate, soprattutto, dall´orientamento politico. Riguardano, in particolare, le parole e i temi della bioetica. Il Testamento biologico, ad esempio, suscita un atteggiamento positivo in larghi settori della popolazione. Ma specialmente fra gli elettori centrosinistra. I Matrimoni gay, invece, provocano un disagio “mediamente” ampio, ma ottengono un´adesione molto convinta nei settori di sinistra radicale.
Nel complesso, le principali parole in declino (Padania, Berlusconi, Veline…) si posizionano nello spazio politico di destra. Mentre quelle che hanno conquistato popolarità (Partecipazione, Bene comune, Partecipazione…) sono proiettate a sinistra e a centro-sinistra.
Ciò, tuttavia, non significa che gli attori politici di centrosinistra siano “destinati” ad affermarsi, “trainati” dal linguaggio e dai valori diffusi fra i loro elettori. Lo abbiamo detto altre volte e lo ripetiamo. Le parole hanno bisogno di attori capaci di “dirle”, di tradurle in scelte e comportamenti. Coerenti e credibili. In modo nuovo e diverso dal passato.
Le parole, prive di contenuto, rischiano, altrimenti, di perdere significato. E di perdersi, a loro volta. Lasciandoci sperduti.
Senza parole.

La Repubblica 18.07.11

14.7.11

“Indignatevi!”

Proponiamo di seguito il secondo articolo del Picchio, giornale della Rete degli Studenti cui prendono parte divers@ ragazz@ del Laboratorio.


Una parola forte ed incisiva. Una supplica, rivolta alle generazioni future e a quelle del presente, perché non si lascino mai schiacciare da tutti quei mali che diventano poi le piaghe dei Paesi. Un ordine che, col passare degli anni, con la levigazione dei principi fondamentali della vita di ogni uomo e di ogni Stato, diventa sempre più di difficile applicazione. 
E’ questo il problema della società odierna, sempre più volta ad accontentarsi di quelle tante cose – senza valore – che si hanno, e a lasciar andare ciò che conta veramente, tutto ciò che si è conquistato con la fatica, il dolore, i sacrifici, e soprattutto con il sangue versato dai coraggiosi.
Un processo che, più che a portare alla civilizzazione della nostra società – la società delle persone che si accontentano del nulla, che credono di aver in pugno il mondo quando in realtà l’unico pugno che gli rimane è quello fatto di mosche – ha portato al processo contrario.
Un po’ come diceva Rousseau, ovvero che l’unico vero processo era quello di degenerazione, che noi abbiamo chiamato e chiamiamo tutt’ora civilizzazione per il semplice fatto che abbiamo perfezionato gli strumenti.
Se allo “stato naturale” l’uomo primitivo si ribellava per istinto al sopruso, ora l’uomo tende a far prevalere la vigliacca regola del “non vedo, non sento, non parlo”. La regola degli indifferenti, largamente diffusa in Italia in questo particolare momento.
E’ anche molto consigliata, perché “loro stanno al potere e hanno il coltello dalla parte del manico, e quindi ti conviene ingoiare il boccone amaro e tacere se non vuoi rimanerne schiacciato”.
Pensandola in questa maniera si impara a soffocare questo nostro istinto naturale che è l’indignazione, perché se i primitivi non si fossero indignati non si sarebbero difesi, e la stessa cosa vale per quei 300 valorosi spartani che morirono per difendere la loro patria dall’attacco persiano, vale per quelle migliaia di persone che il 4 luglio del 1789 assaltarono la Bastiglia e liberarono gli oppositori politici. Vale per tutte le migliaia di volte che qualcuno ha spezzato questa catena ed è andato un po’ più oltre di questa assurda regola silenziosa, scritta da nessuna parte ma che viene tramandata da secoli. E si può spezzare questa circolo vizioso non per anticonformismo, non per ribellione o per una qualsiasi altra etichetta che vi siate stampati addosso: basta avere un po’ di amor proprio e per tutto ciò che ci riguarda e ci circonda.
Indignatevi perché chi si indegna è una persona che vive, che lotta, che si rimbocca le maniche e va avanti.
Indignatevi!


Ludovica Picciola - Rete degli Studenti Medi e LGS Macerata


L'articolo precedente:
 http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/06/le-vere-bombe-sono-le-idee-alexandros.html

11.7.11

Punto di svolta

Editoriale tratto da bocchescucite.org


Mentre sentiamo il limite di un Editoriale che avrebbe preferito potersi collegare in diretta con le nostre navi della Freedom Flottilla 2, la più grande flotta umanitaria contro l’embargo di un popolo oppresso, dedichiamo ai membri degli equipaggi questo numero del nostro BoccheScucite.

“Scudo difensivo”? Proprio così. “Piombo fuso”? Chiarissimo. Ancora una volta il nome che gli è stato trovato è…tutto un programma.
In effetti quella paura che da gennaio sta sconvolgendo Israele, attonito spettatore del diffondersi del vento rivoluzionario arabo, si è impossessata di ogni sua giornata e di ogni sua istituzione. “Punto di svolta” è il nome della mostruosa esercitazione che ha manovrato giorni fa tutta la popolazione di Israele, migliaia e migliaia di persone, all’unisono e senza la minima perplessità, per affrontare “l’attacco nucleare che -a detta dei vertici militari- potrebbe abbattersi sull’intero Paese”. Simulazione di pioggia di razzi e missili e conseguente corse nei rifugi atomici. Lo scenario ipotizzato prevede che il centro del paese sia colpito da centinaia di missili ogni giorno; sono stati simulati l’esplosione di un elicottero in un centro abitato della Galilea, un attacco alla Knesset, la mobilitazione di ospedali e ospizi.
La paura è diventata panico nel governo israeliano, che invia milioni di sms sul pericolo imminente di un attacco nemico a tutta la popolazione, mentre distribuisce a tutti l’ultimo modello di maschera antigas. “I nostri nemici sanno perfettamente che, se ci attaccheranno, noi li colpiremo in modo devastante, ma dobbiamo prepararci”, ha spiegato il vice ministro della difesa Matan Vilnai.
Siamo ad un punto di svolta, ma non temete -sembrano dire i vertici del governo- come sempre vinceremo ma solo se sapremo prepararci a colpire “in modo devastante”.
E’ proprio questa fiammata di follia che preoccupa tutti coloro che hanno salutato dalle banchine di ogni angolo del mondo la partenza della Flotta più bella del mondo…che ci fa commuovere per la sua straordinaria bandiera di lotta nonviolenta facendoci scorgere all’orizzonte, finalmente, la sponda della libertà. (Non dimenticate di condividere in Facebook o in ogni altro modo la bellissima canzone Freedom for Palestine: http://www.youtube.com/watch?v=V28HnPTYz-I )
Intanto, di sicuro, come sempre, c’è quella quotidiana distruzione della terra e della vita, che non stupisce ormai quasi più quasi nessuno.
BoccheScucite ha incontrato in Italia un funzionario dell’UNRWA: “Sono ritornato dopo tre anni a Gerusalemme ed era irriconoscibile… Le colonie hanno stravolto gli stessi quartieri e aprendo la finestra della location delle nazioni unite, il serpente del muro che avvolge il Monte Scopus mi ha tolto il fiato. Quando sono andato a trovare i miei colleghi di Ramallah mi sono trovato in una grande metropoli piena di cantieri ed enormi cartelloni pubblicitari che annunciavano l’apertura di nuove compagnie finanziarie e imprese economiche”.
In effetti, sta tornando di moda la cosiddetta “pace economica”: Netanyahu ripete sempre più spesso che “’L'occupazione non è un ostacolo allo sviluppo dell’economia palestinese, anche per l’allentamento di alcune misure di sicurezza”(Al Congresso Usa, 24 maggio). Vi ricordate i ricorrenti “Piani Marshall”, oscene soluzioni alla cosiddetta “instabilità politica” mai chiamata col suo vero nome di occupazione, che anche il nostro impresentabile primo ministro Berlusconi invoca periodicamente? Il trucco è semplice: far arrivare più denaro nei Territori Occupati per non far pensare all’occupazione e nascondere dietro ai cartelloni pubblicitari l’oppressione in atto. È proprio questo amico funzionario dell’UNRWA ad aprirci l’ultimo loro Report: “Un palestinese su 4 della forza lavoro in Cisgiordania rimane disoccupato. La crisi è totale, nonostante una modesta crescita occupazionale all’inizio del 2010. L’occupazione e le infrastrutture ad essa correlate, come gli insediamenti, le by-pass road che dividono la terra palestinese, la violenza dei coloni e il muro in Cisgiordania, hanno ridotto le prospettive per i palestinesi e in particolar modo per i rifugiati”.
Altro che boom economico, caro Netanyahu. Nessuna svolta per un popolo schiacciato e umiliato.
Nessun cambiamento per un popolo abituato a vedere colonizzata la sua terra senza ritegno e senza paura nemmeno della contestazione dell’inossidabile alleato americano. Infatti, anche la scorsa settimana si è ripetuto il pesante affronto diplomatico già più volte messo in atto, l’ultima volta con Joe Biden. Il bis è avvenuto con Catherine Ashton, Alto Rappresentante della politica estera dell’Ue. Il ministro dell’interno israeliano, senza temere lo sconcerto e le proteste conseguenti, le ha sbattuto in faccia l’annuncio ufficiale di una nuova autorizzazione per l’ingrandimento di 2.000 alloggi nell’insediamento di Ramat Schlomo, a Gerusalemme Est. Un nuovo colpo assestato alla possibilità di una ripresa del processo di pace. Secondo il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, è un segnale chiaro in vista di Settembre, quando i palestinesi pretenderebbero di affermare i loro diritti davanti all’Onu, proclamando unilateralmente l’indipendenza della Palestina davanti all’Assemblea generale del Palazzo di Vetro.
Stavolta, anche la diplomazia fa paura. L’elenco dei Paesi pronti a sostenere questo riconoscimento aumenta e aumentano parallelamente le minacce di Israele. Il primo ministro è stato chiaro: “la proclamazione unilaterale di uno Stato palestinese causerebbe danni irrimediabili al processo di pace”. Esatto. Proprio un “Punto di svolta” “irrimediabile” perché segnerebbe la fine dell’impunità dell’aggressore e forse, segnerebbe “irrimediabilmente” l’inizio della pace giusta per il medioriente!
Lasciate a questo punto che sottolineiamo con tutti gli evidenziatori possibili un documento eccezionale, per autore e contenuto, che vi chiediamo di leggere qui di seguito nella rubrica LENTE D’INGRANDIMENTO.
Così, mentre vi suggeriamo di spostarvi nei prossimi giorni dalla Newsletter al sito www.bocchescucite.org per accompagnare la rotta della Flotta della pace verso l’inferno di Gaza, noi abbiamo l’ardire di sperare contro ogni speranza che dalla comunità internazionale, oggi prima ancora di settembre, venga davvero l’insperato punto di svolta, la pace.

BoccheScucite

I nostri articoli-testimonianza dalla Palestina:

6.7.11

L'impatto della manovra finanziaria sui giovani e l'Università

La manovra economico-finanziaria che il Governo sta predisponendo, tra i mille distinguo anche interni alla maggioranza parlamentare, rappresenta senza dubbio l’ennesima stangata su un paese che ormai da anni vive sull’orlo del tracollo.
Il disagio economico e la condizione sostanziale di precarietà sociale e lavorativa sono, oggi, sotto gli occhi di tutti. In un quadro ormai drammatico, il Governo, che fa?  Innanzitutto i soliti  giochini e proclami sulla giustizia, in particolare intercettazioni, per mettere al riparo le vari lobby economiche che spuntano come funghi, e modifiche del codice di procedura civile per proteggere la Fininvest (azienda di famiglia) da un risarcimento di 750 Milioni di Euro. E poi elabora una manovra  da 47 Miliardi di Euro, per pareggiare i disavanzi e risanare i conti, come richiesto dall’Unione Europea.
Fin qui, come vedrete, nulla di strano.
Tuttavia, alcune misure della finanziaria altro non sono se non l’ennesima batosta sui cittadini, sulle classi sociali meno abbienti e sui giovani.
Non potendo ora entrare nel merito delle misure predisposte da Tremonti e dal suo ministero, mi limito a valutare come il costo della manovra (che peraltro potrebbe essere ripagata per metà con il denaro pubblico che andremo ad investire sulla TAV, circa 22 miliardi) non inficia minimamente sui grandi capitali e sulle fasce di reddito medio- alte. Piuttosto, va ad incidere su dipendenti pubblici, (vedi blocco del turn-over e blocco degli aumenti stipendiali) sui pensionati (vedi la rivalutazione delle pensioni dai 1400 Euro ai 2300 Euro) e come dicevo sui giovani.
Entrando però nel merito della questione Università, potremmo già da ora fare un piccolo pronostico su ciò che ci aspetta.
Oltre ai noti tagli in vigore (leggi dal 2008 ad oggi) che hanno già comportato l’aumento della tassazione in buona parte degli atenei italiani e la diminuzione delle borse di studio, l’attuale manovra, attraverso un taglio di 9 Miliardi di Euro agli enti locali, aggiuntivo a quello già previsto dalle precedenti finanziarie, non farà altro che ridurre ancor di più i servizi erogati agli studenti universitari.
Come sappiamo, quei servizi, quali alloggi, trasporti, ristorazione,ecc., garantiti a idonei e vincitori delle borse di studio per requisiti reddituali e/o di merito, sono per la quasi interezza erogati dalle Regioni, attraverso l’ente strumentale per il diritto allo studio (ERSU), attraverso un co-finanziamento Stato- Regioni.
Vista la drastica riduzione del fondo statale e l’ulteriore taglio alle Regioni, la diminuzione dei servizi e delle borse sembra quasi scontata.
Per non parlare poi di un ipotizzabile aumento della tassa regionale sul diritto allo studio. Attualmente questa ammonta a 90 Euro ed è compresa nel totale che gli studenti pagano nelle due rate della retta.
Già per l’anno accademico 2011-2012 la Regione Marche vorrebbe portare la quota da 90 a 105 Euro.
E’ più che ipotizzabile un ulteriore aggravio negli anni a venire.
Tutto ciò si collega anche ad un decreto legge con il quale il Governo vorrebbe riformare il diritto allo studio. Si tratta per il momento solo di una bozza ufficiosa sulla quale si stanno confrontando le varie rappresentanze e che a breve dovrebbe essere presentata alla competente commissione parlamentare. Un veloce sguardo mi ha permesso di capire però i presupposti di questo decreto. Come spesso è accaduto nelle ultime proposte normative, c’è l’esplicita nota “senza oneri finanziari aggiuntivi per lo Stato”.
In un quadro così pessimista qualcuno potrebbe obiettare che si tratta soltanto di ipotesi da me elaborate.
Tuttavia, la realtà di questi ultimi 3-4 anni ha dimostrato, più di qualsiasi parola vana, come tutte le ipotesi fatte sono poi divenute verità, con tutti i guai conseguenti.
Allo stesso tempo limitarsi però ad un’analisi sarebbe riduttivo.
E allora occorre guardare, anche con ottimismo, al futuro. Rimboccarci le maniche lavorando efficacemente per salvaguardare sapere e formazione.
E proprio una delle misure su cui le rappresentanze studentesche, insieme agli studenti tutti, dovrebbero spingere, è la riforma della contribuzione studentesca, con una rivisitazione delle fasce di reddito (aumento delle fasce con più scaglioni reddituali) al fine di far pagare di più a  chi ne ha la possibilità (redditi alti) e salvaguardare invece, come scritto “ad imperitura memoria” nella nostra Costituzione, i meno abbienti e privi di mezzi.


Marco Monaldi
-Senatore Accademico UniMc-
-Consigliere degli studenti UniMc-

5.7.11

La notte della rete


Online video chat by Ustream

Manifesto provvisorio della Rete per i beni comuni



Abbiamo lanciato un paio di settimane fa un primo incontro tra alcune realtà del territorio maceratese che lavorano attorno ai beni comuni: il lavoro, gli spazi, il territorio, le risorse. Ecco un primo elaborato, assolutamente provvisorio, che prova a configurare un orizzonte di principi che sia in grado di collegare, tessere una rete fatta di persone e comunità che collaborano per trasformare l'attuale sistema politico, economico, relazionale. Fedeli al fatto che l'informazione, come la politica, diviene bene comune quando condivisa, riportiamo di seguito un primo elaborato che sarà sottoposto alla costituentesi Rete per i beni comuni.

Negli ultimi tempi si è affermato un principio generale: che alcuni beni naturali e sociali fondamentali siano considerati indisponibili allo sfruttamento economico privato e lasciati alla disponibilità e gestione della collettività.
Il riconoscimento e la salvaguardia dei beni comuni sono diventati in Italia un’azione concreta e una pratica democratica, intorno a cui è possibile collegare e costruire nuovi orizzonti di sperimentazioni e nuove sensibilità politiche.
L’esperienza dei referendum manifesta questa esigenza di una tessitura delle nostre attività e delle nostre esigenze individuali e plurali, a partire dalla nostre specifiche provenienze e dai nostri obiettivi differenti e comuni.
La Rete dei beni comuni vuole cercare di contribuire a questo lavoro di tessitura, all’interno del territorio provinciale di Macerata, con la consapevolezza che non si tratta di costruire nuove identità, ma di ospitare in uno spazio comune le singole soggettività storicamente impegnate sul territorio, che lo hanno già fecondato di cultura politica e impegno civico.
La scommessa è dunque di mettere insieme tutto ciò che si muove sotto il segno dei beni comuni – il lavoro, il territorio gli spazi e l'ambiente, i beni relazionali ed antropici – per costruire un luogo di condivisione delle informazioni, di relazione reciproca e di comunicazione con tutta la cittadinanza; dentro il quale decidere insieme e sperimentare un potere nuovo, sempre più basato sulla condivisione e sulla mediazione dei conflitti, sulla valorizzazione della cultura delle differenti realtà e non sulla contrapposizione delle identità.
La Rete dei beni comuni si impegna a tessere questo spazio d’ospitalità per tutti quelli che vedono nella lotta per i beni comuni la strada di una rivoluzione profonda delle menti e delle pratiche di vita e di relazione. E’ uno spazio aperto: determinato e definito soltanto dalle azioni concrete di individui e soggetti collettivi che decidono di abitarlo, di riempirlo di significati e di contenuti, di costruirlo insieme.

 
Il prossimo appuntamento con la Rete per i Beni Comuni è per GIOVEDI 7 LUGLIO alle ore 21.30 presso l'ARCI, Via Verdi 10 - Macerata

1.7.11

La ragione dei barbari

 Un articolo di analisi e profondo respiro politico e culturale, scritto da un riferimento per il mondo dell'alternativa che nei giorni scorsi era alla Maddalena con i NO TAV.

di Marco Revelli, docente dell'Università di Torino, tratto da 'il Manifesto'.
Il centro è cieco, la verità si vede dai margini. Quest'affermazione di metodo, propria degli studi post-coloniali e anche della più recente "antropologia di prossimità", mi è tornata in mente la mattina del 27 giugno alla Maddalena, frazione di Chiomonte, quando visto da lassù - da quel fazzoletto di terra sulla colletta che divide il paese dall'autostrada del Frejus - il mainstream che ha segnato ossessivamente la vicenda della Tav è apparso di colpo per quello che è: vuota somma di affermazioni prive di senso reale. E si è affermata una realtà totalmente altra rispetto a quella che viene raccontata nei "luoghi che contano", nei palazzi del potere, nelle redazioni dei giornali, dagli opinion leaders metropolitani.
Prendiamo la questione dei soldi. Il mantra che viene recitato "al centro" - e "in alto" - ripete che l'Italia rischia di perdere i 680 milioni di euro dell'Europa se non aprirà il fatidico cantiere. Qui, in questa estrema periferia, tutti sanno che, al contrario, l'Italia potrà guadagnare (o risparmiare, se si preferisce) qualcosa come una ventina di miliardi di euro se quel cantiere non aprirà. Se la follia della Tav in Val Susa non si compirà. Tanto si calcola che sarà il costo finale dell'opera per il nostro Paese, comprensivo dei quasi 11 miliardi della tratta internazionale, a cui vanno aggiunti i quasi 6 miliardi (a prezzi 2006) della tratta italiana.
Una cifra enorme, pari a quasi la metà della manovra "lacrime e sangue" che il governo sta varando per tentare di sanare il bilancio pubblico, frutto di un calcolo del tutto prudenziale (c'è chi, sulla base dell'esperienza, calcola un costo finale superiore ai 30 miliardi!), per un'opera marchianamente, spudoratamente, inutile. Un'opera concepita e progettata in un altro tempo (gli anni '90 del turbo-capitalismo trionfante) e in un altro mondo (quello della globalizzazione mercantile e dell'interconnessione sistemica di un pianeta votato al benessere). Sulla base di previsioni di crescita dei flussi di traffico fuori misura e tendenzialmente illimitate, frutto dell'estrapolazione di un trend contingente ed eccezionale (i tardi anni '80 e i primi anni '90, quando effettivamente la circolazione internazionale e a medio-lungo raggio delle merci subì una brusca accelerazione), rivelatesi poi fallaci.
Si ipotizzò allora un rapido raddoppio dei circa 10 milioni di tonnellate transitate nel 1997 sulla linea ferroviaria Torino-Modane (la cosiddetta linea storica), che avrebbero portato rapidamente a saturarne la capacità (calcolata in circa 20 milioni di tonnellate) entro il 2020, con una crescita lineare ed esponenziale del flusso. Si sostenne (delirando, possiamo ben dire oggi) la necessità di garantire, con la nuova linea, una capacità di transito pari ad almeno 40 milioni di tonnellate, al fine di trasferire su rotaia buona parte dei volumi di traffico su gomma. Non si sapeva, allora, che il 1997 era stato il culmine di una curva che, esattamente dall'anno successivo, avrebbe incominciato a scendere, senza più fermarsi: era già scesa a 8,6 milioni di tonnellate nel 2000. Cadrà ancora a 6,4 nel 2004, a 4,6 nel 2008 per giungere infine al livello minimo di 2,4 milioni di tonnellate nel 2009 (anno in cui, secondo quelle proiezioni folle, avrebbe dovuto sfiorare i 15 milioni)! Oggi, la sola "linea storica" (sfruttata a meno di un terzo delle sue possibilità), sarebbe tranquillamente in grado non solo di garantire l'intero flusso di merci attraverso il confine con la Francia, ma di assorbire addirittura (cosa puramente teorica) l'intero traffico su gomma (all'incirca 10 milioni di tonnellate annue, anch'esso in costante calo), senza significativi costi aggiuntivi (se non le irrisorie cifre necessarie a realizzare il maquillage della linea esistente).
Sono numeri ben presenti a qualsiasi anziano valsusino seduto sull'erba del prato della Maddalena, a ogni ragazzo accampato (fino a lunedì) nelle tende del bivacco, a ogni casalinga di Bussoleno o di Venaus. Solo i "decisori" centrali, i politici di lungo corso, gli addetti all'informazione nazionale continuano a ripetere, come organetti rotti, le cifre di ieri, imbozzolati nel cavo del loro mondo scaduto, ciechi ad ogni evidenza, compresa quella mostrata dalle loro stesse statistiche ufficiali.
Oppure prendiamo un altro tema caldo, nella discussione attuale sulla Valle di Susa: il tema della legalità. Dal "centro del centro" - dal Viminale - il ministro Maroni proclama, mentre i suoi 2000 uomini si avvicinano alle barriere che difendono la Libera repubblica della Maddalena: «Di là ci possono essere i professionisti della violenza, di qua ci sono i professionisti della legalità, dell'antiviolenza, professionisti che sanno cosa fare, abituati a combattere il terrorismo, la criminalità organizzata, a combattere chi usa i kalashnikov e la lupara». Qui, invece, nella periferia delle periferie, sul ponticello della strada che da Chiomonte porta al sito archeologico sulla collina, la gente della valle guarda le ruspe che avanzano circondate - embedded - dai plotoni di agenti in assetto antisommossa, e grida «mafia». Sanno che la storia di alcune di quelle ditte che hanno messo a disposizione i propri mezzi è disseminata di vicende giudiziarie, d'indagini della magistratura e della Guardia di finanza per reati come «associazione a delinquere», «turbativa d'asta», falsa fatturazione, corruzione... Ci sono i ritagli dei giornali con le notizie degli arresti d'imprenditori, a più riprese, nei tardi anni '80, all'inizio dello scorso decennio... Basterebbe poco ai cronisti "centrali" - uno sguardo ai propri archivi, de La Stampa, di Repubblica - per documentarsi. E se è vero che i trascorsi giudiziari non bastano per emettere una sentenza di colpevolezza attuale, è pur anche vero che l'impatto di quello strano mix di Stato e di sospetto "antistato" ha un effetto devastante sui sentimenti collettivi di una popolazione che dallo Stato vorrebbe essere protetta e non attaccata. È il mondo che appare alla rovescia. E insieme terribilmente vero.
Possiamo chiederci il perché di questa distonia ottica, che rende così cieco (e ottuso) il "centro" e così lungimirante il "margine". Che acceca chi in teoria avrebbe tutti gli strumenti per guardare ad ampio raggio, e al contrario rende visionario chi in teoria dovrebbe essere "tagliato fuori". Una risposta - ineccepibile - la offre la letteratura più radicale della galassia post-coloniale statunitense, quella ascrivibile al femminismo nero, capace di muoversi acrobaticamente tra esclusione estrema e inclusione letteraria, ben testimoniata da Bell Hooks con il suo Elogio del margine. Qui la capacità di aprire il tempo dello sguardo laterale è ascritta al suo carattere di "spazio di resistenza". Alla bi-direzionalità di quello sguardo, rivolto contemporaneamente verso l'interno e l'esterno: libero dunque. Non prigioniero. E alla sua irriducibilità al mainstream e al peso falso che lo connota. Chi se ne fa portatore sa, durissimamente, chi è e cosa non intende diventare. A lui si addicono le strofe di Bob Marley: «We refuse to be what you wont us to be, we are what we are, and that's the way it's going to be» («rifiutiamo di essere ciò che voi volete farci essere, siamo quel che siamo e voi non ci potete fare proprio niente»). Ma è possibile affiancare a questa anche un'altra ipotesi. Ed è che il centro è cieco perché sta crollando. Perché il mondo di cui si è fatto centro sta "venendo giù". E come nella Bisanzio cantata da Guccini - «sospesa tra due mondi e tra due ere» - sono i barbari dei confini, non i senatori del Campidoglio, a sapere già la verità.

L'appello: http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/06/fermatevi_27.html