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14.5.12

Bertinotti a Macerata: diritti dei lavoratori e forme della politica.



Non c'è più tempo. 
Le controriforme del Governo Monti stanno radicalmente cambiando il volto del Paese, sfigurato dall'innalzamento dell'età pensionabile (con annesso "danno collaterale" degli esodati), dall'introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione (modifica dell'art. 81 che impedisce qualsiasi uscita "keynesiana" dalla crisi), dalla conferma delle controriforme Gelmini su Scuola e Università. La controriforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, disposta dal ministro Elsa Fornero e giunta il 10 maggio in Parlamento, rappresenta dentro questo quadro un punto di non ritorno ed allo stesso tempo il paradigma dell'attuale illegittimo Governo.
Non c'è più tempo. Ed è necessario rispondere ai dettami governativi e della troika europea (cui FullMonty fa riferimento) con tutte le modalità possibili di mobilitazione: informativa e culturale, ma anche fisica e materiale, scendendo nelle piazze ed occupando i luoghi nostri e del nostro popolo.

Dentro questo percorso di mobilitazione in progress si inserisce, come punto di snodo e rilancio di una lettura altra della realtà, il duplice appuntamento con Fausto Bertinotti di GIOVEDI 17 MAGGIO.
Un duplice appuntamento, all'Università e nella città, per affrontare due punti centrali dentro il percorso di cambiamento che stiamo determinando e vogliamo determinare. Lo sviluppo dei diritti dei lavoratori dalla Costituzione ad oggi, dentro il doppio vettore dell'ampliamento della democrazia sostanziale e la misura del conflitto di classe; e, nel pomeriggio, una discussione aperta e polifonica sulle forme della politica e del cambiamento, sulle potenzialità di trasformazione di strutture obsolete e vuote come i partiti, incapaci di recepire la vitalità e centralità contenutistica dei movimenti territoriali e globali.
Non c'è più tempo. Il coinvolgimento delle istituzioni e delle realtà locali sta ad indicare l'esigenza di un intervento sull'interezza del campo politico e sociale, una volontà di dialogo nella costruzione di un fronte compatto in grado di opporsi e rilanciare il conflitto nella direzione dell'estensione dei diritti, mantenendo la centralità del lavoro come tema focale di ogni progetto di riforma.

Noi ci siamo, come ci saremo il 18 maggio, quando sempre agli Antichi Forni Luigi Cavallaro presenterà il suo ultimo lavoro sull'art.18; iniziativa con la quale lanceremo una vera e propria assemblea di mobilitazione per fermare la controriforma Fornero.
Insieme si può, diceva qualcuno. Ed un altro mondo, oggi, è davvero possibile e necessario.


11.4.12

La svolta autoritaria del neoliberismo. Debito e austerità: il modello tedesco del pieno impiego precario

di MAURIZIO LAZZARATO
[Prefazione all’edizione italiana de La Fabbrica dell’uomo indebitato, Derive Approdi, marzo 2012]


L’indebitamento dello Stato era, al contrario, l’interesse diretto della frazione della borghesia che governava e legiferava per mezzo delle Camere. Il disavanzo dello Stato era infatti il vero e proprio oggetto della sua speculazione e la fonte principale del suo arricchimento. Ogni anno un nuovo disavanzo. Dopo quattro o cinque anni un nuovo prestito offriva all’aristocrazia finanziaria una nuova occasione di truffare lo Stato che, mantenuto artificiosamente sull’orlo della bancarotta, era costretto a contrattare coi banchieri alle condizioni più sfavorevoli. Ogni nuovo prestito era una nuova occasione di svaligiare il pubblico, che investe i suoi capitali in rendita dello Stato.
K. Marx, Le lotte di classe in Francia

L’uscita dalla crisi si fa fuori dai sentieri tracciati dall’Fmi. Questa istituzione continua a proporre lo stesso tipo di modello di aggiustamento fiscale, che consiste nel diminuire i soldi che si danno alla gente – i salari, le pensioni, i finanziamenti pubblici, ma anche le grandi opere pubbliche che generano lavoro – per destinare il denaro risparmiato al pagamento dei creditori. È assurdo. Dopo quattro anni di crisi non si può andare avanti a togliere denaro sempre agli stessi. È esattamente quello che si vuole imporre alla Grecia! Tagliare tutto per dare tutto alle banche. L’Fmi si è trasformato in un’istituzione con lo scopo di proteggere unicamente gli interessi finanziari. Quando si è in una situazione disperata, com’era l’Argentina nel 2001, bisogna saper cambiare carte.
Roberto Lavagna, ministro argentino dell’Economia tra il 2002 e il 2005

Meno di vent’anni dopo la «definitiva vittoria sul comunismo» e a quindici anni dalla «fine della storia», il capitalismo è entrato in un’impasse storica. Dal 2007 è vivo grazie alle trasfusioni di somme astronomiche di denaro pubblico. Eppure continua a girare a vuoto. Nel migliore dei casi, riesce a riprodursi, ma dando un colpo di grazia, con rabbia, a ciò che resta delle conquiste sociali degli ultimi due secoli.
Da quando è scoppiata la «crisi dei debiti sovrani» fornisce uno spettacolo esilarante del proprio funzionamento. Le regole economiche di «razionalità» che i «mercati», le agenzie di rating e gli esperti impongono agli Stati per uscire dalla crisi del debito pubblico sono le stesse che hanno prodotto le crisi del debito privato (d’altra parte all’origine della prima). Le banche, i fondi pensione e gli investitori istituzionali esigono dagli Stati il riordino dei bilanci pubblici, quando ancora detengono miliardi di titoli spazzatura, che sono il risultato di una politica di sostituzione di salari e reddito con un sistema di credito. Le agenzie di rating, dopo aver dato un giudizio di triplice A a titoli che oggi non valgono più niente (con un campione di 2679 titoli su 17.000, relativi a prestiti immobiliari, una banca ha fatto un’analisi dei giudizi di Standard & Poor’s: il 99% aveva una triplice A al momento dell’emissione, ma oggi il 90% ha giudizi che scoraggiano l’investimento: non-investment grade), hanno la pretesa, contro qualunque buon senso, di detenere il giusto giudizio e la buona misura economica. Gli esperti (professori di economia, consulenti, banchieri, funzionari di Stato ecc.) – la cui cecità sui disastri che la presunta autoregolazione dei mercati e della concorrenza ha prodotto sulla società e sul pianeta è direttamente proporzionale alla loro servitù intellettuale – sono stati catapultati dentro governi «tecnici», che ricordano irresistibilmente i «comitati d’affari della borghesia». Più che di «governi tecnici» si tratta di «tecniche di governo» autoritarie e repressive che segnano una rottura persino con il «liberalismo» classico.
Ma al colmo del ridicolo stanno probabilmente i media. L’«informazione» dei telegiornali e i talk-show ci spiegano che «la crisi è colpa vostra, perché andate troppo presto in pensione, perché spendete troppo in cure mediche, perché non lavorate così a lungo e così bene come si dovrebbe, perché non siete abbastanza flessibili, perché consumate troppo. Insomma, avete la colpa di vivere ben al di sopra dei vostri mezzi».
La pubblicità, invece, che viene regolarmente a chiudere il becco ai discorsi colpevolizzanti di economisti, esperti, giornalisti e uomini politici, afferma esattamente il contrario: «Siete del tutto innocenti, non avete alcuna responsabilità! Nessun errore e nessuna colpa macchia la vostra anima. Tutti, senza eccezione, meritate i paradisi della nostra merce. È un vostro dovere consumare in modo compulsivo».
Gli «ordini» e le ingiunzioni veicolati dalle semiotiche significanti del senso di colpa e dalle semiotiche iconiche e simboliche dell’innocenza si scontrano. C’è aperta contraddizione tra la morale ascetica del lavoro e del debito e la morale edonista del consumo di massa, esse non sono più ricomponibili.
Più che a un’uscita dalla crisi, tutta questa agitazione somiglia a un circolo vizioso nel quale il capitalismo sembra impantanato. La visione delle nostre classi dirigenti non andando mai oltre il loro portafogli, c’è da aspettarsi il peggio. La ferocia con la quale i governi tecnici e non perseguono il rimborso del debito e la difesa della proprietà privata (i rappresentanti delle banche e dei fondi creditori del debito greco hanno provato, stando al «New York Times», a portare in giudizio alla Corte europea per i Diritti dell’uomo lo Stato greco, che violerebbe dei diritti fondamentali: «property rights are human rights») non indietreggia di fronte a niente. Persino la recessione e la depressione (Grecia) sono mali minori di fronte all’eventualità di non mantenere la promessa di rimborsare il debito. In una recente intervista, il presidente della Bce propone, con un cinismo alquanto tatcheriano, rimedi che non solo sono all’origine della crisi, ma che non faranno altro che aggravarla: diminuzione dell’imposizione per arricchire i ricchi e riduzione delle spese sociali per impoverire i poveri. I politici sono ridotti a fare i contabili e i «procuratori» (Marx) del capitale. Sarkozy ha proposto che le entrate per pagare «gli interessi del debito greco vengano depositate su un conto bloccato che funzioni da garanzia affinché i debiti dei nostri amici greci vengano saldati». Angela Merkel, «favorevole» all’idea, ritiene che la cosa consentirebbe di essere «sicuri che questi soldi siano disponibili in modo durevole».
Se vi è una costante nel capitalismo, è appunto quella di uno stato di guerra al quale il liberalismo sembra condurre in forma quasi «automatica». La guerra inter-capitalistica appare oggi meno intensa di quella che ogni singolo capitale nazionale conduce contro il proprio nemico interno. I diversi capitalismi, in disaccordo su come dividersi la torta dello sfruttamento mondiale, convergono su come intensificarla all’interno dei singoli Stati.
Per uscire dalla crisi, i tempi sono quelli delle «riforme» strutturali: regolazione della finanza? Ridistribuzione della ricchezza? Riduzione delle disuguaglianze, della precarietà, della disoccupazione? Fine della scandalosa «assistenza» dello Stato sociale e dei regali fiscali ai ricchi e alle imprese? Le uniche «riforme di struttura» immaginate e messe in opera sono due: ristrutturazione del mercato del lavoro accompagnata dalla riduzione dei salari e drastici tagli alle spese sociali, a cominciare, come sempre, dai sussidi di disoccupazione. Il modello di riferimento è tedesco. In una delle sue comparsate televisive, Sarkozy ha citato la Germania nove volte e il governo tecnico di Mario Monti seduce la novella «lady di ferro», dalla quale riceve diretti «consigli».

Il modello tedesco
Da dieci anni la Germania porta avanti politiche di flessibilizzazione e di precarizzazione del mercato del lavoro e di rigidi tagli allo Stato sociale. Al parlamento europeo, Daniel Cohn-Bendit ha chiamato in causa direttamente Angela Merkel: «Com’è possibile che un paese ricco come la Germania abbia il 20% di poveri?»1. L’ex sessantottino è un grosso ingenuo o soffre di amnesia? Meglio dire un cinico ipocrita, visto che è stato il governo «rosso-verde» di Schröder ad aver introdotto, tra il 2000 e il 2005, la gran parte delle leggi all’origine della situazione attuale: quelle di un «pieno impiego precario» che hanno trasformato disoccupati e «inattivi» in una massa impressionante di working poors. Servono un minimo di storia e qualche dato per scovare le miserie del modello tedesco che la troika (Europa, Fmi, Bce) sta imponendo a tutti i paesi europei.
Tra il 1999 e il 2005 il governo «rosso-verde» ha portato avanti, appoggiandosi allo slogan «Fördern und fordern» (promuovere ed esigere), quattro riforme dell’assistenza alla disoccupazione e del mercato del lavoro, l’una più catastrofica dell’altra (leggi Harzt).
Nel gennaio 2003 la legge Harzt II ha introdotto i contratti «mini-job», una sorta di contratto di lavoro al nero legalizzato (sollevano i datori di lavoro dalle contribuzioni sociali e non garantiscono agli assunti né copertura per la disoccupazione né pensione), e i contratti «midi-job» (salario tra i 400 e gli 800 euro), spingendo tutti a farsi imprenditori della propria miseria.
Nel gennaio 2004, la legge Harzt III ristruttura le agenzie per l’impiego nazionali e federali, con l’obiettivo di intensificare il controllo dei comportamenti e della vita e l’accompagnamento individuale dei lavoratori poveri. Una volta pronti i dispositivi della “governance” dei lavoratori poveri, il governo rosso-verde approva una serie sbalorditiva di leggi per «produrli». La legge Hartz IV, entrata in vigore il primo gennaio 2005, prevede:
– Riduzione della durata delle indennità, da tre anni a un anno; irrigidimento delle condizioni di accesso e obbligo di accettare qualunque lavoro proposto. Per avere diritto al sussidio di disoccupazione occorre essere stati assunti per almeno dodici mesi nel corso dei due anni precedenti la perdita dell’impiego. Dopo un anno di sussidio, il disoccupato percepisce l’aiuto sociale (l’equivalente di un reddito di solidarietà) pari a un importo di 359 euro a persona, rivalutato a 374 euro. Una relazione dell’agenzia federale per l’impiego indica che un lavoratore su quattro che perde il proprio impiego riceve direttamente l’aiuto sociale (Arbeitslosengeld II: ALG II) e non l’indennità di disoccupazione (ALG I). La ragione sta nella tipologia di impiego che il lavoratore ha appena perso: precario o mal pagato.
– Riduzione delle indennità versate ai disoccupati di lunga durata che rifiutino di accettare lavori sotto-qualificati.
– I disoccupati devono accettare impieghi a un salario di 1 euro l’ora (addizionale al sussidio disoccupazione che percepiscono).
– Possibilità di ridurre gli indennizzi dei disoccupati che hanno dei risparmi e dunque possibilità di accesso ai conti bancari degli «assistiti». Possibilità di valutare lo standard dell’alloggio dell’«assistito» e di richiedere, se necessario, un trasferimento.
I beneficiari dell’aiuto sociale Hartz IV sono stimati in 6,6 milioni, di cui 1,7 milioni di bambini. I restanti 4,9 milioni di adulti sono in realtà dei working poors impiegati per meno di 15 ore settimanali. Nel maggio 2011, le statistiche ufficiali ormai dichiaravano cinque milioni di contratti mini-job, con un aumento del 47,7%, preceduti solo dal boom dell’interinale (+134%). Si tratta di forme di contratto molto diffuse anche tra i pensionati: 660.000 di loro cumulano le pensioni a un mini-job2. Una parte importante della popolazione, il 21,7%, nel 2010 è assunta part-time.
L’istituto di statistica tedesco ha misurato l’aumento della precarietà e delle forme che essa assume: tra il 1999 e il 2009, tutte le forme di lavoro atipico sono cresciute almeno del 20%3. Le più colpite sono le famiglie monoparentali (le donne) e gli anziani. Nella cornice del pieno impiego precario, il tasso di disoccupazione ufficiale esibito come un segno del «miracolo economico tedesco» non significa granché! L’esercito di working poors in continua espansione non è formato unicamente da precari, ma anche da lavoratori con un contratto a durata indeterminata. Nell’agosto 2010, una relazione dell’istituto del lavoro dell’università di Duisburg-Essen ha infatti stabilito che oltre 6,55 milioni di persone in Germania ricevono meno di 10 euro lordi all’ora, con un aumento di 2,26 milioni in dieci anni. Per la maggior parte sono vecchi disoccupati che il sistema Hartz è riuscito ad «attivare»: quelli con meno di 25 anni, gli stranieri e le donne (69% del totale). D’altra parte, due milioni di occupati guadagnano meno di 6 euro all’ora, mentre nell’ex Repubblica democratica tedesca sono in molti a tirare avanti con meno di quattro euro all’ora, cioè 720 euro al mese a tempo pieno. Risultato: i working poors rappresentano il 20% degli occupati tedeschi.4
Durante la crisi finanziaria, il governo è ricorso massicciamente alla disoccupazione parziale, che consente all’impresa di versare solo il 60% della normale retribuzione e di pagare solo la metà delle contribuzioni sociali. Altro risultato della svolta iniziata da Schröder: rispetto al Pil, dal 2002 la quota dei salari è scesa del 5% oltre-Reno. I cambiamenti voluti dai «rosso-verdi» sono significativi: dopo anni di proliferazione caotica e selvaggia della precarietà, di sotto-impieghi e sotto-salari, era venuto il momento di introdurre una regolazione e una razionalizzazione della povertà e della precarietà, costituendo un «vero» e «coerente» mercato del lavoro di «pezzenti», che spingerà alla flessibilità e all’adeguamento alla ragione economica anche i meglio occupati. È la popolazione nel suo complesso – precari, working poors, lavoratori qualificati – a diventare fluttuante, disponibile alla flessibilità permanente. Le diverse componenti della «forza lavoro» sociale sono ormai una semplice variabile di aggiustamento della congiuntura economica.
Il programma «rosso-verde» si è guadagnato il nome che porta: «Agenda 2010»5; perché dieci anni dopo la prima legge Hertz i risultati sono, fuor di metafora, micidiali. In Germania, l’aspettativa di vita dei più poveri – di coloro che arrivano solo al 75% del reddito medio – diminuisce. Per le persone a basso reddito, stando alle cifre ufficiali, è scesa da una media di 77,5 anni nel 2001 a 75,5 nel 2011. Nei Länder dell’Est del paese è ancora peggio: l’aspettativa media di vita è scesa da 77,9 a 74,1 anni.
La Germania è il primo paese europeo a seguire gli Stati Uniti sulla strada del progresso liberista. Ancora due decenni di sforzi per «salvare il sistema pensionistico» e la morte coinciderà con l’età della pensione. Anche la guerra interna ha i suoi «bombardamenti chirurgici» mirati. Se niente cambia, nell’ex Germania dell’Est l’aspettativa di vita scenderà a 66 anni, appena un anno prima del diritto alla pensione. Mors tua, vita mea! Ma poco importa: l’economia è sana, le «agenzie» danno giudizi positivi, i creditori si abbuffano e l’aspettativa di vita della parte più ricca della popolazione continuerà ad aumentare.
Serve una breve digressione su Peter Hartz, promotore delle leggi sul regime di disoccupazione e della riforma degli aiuti sociali; perché la sua condanna a due anni di prigione con condizionale e al pagamento di una multa di 576.000 euro è un esempio della «corruzione» consustanziale al modello neoliberista. Peter Hartz, ex responsabile delle risorse umane di Volkswagen e grande moralizzatore degli Anspruchdenker, dei «profittatori del sistema», ha ammesso di aver versato a Klaus Volkert, sindacalista dell’IG Metall ed ex presidente del consiglio di fabbrica del costruttore di automobili tedesco, diverse mazzette, per pagare prostitute e viaggi esotici. Klaus Volkert, inevce, è stato portato in giudizio per incitamento all’abuso di fiducia, esattamente come l’ex direttore del personale, Klaus-Joachim Gebauer, accusato di complicità.
Fare della povertà e della precarizzazione una variabile strategica della flessibilità del mercato del lavoro è quanto, dietro il ricatto del debito, sta avvenendo in Italia, Portogallo, Grecia, Spagna, Inghilterra e Irlanda.6 La Francia si è impegnata su questo terreno con l’arrivo al potere di Sarkozy, anche se qui i risultati non sono così eclatanti come in Germania. Grazie ancora una volta a un uomo di centro-sinistra, Martin Hirsch, assunto dal presidente di destra in occasione della sua apertura a «sinistra», in Francia verrà sperimentata la trasformazione dell’aiuto sociale (Reddito minimo di inserimento – Rmi –, a 417 euro a persona) in arma di produzione di working poors (Reddito di solidarietà attiva – Rsa). È con le tecnologie di governo dei poveri che si testano dispositivi di potere e di controllo che in un secondo tempo verranno estesi all’insieme della società, cosa che non sembra interessare né la sinistra né i sindacati. Il Reddito di solidarietà attiva comporta il superamento dei dualismi fordisti (disoccupazione/impiego, salario/ reddito, diritto del lavoro/diritto dell’assistenza sociale, legge/contratto) e organizza la loro sovrapposizione e il loro concatenamento grazie alla figura del working poor. Fissa in maniera stabile lo statuto di un lavoratore/assistito che permette di accumulare salario di attività e reddito di «solidarietà». Questa confusione tra «salariato» e «assistito», tra lavoro, disoccupazione e assistenza sociale, tra diritto del lavoro e diritto del Welfare, è la condizione della costruzione di un grande segmento de mercato del lavoro, che ha per norma il sotto-impiego e un sotto-salario. Il Reddito di solidarietà attiva segna così l’ufficiale abbandono dell’obiettivo del pieno impiego e l’istituzione di politiche di «piena attività», intesa come un’attività per tutti, indipendentemente dalla durata e dalla qualità dell’impiego.7
Anche la riforma del mercato del lavoro che il «governo tecnico» italiano si sta apprestando ad approvare s’ispira direttamente al modello tedesco. Il ministro delle Politiche sociali Fornero, in una lettera alla «Stampa» del 4 marzo lo dice a chiare lettere. La traduzione della realtà tedesca nella Nuova Lingua con la quale si esprime la «governance», è un capolavoro di ipocrisia e di falsità:
“L’esempio più recente di una riforma complessiva del mercato del lavoro e degli strumenti di protezione sociale – prescindendo dal percorso recentemente avviato dalla Spagna – è offerto dagli interventi realizzati in Germania all’inizio del decennio scorso quando il Paese era ritenuto il «malato d’Europa», incapace di crescere e di superare l’urto della riunificazione. Le riforme tedesche hanno interessato tutti gli aspetti del mercato del lavoro e del Welfare: miglioramento degli strumenti di istruzione professionalizzanti e facilitazione del passaggio tra scuola e lavoro; sostegno alla partecipazione al mercato del lavoro e all’occupazione, anche parziale, delle fasce più svantaggiate; rafforzamento del legame tra il godimento di particolari trattamenti e l’effettiva azione di riqualificazione e di ricerca di lavoro; potenziamento dell’attività dei centri per l’impiego; introduzione di maggiore flessibilità, sia con nuove tipologie contrattuali sia negli spazi della contrattazione tra impresa e lavoratore”.
Dietro il ricatto del debito, lo Stato intende portare a termine quel passaggio, inaugurato negli anni Ottanta, dal Welfare (diritti e servizi sociali) al Workfare (subordinazione delle politiche sociali alla disponibilità e alla flessibilità del pieno impiego precario). La svolta autoritaria del neoliberismo sta per farla finita col «modello sociale europeo», perché, come afferma Mario Draghi, non possiamo più permetterci di «pagare la gente che non lavora».
A ogni cambiamento di fase economico-politica ritroviamo sempre lo Stato e la sua amministrazione al comando delle operazioni. Proprio come ha favorito e spinto le politiche neoliberiste del credito negli anni Ottanta e Novanta, è allo Stato che spetta l’organizzazione della loro continuità nelle nuove forme autoritarie e repressive del rimborso del debito e della figura dell’uomo indebitato. Cade così un’altra illusione della sinistra, quella che oppone alla logica della proprietà privata del mercato la logica di un «pubblico» statale. Non c’è né autonomia del politico, né neutralità dello Stato. Le sue amministrazioni agiscono in profondità sull’economia, la «società» e le soggettività, come la costruzione del mercato del lavoro dimostra in modo paradigmatico.

Crisi della finanza o crisi del capitalismo?
Non si tratta tanto di dimostrare l’onnipotenza del capitalismo quanto di rilevarne la debolezza, a medio e lungo termine. Se le controriforme strutturali andranno drammaticamente a colpire una gran parte della popolazione, non tracciano per questo alcuna strada di uscita dalla crisi. Gli esperti, i mercati, le agenzie di rating e gli uomini politici, non sapendo né dove andare né come, dietro il ricatto dei deficit di bilancio, perseguono le politiche neoliberiste di produzione e di intensificazione delle differenze di classe che sono la vera origine della crisi.
La macchina capitalistica si è ingrippata non perché non fosse ben regolata, non perché vi fossero degli eccessi o perché i finanzieri fossero avidi (un’altra illusione della «sinistra» regolatrice!). Tutto questo è vero ma non coglie la natura della crisi attuale, che non è cominciata con il disastro finanziario. Quest’ultima è piuttosto il risultato del fallimento del programma neoliberista (fare dell’impresa il modello di qualunque relazione sociale) e della resistenza che la figura soggettiva da questi promossa (il capitale umano e l’imprenditore di se stessi) ha incontrato. È questa resistenza, anche se passiva, che ostacolando la realizzazione del programma neoliberista ha trasformato il credito in debito. Se il credito e il denaro esprimono la loro comune natura di «debito», è perché l’accumulazione è bloccata, è incapace di garantire nuovi profitti e di produrre nuove forme di assoggettamento, non il contrario.
Tra il 2001 e il 2004, negli Stati Uniti, la crescita del 10% del Pil è stata possibile unicamente perché misure di rilancio dell’attività hanno iniettato nell’economia 15,5 punti di Pil: riduzione dell’imposizione di 2,5 punti del Pil, credito immobiliare passato da 450 a 960 miliardi (1300 prima della crisi del 2007), aumento delle spese pubbliche di 500 miliardi.
A cavallo del secolo, la Germania era nella stessa situazione. La crescita del Pil tedesco tra il 2000 e il 2006 è stata di 354 miliardi di euro. Ma se paragonata ai numeri del debito nello stesso periodo (342 miliardi), non è difficile constatare che il risultato reale è una «crescita zero».
È stato il Giappone a entrare per primo – dopo l’esplosione della bolla immobiliare negli anni Novanta (e la successiva esplosione del debito per rimettere in sesto il sistema bancario) – in una «crescita zero» che volge ormai alla recessione. Meglio di altri paesi, il Giappone rivela la natura della crisi contemporanea. Le ragioni dell’impasse del modello neoliberista non vanno cercate unicamente nelle contraddizioni economiche, seppure molto reali, ma anche e soprattutto in ciò che Guattari chiama «crisi della produttività di soggettività».
Il miracolo giapponese, che è stato capace di forgiare una forza lavoro collettiva e una forza sociale «molto integrata al macchinismo» (Guattari), sembra girare a vuoto, preso anch’esso, come tutti i paesi sviluppati, nelle maglie del debito e dei suoi modi di soggettivazione. Il modello soggettivo «fordista» (impiego a vita, un tempo unicamente dedicato al lavoro, il ruolo della famiglia e la sua divisione patriarcale dei ruoli ecc.) è esaurito, e non si sa con cosa sostituirlo. La crisi del debito non è una follia della speculazione, ma il tentativo di mantenere in vita un capitalismo già malato. Il «miracolo economico» tedesco è una risposta regressiva e autoritaria alle impasse che si erano già manifestate prima del 2007. È per questa ragione che la Germania e l’Europa sono così feroci e inflessibili con la Grecia. Non solo in nome del «I want my money back» (quello dei creditori), ma anche e soprattutto perché la crisi finanziaria apre una nuova fase politica, nella quale il capitale non può più contare sulla promessa di una futura ricchezza per tutti come negli anni Ottanta. Non può più disporre degli specchietti per le allodole della «libertà» e dell’«indipendenza» del capitale umano, né di quelli della società dell’informazione o del capitalismo cognitivo. Per dirla come Marx, può solo contare sull’estensione e l’approfondimento del «plusvalore assoluto», ovvero un allungamento del tempo di lavoro, un incremento del lavoro non retribuito e dei bassi salari, dei tagli ai servizi, della precarizzazione delle condizioni di vita e di impiego, sulla diminuzione della speranza di vita. L’austerità, i sacrifici, la produzione della figura soggettiva del debitore non rappresentano un brutto momento da superare in vista di una «nuova crescita», ma tecnologie di potere, di cui solo l’autoritarismo, che non ha più niente di «liberale», può garantirne la riproduzione. Il governo del pieno impiego precario e la tagliola del saldo del debito richiedono l’integrazione nel sistema politico democratico – che dagli anni Ottanta funziona su altro che la rappresentanza – di interi blocchi del programma delle estreme destre. La resistenza passiva che non ha aderito al programma neoliberista rappresenta la sola speranza di fuggire alle «tecnologie di governo» dei «governi tecnici» del debito. Di fronte alla fiera degli orrori dei piani di austerità imposti alla Grecia, c’è chi dovrebbe dirsi, in un modo o nell’altro, de te fabula narratur!
È di te che si parla.
Berlino, 5 marzo 2012

Note
1. Le statistiche dicono un aumento della povertà dal 12,2% della popolazione nel 2005 al 15,6% nel 2010. Dati comunque notevoli e notevole soprattutto la progressione. È risaputo che i numeri della povertà non diminuiscono con la «crescita», anzi. Cosa che la dice lunga sulla natura di quest’ultima.
2. Se rispetto al totale rappresentano solo il 3%, in termini di flusso sono in costante aumento. Nel 2000 erano solo 416.000. Ma in dieci anni il loro numero è aumentato del 58%. Nel 2007, il governo tedesco ha portato l’età pensionabile da 65 a 67 anni, quando l’età reale di pensionamento è di 62,1 anni per gli uomini e di 61 anni per le donne, cosa che comporta una precarizzazione e un abbassamento travestito del livello delle prestazioni.
3. L’11 gennaio 2012, Destatis pubblica il rapporto «Ombre e luci sul mercato del lavoro», nel quale si legge: «Il numero di impieghi cosiddetti atipici – part-time a meno di venti ore settimanali, incluse le attività marginali, gli impieghi temporanei e l’interinale – tra il 1991 e il 2010 è aumentato di 3,5 milioni, mentre il numero di attivi che dispongono di un impiego regolare è precipitato di circa 3,8 milioni».
4. Le ultime statistiche parlano di 4,1 milioni di lavoratori che guadagnano meno di 7 euro, 2, 5 milioni meno di 6 e 1,4 milioni meno di 5 euro lordi all’ora. La maggior parte di questi lavoratori sono donne, giovani, persone senza formazione e immigrati.
http://www.focus.de/finanzen/news/23-prozent-billig-arbeitskraefte-jeder-vierte-deutsche-schafft-fuer-niedriglohn-_aid_723968.html
5. La socialdemocrazia, dopo essersi convertita all’economia sociale di mercato (ordoliberalismo) nel Dopoguerra, il primo giugno 2003 si è convertita al neoliberismo, approvando l’Agenda 2010 con una maggioranza dei delegati dell’80%. Il 15 giugno 2003 il congresso dei Verdi ha adottato con una maggioranza pari al 90% lo stesso programma, che prevede anche un sistema pensionistico a capitalizzazione, la privatizzazione dei servizi pubblici ecc.
6. L’Europa procede a marcia forzata verso il modello americano del libero licenziamento. Il governo spagnolo ha approvato, il 10 febbraio 2012, leggi che perseguono la stessa logica: facilitazione dei licenziamenti, riduzione delle indennità di disoccupazione e taglio dei salari. Le indennità di disoccupazione passano da un massimo di 42 a 24 mensilità. I licenziamenti per ragioni finanziarie, con una cassa integrazione limitata a 12 mensilità, vengono facilitati. Per licenziare con ragioni finanziarie, è sufficiente che l’azienda abbia tre semestri consecutivi di ribasso di vendite, anche se continua a fare profitti. Dopo tre trimestri di ribasso di vendite, le imprese possono imporre ribassi di salario unilaterali. Il rifiuto comporta il licenziamento.
7. Con il Reddito di solidarietà attiva si passa da una logica statutaria e istituzionale (uguali diritti per tutti!) a una logica contrattuale e discrezionale (per accedere ai diritti il beneficiario deve firmare un contratto preventivo) che, avendo di mira situazioni specifiche, approfondisce il solco di ogni politica sociale: l’individualizzazione. Il contratto di inserimento è un ibrido tra «legge» e «contratto» che, secondo Alain Supiot, non esprime l’uguaglianza e l’autonomia dei contraenti ma l’affermazione di un’asimmetria di potere: «Il loro oggetto [dei contratti di inserimento] non è scambiare beni determinati, né stringere un’alleanza tra uguali, ma legittimare l’esercizio del potere», visto che il contraente, per poter ottenere il sussidio, è costretto a firmare. Si passa da una logica del diritto dell’«avente diritto» a una logica che subordina il sussidio a un investimento soggettivo, la cui prima prova è rappresentata da un «lavoro su di sé», volto a dimostrare di «essere disponibili al sotto-impiego e a un sotto-salario». Il Reddito di solidarietà attiva effettua un rovesciamento della logica dell’aiuto sociale, cioè un rovesciamento del «debito». Chiude una volta per tutte la breccia aperta dal Reddito minimo di inserimento dentro il diritto all’assistenza sociale: un sussidio non vincolato al «lavoro» e privo di «contropartita» diretta. Il Reddito minimo di inserimento affermava, anche se in modo ambiguo, un debito della «nazione» nei confronti dei «cittadini più svantaggiati». Il Reddito di solidarietà attiva, al contrario, ha come obiettivo quello di indicizzare il sussidio a un sotto-impiego, alla disponibilità all’occupabilità e a un contratto di inserimento. Oltre a istituire un working poor, ne forma il senso di colpa, poiché il lavoratore viene implicitamente ritenuto responsabile della propria condizione e dunque in debito con la società e con lo Stato.
* La versione francese sul sito: http://www.cip-idf.org/article.php3?id_article=6023

8.4.12

Benecomunisti, che passione

Proponiamo di seguito un articolo scritto da Rossana Rossanda per il Manifesto il 5 aprile, in risposta all'appello "Per un soggetto politico nuovo" (che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi http://lgsmacerata.blogspot.it/2012/03/manifesto-per-un-soggetto-politico.html). Riteniamo infatti fondamentale tenere aperta una discussione sulle forme dell'agire politico, che riteniamo incentrato sui beni comuni così come sulla centralità di classe. 



Ecco il primo soggetto politico che toglie senz'altro di mezzo il conflitto sociale: è quello proposto dal documento di Firenze e Napoli, pubblicato sul manifesto del 29 marzo e argomentato il giorno dopo da Marco Revelli. Come Revelli, altri amici e compagni vi hanno rapidamente aderito.
È un "soggetto senza progetto". La sua idea di società, alquanto mal ridotta dai traffici di Berlusconi e dalla contabilità di Monti, non va oltre la vasta quanto vaga esigenza di far esprimere in forme dirette la società civile, la quale è fatta di tutto fuorché dallo stato, dalle istituzioni e dagli attori della politica. Da tutti e da ciascuno di noi - padroni e dipendenti, banche e depositari e speculatori, uomini e donne, ricchi e poveri, nord e sud - in quanto messi in grado di esprimersi con la scheda sui loro bisogni e le soluzioni per risolverli. Quindi una democrazia più diffusa, una rete di relazioni svincolata dal ceto politico, non più solo "rappresentativa" di qualcuno ma "partecipata" da cittadini che non rilasciano deleghe.
Questo modello non è quello della Costituzione del 1948, che punta sui partiti come corpi intermedi, mediatori fra cittadini e stato, luoghi di elaborazione degli interessi diversi di una società complessa. I partiti - è la premessa del documento - non godono più di alcuna fiducia degli italiani, chiusi come sono in se stessi e nelle loro diatribe, mancando di ogni trasparenza anche quando, raramente, non sono sospettabili di frodi. Essi costituiscono l'impermeabile e impenetrabile "Palazzo" di pasoliniana memoria, e l'ombra o penombra che vi domina sono il miglior brodo di coltura per germi di ogni tipo. Metterli sotto pressione e controllo dal basso è l'operazione di igiene che si impone, nonché cortocircuitarli quando si può chiamare a un referendum.
Per il "nuovo soggetto" questo - trasparenza e apertura ai cittadini - è il vero problema del paese. Occorre sfondare le mura di quelli che non sono più corpi "intermedi" ma corpi "separati", e come tali non sono in grado né di capire né di comunicare con l'Italia, per cui si prevede un massiccio voltare loro le spalle con l'astensione. Il nuovo soggetto promette di essere l'opposto, tutto un'iniziativa di apertura delle barriere e di messa a confronto degli uni con gli altri, insomma un partito - non partito ma sostitutivo dei partiti.
Per fare che cosa, oltre che questa operazione di schiarimento delle acque? Non è detto. Certo ci sono in Italia gigantesche inuguaglianze di condizioni materiali, di cultura e di status ma l'esprimersi di tutti sui "beni comuni", le abolirà o ridurrà attraverso la presa di parola dei più deboli. Non scomodiamo dunque Marx, né il movimento operaio, né il vecchio concetto di lotta di classe, e tanto meno l'utopia pericolosa che ha portato ai defunti "socialismi reali". Non che il capitalismo sia morto, anzi non ha mai così totalmente dominato il pianeta, ma si tratta - se ho ben capito - di proteggere la gente dalle sue crisi stabilendo un vasto terreno di beni fuori mercato. Agganciandosi ai Comuni in quanto - lo dice la parola stessa - essi sono l'istanza elettiva più vicina al territorio e quindi in grado di controllarlo ed esserne controllata.
Il "nuovo soggetto politico" non si perde sull'analisi dello stato e dei poteri forti, politici ed economici. Né nelle teorie sociali del movimento operaio o, all'opposto, del liberismo: le prime neppure le nomina, al secondo i beni comuni, terreno di convinzione generale, tagliano le unghie. In questo senso il documento di Firenze presenta una tranquilla riedizione della spontaneità, l'universalmente umano bastante a se stesso, che il '68 aveva portato avanti polemicamente ma adesso, rifiutando assalti al cielo troppo pericolosi, sarebbe in condizione di attuarsi attraverso una saggia rete di relazioni e consultazione popolare permanente.
Di avversari il "nuovo soggetto" non ha che la privatizzazione di beni comuni, contro la quale si batte ma non meno che contro la statalizzazione o il loro "restar pubblico" nelle forme attuali, di "merce non ancora messa in vendita". Che sia intrinseco al capitale il trasformare tutto in merce, umani compresi, non interessa il "nuovo soggetto"; esso sospetta anzi che questa tesi sia un residuo delle culture politiche del Novecento, inchiodate sul conflitto capitale-proletariato. Così come non scava troppo in quello fra uomini e donne, concedendo la parità di valore tra la razionalità che sarebbe maschile, e l'emozione o la passione che sarebbero femminili. Alle passioni ed emozioni finora si affidava soltanto il populismo, ora entrerebbero fra i parametri del politico moderno. Anche l'ecologia troverebbe vantaggio in questa filosofia: chi può negare che il pianeta sul quale siamo appollaiati sia un bene comune?
E i beni comuni possono essere molti. Non è più forse il caso dei pascoli, ma non è bene comune che l'Italia produca automobili, meglio se elettriche? Basta persuaderne Marchionne e Landini. Che il voto dell'uno conti da solo nelle relazioni industriali quanto il voto di tutti i seguaci dell'altro (anzi in ogni caso di più, perché sua è la proprietà) è un dato di sistema sul quale non vale la pena di soffermarsi. Così come su alcuni diritti - al posto di lavoro o alla casa, e alla scuola, alla sanità, alla cultura, rimasti ottativi anche nella Carta del 1948. Chi non li desidera? Ma non evochiamo le idee fisse novecentesche. È vero che le vicende e le trasformazioni della proprietà, per non parlare del mercato, avvengono così lontano dal nostro sguardo da parere; al documento di Firenze, testualmente, «astratti».
È evidente che alle spalle del "nuovo soggetto" sta l'esito delle ultime elezioni parziali, e del referendum sull'acqua, avvenuti perlopiù fuori dal circuito dei partiti e considerati quindi come uno schiaffo loro assestato da parte della società civile. Che essi non abbiano scalfito il muro dei poteri forti, al nuovo soggetto politico non importa: non era nel suo obiettivo. Né che a Berlusconi sia seguita non già una spinta di sinistra, ma il liberismo oltranzista del governo Monti. Colpa della politica - si dice -, come se non fosse l'opinione pubblica ad avere votato ben tre volte il primo, senza protestare per l'indecente legge che ne canalizzava e blindava a suo favore il voto anche se non era di maggioranza. E quindi incapace di liberarsene.
Giusto, ma chi si vorrebbe liberare di Monti? La Fiom, le sinistre radicali già messe fuori dalle Camere, i nostalgici del marxismo o almeno di una forte regolazione del capitale, come la sottoscritta. Monti, un po' feroce ma onestissimo, ci fa fare, con Merkel e Sarkozy, buona figura all'estero. Che vogliamo di più?

Recensione di "La lotta di classe dopo la lotta di classe" di Luciano Gallino

di Stefano Casulli, tratto da Via Libera Mc:
http://www.vialiberamc.it/2012/04/07/recensione-del-libro-la-lotta-di-classe-dopo-la-lotta-di-classe-di-luciano-gallino/

Sovente ci troviamo a recensire o semplicemente commentare saggi e romanzi di indubbio valore, in grado di effettivamente di rappresentare uno spaccato di umanità, di società, di personalità, se non addirittura di sogno.
Tuttavia solo di rado alla profondità di un testo si accompagna la capacità di essere immediatamente politico, restituendo una complessiva veduta sulle cose e riattivando i principi del cambiamento, della rivendicazione, dell’indignazione: è questo il caso del testo di Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, intervista di Paola Borgna edita da Laterza.
Il testo, uscito nelle librerie alla fine del mese di febbraio, si situa all’interno della crisi italiana e mondiale, un contesto che Gallino tenta di ricostruire riannodando i fili dei “fatti sociali”, la sola ortodossia cui il sociologo piemontese si richiama anche nell’ultima intervista uscita sul Venerdì di Repubblica del 6 aprile.
Dentro questa crisi il testo si pone, fin dall’Introduzione, il duplice obiettivo di restituire la verità dei fatti sociali nella loro complessità, decostruendo e smascherando il carattere ideologico degli assunti del nostro tempo:
Caso la lettrice o il lettore non lo sapessero, il maggior problem dell’Unione Europea è il debito pubblico. Abbiamo vissuto troppo a lungo al di sopra dei nostri mezzi. Sono le pensioni a scavare voragini nel bilancio dello Stato. Agevolare i licenziamenti crea occupazione. La funzione dei sindacati si è esaurita: sono residui ottocenteschi. I mercati provvedono a far affluire capitale e lavoro dove è massima la loro utilità collettiva. Il privato è più efficiente del pubblico in ogni settore: acqua, trasporti, scuola, previdenza, sanità. È la globalizzazione che impone la moderazione salariale. Infine le classi sociali non esistono più.
Un elenco che, alla prova dei fatti, si rivela “privo di qualsiasi ragionevole solidità”.
L’intervista prende come punto di partenza l’ultimo assunto (la non esistenza delle classi sociali) per contestarlo dati alla mano, rivelando invece la natura profondamente classista dell’ideologia totalitaria che le vuole scomparse.
È un’analisi puntuale ed allo stesso tempo esigente, che pretende da qualunque lettore fermezza e coerenza nella diagnosi del nostro tempo; in controluce si evince la profonda critica alla duplice grande trasformazione degli ultimi 30 anni:
1) le politiche economiche liberiste, fondate sulla deregolamentazione, privatizzazione e liberalizzazione assoluta;
2) la matrice neoliberale della nuova forma dello Stato, sempre più intrecciato con il mercato, di esso promotore, articolatore ed allo stesso tempo salvatore qualora ve ne fosse il bisogno;
Questa duplice trasformazione rientra dentro la complessiva controrivoluzione portata avanti dalla “classe capitalistica transnazionale, ora mondializzata”, e che viene richiamata nel titolo:
la lotta di classe condotta dal basso per migliorare il proprio destino [dal dopoguerra agli anni '70] ha ceduto il posto a una lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura erosi nel trentennio precedente. […] E’ ciò che intendo per lotta di classe dopo la lotta di classe.
Abbiamo accennato al potenziale mobilitante di questo testo. Alla dovizia di dati e statistiche, che più avanti riprenderemo, si aggiunge la chiarezza nell’individuazione della classe sociale dominante, che oggi attraverso i governi, gli istituti di credito internazionali (BCE, FMI, Banca Mondiale) e le pressioni delle grandi corporations ridefinisce attraverso riforme fiscali, prestiti e speculazioni la distribuzione della ricchezza e del potere nel mondo e nei singoli Paesi.
Rientrano in essa [unica classe dominante globale] i proprietari di grandi patrimoni, i top manager, gli alti dirigenti d’industria e del sistema finanziario, i politici di primo piano che spesso hanno rapporti stretti con la classe economicamente dominante, i grandi proprietari terrieri nei Paesi emergenti. […] Quanto all’Italia, non esistono più i latifondi, ma la proprietà immobiliare è una componente di peso della classe dominante.
 Inutile dire che, tanto nazionalmente quanto localmente, ognuno di noi può dare un volto a questa classe dominante globale, che si sta arricchendo in questi mesi utilizzando la retorica della crisi e dell’austerità.
Ragionamenti e politiche comuni ai vari Paesi del mondo richiamano appunto un’unica progettualità di classe. Elencando:
-la globalizzazione come progetto politico-economico non neutrale volto alla costituzione di una competizione generalizzata tra lavoratori, al fine di incrementarei profitti; si pensi che l’85% circa della produzione tessile, e quasi l’interezza di quella dei microprocessori, giocattoli e componenti di portatili e tablets (si pensi al caso Apple di pochi giorni fa) è stata esportata dall’Europa e gli Usa in Cina, India, Vietnam o Thailandia.
-competitività come nuova forma della lotta contro i lavoratori, ma anche come fattore che alimenta conflitti interni tra classi; Gallino cita per esempio il caso Fiat-Chrisler, dove i lavoratori neoassunti dopo il salvataggio dell’azienda vengono pagati la metà di quelli assunti in precedenza (14 dollari l’ora, contro 28);
-redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto: si prenda la tassazione dei capitali finanziari (12-20%) e la si paragoni all’aliquota minima, imponibile su chi guadagna meno di 15.000 euro (23%).
-flessibilizzazione del lavoro; l’Italia, contrariamente a quanto si dice, ha visto crollare il proprio indice della rigidezza della protezione dell’occupazione, che rende i lavoratori molto meno tutelati di quelli di Germania, Francia o Spagna.
Chiaramente, prima misura della potenza del conflitto tra classi è data dallo strutturale aumento delle diseguaglianze economiche su scala globale:
Facendo riferimento ai dati della Banca Mondiale per l’anno 2002, in attesa dei dati degli anni successivi, il decimo o decile più povero della popolazione mondiale – si trattava all’epoca di circa 620 milioni di individui – percepiva lo 0,61% del reddito globale, mentre il decimo più ricco percepiva il 57,5% del reddito globale. […] si può aggiungere che i 5 decimi più poveri della popolazione mondiale, ossia la metà di essa, non arrivano a percepire nemmeno il 7% del reddito globale. Inoltre, se prendiamo i 3 decimi che stanno in mezzo come rappresentanti delle classi medie – parliamo di quasi 2 miliardi di persone -, se ne ricava che il terzo centrale della popolazione mondiale percepisce in totale un reddito che si aggira su un sesto del reddito globale (il 16%).
Si può inoltre far notare come all’interno dei Paesi Occidentali la forbice si allarghi ulteriormente: negli USA, per esempio, il 10% più ricco della popolazione (che negli anni ’80 aveva il 30% della ricchezza) oggi ne possiede il 50%. Addirittura, l’1% più ricco della popolazione percepiva, da solo, nel 2008, il 23% del reddito nazionale. Da qui capiamo il famoso “siamo il 99%” di cui parlano gli indignati di Occupy WallStreet. In Italia, come confermato dall’Istat pochi giorni fa, le cose non sono diverse:
In Italia, i 5 decimi della parte inferiore della scala, cioè la metà della popolazione, posseggono in tutto soltanto il 10% della ricchezza, mentre il decimo più ricco detiene, da solo, circa il 50% di essa. Il nostro Paese si distingue inoltre per numero insolitamente elevato dei milionari in dollari, quelli al vertice della piramide. Essi rappresentano ben il 6% del totale mondo […]. Tale quota corrisponde a 1,5 milioni di individui. Il che induce qualche rozzo calcolo. Se il patrimonio di questi individui “ad alto valore netto”, di cui 1 milione di dollari è il limite inferiore ma l’entità media è considerevolmente più alta, fosse stato assoggettato a una risibile patrimoniale permanente di 3000 euro in media, si sarebbero raccolti 4,5 miliardi l’anno. Una cifra grossomodo equivalente ai tagli della pensione dei lavoratori dipendenti decisi dal neogoverno Monti nel dicembre 2011.
 La lotta di classe dopo la lotta di classe è un libro da tenere ‘dans la poche’, in tasca: uno strumento di lotta e di verità, che restituisce centralità alle dinamiche oggettive che ci investono oggi più che mai, in una stagione di generalizzata precarietà e di rapina istituzionalizzata nelle forme dell’espropriazione del lavoro, della democrazia, dei diritti.
Penso che solo da voci profondamente dissonanti con il monopensiero come quella di Gallino possa riaprirsi la strada del cambiamento di modello, in grado di contaminare tutte le forme (politiche, sociali, economiche, culturali) che oggi ci vedono ridotti ad una nuova forma di schiavismo di classe.

Gallino non è nuovo a scrivere testi di questo spessore, ed anzi il suddetto libro si inserisce in continuità con i principali lavori degli ultimi 10 anni dell’autore.

Per approfondire, sullo stesso tema si consigliano:
L. Gallino, Globalizzazione e diseguaglianze, 2003
L. Gallino, Il lavoro non è una merce: contro la flessibilità, 2007
L Gallino, Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia, 2010
L. Gallino, Finanzcapitalismo, 2011

17.2.12

Una nuova democrazia a Roma

Riportiamo il documento (tratto da www.democraziakmzero.org) elaborato da una moltitudine di realtà romane, con il quale si fa sintesi di quanto portato avanti sinora nelle nostre lotte locali e nazionali, cercando di dare uno spessore politico alle rivendicazioni dei movimenti, attorno al nodo della riappropriazione collettiva dei beni, del governo del territorio, della ricchezza comune, verso uno sviluppo collettivo e partecipato.

L’ANNUNCIO DI UN INCONTRO A ROMA per “costruire la democrazia dei beni comuni” e la bozza di un “Manifesto politico della città di Roma”.

Costruiamo la Democrazia dei beni Comuni a Roma. Rilanciamo la città pubblica contro le privatizzazioni, le dismissioni, i tagli al welfare. Mercoledì 29 febbraio ore 17.30 all’ex Cinema Palazzo – San Lorenzo.

Roma si trova sotto attacco delle speculazioni finanziarie e immobiliari, delle privatizzazioni, dei tagli ai servizi e al welfare. Un strategia che si svolge su più fronti.

I programmi di austerità e di tagli portati avanti dal governo Berlusconi e proseguiti da Monti, sotto il diktat delle burocrazie europee, hanno ridotto le risorse disponibili nelle casse comunali, già oberate da un forte indebitamento e strozzate dall’imposizione del Patto di stabilità. Sulla città di Roma incombe il ricatto della dismissione e della privatizzazione forzata dei servizi pubblici locali, in spregio dei 27 milioni di “sì” ai referendum di giugno che hanno rotto l’egemonia liberista affermando la difesa dei beni comuni. I primi effetti sono sotto gli occhi di tutti: riduzione della qualità e del peso dei servizi collettivi, aumento delle tariffe, ulteriore precarizzazione delle condizioni di lavoro, azzeramento delle politiche culturali.

Altro che federalismo! Roma e le altre città sono annichilite dalle politiche centraliste di un governo nazionale che scarica sulla dimensione locale la propria incapacità.

La destra al governo della città e della Regione propone un modello di sviluppo fondato sulla rendita, le privatizzazioni e la subalternità totale ai poteri forti, come dimostrano il Piano Casa, i progetti di cementificazione di Alemanno (milioni di metri cubi di cemento oltre a quelli già previsti dal Piano regolatore) e il Piano rifiuti della Regione Lazio. Inoltre, assistiamo alla svendita di un immenso patrimonio pubblico ( i depositi Atac, gli immobili militari, gli immobili trasferiti con il federalismo demaniale) che invece potrebbe essere destinato a servizi e abitazioni a canone sociale. Stessa musica nell’ambito culturale, dove assistiamo a tagli drastici delle già poche risorse disponibili e un attacco frontale alle esperienze che nei territori producono socialità, cultura e riqualificazione urbana. Mentre in Europa e nel mondo vanno in crisi le ricette liberiste, la destra di Alemanno gioca la carta dell’aggressione ai beni comuni e della finanziarizzazione della città, riducendo ai minimi termini il ruolo e le funzioni del consiglio comunale e degli organi rappresentativi.

Occorre invertire la rotta. La città deve cessare di essere concepita come una preda dagli speculatori, come salvadanaio dal governo nazionale o come proprietà privata dalle classe politica.

Intendiamo cogliere lo spirito emerso nel “Forum dei Comuni per i beni comuni” che si è tenuto a Napoli il 28 gennaio per aprire una nuova stagione nella città di Roma. Proponiamo di costruire uno spazio politico di movimento che punti a realizzare un nuovo modello di città fondato sui beni comuni, il federalismo possibile, l’autogoverno dei cittadini. Uno spazio autonomo dai partiti, ma non autoreferenziale, che sappia produrre proposte per la città e imporle nel dibattito pubblico.

Per farlo pensiamo di partire dalle tante vertenze e dalle mobilitazioni per i beni comuni e i diritti sociali che attraversano Roma. Vogliamo aprire una discussione pubblica e un percorso dal basso che sia in grado di disegnare un’altra via d’uscita dalla crisi e un’altra idea di città.

Primi promotori: Action-diritti in movimento, Esc-atelier autogestito, Point Break, Horus Project, Lab Puzzle, Strike, Angelo Mai.



Dalla partecipazione all’autogoverno

Bozza per un Manifesto politico della città di Roma

Punto 1. 
OLTRE LA RETORICA DELLA PARTECIPAZIONE

All’inizio degli anni duemila, sulla scorta del laboratorio di Porto Alegre in Brasile, si erano avviate esperienze di partecipazione all’interno degli enti locali di molti paesi del mondo. Sotto il nome di “nuovo municipalismo”, si era fatta strada l’idea che “processi partecipativi” che coinvolgessero attivamente la cittadinanza, potessero riformare “dal basso” le logore istituzioni locali.

Oggi dobbiamo constatare che quel progetto di riforma ha subito una battuta d’arresto. Bisogna infatti vedere nella crisi economico-finanziaria che si è avviata nella seconda metà del 2007, le radici di una più profonda CRISI DEMOCRATICA che riguarda da vicino le stesse istituzioni politiche e che rende la parola d’ordine della “partecipazione”, insufficiente a rispondere alla domanda di nuova democrazia.

Nella fase attuale, infatti, assistiamo ad un profondo processo di espropriazione della decisione politica da parte delle istituzioni economiche-finanziarie a danno dei cittadini. Il criterio di legittimazione delle decisioni in materia politica ed economica smette di essere interno al rapporto tra governati e governanti, spostandosi fuori dei tradizionali canali della rappresentanza. Che sia il comportamento dei mercati, le valutazioni delle agenzie di rating o le decisioni della Banca Centrale Europea, il cosa decidere, come e quando, non è più appannaggio dei cittadini, neanche attraverso gli strumenti di delega tipici delle democrazie liberali.

Chi governa esegue decisioni prese altrove, chi è governato non può far altro che subire un processo sul quale non ha più alcuna capacità di controllo. La crisi del debiti sovrani in Europa ha ancor di più accelerato e radicalizzato questo processo di espropriazione della decisione, proiettandolo su tutti i livelli amministrativi. Il dominio incontrastato del potere esecutivo dei governi su quello legislativo delle assemblee elettive, così come la fiducia incondizionata accordata ai tecnici e agli esperti, ne sono una conferma lampante.

In questo quadro, limitarsi ad inserire degli scampoli di partecipazione all’interno dei canali della rappresentanza, già sostanzialmente svuotati dalle loro prerogative, è quantomeno debole e rischia di non essere all’altezza della sfida che abbiamo di fronte.

Punto 2.
 IL DECENTRAMENTO AUTORITARIO: PER UNA CRITICA AL FEDERALISMO ESISTENTE

Le nuove disposizioni in tema di federalismo non smentiscono, anzi confermano, il quadro che stiamo descrivendo. Il problema sta, per così dire, a monte. L’utilizzo della stessa parola federalismo – aggettivata nei modi più disparati: amministrativo, regionale, fiscale, demaniale – rischia di trarre in inganno. Ciò che va sotto il nome di federalismo è in realtà una forma di mero decentramento di alcuni poteri e competenze che in precedenza erano monopolio dello Stato centrale. La stessa riforma del Titolo V della Carta costituzionale è stata informata da questa concezione: abbiamo assistito, infatti, non ad un ripensamento dei rapporti tra i poteri e le istituzioni in senso propriamente federativo, ma ad una semplice ridefinizione degli ambiti di competenza spettanti a Stato, Regioni e agli altri Enti locali. Si è dunque rimasti all’interno della stessa logica centralistica dello Stato moderno. Il processo devolutivo dei poteri e delle competenze ha riprodotto così la stessa topologia dello Stato unitario e accentrato: dall’alto verso il basso, si è detto, oppure dal centro alla periferia.

Lo stesso atteggiamento si è riscontrato, anche a sinistra, all’interno del dibattito su quella che, fino a poco tempo fa, veniva definita come “l’Europa politica”. La costruzione graduale dello spazio politico europeo, in senso federalista, è stata concepita come la proiezione, su scala territoriale più ampia, della statualità: l’Europa sarà finalmente politica – veniva detto da più parti – solo quando assumerà le fattezze di un Super-stato. Oggi, di fronte al rischio reale di una rottura dello stesso spazio economico e monetario europeo, i limiti di questo modo di vedere le cose sono sotto gli occhi di tutti e chi fino a poco tempo fa invocava l’Europa come nuovo Stato prova un certo imbarazzo e senso di smarrimento.

Infine, lo stesso discorso è stato fatto anche per un’altra parola andata molto di moda negli ultimi anni: la sussidiarietà. Questa è stata intesa come un principio residuale, utile a colmare gli spazi che il potere statale lasciava vuoti o scoperti, favorendo così non processi di autonomia a livello locale, ma di privatizzazione.

Con l’approfondirsi della crisi i limiti di questa prospettiva sono venuti allo scoperto. Da una parte il federalismo esistente appare oggi come uno strumento per scaricare verso il basso il peso delle misure di austerity e i processi di privatizzazione e svendita del patrimonio pubblico. Basti vedere gli effetti del cosiddetto “federalismo demaniale”, oppure le norme relative alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, per non parlare dell’effetto a cascata dei tagli alla spesa pubblica che finiranno per strangolare gli Enti Locali costringendoli alla riduzione e al congelamento dei servizi. Dall’altra parte il federalismo esistente, nonostante le apparenze, finirà per concentrare potere invece che diffonderlo. Emblematica è in tal senso la logica che informa la riforma di ROMA CAPITALE per accorgersene: qui il decentramento va di pari passo con la riduzione dei margini di rappresentanza nell’assemblea capitolina e con lo svuotamento più totale del ruolo dei municipi, ridotti ad essere organi meramente consultivi e senza budget.

Punto 3.
 DIFFONDERE IL POTERE: PER UN FEDERALISMO POSSIBILE

Contro l’inganno del federalismo esistente, occorre riaprire la riflessione e la pratica di un federalismo possibile. Non si tratta di una questione tecnica o di modellistica istituzionale, come si suole dire quando si parla di queste tematiche. Si tratta di riaffermare il federalismo come differente modo di concepire le relazioni, i processi decisionali e la strutturazione del potere politico. Si tratta, detto in altri termini, di ripensare radicalmente il rapporto tra l’uno e i molti, andando definitivamente oltre gli angusti confini della sovranità statale.

Abbiamo già parlato dei limiti e degli errori di prospettiva di chi ha pensato l’Europa federale alla maniera di un Super-stato. Occorre oggi, allo stesso tempo, ripensare radicalmente anche un’altra ipotesi che in questi anni ha circolato con forza, tra gli europeisti più convinti, il federalismo multilevel. Il multilevel, di fronte alla crisi della governance europea, va ridefinito a partire dai movimenti sociali e dalle istanze di autogoverno territoriale. Le città e le metropoli devono oggi ambire a scavalcare o aggirare lo Stato nazione. Solo in questo modo uno spazio europeo potrà essere preservato, valorizzato o esteso “dal basso”. Le città, le metropoli, i comuni devono ambire a collegarsi tra di loro, concependosi come nodi di una fitta RETE DI AUTOGOVERNO. Devono dare vita a federazioni, alleanze, leghe (di cui l’Europa era ricca agli inizi della modernità) che rompano i filtri imposti dagli Stati nazione ed aprano canali di contrattazione diretta con le istituzioni dell’Unione Europea.

Per realizzare questo obiettivo occorre ripensare alla radice la logica top\down tipica della modernità. Sono le città e i livelli locali di governo che semmai devono delegare ad istanze di governo condiviso alcune delle loro prerogative e competenze, non viceversa.
 Con ciò non intendiamo in alcun modo promuovere istanze localiste. Il localismo, al pari dello Stato, concepisce il territorio come uno spazio chiuso, segnato dalla naturalità dei suoi confini. Esso rappresenta l’altra faccia di una stessa medaglia. Il territorio, al contrario, va inteso come uno spazio dinamico, aperto, cangiante, all’interno del quale vanno fatte proliferare molteplici istante di autogoverno. Il territorio viene continuamente ridisegnato dalla società che lo attraversa. Lo stesso concetto di cittadinanza va pensato a questo livello.
Noi pensiamo quindi che sia arrivato il momento di OCCUPARE nuovi spazi politici in grado di negoziare, dal basso, le pratiche di governo. FEDERARE LE ESPERIENZE DI AUTORGANIZZAZIONE DEL TERRITORIO, trasformarle in COSTITUENTI SOCIALI capaci di progettualità e di lotta. Gli stessi amministratori locali dovrebbero utilizzare il loro ruolo di rappresentanti per dare spazio e capacità contrattuale a queste esperienze.

Per fare in modo che il dentro e il fuori dell’istituzione diventi un punto di contraddizione e di sedimentazione che duri nel tempo e che si diffonda nello spazio. Ben oltre la partecipazione, occorre essere coscienti che il problema oggi è diventato quello della RIFONDAZIONE DELLO SPAZIO PUBBLICO.

Punto 4.
 DEBITO PUBBLICO E AUSTERITÀ: IL SACCHEGGIO DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI

Dietro i programmi di austerità e di taglio alle spese sociali, è nascosto un inganno: quello di far credere che l’attuale crisi sia causata dall’ingrossamento dei debiti pubblici degli Stati, a loro volta gravati da un eccesso di spesa sociale. E’ vero il contrario: è lo smantellamento dei servizi sociali e la riduzione dei salari ad aver lasciato campo libero all’indebitamento privato delle famiglie, a un modello di sviluppo fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla rendita e sul profitto di breve periodo. Gli Stati, soccorrendo le banche private senza alcuna contropartita, hanno portato i propri bilanci al collasso. Non solo: la progressiva e incondizionata abdicazione del pubblico al ruolo di pianificatore ha spianato la strada alle strategie di conquista delle élite economiche e finanziarie che, prescrivendo la cannibalizzazione dei diritti, lo sfaldamento del welfare e il saccheggio delle risorse naturali e comuni, hanno sistematicamente preso in ostaggio le scelte politiche. Oggi si ritiene che la causa della malattia (la precarizzazione del lavoro, i taglio ai servizi sociali, il contenimento dei salari, l’aumento delle diseguaglianze e delle devastazioni ambientali) sia la medicina da somministrare al malato. C’è da escludere che ne uscirà vivo. Soprattutto il Pubblico Statale ha smesso da tempo di essere quello che pensiamo: in questa situazione paradossale lo Stato è diventato il garante degli interessi privati e i cittadini i prestatori di ultima istanza di chi li sta saccheggiando.

A completare questo rovesciamento della realtà, per il quale le vittime devono sentirsi in debito con i loro persecutori, ci pensano i programmi di austerità che stanno precipitando sui nostri territori: i piani di risanamento della spesa pubblica altro non sono che una pistola puntata alla tempia degli Enti Locali. Indebitati a causa degli stessi meccanismi perversi che mettono in ginocchio i bilanci dello Stato, svendono gli ultimi pezzi di territorio e di patrimonio, privatizzano servizi pubblici, falcidiano i servizi sociali e ogni brandello di welfare rimasto nelle loro mani. Eppure bisogna dire che lo spaventoso debito accumulato da Roma Capitale è l’altra faccia dell’arricchimento degli speculatori e dell’impoverimento dei romani. Invece di fermare questo circolo vizioso, ci si impegna per alimentarlo: sulla città di Roma ricadrà il ricatto della dismissione e della privatizzazione forzata dei servizi pubblici locali, con la conseguenza, del tutto scontata, di una riduzione della qualità e del peso dei servizi collettivi, di un aumento delle tariffe e di una spinta ulteriore alla precarizzazione del lavoro. In nome di una presunta efficienza (tutta da dimostrare), i romani pagheranno la totale inefficacia di questo modello. Le privatizzazioni “a orologeria”, d’altronde, si pongono obiettivi di mera sopravvivenza economica (oltretutto con risultati catastrofici per le casse comunali), senza contemplarne l’efficacia per la collettività in termini di miglioramento della qualità della vita.

Punto 5.
 NUOVI PRINCIPI PER I SERVIZI COLLETTIVI: VERSO UNA DEMOCRAZIA DEI BENI COMUNI

Occorre ripartire da un AUDIT COLLETTIVO DEL DEBITO DI ROMA CAPITALE. Riprendere in mano il bilancio comunale, attraverso un processo pubblico che smascheri il debito illegittimo creato a danno dei residenti. Una commissione permanente di cittadini che si occupi di “vivisezionare” il debito pregresso per capire come si è formato, chi ne ha beneficiato e chi lo detiene; per prospettare trattamenti diversi alle diverse categorie di prestatori. In secondo luogo, la commissione deve, oltre che rifiutare la dittatura del pareggio di bilancio e del patto di stabilità, assumersi il compito di reinterpretare l’idea di “sviluppo” della città, introducendo una NUOVA FILOSOFIA fondata su tre principi.

Il primo dice che i parametri che misurano la crescita economica (Pil) hanno perso ogni credibilità nel fotografare lo stato di salute di una comunità. L’innalzamento del livello dell’istruzione e della salute, la qualità della democrazia, l’impronta ambientale dei sistemi produttivi, la consistenza delle reti sociali, la riduzione del livello delle disuguaglianze, la conciliazione tra vita e lavoro: questi ed altri parametri devono essere assunti a pieno titolo quali indicatori dello sviluppo della città. Allo stesso modo il criterio per valutare l’efficienza dei servizi collettivi non può essere unicamente quello della riduzione dei costi e l’aumento dei margini di profitto, ma quello che misura l’allargamento della cittadinanza sociale, l’uguaglianza nell’accesso e la vivibilità della città.

Il secondo principio dice che il finanziamento dei servizi collettivi non può figurare come una spesa, un aggravio da ridurre e razionalizzare: questo pensiero dominante è solo un mezzo per stritolarli e renderli disponibili al saccheggio dei privati. I servizi non di mercato così come i beni che appartengono a tutti, sono la condizione per lo sviluppo di un’economia fondata sulle relazioni sociali, sulla conoscenza e sulla sostenibilità ecologica e, al tempo stesso, la remunerazione per quelle attività che rendono più ricca la società aumentando la qualità della vita, senza essere orientate dall’esclusiva ricerca del profitto. Per questo, lungi dall’esser considerato un costo, il loro finanziamento deve figurare come un INVESTIMENTO COLLETTIVO.

Il terzo principio di questa nuova filosofia afferma che il principio di sussidiarietà deve essere completamente rovesciato. Fino ad ora si è pensato che dove non arriva il pubblico, si deve lasciare al privato, e dove non arrivano entrambi, si deve lasciare alla società civile. Questa idea ha visto nel sociale un residuo dell’azione di governo e un modo opportunistico per scaricare verso il basso le inefficienze dei servizi e i costi che il pubblico non si vuole più sobbarcare.

In quest’ottica dobbiamo affermare UNA NUOVA GERARCHIA: i servizi e i beni pubblici (acqua, energia, trasporti, salute, istruzione, ecc.), così come il territorio (inteso come “suolo” ma anche come risorsa alimentare), e, perché no, la moneta, sono ISTITUZIONI e BENI COMUNI, e come tali, devono rispondere ad una logica gestionale e ad uno statuto proprietario radicalmente deversi. Rompere lo steccato che separa gli esperti dai non esperti, gli erogatori del servizio dai fruitori, i venditori dai clienti. Occupare gli spazi lasciati vuoti per il saccheggio da parte dei privati, per una ri-democratizzazione radicale che vede nei cittadini, nei lavoratori e nei fruitori che si organizzano insieme, i protagonisti di inedite modalità di gestione e di una nuova forma di PROPRIETÀ che superi la falsa alternativa tra pubblico e privato. Sono per noi i beni comuni, e non il pareggio di bilancio, a dover essere costituzionalizzati ed inseriti negli statuti degli Enti Locali.

In questa nuova filosofia non c’è posto dunque per la tirannia del privato, ma neanche per l’abulia del pubblico che esprime modi di organizzazione centralizzati e poco aperti alle trasformazioni, di conseguenza più fragili e sostanzialmente antidemocratici.
La generazione distribuita dell’energia attraverso fonti rinnovabili, i gruppi di acquisto solidale, le reti di scambio e riuso di beni e servizi, gli orti di quartiere, l’autogestione degli spazi culturali e sportivi, non sono solo esempi di sistemi locali distribuiti, aperti e interconnessi, capaci di mettere a valore competenze, di essere flessibili e accessibili su scala territoriale. Devono per noi diventare presidi di DEMOCRAZIA SOSTANZIALE e di PIANIFICAZIONE DECENTRATA dell’intera città.

Punto 6. 
MUTUALISMO E REDDITO DI BASE CONTRO IL MERCATO DELLA CARITÀ

La crisi, come c’era da aspettarsi, sta aumentando a dismisura la domanda di ammortizzatori sociali e di assistenza. Al contempo però, a causa del blocco della spesa sociale dovuto ai rigidi vincoli di bilancio, questa domanda rimarrà drammaticamente inevasa, alimentando il declassamento e l’ulteriore impoverimento di vasti strati sociali. L’esaurimento dei risparmi privati unito al de- finanziamento dei programmi di assistenza, comincia sempre più a far precipitare la situazione costringendo le persone alla solitudine e all’indebitamento. Anche in questo ambito, il federalismo esistente, in questo caso quello fiscale, afferma di voler devolvere le competenze agli enti locali, ma in assenza di fondi nazionali da trasferire perché precedentemente svuotati, con la riduzione imposta alla spesa locale e soprattutto, in mancanza della fissazione di livelli essenziali che valgano per tutti, finirà per marginalizzare gli interventi. Con conseguenze pesanti: lo scaricamento sugli utenti del costo dell’assistenza, l’individualizzazione delle prestazioni e la colpevolizzazione dell’assistito. La mancanza di risorse economiche dei cittadini, quando non verrà piegata al ricatto di un reinserimento lavorativo ad ogni condizione, verrà trasformata in un caso da medicalizzare o da trattare come problema di ordine pubblico.

In questo quadro Roma Capitale si appresta a proporre un misto di familismo, spirito caritatevole e opportunità per il mercato privato. Il welfare locale, oramai strozzato dall’assenza di risorse, verrà diviso tra una parte di servizi completamente privatizzati alla ricerca di utenti disposti a spendere i propri soldi sul mercato, ed una componente residuale lasciata in mano alle organizzazioni compassionevoli o ad un Terzo Settore completamente umiliato nelle sue prerogative, col solo fine di gestire i casi emergenziali.

Di fronte a questo scenario, due sono le controtendenze da immaginare: la prima è quella che punta alla ridefinizione dal basso dei livelli essenziali per una vita dignitosa, a partire dai quali erogare fondi per un REDDITO DI BASE, incondizionato e universale, che garantisca autonomia di scelta alle persone e consenta l’accesso ai servizi socio-assistenziali come diritti sociali e non concessioni caritatevoli. La seconda è quella di resistere nell’immediato allo scenario di impoverimento delle condizioni di vita, con pratiche collettive di MUTUALISMO URBANO, attraverso gruppi di acquisto collettivo, occupazioni abitative, dispositivi di autoformazione, recupero degli spazi della città lasciati vuoti dalla rendita immobiliare e da destinare alla produzione di cultura indipendente e alla socialità. Solo l’organizzazione comune fa uscire dalla solitudine e dalla paura, superando al contempo la condizione dell’assistito.

Punto 7.
 UNA NUOVA IDEA DI SVILUPPO URBANO

Le pratiche collettive del mutualismo urbano possono fare anche di più: aiutarci a costruire un’alternativa all’attuale immagine di Roma. Dobbiamo uscire fuori, innanzitutto, da quello spazio indefinibile, dispotico e autoritario che è stato possibile realizzare solo cancellando, insieme alla cultura del progetto, la stessa capacità di pensare alla città come forma collettiva per eccellenza. Roma, come altre città, è letta unicamente come soggetto economico. Da classificare secondo la sua capacità competitiva per tentare, così, d’entrare nelle hit del mondo. Roma vive dentro un paesaggio inedito in cui, insieme alla trasformazione delle forme economiche e produttive, è mutata l’idea stessa di urbanità che, tracimando, ha invaso la sua rappresentazione nell’immaginario collettivo. Roma dal 1993 al 2008, ha visto il proprio territorio bruciato, per oltre il 12%, dall’urbanizzazione. Come dire tre volte l’area urbana milanese. Non c’è quindi da rimettere a posto le cose, c’è da trovare nel corpo della città, vecchi e nuovi posti. Sancendo la fine di un modello che affida alla cultura il ruolo di catalizzatore di investimenti e risorse finanziarie per dare impulso alle trasformazioni urbane ed alle “valorizzazioni“, diminuendo la disponibilità della cultura per fasce sempre più vaste della popolazione.

A Roma un legame strettissimo lega tra loro, da sempre, finanza, immobili e sviluppo urbano. La crisi finanziaria ha svelato che è a questa “triade” che dobbiamo la nascita di una specifica questione territoriale romana. Non è una questione urbanistica. Dobbiamo immaginare un nostro progetto che faccia della giustizia sociale il motore della crescita urbana: opponendoci alle grandi opere, costruendo nel costruito, tirando una bella riga sul consumo del suolo, scoprendo i nessi tra esperienze sociali e pratiche di “rammendo territoriale”. Per aprire spazi pubblici, facendoci largo tra il tanto costruito, aggiungendo vuoto a vuoto da reinventare continuamente, per intraprendere un viaggio che ci faccia riconoscere l’abitare come bene comune. Iniziando a varcare, con le cinquantamila famiglie che oggi non godono del diritto alla casa, le soglie delle (cinque volte più numerose) case tenute vuote. Riportare i tanti che sono stati costretti ad abbandonare la città, per “densificarla”, non attraverso continue operazioni di rendita, ma a partire dal ROVESCIAMENTO DELLE POLITICHE DI DISMISSIONE DEL PATRIMONIO PUBBLICO, il quale va reinventato aprendolo a NUOVE FORME DELL’ABITARE. Decidiamo di fare a meno di una tecnica che vuole dominare la natura. Puntiamo a produrre nuove mappe, dove i capisaldi vengono ad essere rappresentati dal “dominio del rapporto tra natura e umanità”. Pensare alla riconversione di quello che c’è, abbandonato o meno che sia, sperimentando pratiche di ricostruzione dell’immagine urbana che si contagino tra loro.

Punto 8.
 DAL GOVERNO ILLUMINATO ALLA RESTAURAZIONE: UNA REPUBBLICA CONTRO LA CORRUZIONE

L’amministrazione della città di Roma è stata per molto tempo pensata, e presentata, come un vero e proprio “laboratorio”. Non c’è dubbio, infatti, che i governi di centrosinistra nei primi anni Novanta abbiano chiuso quel lungo medioevo che aveva segnato gli anni Ottanta romani: un misto di affarismo spregiudicato unito, per giunta, alla chiusura più totale nei confronti delle innovazioni postindustriali. Questo, da una parte, è stato possibile ripensandolo sviluppo produttivo e il sistema dei servizi attraverso la valorizzazione dell’economia della conoscenza e della cultura e in questo modo rispondendo alle esigenze della nuova composizione del lavoro che si stava affermando nella città. Dall’altra, stabilendo un rapporto maggiormente aperto alle dinamiche della cittadinanza attiva, provando ad interpretare e a riconoscere, seppur parzialmente, le molteplici esperienze di autogestione e di partecipazione che si stavano diffondendo sull’intero tessuto urbano.

Tuttavia, occorre dire che queste esperienze di “amministrazione illuminata” hanno ben presto lasciato il terreno della sperimentazione, alla “santa alleanza” con il grande capitale immobiliare e dello spettacolo. La tiepida apertura dell’amministrazione comunale alla società attraverso la messa a punto di moderni sistemi di governance e di sviluppo urbano decentrato, si è nel giro di poco tempo richiusa: la logica della rendita assieme a quella dei Grandi eventi hanno lasciato intravedere il presentarsi di un nuovo potere imperiale, insensibile ai nuovi squilibri sociali e alle richieste di diffusione della decisione. Sono state proprio queste latenti ma esplosive contraddizioni ad aver preparato il terreno all’odierna Restaurazione dell’amministrazione del sindaco Alemanno.

In altre parole, le pur brevi esperienze di “laboratorio amministrativo” della città sono degradate in poco tempo nell’autoreferenzialità, e questa, nel dilagare della corruzione degli ultimi tempi.
Come interrompere il ciclo e come fare in modo che non si riproponga nuovamente? La storia recente ci mostra che non si risponde alla domanda affidandosi semplicemente a nuovi “amministratori illuminati”. Bisogna fare altro. Innanzitutto occorre superare il principio della rappresentanza intesa unicamente come delega, così come quello della sua sorella gemella, la partecipazione, utilizzata troppo spesso dagli amministratori per controllare le istanze sociali e per salvare dalla delegittimazione gli istituti della rappresentanza in crisi. I mandati devono essere revocabili e quindi sottoposti alla condivisione comune. Dall’altra parte è necessario moltiplicare e dare potere alle ISTITUZIONI AUTONOME (comitati, gruppi d’interesse, associazioni, sindacati, comunità, esperienze di autogestione, ecc. ecc.). Roma deve diventare una REPUBBLICA, ovvero il prodotto di una pluralità di poteri costituenti che si associano o federano nel governo condiviso. Solo moltiplicando il potere, tenendo sempre aperto il rapporto tra istanze di governo e istanze conflittuali, è possibile scongiurare la corruzione. Senza un assetto istituzionale che riconosca la molteplicità dei poteri e dei contropoteri di cui è composta una città come Roma, la DEMOCRAZIA DEI BENI COMUNI rimarrà niente di più che un misero slogan elettorale.

8.2.12

OccupyMacerata: lettera della neve ai maceratesi

Riporto di seguito il contenuto di una lettera che ho trovato sommersa dalla neve sotto la Torre di Piazza della Libertà.
Stefano Casulli

Macerata Occupata: lettera della neve ai cittadini.
Cari maceratesi,
non potete immaginare con quale gioia ho accolto l’invito dell’assemblea universale di Gaia a riempire le strade vostre e di tutti gli italiani.
Come solo Tolkien e pochi visionari hanno compreso, noi figli (e componenti) di Madre Natura siamo soliti riunirci e decidere democraticamente, tutti insieme, cosa fare sulla terra: lo sbocciare delle sorelle rose, il fiorire degli alberi, ma anche lo sfogarsi dei mari (quelle che nominate “tempeste”, giusto?), il correre dei venti, l’inondare di raggi del fratellone Sole… E’ tutto deciso in comune accordo, fatto salvo che tutti gli elementi chiedono uno spazio equo per mettersi in mostra (voi lo chiamate “alternare delle stagioni”).
E così questa volta tocca a me…
Eh sì che finora me ne sono stata buona buona, nonostante l’inizio della mia stagione, l’inverno, e le insaziabili richieste di voi umani che pretendete sempre la mia discesa durante quel periodo di festa cui dedicate in Italia così tanti giorni…

Ho disobbedito al volere degli altri elementi, lo ammetto! Avrei dovuto scendere giù nelle passate settimane, accoccolarmi sui Monti Sibillini e poi fare una capatina da voi, nelle belle colline marchigiane, per esaudire i desideri di tutti. Ho disobbedito lo ammetto! Ma non mi scuso!
Solo il mio candore e la mia infinita bontà (che in misura inversamente proporzionale all’eta voi umani potete capire!) vi evitano il solito rimprovero: i vostri finti artifici, la vostra arroganza, il desiderio di consumare e bruciare stanno innalzando la temperatura e rendono sempre più faticosa la mia discesa!
Ma non è di questo che voglio parlarvi.

Il mio rimbrotto è piuttosto che voi italiani e maceratesi vi state atrofizzando!!! I vostri pensieri si cristallizzano come un mio fiocco su un terreno ghiacciato!!!
Avete sospeso le vostre regole democratiche in nome di non si sa bene cosa.
Vi state assopendo sotto un monopensiero che noi nessuno di noi condivide!
Tenete nelle vostre mani le passioni tristi: il disincanto, il principio di realtà, la tristezza, la debolezza. Parole che fanno rima con quelle che trovate sui vostri pezzi di carta: crisi, spread, debito. Termini aulici (per me, semplice e chiara, persino incomprensibili) che vi sputano addosso come macigni.
E così, ho deciso di scendere io. Scendere in piazza, nelle strade, sugli ombrelli e sui cappelli. Ho deciso di Occupare Macerata.
Ho occupato Macerata per dimostrarvi come si sta bene senza le automobili
Ho occupato Macerata per stimolare in voi, giovani e meno giovani, il desiderio di giocare
Ho occupato Macerata per veder diffondere questo desiderio
Ho occupato Macerata per contare il numero delle persone in centro storico e scoprire che una domenica di neve (ops, di me) è più affollata e ricca di una normale domenica d’autunno
Ho occupato Macerata per ridare il potere ai bambini
Ho occupato Macerata per chiudere le finestre e aprire le porte delle case, per riprendere gli slittini, per tirare le palle di me
 Ho occupato Macerata per ricordare a tutti che si lavora per vivere, non viceversa, e che un giorno “slow” (come dite voi) è un giorno fantastico
Ho occupato Macerata perché la stessa gioia e speranza che ho visto negli occhi degli indignati dei vostri Paesi la vedo tutte le volte che un bambino si sveglia con la città imbiancata
Ho occupato Macerata per crearvi confusione, ma farvi vedere che dopo un paio di giorni si può vivere bene e felici lo stesso, dividendosi il lavoro e gli impegni
Ho occupato Macerata per vedere volontari e singoli cittadini, donne e uomini, e poi tanti tanti ragazzi che spalavano me con le pale dei nonni
Ho occupato Macerata perché qui, come altrove, per recuperare il senso del vivere sociale e civile serve una pausa di riflessione.

Non accetto disincanto: vorrei per voi un futuro diverso.
E, forse, il mio candore disobbediente può esservi d’aiuto.


La NEVE

9.12.11

Insolvent workers of the world

Intervista ad ANDREW ROSS – di ANNA CURCIO e GIGI ROGGERO - tratto da uninomade.org

Can’t Pay, Won’t Pay, Don’t Pay. Già in questo slogan – lanciato dalla campagna “Occupy Student Debt” – c’è tutta o quasi la potenza di Occupy Wall Street (OWS): individua le radici materiali, lo situa dentro la crisi globale, traccia la composizione, fatta di studenti, precari e lavoratori impoveriti che non ne vogliono pagare i costi, indica obiettivi e forme di lotta. É un grido di battaglia contro la finanziarizzazione della vita lanciato da quello che, almeno simbolicamente, è il ventre della bestia. L’equazione politica che azzardavamo qualche anno fa – la lotta sul salario sta al capitalismo industriale come la lotta sul debito sta al capitalismo cognitivo – si sta ora imponendo con la forza di un pregiudizio popolare. Soprattutto, è incarnata in diffuse pratiche di resistenza che della crisi costituiscono la radice soggettiva. Allora, se in soli pochi mesi tanto si è detto e scritto su OWS, è anche per queste ragioni, oltre che per la sua nota lucidità interpretativa ed efficacia di analisi, che rivestono una particolare importanza le valutazioni di Andrew Ross. Docente della New York University, noto per il suo impegno militante, Ross è infatti tra i promotori della campagna “Occupy Student Debt”.
Come è nata OWS, o per meglio dire quali ne sono state le condizioni di possibilità e come sta cambiando il contesto americano?
Gli eventi politici spontanei sono sempre “possibili”, non è facile prevedere quando e dove avranno presa. Penso che se Occupy fosse stato un anno o sei mesi prima, non sarebbe decollato nello stesso modo. Un fattore da considerare è la tardività degli Stati Uniti: quando, ci siamo chiesti tutti, le mobilitazioni globali si sarebbero diffuse nelle città americane? Un altro fattore è che, con l’occupazione di Wall Street, il disgusto popolare per il processo politico negli Stati Uniti ha raggiunto una massa critica. Ricordo che solo qualche settimana prima che l’occupazione cominciasse, Doug Henwood e Liza Featherstone hanno fatto circolare un invito tra le persone di sinistra di New York per contribuire a un convegno dal titolo “Why Fucking Bother?” (chi cazzo se ne frega?). Si proponeva di incanalare o mitigare un condiviso senso di disperazione sulla possibilità che qui accadesse qualcosa. Nondimeno, c’è stato un cambiamento a 180 gradi del morale negli ultimi mesi. Io vivo negli Stati Uniti da trent’anni e non ho mai visto qualcosa comparabile alla forza o al senso del destino di cui questo movimento è portatore. Quei trent’anni sono appartenuti a Wall Street, i prossimi trenta possono e devono appartenere a noi se Occupy mantiene la sua energia e creatività. Il mio coinvolgimento nel movimento non è atipico. É cominciato come residente (vivo non distante da Zuccotti Park), poi c’è stata una rapida transizione all’esserne partecipante, nelle prime manifestazioni di massa e nei gruppi di lavoro su “Empowerment and Education”, e infine a diventare organizzatore nella nostra campagna Occupy Student Debt. Come molti altri che conosco, è stato estremamente facile essere attratti nel movimento, che è come ci si dovrebbe sentire in un movimento.

Molti parlano di OWS come di un evento imprevedibile. Tuttavia, ci sono molte lotte che hanno preceduto e preparato il terreno di questo movimento: per citare solo un paio di esempi, a New York ci sono stati negli ultimi anni gli importanti scioperi dei graduate students e dei lavoratori dei trasporti. Pensi che ci sia un processo di sedimentazione di soggettività e pratiche politiche nella genealogia di questo movimento, oppure prevalgono gli elementi di cesura e completa novità?
Ci sono molti affluenti che sono sgorgati nel fiume di Occupy. Il movimento per la giustizia globale è il più importante. Sul lato del lavoro, penso che la capacità dei sindacati metropolitani di abbracciare il movimento del lavoro universitario costituisca uno sfondo importante. Per quanto riguarda gli elementi nuovi, certamente la crescente consapevolezza rispetto al sistema del debito è un fattore centrale. Resistere alla servitù del debito ha costituito una forma di vita nei paesi del Sud globale negli ultimi trent’anni. Ora le conseguenze del vivere nella trappola del debito hanno colpito i paesi del Nord. É un esempio di quando “chickens coming home to roost” (i nodi vengono al pettine), come una volta disse Malcolm X.

Qual è la composizione del movimento, e quali sono le sue forme di organizzazione e comunicazione?
All’inizio la composizione degli occupanti era piuttosto circoscritta: la maggior parte istruiti, bianchi, giovani, molti di loro si erano fatti le ossa nel movimento per la giustizia globale, per altri questa era la prima esperienza politica. E poi c’era un certo numero di “viaggiatori”, non necessariamente tutti motivati politicamente, che da subito dormivano nel parco. Ora, tuttavia, la composizione è molto differente: i sindacati del settore pubblico sono sempre più coinvolti, c’è un insieme pienamente intergenerazionale di soggetti, il gruppo di lavoro su “People of Color” è una presenza importante. Il processo di consenso dell’assemblea generale è il dna organizzativo del movimento, e sta cominciando a penetrare in parti della società civile tradizionale. Per esempio, alcune delle scuole superiori della città hanno rimpiazzato le loro forme di rappresentanza studentesca con le modalità orizzontali dell’assemblea generale. Si è dimostrata essere un modello virale di norme culturali. Poiché ogni gruppo può creare la propria assemblea generale (ce ne sono molte in giro per New York), è una struttura organizzativa che incoraggia e genera autonomia. Così, la natura “faccia a faccia” di questa forma decisionale completa il diffuso utilizzo dei social media volto a disseminare l’informazione. In realtà, direi che il bilanciamento tra gli incontri fisici e l’uso dei social media è un elemento chiave.

Nelle lotte transnazionali dentro la crisi è centrale proprio la già citata questione del debito, ovvero la finanziarizzazione del welfare e dei bisogni sociali (formazione, casa, salute, mobilità, e via di questo passo). In Europa sta emergendo in termini forti la rivendicazione del diritto all’insolvenza di studenti, precari e lavoratori impoveriti. Puoi spiegare come è nata la campagna “Occupy Student Debt”?
Fin dall’inizio il tormento del debito studentesco è stata una costante di OWS e delle occupazioni di altre città. George Caffentzis, Silvia Federici e io abbiamo fatto degli incontri a OWS sul debito nella stessa settimana di metà ottobre. Abbiamo invitato i partecipanti a formare un gruppo per costruire un’iniziativa di azione che legasse la questione del debito studentesco al sistema dell’istruzione superiore nel suo complesso. L’assunto centrale è che i college e le università americane dipendono in misura crescente dalla schiavitù del debito a cui sono costrette le persone che invece dovrebbero servire. Così abbiamo creato una campagna che richiama i nostri principi politici (l’atto di rifiuto, la minaccia di uno sciopero del debito, la rivendicazione di un giubileo del debito). É progettata per dare ai debitori la possibilità di agire collettivamente piuttosto che soffrire il tormento e l’umiliazione del debito e del default privato. Fondamentalmente la campagna chiede a coloro ai rifiutanti di bloccare il pagamento del prestito quando si sarà raggiunta la quota di un milione di sottoscrizioni, ed è legato a quattro principi: tutte le università private devono essere gratuite, i prestiti studenteschi devono essere sganciati dalle tasse che vanno abolite, le università private devono aprire i loro libri contabili, il debito esistente deve essere cancellato. Si può vedere il sito http://www.occupystudentdebtcampaign.org

C’è un pericoloso ritornello dei politici e opinion maker socialdemocratici e liberali (si pensi a Paul Krugman): avete ragione. L’obiettivo è quello di ridurre la radicalità del movimento a specifiche domande, cioè al ruolo di opinione pubblica. Viceversa, il movimento Occupy sembra rappresentare la fine della speranza di Obama, ovvero della speranza in Obama. La lotta contro il debito è, innanzitutto, una pratica di riappropriazione della ricchezza sociale. Da questo punto di vista, potremmo dire che è un movimento costituente. Cosa ne pensi?
Concordo. La nostra campagna è un’iniziativa di azione e non una lista di domande, poiché condividiamo l’ethos di Occupy per cui le domande non possono essere rappresentate dal sistema politico attuale, sotto la funesta influenza dei dollari delle aziende. Le azioni che puntano a riappropriarsi della ricchezza e del potere non sono solo in sé potenzianti, ma anche – come dite – costituenti di un nuovo modello di cultura politica. La maggior parte dei partecipanti a Occupy si stanno rendendo conto di una trasformazione soggettiva: il linguaggio è spesso di innocenza radicale, un sintomo manifesto del sorgere di una nuova “struttura del sentire”, per dirla con Raymond Williams. Certamente la classe politica tenterà di cooptarne alcuni, e non la vedo come una risposta inattesa: non si può erigere un confine non poroso tra un movimento e l’establishment.

Recentemente abbiamo visto la solidarietà del sindacato dei trasporti di New York a OWS. Quali sono, complessivamente, i rapporti tra le union e il movimento?
I sindacati degli impiegati pubblici non ha solo sostenuto, ma ha anche pienamente partecipato al movimento. La solidarietà mostrata per gli occupanti di Zuccotti Park da parte dei lavoratori del vicino cantiere del World Trade Center è stato particolarmente importante. I dirigenti sindacali e ancor di più i militanti della base hanno espresso in modo molto esplicito il loro rispetto per i successi tattici di Occupy nell’accumulare attenzione e generare impatto politico. Si è creato un gruppo sul lavoro ad OWS: la sovrapposizione con le questioni del lavoro, così come la sua eccedenza, è impressionante.

E quali sono i rapporti tra OWS e l’università come luogo di produzione e di conflitto? 
La fase di Occupy Colleges del movimento è appena iniziata, ma è il suo naturale prossimo passo. Gli sgomberi di Zuccotti Park coincidono con questi movimenti dentro le università, a New York, in California e altrove. A New York c’è ogni settimana un’assemblea generale degli studenti dell’intera metropoli, continui appuntamenti della People’s University alla NYU e alla New School, una serie di iniziative e manifestazione studentesche di massa, incluso anche un giorno di sciopero. Recentemente molta attenzione si è concentrata sulle lotte contro l’aumento delle tasse alla City University of New York (CUNY). Un tempo gratuita (è stata una delle università della classe operaia più grandi del mondo), le tasse sono state per la prima volta imposte agli studenti del CUNY all’alba della crisi fiscale del 1976. Ciò è generalmente visto come il primo colpo che in questo paese il neoliberalismo ha inferto alla formazione pubblica. É un motivo in più per guardare al CUNY, in questo momento altamente simbolico, come spazio per rovesciare la situazione. Ora il movimento Occupy Colleges sta costruendo una rete nazionale. Alcuni presidenti di università, in particolare alla New School, si sono mostrati disponibili, altri sono stati gravemente danneggiati dal loro ricorso alla repressione poliziesca contro la libertà di parola. Come per Occupy in generale, ogni volta che la polizia agita i manganelli o sgombera violentemente manifestanti pacifici, ciò rovina il supporto pubblico per le autorità e fa crescere la simpatia per il movimento. Forse è questa, più di ogni altra cosa, la prova dell’impatto di successo del movimento