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20.9.11

Onu, manovre contro la Palestina

Di Michele Giorgio, inviato in Palestina del Manifesto

Soffocare sul nascere l'idea dello stato di Palestina evitando il veto. È questo l'impegno garantito dall'Amministrazione Obama al governo israeliano mentre comincia a prendere corpo alle Nazioni unite l'iniziativa palestinese. Ieri il presidente dell'Olp e dell'Anp Abu Mazen ha informato il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon della sua intenzione di presentare, questo venerdì, una richiesta di adesione come stato delle Nazioni unite. Impegno Usa che, spiegava ieri l'ambasciatore d'Israele all'Onu, Dan Prosor, dovrebbe concretizzarsi nella costituzione in seno al Consiglio di sicurezza di un blocco di sette paesi (Usa, Gabon, Bosnia, Colombia, Germania, Portogallo e Nigeria, ai quali potrebbero aggiungersi, ma con l'astensione, Francia e Regno unito) pronti a fermare la richiesta di adesione della Palestina come 194mo Stato membro dell'Onu.
In questo modo Washington conta di fermare subito il cammino di Abu Mazen senza dover ricorrere al veto che renderebbe più negativa l'immagine degli Usa tra palestinesi e arabi. Per le questioni di procedura è necessaria una maggioranza di nove membri e visto che il Consiglio ne conta 15 (5 permanenti e dieci a rotazione), il «no» di sette paesi sarebbe sufficiente per chiudere la questione.
È incessante il lavoro diplomatico contro lo stato di Palestina. Eppure anche un cieco vedrebbe che il passo di Abu Mazen è utile anche agli interessi di Israele che in questo modo confinerebbe in uno staterello disomogeneo e senza sovranità reale gran parte dei palestinesi oggi sotto occupazione (lo stato-bantustan denunciato da più parti). Ma il premier israeliano Netanyahu, evidentemente, non pensa ad altro che a proseguire l'espansione delle colonie ebraiche in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. E Washington gli sta dando tutto l'appoggio possibile. Lo stesso Netanyahu durante l'ultima seduta del consiglio dei ministri, ha sottolineato che la cooperazione con Barack Obama non è mai stata tanto proficua come in questi ultimi quattro mesi. «È stata eccellente», ha detto con tono soddisfatto il primo ministro.
Secondo il Jerusalem Post Washington vuole dare nuova linfa alla proposta discussa a luglio dal Quartetto (Usa, Russia, Onu e Ue) che prevede il sì, con riserve, di Israele a negoziare con i palestinesi sulla base delle linee del 4 giugno 1967 (antecedenti all'occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est) in cambio del riconoscimento da parte di Abu Mazen di Israele come stato ebraico. Proposta che dovrebbe già essere morta e sepolta perché nessun leader palestinese, incluso il fragile presidente dell'Olp, ha il consenso popolare necessario per approvare la rinuncia al diritto al ritorno dei profughi palestinesi della guerra del 1948 ai loro villaggi d'origine (oggi in territorio israeliano) che, di fatto, deriverebbe dal riconoscimento di Israele come stato ebraico. Ne è una prova in questi giorni la televisione pubblica palestinese, megafono di Abu Mazen, che mostra un logo con il numero 194 corrispondente alla risoluzione dell'Onu che sancisce il diritto dei profughi al ritorno. Allo stesso tempo Netanyahu, anche se decidesse di moderare la sua linea oltranzista, dovrebbe fare i conti con una porzione significativa del governo e della Knesset che lo esortano a «rispettare i principi del partito Likud» (controllo della biblica Eretz Israel e sviluppo delle colonie). Il suo governo, peraltro, appare diviso sulle misure punitive da adottare contro l'Anp. I ministri degli esteri, Avigdor Lieberman, delle finanze Yuval Steiniz e il vice premier Moshe Yaalon invocano la mano pesante, mentre il titolare della difesa Ehud Barak e quello dell'intelligence Dan Meridor si oppongono a sanzioni severe.
Ma il gioco non è solo nelle mani di Netanyahu e dei suoi ministri. In campo, nella posizione di punta centrale, ci sono anche i coloni. Oggi migliaia di settler israeliani terranno due marce in Cisgiordania in sostegno della colonizzazione. La prima nei pressi dell'insediamento di Bet El, la seconda, più provocatoria, in direzione di Nablus. Si tratta di una delle aree ad alta tensione della Cisgiordania dove i coloni presentano spesso ai residenti palestinesi il cosiddetto «prezzo da pagare», ossia il conto per le rare iniziative dell'esercito contro la colonizzazione selvaggia. «Questa settimana organizzeremo marce e mostreremo la nostra presenza per far capire a tutti a chi appartiene questa terra», ha dichiarato Meir Bertler, leader del gruppo ultranazionalista «I Ragazzi delle Colline».
I comitati popolari palestinesi da parte loro preparano contromisure, come hanno spiegato ieri alcuni attivisti alla sorgente di Ein al-Qaws (Ramallah). Faranno affidamento anche sull'aiuto di volontari israeliani ed internazionali per documentare quanto avverrà in Cisgiordania. «L'idea principale è quella di avere un gruppo di volontari con videocamere che possano proteggere i palestinesi», ha dichiarato Mohammed Khatib, del Comitato Popolare di Bilin, «se questo non fermerà i coloni, proteggeremo il nostro popolo con i nostri corpi, senza mai fare ricorso alla violenza. Se loro vogliono usare la violenza sono liberi di farlo, ma noi utilizzeremo solo metodi non-violenti». Dal 7 al 13 settembre, riferisce Ocha (Nazioni Unite), i coloni israeliani hanno ferito sette palestinesi in tre diversi episodi di violenza. E nei primi otto mesi del 2011, almeno 6.680 alberi di proprietà palestinesi sono stati sradicati, tagliati o dati alle fiamme.

12.2.11

Egitto - Bye-bye Mubarak

Di Michele Giorgio, inviato del Manifesto
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Gioia, felicità, danze, canti, baci, carezze, abbracci, pianti, risate, fuochi artificio, barche sul Nilo. Un fiume di parole non basta a descrivere come milioni di egiziani hanno festeggiato ovunque nel paese il sogno divenuto realtà, l'addio alla presidenza dopo ben trent'anni di Hosni Mubarak, l'unico leader conosciuto da almeno la metà della popolazione. Una festa coinvolgente e colorata che andrà avanti nei prossimi giorni e che sancisce la vittoria della «seconda rivoluzione egiziana», quella dei giovani, nota anche come la «rivoluzione 2.0», come l'aveva battezzata giovedì il blogger Wael Ghonim, tra i primissimi promotori dell'insurrezione contro il faraone del terzo millennio dopo Cristo. «Congratulazioni all'Egitto, il criminale ha lasciato il palazzo», così Ghonim ha salutato, ovviamente su Twitter, l'addio del raìs.Il primo obiettivo è stato raggiunto dal popolo egiziano, ma già si guarda avanti, alla ricostruzione dell'Egitto su nuove basi, politiche ed economiche. La gioia è proporzionale all'incertezza politica. Siamo ad un passaggio fondamentale della storia del più importante dei paesi arabi, che, peraltro, potrebbe dare il via all'effetto domino tanto evocato in Medio Oriente dopo la rivolta tunisina del mese scorso. Dietro l'angolo forse c'è l'insurrezione di giovani e popoli di altri paesi della regione, dominati come lo sono stati gli egiziani, da regimi oppressivi e, quasi sempre, fedeli esecutori delle politiche degli Stati uniti. Mubarak, lasciando la presidenza ha trasmesso i suoi poteri allo stato maggiore dell'esercito guidato dal generale Mohammed Tantawi, il ministro della difesa. Tantawi è una figura grigia e poco stimata - anche se ieri sera era davanti al parlamento a salutare la folla - che con ogni probabilità sarà soltanto il volto e il portavoce del Consiglio militare supremo dove svetta il capo di stato maggiore, generale Sami Enan, un comandante che piace molto agli Stati uniti e che gode di simpatie anche tra i Fratelli musulmani, per la sua «onestà e rettitudine». Enan e gli altri generali saranno il presente dell'Egitto, nella speranza che non diventano anche il futuro del paese, violando l'impegno preso di garantire l'avvio di quel processo di riforme democratiche per il quale hanno lottato milioni di egiziani e sono morti oltre 300 manifestanti.«In nome di Allah il misericordioso e il compassionevole: cittadini, durante le difficili circostanze che sta attraversando l'Egitto il presidente Hosni Mubarak ha deciso di lasciare la carica di capo dello Stato e ha incaricato lo stato maggiore delle forze armate di amministrare gli affari del paese. Che Allah possa aiutare tutti». Con queste parole il vicepresidente Omar Suleiman ha annunciato in un brevissimo intervento televisivo l'abbandono del potere da parte del raìs, senza aggiungere alcun dettaglio sul suo futuro personale o quello del premier Ahmed Shafiq. Mubarak, che in un discorso trasmesso giovedì aveva rifiutato di dimettersi, ieri mattina ha lasciato improvvisamente il Cairo per recarsi alla sua residenza di Sharm el Sheikh, nel Sinai, mentre piazza Tahrir si riempiva nuovamente di centinaia di migliaia di dimostranti e altre decine di migliaia di persone circondavano diversi palazzi delle istituzioni, la televisione di stato e si avvicinavano alla residenza del presidente.Alla notizia delle dimissioni la folla ammassata nella piazza Tahrir, epicentro per due settimane delle proteste, è esplosa di gioia. «E' fatta, siamo all'epilogo. Mubarak oggi è a Sharm el Sheikh, domani sarà a Jedda come l'ex presidente tunisino Ben Ali», ripeteva Omar, giunto in piazza Tahrir con la moglie e i due figli per godere di un momento che fino a qualche settimana fa nemmeno osava sognare. «Lui non rinunciava alla presidenza ma noi non ci siamo arresi, siamo rimasti qui, certi che presto o tardi avrebbe ceduto», spiegava il dottor Mansour Mahfouz con il camice bianco e un fascia con i colori della bandiera egiziana giunto in piazza assieme ad una nutrita delegazione di medici ed infermieri. Intorno nel frattempo si ballava e cantava, in un tripudio di bandiere egiziane. La gioia dell'annuncio ha cancellato in un attimo la delusione che molti avevano provato dopo la diffusione, in tarda mattinata, del secondo comunicato dei vertici militari, che dava l'idea di un sostegno delle forze armate al raìs contestato da gran parte del paese. «E' la prova che la politica egiziana è controllata da Israele e Stati uniti» aveva commentato con ira un ex deputato dei Fratelli musulmani, Mohammed Ashiyeh. Poi tutti hanno compreso che sono stati i generali a spedire Mubarak in riva al Mar Rosso. «Per noi la vita ricomincia adesso» ha commentato, appena giunto in piazza Tahrir per i festeggiamenti, il premio Nobel per la pace e uno dei leader dell'opposizione egiziana, Mohammed El Baradei. «Il mio messaggio al popolo egiziano è: vi siete guadagnati la libertà, fatene il miglior uso e che Allah vi benedica», ha proseguito El Baradei, un probabile candidato alla presidenza.L'Egitto ora è in mano ai militari che i Fratelli musulmani, principale movimento di opposizione, si sono affrettati ad elogiare per «aver mantenuto le promesse». Le incognite però sono tante nonostante l'atteggiamento positivo e vicino alla gente che soldati e ufficiali hanno avuto in questi quindici giorni nei quali hanno presidiato le strade del Cairo e di altre città. Le forze armate non hanno ancora comunicato quale sarà l'iter della transizione. In base all'articolo 84 della costituzione egiziana, in caso di vacanza del potere, la presidenza viene assunta ad interim dal presidente dell'Assemblea del popolo e le elezioni devono venire celebrate entro i successivi 60 giorni. Ma è chiaro che l'esercito non affiderà alcun incarico a Fathi Sorour, speaker di una Assemblea dominata dai deputati del Pnd, il partito di Mubarak, eletta alla fine dello scorso anno tra brogli e frodi senza precedenti, e, quindi, non riconosciuta dal popolo. Fino a ieri il vice-presidente (ed ex capo dei servizi segreti) Suleiman sembrava il più gettonato a guidare il periodo tra il «governo militare» e la nascita di una leadership politica eletta democraticamente. Non piace molto agli egiziani ma Washington e Israele cercheranno di imporlo alla giunta militare che ha preso i poteri, perché è considerato, come dice qualcuno, la «migliore garanzia di stabilità e continuità per l'intera regione». Non è però chiaro se Suleiman goda del pieno appoggio dell'esercito e ierisera circolavano voci, rilanciate dalla Bbc, che anche lui avrebbe rinunciato all'incarico dopo un aspro scontro con i vertici militari. Ieri sera è sceso in campo anche il segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, che salutando lo «storico cambiamento» in Egitto e ha invitato al «consenso nazionale» dopo le dimissioni di Mubarak. Egiziano, ex ministro degli esteri, Musa fa parte del Consiglio dei saggi e non nasconde le sue ambizioni presidenziali.Qualsiasi soluzione venga trovata ai piani alti tuttavia verrà respinta dal popolo se non verrà accompagnata dalle riforme annunciate. Gli egiziani in queste due settimane hanno imparato a non avere più paura e non resteranno a guardare di fronte alla nascita di una dittatura militare o di un nuovo regime, simile a quello attuale ma con un nuovo volto. Gennaio:- 25: Iniziano le proteste organizzate dai movimenti della società civile «Kifaya» e «6 Aprile», partecipano migliaia di persone. Nei giorni precedenti 5 egiziani si erano dati fuoco (uno è morto), emulando il giovane tunisino all'origine della rivolta che il 14 gennaio ha portato alla caduta di Ben Ali.- 27: L'oppositore più noto, Mohamed ElBaradei, ritorna al Cairo.- 28: Manifestazioni imponenti. La polizia spara, i morti sono decine solo al Cairo. Incendiata la sede del partito al potere Pnd.- 29: Giornata di scontri: decine di morti. Mubarak nomina un vice presidente, il capo dell'intelligence, generale Omar Suleiman.--FEBBRAIO--- 1: Più di un milione di manifestanti in piazza in tutto l'Egitto. Marea umana su piazza Tahrir, nel centro del Cairo. Barack Obama afferma di aver detto a Mubarak di avviare «adesso» una transizione politica pacifica.- 2: Sanguinosi scontri a piazza Tahrir dove irrompono i sostenitori di Mubarak. I manifestanti anti-regime respingono gli assalitori.- 5: Mubarak riunisce per la prima volta il nuovo governo. Sciolti i vertici del Pnd, fra i dimissionari il figlio, Gamal, ancora ritenuto «erede» alla presidenza.- 6: Al Cairo storico incontro tra una delegazione dei Fratelli musulmani e il vicepresidente Omar Suleiman per il dialogo fra governo e opposizione.- 7: Le autorità egiziane rilasciano Wael Ghonim, blogger simbolo della protesta.- 10: Scioperi in tutto il paese. Per tutto il giorno le indiscrezioni dicono che Mubarak si dimetterà. In serata la doccia fredda: Mubarak resta.- 11: Mubarak parte per Sharm el Sheikh. Il vicepresidente Suleiman annuncia le sue dimissioni e il trasferimento dei poteri all'esercito. Piazza Tahrir esulta. (mi. gio.)

11.2.11

La gioia di piazza Tahrir. Poi le scarpe contro Mubarak.

Proponiamo di seguito l'articolo di Michele Giorgio, inviato del Manifesto in Egitto, uscito sul giornale di oggi.
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«Rivoluzione: missione compiuta». La folla ondeggiava e cantava ieri sera mentre in Piazza Tahrir, attraverso Twitter, in omaggio ad una rivolta cominciata in internet, giungevano queste parole scritte da Wael Ghoneim, il cyber-militante simbolo dell'insurrezione arrestato dalla polizia politica e liberato dopo 12 giorni di detenzione. Peccato che il Faraone, che pareva avesse ceduto di schianto dopo 17 giorni di manifestazioni oceaniche, alla fine spiazza tutti e non se ne va. Nonostante i milioni di persone che urlavano un solo slogan: «Hosni Mubarak vattene». Nonostante Obama, che annunciava che «lì si fa la storia».
L'uomo che per trent'anni ha avuto il controllo dell'Egitto poggiandosi su un apparato di sicurezza e repressione feroce, che ha consentito il ripetersi di elezioni-farsa, che sognava di passare lo scettro al figlio dando inizio ad una dinastia, ha annunciato la fine dello stato d'emergenza che durava dal 1981, ribadito che rispetterà gli impegni presi e non si ricandiderà, promesso che garantirà lo svolgimento di elezioni libere e ceduto i poteri al suo vice Suleiman. Ma senza cedere ai «diktat» di altri Paesi e con l'avvertenza che «non lascerò mai questa terra». Fino alla tarda serata di ieri il potere appariva saldamente nelle mani del Consiglio militare supremo, che nel suo primo comunicato aveva annunciato di aver preso ad interim i poteri politici e la guida del paese. Ma nella notte Mubarak ha ribaltato tutto e annunciato in un messaggio televisivo alla nazione il trasferimento delle deleghe a Omar Suleiman, il vicepresidente ed ex capo dei servizi di sicurezza che Stati Uniti e Israele vorrebbero vedere al potere, garante di una transizione «ordinata» che non metta in discussione l'attuale posizione politica e diplomatica dell'Egitto nella regione e verso l'Occidente.Un boato di felicità aveva accolto quella che sembrava essere la fine del regime. Dopo era cominciata la festa. «L'esercito e il popolo sono uniti» hanno urlato alcuni, «viva l'Egitto» altri. Migliaia di egiziani hanno continuano ad affluire verso la piazza simbolo della rivolta presidiata da decine di mezzi corazzati che, almeno fino a tarda sera, non hanno effettuato alcun movimento. «Sono qui perché non voglio perdermi questo momento storico, il momento in cui il presidente lascerà il paese» diceva Alia Mossallam, 29 anni. Khaled e Ammar, amici per la pelle, invece si abbracciavano felici brindando simbolicamente con l'acqua minerale alla fine del regime di Mubarak, costretto a farsi da parte come il tunisino Ben Ali. «This is people power» ripeteva da parte sua un uomo sulla quarantina rivolgendosi ai giornalisti stranieri presenti, corretto immediatamente da un ragazzo: «No, questo è il potere dei giovani, dei giovani della rivoluzione». La gioia si è trasformata in rabbia immediatamente dopo il discorso di Mubarak. In migliaia hanno preso a lanciare scarpe contro il Faraone in segno di dispregio, si è alzato un coro che chiedeva le dimissioni e sono partite le invocazioni all'esercito ad andare insieme dal raìs per deporlo. Oggi centinaia di migliaia di egiziani continueranno a manifestare, al Cairo e nel resto del paese. La caduta del presidente non è che la prima delle rivendicazioni dei gruppi di giovani e della società civile che hanno guidato la rivolta.
La voglia di cambiamento e di giustizia è enorme - tutti chiedono che vengano giudicati e puniti i responsabili della strage di oltre 300 egiziani compiuta da polizia e servizi di sicurezza - ma che difficilmente troverà soddisfazione nel passaggio di poteri al vicepresidente (che Piazza Tahrir non vuole) o nelle strategie dell'esercito, che è uscito definitivamente allo scoperto e potrebbe assumere un ruolo più definito concentrando il potere in una sorta di giunta militare. Il Consiglio militare supremo ha diffuso due comunicati ieri pomeriggio nei quali si è preso carico di «esaminare le misure necessarie per preservare la sicurezza del paese» e «sostenere le legittime richieste della popolazione». Se Suleiman appare il candidato preferito da Washington e Tel Aviv, l'esercito potrebbe non essere d'accordo, preferendo assumere collettivamente la responsabilità del paese o proporre un nuovo candidato. Non va dimenticato che entrambe le parti hanno due efficaci strumenti di pressione: gli aiuti militari statunitensi da una parte e il trattato di Camp David con Israele dall'altra. Di fatto, come si legge sui documenti dei diplomatici americani diffusi da Wikileaks, i comandi militari egiziani considerano gli aiuti un indennizzo dovuto per il rispetto del trattato. Il premier israeliano Netanyahu perciò è stato rapido nel mettere in chiaro già ieri sera cosa si aspetta dal nuovo Egitto che, in sostanza, vorrebbe come quello dominato per trent'anni da Mubarak.
«Israele desidera stabilità e continuità e che sia preservata la pace, quale che sia il governo al potere», ha detto prima ancora del discorso del presidente sconfitto. Dagli Usa Barack Obama si è sbilanciato poco, limitandosi a ripetere quanto già dichiarato più volte dall'inizio della crisi egiziana. «Siamo testimoni della storia che si schiude - ha detto il presidente Usa - È un momento di trasformazione che sta avvenendo perché il popolo egiziano chiede un cambiamento. Sono i giovani ad essere all'avanguardia. Una nuova generazione, la vostra generazione - ha precisato rivolgendosi agli universitari americani della Northern State University - che vuole che la sua voce sia udita. Vogliamo che questi giovani e tutti gli egiziani sappiano che l'America continuerà a fare ogni cosa che può per sostenere una transizione ordinata e autentica verso la democrazia in Egitto». Belle parole ma la Casa Bianca ha già fatto schierare navi da guerra nel Mediterraneo meridionale, pronte ad intervenire per tenere aperto il Canale di Suez se in Egitto non avverrà la «transizione ordinata».
Gli americani sanno bene che buona parte degli 80 milioni di egiziani puntano ad un cambiamento profondo, perché vogliono vivere finalmente un'esistenza decorosa, non più tra gli stenti come hanno dovuto fare sino ad oggi. Accanto alla rivolta di Piazza Tahrir dilagano gli scioperi di lavoratori di ogni settore che ricevono stipendi da fame. Ieri a scioperare sono stati i 62mila autisti di autobus e mezzi di trasporto pubblici. «Non torneremo alla guida sino a quando non verranno accolte le nostre richieste - ha spiegato Wael Riad, un autista - Vogliamo l'aumento immediato dello stipendio, 700 pound al mese (meno di 100 euro) sono una miseria, a stento riusciamo a mangiare».Il via libera agli scioperi è stato proprio il governo a darlo, annunciando l'aumento, a partire da aprile, del 15% delle pensioni e dei salari dei dipendenti pubblici. Assecondando i dipendenti statali, principale bacino di consenso, il regime credeva di poter placare il malcontento esploso in rivolta il 25 gennaio.Invece quel provvedimento ha spinto migliaia di egiziani a scendere in strada per reclamare «aumenti per tutti e non per pochi». Faisal, un insegnante, si lamentava ieri per «le ricchezze del presidente». «Noi moriamo di fame e la famiglia Mubarak invece si è arricchita», ha detto l'uomo in riferimento alle notizie circolate nei giorni scorsi sul patrimonio di diversi miliardi di dollari che il raìs e e la sua famiglia avrebbero accumulato in tutti questi anni. Gli scioperi si intensificano ovunque.
Ieri 24mila operai della Misr Spinning di Mahallah (Delta), hanno fermato gli impianti della più importante fabbrica tessile del paese, dichiarandosi solidali con la protesta in Piazza Tahrir. Seimila lavoratori sono in sciopero nell'area del Canale di Suez, con grande preoccupazione di Usa e Ue.Ma l'Egitto va ricostruito anche a partire dal rispetto dei diritti umani e politici. Amnesty ha chiesto la fine dei poteri arbitrari delle forze di sicurezza, il rilascio dei prigionieri di coscienza e l'introduzione di garanzie contro la tortura. Parole che, si spera, verranno ascoltate. I dubbi però restano forti. Ieri il Guardian ha riferito la denuncia fatta da attivisti egiziani di centinaia di arresti e torture compiute anche dall'esercito egiziano. Accuse respinte dai comandi militari. Il futuro dell'Egitto è un foglio bianco tutto da scrivere.