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26.3.12

Così non si combatte la piaga del precariato

di Luciano Gallino - Repubblica -25.03.12

Lo scopo più importante di una riforma del mercato del lavoro dovrebbe consistere nel ridurre in misura considerevole, e nel minor tempo possibile, il numero di lavoratori che hanno contratti di breve durata, ossia precari, quale che sia la loro denominazione formale. Per conseguire tale scopo sarebbe necessario comprendere anzitutto i motivi che spingono le imprese a impiegare milioni di lavoratori con contratti aventi una scadenza fissa e breve. Di un esame di tali motivi non sembra esservi traccia nelle dichiarazioni e nei testi provvisori rilasciati finora dal governo, tipo le "Linee di intervento sulla disciplina delle tipologie contrattuali" o le modifiche annunciate dell´art. 18. Meno che mai si parla di essi nella miriade di articoli che ogni giorno commentano i passi del governo. Pare stiano tutti mettendo mano alla riparazione urgente di un complesso macchinario rimasto bloccato, senza avere la minima idea di come funziona e com´è fatto dentro. 

Si suole affermare che le imprese fanno un uso smodato dei contratti di breve durata - in ciò incentivati da leggi e decreti sul mercato del lavoro emanate dal 1997 al 2003 e oltre - perché costano meno. Ma non è affatto questo il motivo principale. Le imprese ricorrono a tali contratti, sia pure in misura variabile da un settore all´altro, soprattutto perché essi permettono di adattare rapidamente la quantità di personale impiegato, in più o in meno, alla catena produttiva, organizzativa e finanziaria in cui si trovano ad operare. Nel corso degli anni l´hanno scientificamente costruita loro stesse, la catena, finendo tuttavia per diventarne schiave. Ogni impresa è ormai soltanto un anello che dipende da tutti gli altri. Nessuna impresa produce più nulla per intero al proprio interno, si tratti di un elettrodomestico, un mobile o un servizio pubblicitario. Ciascuna aggiunge un po´ di lavoro a manufatti o servizi che sono già stati lavorati in parte da imprese a monte, quasi sempre situate in Paesi differenti, e saranno ulteriormente lavorati da un´impresa a valle, in altri Paesi. Questo modo di produrre comporta che la regolare attività di ogni impresa dipende da qualità, prezzo, puntualità di consegna di quel che le arriva dalle imprese a monte, non meno che dalla disponibilità delle imprese a valle ad accettare qualità, prezzo, puntualità di quel che essa consegna loro. Per cui l´imperativo di ciascuna è diventato "assumi meno che puoi, appalta ad altri tutto ciò che ti riesce."
Oltre a questa intrinseca dipendenza da ciò che fanno gli anelli che la precedono come da quelli che la seguono, ciascuna impresa sa bene di essere oggetto di continue e implacabili valutazioni di ordine finanziario. Il suo prodotto intermedio può anche essere di buona qualità e rendere elevati utili; nondimeno se sullo schermo di un qualche computer compare che nello Utah, in Pomerania o in Vietnam c´è un´impresa che fa la stessa lavorazione a minor costo, o con maggiori utili, è molto probabile che le commesse spariscano, o arrivi dall´alto l´ordine di chiudere. 
A causa dei suddetti caratteri le catene globali di creazione del valore, come si chiamano, hanno accresciuto a dismisura l´insicurezza produttiva e finanziaria in cui le imprese, non importa se grandi o piccole, si trovano ad operare. Più che mai ai tempi di una crisi che dura da anni, e promette di durarne molti altri. Un rimedio però è stato trovato, con l´aiuto del legislatore dell´ultimo quindicennio: utilizzando grossi volumi di contratti precari le imprese hanno trasferito l´insicurezza che le assilla ai lavoratori. Fa parte di quelle politiche del lavoro chiamate globalizzazione. Quando i rapporti con gli altri anelli della catena vanno bene, un´impresa assume personale mediante un buon numero di contratti di breve durata; se i rapporti vanno male, non rinnova una parte di tali contratti, o magari tutti, senza nemmeno doversi prendere il fastidio di licenziare qualcuno. A fronte di simile realtà strutturale, che riguarda l´intero modello produttivo e la sua drammatica crisi, è dubbio che la riforma in gestazione, salvo modifiche sostanziali in Parlamento, risulti idonea a ridurre il tasso di precarietà che affligge milioni di lavoratori, e meno che mai a farlo presto. In effetti potrebbe intervenire una sorta di scambio perverso: le imprese riducono di qualcosa l´utilizzo dei contratti atipici di breve durata, a causa dell´aumento del costo contributivo previsto dalle citate linee di intervento; però grazie allo svuotamento sostanziale dell´articolo 18, perseguito dal governo con una tenacia che meriterebbe di essere dedicata ad altri scopi, licenziano un maggior numero di lavoratori che si erano illusi di avere un contratto a tempo indeterminato, o di altri che nella veste di apprendisti speravano, anno dopo anno, di arrivare ad averlo. Ma potrebbe anche accadere di peggio: che la precarietà esistente rimanga più o meno tal quale, ma si estenda a settori dove prima ce n´era poca (improvvisi fallimenti aziendali a parte). Lo scenario è pronto: da un lato, dinanzi al cospicuo vantaggio di poter ridurre la forza lavoro senza nemmeno dover licenziare, l´aumento dell´1,4 per cento del costo contributivo dei contratti atipici si configura come uno svantaggio quasi trascurabile. Dall´altro lato, la libertà concessa di licenziare ciascuno e tutti per motivi economici, veri o presunti o inventati, di cui chiunque abbia un´idea di come funziona un´impresa può redigere un elenco infinito, costituisce un formidabile incentivo a modulare quantità e qualità della forza lavoro utilizzata a suon di licenziamenti. Magari assumendo giovani freschi di studi, al posto di quarantenni o cinquantenni tecnologicamente obsoleti, che tanto, una volta perso lo stipendio, non dovranno aspettare più di dieci o quindici anni per ricevere la pensione. Sarebbe un passo verso l´eliminazione del dualismo tra bacini diversi di lavoro, da molti deprecato, ma non esattamente nel modo che la riforma sembrava da principio promettere. Potrebbe il Parlamento ovviare ai limiti della riforma in discussione? In qualche misura sì, se mai si trovasse una maggioranza. Però v´è da temere non possa andare al di là di qualche ritocco, perché se non si tengono in debito conto le cause reali del guasto di un complicato macchinario, è molto difficile che la riparazione vada a buon fine, quali che siano le intenzioni dei riparatori.

21.5.11

Inedito: testimonianza diretta dalla mobilitazione in Spagna

Riportiamo di seguito la testimonianza di uno dei giovani spagnoli che occupano le piazze delle maggiori città spagnole. Un racconto e un'analisi inedita che ci spiega cosa sta succedendo, cosa succederà, perché e in quali modi si sta protestando. Appena possibile la traduzione in italiano.


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Desde el domingo 15 de mayo, España está sumida en una de las mayores movilizaciones ciudadanas desde la Transición. Decenas de miles de personas han salido a la calle para reivindicar sus derechos democráticos y reclamar un reparto más justo de la riqueza en estos tiempos de crisis.

Protagonistas e historia
La plataforma ciudadana Democracia Real Ya (DRY) promovió manifestaciones en todas las capitales de provincia de España bajo el lema: Toma la calle. No somos mercancía en manos de políticos y banqueros. La convocatoria se difundió rápida y eficazmente entre los colectivos juveniles, especialmente a través de las redes sociales.
Decenas de asociaciones ciudadanas secundaron la convocatoria. Junto con DRY, una de las más activas ha sido la asociación No les votes, surgida como reacción frente a la llamada Ley Sinde, que restringe las posibilidades de descargar gratuitamente contenidos de Internet y establece un sistema de control de páginas web.
Cualquier asociación puede adherirse al movimiento bajo una condición: no debe guardar ningún tipo de filiación con cualquier sindicato o partido político. El movimiento no apoya explícitamente ninguna opción política; tampoco llama a la abstención, al voto nulo o al voto en blanco. Cada uno expresa libremente su opinión y su voto para la opción que desee.
En este momento los principales protagonistas son los jóvenes; sin embargo, en las concentraciones hay personas de todas las edades. La indignación y la esperanza de un cambio son los principales puntos de unión. Estudiantes, parados, trabajadores, pensionistas, pequeños empresarios; todos los grupos sociales están representados.

Las causas de la protesta
Desempleo
. Una tasa de paro del 20% y una cifra absoluta cercana a los 5 millones de personas buscando trabajo. La Administración sólo convoca 1 de cada 10 plazas de funcionario que quedan vacantes: reducción de puestos de trabajo estatales. Despidos masivos en grandes multinacionales incluso habiendo declarado beneficios millonarios. 1 millón de hogares en los que ninguno de sus miembros percibe ningún tipo de ingreso.

Déficit democrático
. Tenemos una de las leyes electorales más desproporcionales de Europa. Los sindicatos mayoritarios apenas representan a un 20% del total de trabajadores. Más de 50 políticos españoles imputados en casos de corrupción se presentan como candidatos a las elecciones municipales del 22 de mayo. Los máximos dirigentes judiciales son nombrados por los partidos políticos mayoritarios (PSOE-PP) y acostumbran a adoptar sus sentencias en función de la postura política del partido que les situó en el cargo.

Indignación ciudadana
. Rescates multimillonarios a bancos y entidades financieras. Conversión de las cajas de ahorros (con representantes políticos en sus consejos de administración) en bancos privados ordinarios. Evasión de impuestos, paraísos fiscales, SICAV (sociedades de inversión que se benefician de una importante reducción de impuestos). Reducción del salario de los funcionarios públicos. Recortes anunciados en infraestructuras, cooperación al desarrollo y, en algunas regiones, servicios públicos. Privatización de lo poco que queda de las empresas públicas estatales.

Formas de movilización
Manifestación inicial. El 15 de mayo se convocaron manifestaciones en todas las capitales de provincia de España: 50 ciudades. Tuvieron un éxito mucho mayor de lo esperado; al menos 20.000 personas se reunieron en Madrid y otras 10.000 en Barcelona. Decenas de miles en toda España. Esa misma noche, en vista del éxito de la convocatoria, grupos de manifestantes decidieron continuar la lucha acampando en lugares emblemáticos de Madrid y Barcelona.

Asambleas. Desde entonces, en las principales ciudades del país han sido convocadas nuevas acampadas. Todos los días se celebra una o más asambleas donde se toman decisiones sobre:
-Continuación de la movilización
-Organización de las acampadas
-Críticas al modelo social y político vigente
-Propuestas políticas concretas
El funcionamiento es perfectamente horizontal. Todo el mundo puede pedir la palabra y participar.

Concentraciones. Por las tardes a las 20h00 o las 21h00 se convocan concentraciones ciudadanas en los lugares de acampada. Es el momento de máxima afluencia de personas. Cada día desde el domingo ha aumentado el número de asistentes. En esas concentraciones, se lee el manifiesto, se anima a participar a los asistentes (si el número de personas lo permite) y se leen comunicados o poemas. Actualmente, se leen también las propuestas concretas que han ido planteándose en las asambleas.

Acampadas. Los campamentos están organizados por comisiones. Las más comunes son: comunicación, limpieza, organización, alimentación, seguridad. Los ciudadanos aportan todo lo que pueden. Es común que un asistente a cualquiera de los actos aporte comida, dinero, mantas, agua, material de limpieza, herramientas, medicinas…
Hay actividades de todo tipo: música, malabares, teatro, exposiciones de fotografía, paneles donde la gente cuelga sus escritos, talleres, proyección de películas y documentales, juegos, etc.

Comunicación. La mayor parte del trabajo de comunicación y organización es realizado a través de Facebook y Twitter. No hay ningún portavoz oficial: todo el mundo puede hablar en su nombre. Actualmente, en Madrid, se han organizado turnos de portavoces cada 4 horas para que en cada momento 5 personas expresen las principales conclusiones de las asambleas.
No se permite ningún tipo de símbolo político: insignias, banderas, manifiestos de partidos políticos, propaganda…

Propuestas

Reformas democráticas
-Reforma de la Ley Electoral para hacerla más proporcional
-Elección democrática del Jefe de Estado: República.
-Referéndums respecto a las grandes leyes del Estado que afecten directamente a la vida de las personas.
-Reforma de la Ley de Extranjería.
-Democracia participativa: consejos vecinales, asambleas de distrito, presupuestos participativos
-Supresión de las pensiones vitalicias a los políticos.
-Reducción de sueldo de los políticos.
-Prohibición de concurrir a unas elecciones estando imputado judicialmente en cualquier tipo de causa.
-Limitación del número de años que un político puede representar a una opción política.
-División de poderes: independencia del poder judicial respecto al poder ejecutivo.
-Estado laico: supresión de los privilegios a la Iglesia Católica
-Negativa a la participación del Estado en cualquier escenario de guerra.
-Recuperación de la Memoria Histórica. Condena del franquismo.

Reformas económicas
-Impuestos directos más progresivos.
-Lucha contra el fraude fiscal
-Impuestos a las empresas proporcionales a sus beneficios.
-Eliminación de las SICAV.
-Establecimiento de una tasa sobre todo movimiento financiero transnacional.
-Nacionalización de los bancos rescatados.
-Creación de una banca pública.
-Prohibición de los despidos masivos en caso de que la empresa supere cierto nivel de beneficios.
-Mejora del Salario Mínimo Interprofesional
-Lucha contra la precariedad en el trabajo: becas insuficientes, contratos abusivos.
-Recuperación por el Estado de las empresas públicas privatizadas.
-Reducción drástica del gasto militar.

Medio Ambiente
-Cierre de todas las centrales nucleares del país.
-Fomento del transporte público, transporte no motorizado.
-Promoción de la red de carriles-bici urbanos e interurbanos.
-Apuesta por un modelo de economía sostenible.



Situación actual y breve análisis personal
La composición de la protesta es muy heterogénea. Hay comunistas, ecologistas, trotskistas, socialistas, anarquistas, gente que jamás ha votado, personas que siempre han votado al PSOE, a IU o al PP… El movimiento es muy complejo. Un buen número de manifestantes se sitúan a la izquierda de cualquier fuerza política, incluso de Izquierda Unida. También critican a Izquierda Unida por haber pactado con el PSOE algunos de los recortes sociales y por haber permanecido tantos años en el parlamento sin oponerse seriamente a algunos de los abusos de los socialistas. En cualquier caso, la mayor parte de la protesta se dirige contra el PP y el PSOE.
El PP plantea las protestas como un intento de manipulación de la voluntad popular por parte de la izquierda. Acusa al PSOE de estar consintiendo desórdenes públicos. El PSOE pretende mostrar su solidaridad con el movimiento y expresa su apoyo a algunas de las reivindicaciones de los jóvenes. En general las declaraciones de los socialistas se perciben como hipócritas. También Izquierda Unida intenta reclamar como propios los logros y las propuestas de este movimiento. Hay poca autocrítica. No se están dando cuenta de que estas movilizaciones marcan un antes y un después. Ahora sabemos que somos muchos los que estamos descontentos con TODO el sistema, desde el primero hasta el último. Y las elecciones del domingo no van a cambiar nada.
Las propuestas planteadas son muy ambiciosas. La gran mayoría son irrealizables y algunas de las más radicales pueden ser incluso excesivas. Sin embargo, el movimiento persiste y es sorprendente la cantidad de personas que lo está apoyando. La dosis de idealismo que acompaña a estas manifestaciones es contagiosa. Es una revolución en positivo. Estamos trabajando para crear algo; no nos hemos detenido en la crítica. Presentamos soluciones y lo hacemos con buenos argumentos. No nos concederán todo, pero este movimiento no va a soportar irse con las manos vacías.

Perspectivas de futuro
Las elecciones municipales del 22 de mayo no van a suponer ningún cambio sustancial. Además, la mayoría de reivindicaciones afectan al ámbito estatal-nacional. Con total seguridad, continuaremos con las protestas las próximas semanas. Desde el 22 de mayo no se ha convocado ninguna gran manifestación. La Junta Electoral ha prohibido las concentraciones del próximo sábado, pero seguramente la gente acuda igualmente en masa. El sábado puede haber problemas con la policía; esto podría ser positivo para el movimiento porque ganaríamos la simpatía de muchos moderados.
Creo que pronto se convocarán manifestaciones en ciudades concretas para hacer una demostración de fuerza.
Personalmente creo que el movimiento continuará hasta las elecciones generales de 2012, cuando elegimos al nuevo gobierno. Hasta entonces habrá momentos mejores y momentos peores.


Inigo Urresti Gonzales - Gijon



Link Utili:
http://www.elpais.com/articulo/madrid/quiere/Sol/elpepiespmad/20110520elpmad_2/Tes
http://alterglobalizacion.wordpress.com/2011/03/07/democracia-real-ya-toma-la-calle-15-5-2011/
http://democraciarealya.es/?page_id=88