Visualizzazione post con etichetta Comune. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Comune. Mostra tutti i post

29.3.12

Manifesto per un soggetto politico nuovo

Proponiamo di seguito un documento redatto da alcuni intellettuali italiani come contributo alla riflessione attorno al benecomune - benecomunismo come qualcuno l'ha felicemente chiamato.


Oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici come si sono configurati nel loro paese. Questo profondo disincanto non è solo italiano. In tutto il mondo della democrazia rappresentativa i partiti politici sono guardati con crescente sfiducia, disprezzo, perfino rabbia. Al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico. È crescente l' impressione che i nostri rappresentanti rappresentino solo se stessi, i loro interessi, i loro amici e parenti. Quasi fossimo tornati al Settecento inglese, quando il sistema politico si è guadagnato l'epiteto di "Old Corruption".


In reazione a tutto questo è maturata da tempo, anche troppo, la necessità di una politica radicalmente diversa. Bisogna riscrivere le regole della democrazia, aprirne le porte, abolire la concentrazione del potere ed i privilegi dei rappresentanti, cambiarne le istituzioni. E allo stesso tempo bisogna inventare un soggetto nuovo che sia in grado di esprimersi con forza nella sfera pubblica e di raccogliere questo bisogno di una nuova partenza. I due livelli - la democratizzazione della vita pubblica del paese e la fondazione, anche a livello europeo, di un soggetto collettivo nuovo, si intersecano e ci accompagnano in tutto il manifesto. Le nostre sono grandi ambizioni ma siamo stanchi delle clientele che imperversano, dell'appiattimento della politica su un modello unico, delle partenze che non partono. E poi, con la destra estrema che alza la testa in tutta l'Europa, si fa sempre più pressante lo stimolo ad agire, a non lasciare una massa di persone in balia alle menzogne populiste. Oggi la sfera separata della politica in Italia, "il palazzo" per intenderci, non rappresenta affatto parti intere del paese: le persone giovani, specialmente del Sud e donne, che non trovano sbocco ai loro sogni e ai loro percorsi educativi. 

Le operaie e gli operai, che vedono giorno dopo giorno minacciati i loro diritti dentro la fabbrica, le commesse e i commessi intrappolati nella catena della distribuzione, i ceti medi del pubblico impiego, quelli della scuola, della sanità, dell'amministrazione pubblica, che in questi anni sono stati tartassati e disprezzati; i giovani precari, spesso super-qualificati, vittime di una flessibilità selvaggia neoliberista inizialmente introdotta dal centro-sinistra che ha tolto loro dignità e futuro, la rete dei microproduttori e del cosiddetto lavoro autonomo di seconda generazione entrata in crisi con la recessione. Tutti questi elementi possono mobilitarsi nella società per poi trovare nel palazzo solo un muro di gomma o un ascolto distratto. È ora di spezzare questi meccanismi perversi. Al loro posto proponiamo un nuovo percorso in cui i cittadini riescano ad appropriarsi, attraverso processi democratici diversi, del potere di contare e di decidere.


La «poesia pubblica», per utilizzare la frase del poeta americano Walt Whitman, deve entrare nella storia della Repubblica. E lo farà quando un gruppo sempre più grande di cittadini (donne ed uomini) qualificati, informati e attivi decideranno di farne la loro bandiera.
Diffondere il potere, non concentrarlo
Oggi le decisioni sono sempre prese altrove - non a livello comunale ma regionale, non nel parlamento romano ma a Bruxelles, non a Bruxelles ma a Francoforte, non alla Bce ma dai mercati, strane creature che vivono solo di giorno ma che decidono tutto lo stesso, sia per il giorno che per la notte.

Il nostro compito è di frenare per quanto possiamo questa fuga decisionale verso l'alto, l'inspiegabile e l'astratto. Bisogna innescare un processo opposto che destituisca, decostruisca, ceda, decentri, abbassi, distribuisca, diffonda il potere. Bisogna riaffermare la validità della dimensione territoriale locale (ma non localistica), espandendo tutti quegli spazi in cui il governo e il cittadino sono vicini l'uno all'altro. Il comune è uno di questi. Carlo Cattaneo, una delle più belle ed inascoltate voci del nostro Risorgimento, nel 1864 descrisse il comune come «la nazione nel più intimo asilo della sua libertà». E aggiunse, con un pizzico di amarezza: «Pare che fuori di codesto modo di governo la nostra nazione non sappia operare cose grandi». Ridare spazio e poteri ai comuni, e metterli in contatto tra di loro sarebbe già in sé una cosa grande. La Rete dei comuni per i beni comuni punta in questa direzione, verso una valorizzazione profonda dei beni comuni e dei diritti fondamentali ad essi collegati. E punta anche ad agire dal basso verso l'alto, costituendo una sede congeniale per proposte da sottoporre alla Commissione Europea ai sensi del Trattato di Lisbona e del regolamento Ue n.211/2001. Si pensi, per esempio, al progetto di una Carta Europea dei Beni Comuni, così come deliberato dal Comune di Napoli, mediante la quale inserire la nozione di bene comune tra i valori fondanti dell'Unione e fronteggiare la dimensione puramente mercantile (market oriented) del diritto comunitario. In questo modo il potere locale riesce ad aggregarsi, a contare a livello nazionale, a diventare forza anche transnazionale ma sempre quale attuazione di un indirizzo politico espresso dal basso e soprattutto dalla cittadinanza attiva.


Non basta. Il comune è un'istituzione costituzionale, non un'aggregazione di una certa tendenza politica. Un soggetto politico nuovo dovrebbe impegnarsi su tanti terreni, sia dentro le istituzioni che fuori, cercando sempre di coniugare fra di loro livelli diversi della democrazia: quella rappresentativa, quella partecipativa e quella di prossimità. In prima istanza esso dovrebbe interagire con le forze e movimenti della società civile. Essi agiscono per una grande varietà di motivi - in nome dell'ambiente, in difesa dei diritti dei lavoratori, per la legalità e contro la criminalità organizzata, per la dignità e la parità delle donne - in un mondo (e un mondo di lavoro) ancora profondamente patriarcali. Nel rapporto tra i generi l'eguaglianza non può limitarsi alle "pari opportunità", cioè ad accomodamenti (pur necessari) dentro un sistema che resta immutabile, ma diviene un processo in grado di sovvertire l'esistente. Chi vive una situazione di ineguaglianza non può limitarsi a voler essere uguale a chi si ritiene superiore o più potente, al contrario aspira al superamento dei vecchi modelli.


Tutte queste istanze della società civile sottolineano giustamente la loro specificità e autonomia; molte insistono anche sull'informalità e spontaneità delle loro strutture. Ma allo stesso tempo tutte hanno un bisogno disperato di connettersi fra loro e con le sedi decisionali, di presentare i loro punti di vista nelle istituzioni e di riformare quelle istituzioni stesse. Si cerca un nuovo tipo di relazione politica: che forma potrebbe mai assumere una volta che ci si rende conto dell'inadeguatezza del sistema attuale della rappresentanza?

Il nuovo spazio pubblico della democrazia 
A metà dell'Ottocento John Stuart Mill era convinto che il nuovo sistema rappresentativo garantisse a «tutte le voci» del Regno di farsi sentire nel parlamento. La storia gli ha dato torto. Anche in virtù della deriva maggioritaria, i parlamenti si sono sempre più allontanati dal paese reale, e sempre più i parlamentari rappresentano, in primo luogo, se stessi. La democrazia rappresentativa ha bisogno, dunque, sia di una sua riforma interna in senso proporzionale, sia di essere arricchita da nuove forme di democrazia partecipativa. Ciò che vale per il sistema politico nazionale è ancora più vero per i partiti in cui la democrazia ha sempre fatto fatica ad imporsi. La teoria che sottende ai cambiamenti deve essere resa esplicita: il sistema rappresentativo è l'unico che garantisce la partecipazione di tutti i cittadini in condizioni di voto segreto. Esso gioca di conseguenza un ruolo insostituibile. Ma per affrontare l'attuale crisi deve essere associato alla democrazia partecipativa. E il punto cruciale riguardante il rapporto tra i due risiede nel fatto che l'attività costante della partecipazione alimenta e garantisce, stimola e controlla la qualità della rappresentanza e la qualità della politica pubblica.


In altre parole, è emersa in questi ultimi anni una domanda esplicita di rottura che ha al suo centro una nuova percezione dello spazio pubblico, che non può essere ridotto né all'attività, sempre più degradata, dei partiti, né ai codici di per sé privatistici, del mercato. Tra i cittadini è cresciuto il desiderio di riappropriarsi di ciò che è comune, non solo beni ma anche processi. La democrazia si allarga e diventa più inclusiva: delle nuove forme di partecipazione dei cittadini, della gestione dei beni comuni, della società civile che interagisce, in piena autonomia, con una sfera politica che si apre alla cittadinanza invece di chiudersi come un riccio.


Processi di questo tipo cambierebbero in positivo anche il delicato rapporto tra privato e pubblico. Nei decenni del neoliberismo abbiamo assistito al trionfo del privato, declinato in vari modi: consumismo, chiusura nell'interesse personale, familismo, evasione fiscale; ma anche, sul versante opposto, solitudine, frammentazione, esclusione. Sarebbe ora di riattivare e riapplicare quella rivoluzionaria intuizione del movimento delle donne degli anni '60 e '70: «Il personale è politico». Le persone, uomini e donne, devono riflettere sul loro privato - i loro valori, consumi, strategie individuali e familiari. Questa riflessione ha rilevanza per lo spazio pubblico di più grande emergenza - l'ambiente. Una visione ecologica del mondo incentrata sui beni comuni richiede una trasformazione qualitativa e relazionale del rapporto tra spazi pubblici e privati, così da perseguire la giustizia ambientale e sociale. I destini del pianeta non possono essere affidati esclusivamente ad interessi individualistici, guidati dal tasso di profitto a breve termine e dalla negazione della dignità del lavoro. In coerenza con una visione ecologica del mondo incentrata sui beni comuni, occorre invece coniugare i doveri e i diritti, per costruire relazioni equilibrate per l'insieme della collettività.


Troppe volte la partecipazione, come viene praticata dai partiti ansiosi di dimostrare la loro disponibilità e la loro modernità, ha assunto il volto dello sfogatoio, con assemblee caratterizzate da un confusionismo generale. Occorre invece uscire da questa mistificazione della sovranità popolare, e allo stesso tempo destrutturare una sovranità popolare totalmente fondata sulla delega. Occorre trasformare il livello prepolitico della partecipazione in diritto alla democrazia. Possiamo infatti mutuare i principi della Convenzione europea di Aarhus - legge dello Stato a partire dal 2001. La Convenzione, attraverso l'istituto della partecipazione, riduce la discrezionalità delle scelte politico-amministrative, obbligando le istituzioni a prendere in considerazione le istanze partecipative e ad argomentare in maniera più circostanziata le proprie decisioni.


In questo senso il Laboratorio Napoli "Per una Costituente dei beni comuni" prevede sedici consulte divise per macro-aree che si interfacciano con i singoli assessorati attraverso il ruolo dei facilitatori. L'informazione deve costituire il presupposto per una reale partecipazione. Il processo partecipativo è normato e calendarizzato, la sua violazione può determinare l'annullamento degli atti amministrativi. Ciò rende certo il processo evitando forme fasulle e confusionarie della partecipazione, ponendosi come un esempio del necessario connubio tra rappresentanza e partecipazione. 
Un altro esempio di partecipazione, disegnato per la consultazione di un grande numero di cittadini, è il referendum on line che, preceduto dalla necessaria dispensa di informazione bi-partisan, può portare alle decisioni in tempi rapidissimi.
Un altro ancora viene chiamato Party (partecipazione attiva riunendo tavoli interagenti). È un metodo ispirato a due fra i più diffusi (Town meeting e Open Space Technology), che permette di discutere e decidere insieme sia su questioni locali che nazionali. Un'assemblea, ad esempio, viene divisa in tavoli di dieci-quindici persone ciascuno. I/le partecipanti, che possono non conoscersi affatto, affrontano i temi a loro sottoposti. Per ogni tavolo si sceglie una persona per facilitare il dibattito, un'altra per prendere appunti. Dopo una lunga e informata discussione in un arco di tempo prestabilito, ogni tavolo cerca di esprimere nel report un'opinione collettiva che può anche comprendere proposte diverse. Alla fine, una sintesi di tutto il lavoro svolto viene presentato alla plenaria. L'interazione tra chi partecipa ai tavoli e la possibilità di essere praticata a costi contenuti e con un uso ottimale delle tecnologie informatiche, costituiscono un pregio particolare di questo tipo di democrazia partecipativa.


Di tutte le forme di democrazia partecipativa, quella iniziata nella città di Porto Alegre in Brasile rimane una delle più convincenti, e per tre ragioni principali: la prima perché la partecipazione è calendarizzata, con un forte senso di continuità temporale durante l'anno, non limitata a una singola occasione. La seconda perché prevede un gran numero di luoghi e livelli di partecipazione, dagli incontri di strada (street meeting) di gennaio al Consiglio di bilancio in settembre, alla solenne adozione del bilancio partecipativo da parte del consiglio municipale e del sindaco a fine anno. E la terza perché è un processo, non un momento, che contribuisce così alla formazione di un prezioso capitale per qualsiasi democrazia - gruppi crescenti di cittadini informati, attivi e con idee chiare su che cosa costituisce una cultura democratica. Dobbiamo trovare, declinando in più di un modo la democrazia partecipativa, la forza per portare avanti una vera rivoluzione culturale fatta di trasparenza e responsabilità.


Forme e pratiche di una nuova aggregazione
La degenerazione degli attuali partiti politici oscura e mortifica gli ideali di molte persone che, soprattutto a livello di base, vi militano in buona fede e con generosità. La volontà di partecipazione, di far da sé, di riprendere in mano il bandolo del discorso pubblico, richiede invece un modello di pratica e di organizzazione politica radicalmente altro rispetto a quello formatosi nel lungo ciclo novecentesco. Non possiamo più accettare un modello incentrato sulla stretta identificazione di sfera pubblica e di sfera politica con un tendenziale primato della seconda sulla prima, in quanto luogo di espressione della forma partito intesa come unico soggetto dotato di voce e legittimazione.


I nostri Costituenti, nello scrivere l'art. 49, avevano immaginato i partiti come luoghi di mediazione, corpi intermedi fra società e istituzioni politiche. Luoghi nei quali potesse formarsi e organizzarsi il consenso. Ma il principio costituzionale che i partiti devono concorrere «con metodo democratico» alla vita politica nazionale, è stato realizzato solo parzialmente, in riferimento alle relazioni esterne dei partiti. In realtà s'immaginava che il metodo democratico dovesse valere soprattutto nel funzionamento interno dei partiti, sulla base di principi quali la solidarietà, l'eguaglianza, la pari dignità, la trasparenza. Una volontà velocemente disattesa da un sistema politico che si è progressivamente organizzato con strutture opache, piramidali, fortemente escludenti.


I partiti politici attuali sono così diventati organizzazioni completamente anacronistiche rispetto ad un modello di democrazia che non può più esaurirsi nella rappresentanza e nella delega. Il fondamento giuridico leggero che li intende quali libere associazioni di cittadini non riconosciute (Codice civile) risulta paradossale. Essi incredibilmente si trovano nella posizione di godere da un lato di tutti i benefici di un soggetto privato, dall'altro di avere accesso ad ingenti risorse pubbliche. Un mostro a due teste che si appella al diritto di riservatezza, proprio dei soggetti privati, mentre vive di risorse pubbliche in una dimensione opaca, espressione di corruzione e perversa contaminazione di interessi pubblici-privati.
Noi vogliamo invece affermare l'interpretazione autentica dell'espressione «metodo democratico», vogliamo un soggetto politico che, oltre i partiti, sappia muovere dai fondamenti costituzionali per creare nuovi modelli di partecipazione politica, fondati sulla passione, la trasparenza e l'altruismo.
In primo luogo il soggetto nuovo, nelle sue regole e pratiche, dovrebbe mettere l'accento sull'inclusione. L'immagine dei partiti arroccati ai propri privilegi e separati dal resto della società, dediti all'hollowing out, allo svuotamento della democrazia - sempre più potere nelle mani della leadership, sempre meno democrazia interna, sempre meno iscritti (Peter Mair) - dovrebbe cedere il passo a un'altra, totalmente diversa, basata sull'allargamento dello spazio pubblico della politica, non sulla sua restrizione. Dentro questo spazio, non più separato dalle istanze della società, si muoverebbe una pluralità di attori politici nuovi. Si passa così dall'esclusione verticistica (il tesserato come spettatore passivo degli show dei suoi leader) all'inclusione orizzontale: il cittadino come agente in una struttura basata su regole democratiche. La struttura del nuovo soggetto non sarebbe piramidale ma confederale, senza un centro nazionale fisso ma con un coordinamento itinerante e a rotazione che si sposta regolarmente da regione a regione. I singoli individui si aggregano in modo egualitario sia alla sfera della discussione e della decisione, sia a quella dell'azione, ognuno nei limiti delle sue possibilità e delle sue disponibilità di tempo. A tutti i livelli cerchiamo le forme politiche che consentiranno realisticamente la possibilità di confrontarsi e decidere insieme (vedi sopra nel paragrafo B). Ci interessa un luogo dove si sperimentino pratiche fondate sul "potere di" piuttosto che sul "potere su".


Il soggetto nuovo nascerà da un'istanza diametralmente opposta a quella che ha guidato quasi tutti i processi organizzativi novecenteschi. Organizzarsi, secondo quel modello significava unificare gli identici, raccogliere in un unico contenitore (modellato gerarchicamente sulla struttura statale) gli omogenei - coloro che condividono gli stessi valori, gli stessi linguaggi, gli stessi ideali, gli stessi interessi e gli stessi luoghi. Crediamo invece che organizzare, oggi, voglia dire mettere in connessione le diversità: culturali, etniche, linguistiche. Inventare la forma della convivenza in un mondo e in una società in cui quello che era distante e separato tende a convergere e intrecciarsi. L'organizzazione politica dovrebbe essere il grande laboratorio in cui si inventano e si forgiano i nuovi linguaggi di un dialetto universale in grado di superare la separatezza Una politica che sappia emanciparsi dalla coppia schmittiana "amico-nemico". Che sappia trovare la propria essenza non nell'esclusione reciproca (e nel conflitto tra identità chiuse e separate) ma nell'inclusione e nella contaminazione-connessione-ibridazione tra identità.


Una serie di regole semplici e condivise che in questi anni sono diventate patrimonio comune determineranno il comportamento del nuovo soggetto nelle istituzioni e fuori di esse. Adozione di un codice etico e dunque politico nella ricerca e accettazione dei finanziamenti, rifiuto della gestione clientelare di risorse e consulenze, primarie per la selezione dei candidati o assemblee partecipate nei piccoli comuni, limiti e vincoli di mandato, rotazione negli incarichi di direzione, trasparenza nell'uso delle risorse. La vita interna del nuovo soggetto si baserà anch'essa su alcune semplici regole di base: prendere le decisioni ricercando in modo prioritario il massimo consenso possibile; quando occorre procedere al voto con il sistema "una testa un voto", unire il rispetto delle decisioni maggioritarie con la salvaguardia dei diritti delle minoranze, possibilità per tutti di votare in modo regolare e segreto. Nelle riunioni del nuovo soggetto, considerazioni di genere devono assumere un posto di massima importanza: nessuna tolleranza per i soliti maschi accentratori. Tempi stretti di intervento, ascoltare ciascuno/a e fare in modo che ciascuno/a parli, report tempestivi delle riunioni.


La chiave della vita interna dovrebbe essere la prevenzione insieme all'invenzione: prevenzione di tutte quelle forme di burocratizzazione e di oligarchia che hanno sempre caratterizzato i partiti socialdemocratici (per non parlare di quelli democristiani), un'invenzione che si nutre di una partecipazione dal basso sempre più formata politicamente: negli ultimi anni, tante delle persone coinvolte nelle campagne referendarie e in mobilitazioni simili si sono informate, studiando, sostituendosi così ai partiti nelle proposte di nuove politiche. La formazione, ormai assente nelle strutture partitiche (con gravi danni non solo a livello nazionale, ma anche nelle amministrazioni locali, con politici sempre più ignoranti) è un terreno su cui ritornare a impegnarsi. Più estesa la scala, più arduo diventa il nostro compito. In ogni caso la nuova democrazia deve camminare mano in mano con l'efficacia. Oltre al come si decide, diventa importante come si funziona. È del tutto inutile rimpiazzare la repubblica delle banane o quella dei "tecnici" con una delle chiacchiere.


Lavoriamo per stemperare, rendendolo dinamico, il confine fra le persone che partecipano a campagne e gli iscritti. Pensiamo ad allargare il potere decisionale a tutti, attraverso consultazioni vincolanti tramite voto referendario e primarie, per la materia elettorale e non solo.

Comportamenti e passioni
Le regole formali, preziose e insostituibili, non sono sufficienti. Ad esse va associata la lenta ma costante creazione di una cultura profondamente diversa. Per troppo tempo abbiamo scelto di escludere dal campo della politica qualsiasi riflessione sulle passioni e sui comportamenti individuali. Un esempio fra tanti: la cultura della pace. Siamo bravi a predicare la non-violenza a livello internazionale ma molto meno a praticarla come virtù sociale. Le relazioni tra di noi nella sfera pubblica politica rimangono piuttosto primitive, senza alcun guida. Anzi. Abbiamo accettato fin troppo facilmente che la nostra pratica politica sia intrisa della violenza e della competitività, una forma di neo-liberismo interiorizzato. Superare una cultura così longeva e insidiosa non è questione di una stagione politica. Ma riconoscere la legittimità del tentativo è già un grande passo in avanti. 
Quando parliamo delle passioni e delle emozioni viene in mente primo di tutto un discorso sul loro governo. Tante volte consentiamo che siano le passioni negative - l'invidia, l'odio, l'orgoglio, l'ira - e i comportamenti sociali che ne derivano - la rivalità, la voglia di sopraffare, il perseguimento dei propri interessi in modo esclusivo - a guidare le nostre azioni. E spesso lo facciamo con una grande inventiva, rappresentando i dissidi come "differenze oggettive", negando con veemenza le loro origini soggettive. Questo approccio rende la sfera pubblica politica paragonabile a una grande giungla preistorica, dominata da ego-mostri - politici moderni gonfiati dall'attenzione incessante dei media. Un primo passo, dunque, verso una nuova politica in questo campo sarebbe un discorso centrato sul governo e sull'autogoverno delle passioni, l'invito forte all'autodisciplina, la produzione di un codice di comportamento.


Soprattutto dobbiamo negare spazio a una delle passioni più dannose - il narcisismo. Siamo stufi di leader narcisi e non vogliamo semplicemente affidarci a figure carismatiche, incoraggiate al massimo dalla moderna personalizzazione della politica. Non sopportiamo il protagonismo sfrenato e l'auto-compiacimento senza fine. Se il nuovo soggetto politico venisse concepito come veicolo per una leadership che si presenta in questo modo, avrebbe poca possibilità di crescere e fiorire. 
Le passioni non esistono però solo per essere governate. Una seconda riflessione invita al superamento della classica contrapposizione tra ragione e emozioni, la prima vista come positiva e civilizzante, le seconde giudicate negative e primitive. Certe emozioni e i comportamenti sociali che ne derivano costituiscono invece una risorsa preziosissima per la sfera pubblica politica: la compassione e la gioia, l'amore e la speranza, la generosità e il rispetto per gli altri. Non cerchiamo una nuova sfera politica di auto-abnegazione e di sacrificio, in cui l'individuo si annulli a servizio della causa comune. Cerchiamo invece l'autorealizzazione individuale in un contesto collettivo radicalmente nuovo, all'insegna dell'eguaglianza. Sarebbe interessante sperimentare di più il sentimento dell'empatia, cioè la capacità di mettersi nei panni dell'altra/o, in termini non solo personali ma politici, praticando quella «salda comunanza» (Martha Nussbaum) che esalta le facoltà tipicamente umane di scelta e di socialità.


Tutto questo può trovare una prima verifica nella sfera della micro-politica, la cultura sottostante e di supporto alle regole formali e alle grandi riunioni nazionali. È qui che i partiti politici tradizionali danno il peggio di sé. Abbiamo visto dirigenti dei partiti venire alle riunioni e poi leggere ostinatamente i giornali finché non è il loro turno di parlare o quello di un altro dirigente (rivale). Abbiamo visto ovunque i tipici atteggiamenti maschili - non solo di uomini - per cui ci si preoccupa solo del proprio intervento, poi si riaccendono i cellulari e ci si mette a chiacchierare in fondo alla sala. Tutti arrivano in ritardo: più importante sei, più in ritardo arrivi. Tutto l'impasto di una riunione o di un'assemblea assume l'aspetto livido di una contusione, di una profonda e persistente ferita alla democrazia. Da quel terreno cosa può scaturire di nuovo o di buono?


A livello di micro-politica un soggetto nuovo metterebbe invece l'accento su un modo di comportarsi radicalmente diverso, all'insegna dell'eguaglianza e della cooperazione fra generi, della capacità di ascoltare, della puntualità, dell'incoraggiare alla partecipazione i più timidi o chi ha meno esperienza. Ritroverebbe una fisicità della politica oltre le reti virtuali di Internet, avrebbe attenzione alla massima circolazione dell'informazione interna e cura che i nuovi partecipanti non si sentano ospiti, ma protagonisti alla pari degli altri. A predominare sarebbero le virtù sociali della mitezza e della fermezza. Il mite, scrive Norberto Bobbio, «è l'uomo (donna) di cui l'altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé». Alle sue qualità intrinseche ne viene aggiunta un'altra - quella della fermezza, la capacità di non cedere, come ci ha insegnato Gandhi, ma di insistere con pacatezza. Così la cultura politica nuova si distanzia mille miglia da quella classica del Novecento, basata com'era in grande parte sul machiavellismo, sulla realpolitik, sulla furbizia e l'autoreferenzialità.

Quattro nodi radicali e di rottura 
1. Si rompe con il modello novecentesco del partito, introducendo nuove regole e pratiche: trasparenza non segretezza, semplicità non burocrazia, potere distribuito non accentrato, servizio non carrierismo, eguaglianza di genere non enclave maschili, direzione e coordinamento collettivo e a rotazione, non di singoli individui carismatici. .
2. Si rompe con questo modello neo liberista europeo che vuole privatizzare a tutti i costi, che non ha alcuna cultura dell'eguaglianza, che minaccia a morte lo stato sociale, la dignità e sicurezza del lavoro. Si insiste invece sulla centralità dei beni comuni, la loro inalienabilità, la loro gestione democratica e partecipata. 
3. Si rompe con la visione ristretta della politica, tutta concentrata sul parlamento e i partiti. Si lavora invece per un nuovo spazio pubblico allargato, dove la democrazia rappresentativa e quella partecipata lavorano insieme, dove la società civile e i bisogni dei cittadini sono accolti e rispettati.
4. Si riconosce l'importanza della sfera dei comportamenti e delle passioni, rompendo con le pratiche mai esplicitate ma sempre perseguite dal ceto politico attuale: la furbizia, la rivalità, la voglia di sopraffare, il mirare all'interesse personale. Al loro posto mettiamo l'inclusività, l'empatia, la mitezza coniugata con la fermezza.


Una proposta
Il futuro di questo manifesto, del progetto di radicale rinnovamento della soggettività politica che esso propone, è nelle mani di tutti e tutte coloro che lo desiderano attivamente. Si può iniziare dall'impegno a promuovere incontri, inventare momenti partecipativi e occasioni di confronto fondate su una comune condizione sociale o sul radicamento attivo nei territori. Una mobilitazione diffusa e connessa, che non imponga esclusività di appartenenze e che si ritrovi poi in un primo appuntamento nazionale. 
Inoltre si può pensare che sia positiva la presenza alle elezioni amministrative di liste di cittadinanza politica che prendano a riferimento e contribuiscano a costruire questo progetto nazionale. Una rete orizzontale di rappresentanza che sia radicata nei territori e connotata dagli elementi di metodo prima indicati: democrazia, governo partecipato dei beni comuni, etica, nuova cultura delle relazioni. Non si tratta di aggiungere sigle contro tutto e tutti, né di sommare esperienze locali che restano locali, tanto meno di chiudersi nel recinto di una radicalità ideologica.
Vogliamo costruire un soggetto che determini una trasformazione complessiva, costruisca anche alleanze e mediazioni ma con l'ambizione tutt'altro che minoritaria di mettere in campo un'altra Italia. Di lavorare per un'altra Europa.


Per adesioni, contributi scritti, informazioni: www.soggettopoliticonuovo.it

Primi firmatari: 
Andrea Bagni, Paul Ginsborg, Claudio Giorno, Chiara Giunti, Alberto Lucarelli, Ugo Mattei, Nicoletta Pirotta, Marco Revelli, Massimo Torelli (redattori del testo), Giuseppina Antolini, Danila Baldo, Giuliana Beltrame, Piero Bevilacqua, Valter Bonan, Paolo Cacciari, Nicoletta Cerrato, Adelaide Coletti, Emmanuele Curti, Sergio D'Angelo, Giuseppe De Marzo, Gianna De Masi, Silvia Dradi, Luigi Ferrajoli, Dario Fracchia, Luciano Gallino, Domenico Gattuso, Luca Giunti, Celeste Grossi, Danilo Lillia, Marinunzia Maiorani, Teresa Masciopinto, Luca Nivarra, Leo Palmisano, Tonino Perna, Riccardo Petrella, Anna Picciolini, Sandro Plano, Chiara Prascina, Corinna Preda, Giuliana Quattromini, Leana Quilici, Alessandro Rampiconi, Domenico Rizzuti, Stefano Rodotà, Chiara Sasso, Enzo Scandurra, Laura Tonoli, Mapi Trevisani, Vittorio Vasquez, Fulvio Vassallo Paleologo, Guido Viale

25.3.12

Harvey Milk, uno studente militante, che non rimane a guardare!

RIPORTIAMO DI SEGUITO LA LETTERA CHE UN COLLETTIVO DI STUDENTI DEL LICEO SCIENTIFICO E LINGUISTICO G.LEOPARDI DI RECANATI HA SCRITTO PER PORTARE ALLA LUCE LA GRAVITA' DI FATTI SUCCESSI NELLA LORO SCUOLA: MINACCE, VIOLENZA VERBALE, NON RISPETTO DEL DIRITTO DI AUTORGANIZZAZIONE E AUTOGESTIONE DEGLI STUDENTI, NON GARANZIA DELLA LIBERTA' DI ESPRESSIONE.
SOSTENENDO LA CAUSA DI QUEGLI STUDENTI, CONVINTI CHE POSSA APRIRSI IN QUELLA SCUOLA UNA MOBILITAZIONE CHE RESTITUISCA AI LEGITTIMI PROPRIETARI I DIRITTI VIOLATI, INVITIAMO A PUBBLICARE, CONDIVIDERE SUI NETWORKS, SOTTOSCRIVERE QUESTA LETTERA CHE PRENDE LA FORMA DI APPELLO.
POTETE FARLO INVIANDO UNA MAIL ANCHE A NOI: lgsmacerata@gmail.com. RIPORTEREMO LE FIRME DI TUTT@ COLORO CHE SONO PRONTI A METTERCI LA FACCIA PER UNA CAUSA GIUSTA. PER GLI STUDENTI DI QUEL LICEO COME PER TUTT@: DEMOCRAZIA E DIRITTI!!!

"Le assemblee studentesche nella scuola secondaria superiore costituiscono occasione di partecipazione democratica per l'approfondimento dei problemi della scuola e della società in funzione della formazione culturale e civile degli studenti."(Decreto legislativo 297/94)Partecipazione democratica? Formazione? Parole troppe volte sentite ma mai messe in atto, nel liceo Giacomo Leopardi di Recanati.Sono uno studente indignato che, per paura di eventuali ritorsioni, si firmerà con lo pseudonimo di Harvey Milk. Mi chiedo come possano parole come democrazia e diritto d'assemblea sparire dal vocabolario della nostra scuola, il Luogo dove, l'amore per la civiltà e la cultura dovrebbe essere d'obbligo.Sono indignato perchè, nel mio liceo, non possiamo trattare liberamente argomenti a noi affini che ci coinvolgano e che ci permettano di crescere e maturare una nostra cultura critica.

Poco più di un mese fa, riunendo i rappresentanti di classe e quelli d'istituto (ovvero il comitato studentesco), abbiamo decretato, nell'autonomia che dovrebbe esserci permessa attraverso il comitato, che la prossima assemblea d'istituto avrebbe trattato il tema dell'omofobia, e avremmo visto il film "Milk" (la storia di un militante omosessuale statunitense, ucciso nel 1978; ecco perchè ho scelto questo pseudonimo). Ma,la nostra scelta democratica è stata soverchiata da una presa di posizione "nonnista" che ha calpestato completamente, o quasi, i nostri diritti di studenti: la professoressa incaricata di mediare i rapporti tra gli studenti e la preside ( è, questa, una carica legittima che preserva la nostra libertà di assemblea, o la soffoca semplicemente?), hanno deciso che quest'assemblea non si poteva fare. I motivi? Per la preside questa tematica risulterebbe troppo pesante agli studenti più piccoli, potrebbero rimanere scioccati da un film del genere; saremmo caduti nel banale, per loro; avremmo ridicolizzato un argomento tanto forte, per loro; ma noi abbiamo il diritto di scegliere democraticamente e autonomamente, per legge.

Ora, vorrei chiedere alla Signora Preside: siamo davvero sicuri che i motivi siano questi? Perchè, Signora Preside, non si può parlare di omofobia? Meglio censurare che informare, forse, per la nostra dirigente?Crede davvero che parlare di omofobia, ai giorni d'oggi, sia un argomento troppo forte per gli studenti più giovani di questa scuola? Io penso che questa risposta sia vaga, insoddisfacente e irrispettosa nei confronti della nostra intelligenza.

Nei giorni seguenti passa per le classi una circolare relativa all’assemblea: il tema e i giorni, imposti dalla dirigente, non rispecchiano il volere dei rappresentanti. Il comitato, nuovamente, si riunisce decidendo di contestare apertamente e pubblicamente, durante la sudetta assemblea, la decisione presa "dall'alto".Anche il nostro spirito di iniziativa volto ad opporci legittimamente a questa decisione inammissibile, è stato represso dai "piani alti" che, venuti a conoscenza delle nostre idee a riguardo, bloccando sul nascere qualsivoglia protesta,minacciano di prendere fantomatici provvedimenti disciplinari mirati.L'assemblea viene, di fatto, organizzata e gestita dal dirigente, nei giorni fissati, o, per meglio dire, imposti, in un clima di timore a paura che impedisce agli studenti la contestazione. Mi sorge un'altra domanda: chi rappresenta noi studenti? La Signora Preside, o i Rappresentanti d'istituto che abbiamo votato a inizio anno?

La tensione è tanta nella scuola, e, il giorno dopo, i muri sono tappezzati di volantini contro l'omofobia, espressione di un comune pensiero di protesta contro questa dirigenza scolastica che rasenta il totalitarismo più goffo e becero.Non ci spieghiamo cosa ci sia di sbagliato nel sensibilizzare ragazzi, giovani e giovanissimi, su una problematica così vicina a noi.Ma forse la questione prima è un' altra: possiamo, davvero, continuare a sopportare questo clima di intimidazione e repressione senza fiatare? Non dovrebbe il rapporto studenti- insegnanti essere di collaborazione e crescita? Dunque, perchè ci viene negato il diritto più elementare, quello di riunirci e parlare di ciò che a noi è caro, senza dover dover subire intimidazioni, per una semplice e sana contestazione? E' questa la Democrazia, la Libertà? 

Io pretendo di poter discutere, insieme ai miei compagni, di ciò che meglio ritengo opportuno, senza intermediazioni, senza filtri e senza censure, perchè tutto questo è un nostro diritto. Scegliere in autonomia i nostri rappresentanti e scegliere cosa siano e di cosa parlano le nostre assemblee è una questione che semplicemente non dovrebbe riguardare gli organi di dirigenza scolastica.Pretendo una scuola pubblica, dove poter esprimere le mie idee, sentirmi rappresentato da miei coetanei, e trovare spazi per l'autogestione e la crescita. Perchè la Scuola (quella con la s maiuscola) non è fatta solo di banchi e cattedre. Fare opposizione e intervenire come è stato fatto è oltre che una grave mancanza di rispetto e fiducia nei nostri confronti,è anche un negare tutto quello che i libri di storia ci hanno insegnato sul concetto di democrazia.

Vorrei che il lettore, soprattutto se studente, si soffermi sulla riflessione che propongo e denunci episodi analoghi, ove abbiano avuto luogo, perchè solo attraverso la denuncia potremo dar fine a questo scempio.Invito tutti a indignarsi insieme a me, perchè questo fatto non passi inosservato, come tanti altri.

Harvey Milk, uno studente militante, che non rimane a guardare

17.2.12

Una nuova democrazia a Roma

Riportiamo il documento (tratto da www.democraziakmzero.org) elaborato da una moltitudine di realtà romane, con il quale si fa sintesi di quanto portato avanti sinora nelle nostre lotte locali e nazionali, cercando di dare uno spessore politico alle rivendicazioni dei movimenti, attorno al nodo della riappropriazione collettiva dei beni, del governo del territorio, della ricchezza comune, verso uno sviluppo collettivo e partecipato.

L’ANNUNCIO DI UN INCONTRO A ROMA per “costruire la democrazia dei beni comuni” e la bozza di un “Manifesto politico della città di Roma”.

Costruiamo la Democrazia dei beni Comuni a Roma. Rilanciamo la città pubblica contro le privatizzazioni, le dismissioni, i tagli al welfare. Mercoledì 29 febbraio ore 17.30 all’ex Cinema Palazzo – San Lorenzo.

Roma si trova sotto attacco delle speculazioni finanziarie e immobiliari, delle privatizzazioni, dei tagli ai servizi e al welfare. Un strategia che si svolge su più fronti.

I programmi di austerità e di tagli portati avanti dal governo Berlusconi e proseguiti da Monti, sotto il diktat delle burocrazie europee, hanno ridotto le risorse disponibili nelle casse comunali, già oberate da un forte indebitamento e strozzate dall’imposizione del Patto di stabilità. Sulla città di Roma incombe il ricatto della dismissione e della privatizzazione forzata dei servizi pubblici locali, in spregio dei 27 milioni di “sì” ai referendum di giugno che hanno rotto l’egemonia liberista affermando la difesa dei beni comuni. I primi effetti sono sotto gli occhi di tutti: riduzione della qualità e del peso dei servizi collettivi, aumento delle tariffe, ulteriore precarizzazione delle condizioni di lavoro, azzeramento delle politiche culturali.

Altro che federalismo! Roma e le altre città sono annichilite dalle politiche centraliste di un governo nazionale che scarica sulla dimensione locale la propria incapacità.

La destra al governo della città e della Regione propone un modello di sviluppo fondato sulla rendita, le privatizzazioni e la subalternità totale ai poteri forti, come dimostrano il Piano Casa, i progetti di cementificazione di Alemanno (milioni di metri cubi di cemento oltre a quelli già previsti dal Piano regolatore) e il Piano rifiuti della Regione Lazio. Inoltre, assistiamo alla svendita di un immenso patrimonio pubblico ( i depositi Atac, gli immobili militari, gli immobili trasferiti con il federalismo demaniale) che invece potrebbe essere destinato a servizi e abitazioni a canone sociale. Stessa musica nell’ambito culturale, dove assistiamo a tagli drastici delle già poche risorse disponibili e un attacco frontale alle esperienze che nei territori producono socialità, cultura e riqualificazione urbana. Mentre in Europa e nel mondo vanno in crisi le ricette liberiste, la destra di Alemanno gioca la carta dell’aggressione ai beni comuni e della finanziarizzazione della città, riducendo ai minimi termini il ruolo e le funzioni del consiglio comunale e degli organi rappresentativi.

Occorre invertire la rotta. La città deve cessare di essere concepita come una preda dagli speculatori, come salvadanaio dal governo nazionale o come proprietà privata dalle classe politica.

Intendiamo cogliere lo spirito emerso nel “Forum dei Comuni per i beni comuni” che si è tenuto a Napoli il 28 gennaio per aprire una nuova stagione nella città di Roma. Proponiamo di costruire uno spazio politico di movimento che punti a realizzare un nuovo modello di città fondato sui beni comuni, il federalismo possibile, l’autogoverno dei cittadini. Uno spazio autonomo dai partiti, ma non autoreferenziale, che sappia produrre proposte per la città e imporle nel dibattito pubblico.

Per farlo pensiamo di partire dalle tante vertenze e dalle mobilitazioni per i beni comuni e i diritti sociali che attraversano Roma. Vogliamo aprire una discussione pubblica e un percorso dal basso che sia in grado di disegnare un’altra via d’uscita dalla crisi e un’altra idea di città.

Primi promotori: Action-diritti in movimento, Esc-atelier autogestito, Point Break, Horus Project, Lab Puzzle, Strike, Angelo Mai.



Dalla partecipazione all’autogoverno

Bozza per un Manifesto politico della città di Roma

Punto 1. 
OLTRE LA RETORICA DELLA PARTECIPAZIONE

All’inizio degli anni duemila, sulla scorta del laboratorio di Porto Alegre in Brasile, si erano avviate esperienze di partecipazione all’interno degli enti locali di molti paesi del mondo. Sotto il nome di “nuovo municipalismo”, si era fatta strada l’idea che “processi partecipativi” che coinvolgessero attivamente la cittadinanza, potessero riformare “dal basso” le logore istituzioni locali.

Oggi dobbiamo constatare che quel progetto di riforma ha subito una battuta d’arresto. Bisogna infatti vedere nella crisi economico-finanziaria che si è avviata nella seconda metà del 2007, le radici di una più profonda CRISI DEMOCRATICA che riguarda da vicino le stesse istituzioni politiche e che rende la parola d’ordine della “partecipazione”, insufficiente a rispondere alla domanda di nuova democrazia.

Nella fase attuale, infatti, assistiamo ad un profondo processo di espropriazione della decisione politica da parte delle istituzioni economiche-finanziarie a danno dei cittadini. Il criterio di legittimazione delle decisioni in materia politica ed economica smette di essere interno al rapporto tra governati e governanti, spostandosi fuori dei tradizionali canali della rappresentanza. Che sia il comportamento dei mercati, le valutazioni delle agenzie di rating o le decisioni della Banca Centrale Europea, il cosa decidere, come e quando, non è più appannaggio dei cittadini, neanche attraverso gli strumenti di delega tipici delle democrazie liberali.

Chi governa esegue decisioni prese altrove, chi è governato non può far altro che subire un processo sul quale non ha più alcuna capacità di controllo. La crisi del debiti sovrani in Europa ha ancor di più accelerato e radicalizzato questo processo di espropriazione della decisione, proiettandolo su tutti i livelli amministrativi. Il dominio incontrastato del potere esecutivo dei governi su quello legislativo delle assemblee elettive, così come la fiducia incondizionata accordata ai tecnici e agli esperti, ne sono una conferma lampante.

In questo quadro, limitarsi ad inserire degli scampoli di partecipazione all’interno dei canali della rappresentanza, già sostanzialmente svuotati dalle loro prerogative, è quantomeno debole e rischia di non essere all’altezza della sfida che abbiamo di fronte.

Punto 2.
 IL DECENTRAMENTO AUTORITARIO: PER UNA CRITICA AL FEDERALISMO ESISTENTE

Le nuove disposizioni in tema di federalismo non smentiscono, anzi confermano, il quadro che stiamo descrivendo. Il problema sta, per così dire, a monte. L’utilizzo della stessa parola federalismo – aggettivata nei modi più disparati: amministrativo, regionale, fiscale, demaniale – rischia di trarre in inganno. Ciò che va sotto il nome di federalismo è in realtà una forma di mero decentramento di alcuni poteri e competenze che in precedenza erano monopolio dello Stato centrale. La stessa riforma del Titolo V della Carta costituzionale è stata informata da questa concezione: abbiamo assistito, infatti, non ad un ripensamento dei rapporti tra i poteri e le istituzioni in senso propriamente federativo, ma ad una semplice ridefinizione degli ambiti di competenza spettanti a Stato, Regioni e agli altri Enti locali. Si è dunque rimasti all’interno della stessa logica centralistica dello Stato moderno. Il processo devolutivo dei poteri e delle competenze ha riprodotto così la stessa topologia dello Stato unitario e accentrato: dall’alto verso il basso, si è detto, oppure dal centro alla periferia.

Lo stesso atteggiamento si è riscontrato, anche a sinistra, all’interno del dibattito su quella che, fino a poco tempo fa, veniva definita come “l’Europa politica”. La costruzione graduale dello spazio politico europeo, in senso federalista, è stata concepita come la proiezione, su scala territoriale più ampia, della statualità: l’Europa sarà finalmente politica – veniva detto da più parti – solo quando assumerà le fattezze di un Super-stato. Oggi, di fronte al rischio reale di una rottura dello stesso spazio economico e monetario europeo, i limiti di questo modo di vedere le cose sono sotto gli occhi di tutti e chi fino a poco tempo fa invocava l’Europa come nuovo Stato prova un certo imbarazzo e senso di smarrimento.

Infine, lo stesso discorso è stato fatto anche per un’altra parola andata molto di moda negli ultimi anni: la sussidiarietà. Questa è stata intesa come un principio residuale, utile a colmare gli spazi che il potere statale lasciava vuoti o scoperti, favorendo così non processi di autonomia a livello locale, ma di privatizzazione.

Con l’approfondirsi della crisi i limiti di questa prospettiva sono venuti allo scoperto. Da una parte il federalismo esistente appare oggi come uno strumento per scaricare verso il basso il peso delle misure di austerity e i processi di privatizzazione e svendita del patrimonio pubblico. Basti vedere gli effetti del cosiddetto “federalismo demaniale”, oppure le norme relative alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, per non parlare dell’effetto a cascata dei tagli alla spesa pubblica che finiranno per strangolare gli Enti Locali costringendoli alla riduzione e al congelamento dei servizi. Dall’altra parte il federalismo esistente, nonostante le apparenze, finirà per concentrare potere invece che diffonderlo. Emblematica è in tal senso la logica che informa la riforma di ROMA CAPITALE per accorgersene: qui il decentramento va di pari passo con la riduzione dei margini di rappresentanza nell’assemblea capitolina e con lo svuotamento più totale del ruolo dei municipi, ridotti ad essere organi meramente consultivi e senza budget.

Punto 3.
 DIFFONDERE IL POTERE: PER UN FEDERALISMO POSSIBILE

Contro l’inganno del federalismo esistente, occorre riaprire la riflessione e la pratica di un federalismo possibile. Non si tratta di una questione tecnica o di modellistica istituzionale, come si suole dire quando si parla di queste tematiche. Si tratta di riaffermare il federalismo come differente modo di concepire le relazioni, i processi decisionali e la strutturazione del potere politico. Si tratta, detto in altri termini, di ripensare radicalmente il rapporto tra l’uno e i molti, andando definitivamente oltre gli angusti confini della sovranità statale.

Abbiamo già parlato dei limiti e degli errori di prospettiva di chi ha pensato l’Europa federale alla maniera di un Super-stato. Occorre oggi, allo stesso tempo, ripensare radicalmente anche un’altra ipotesi che in questi anni ha circolato con forza, tra gli europeisti più convinti, il federalismo multilevel. Il multilevel, di fronte alla crisi della governance europea, va ridefinito a partire dai movimenti sociali e dalle istanze di autogoverno territoriale. Le città e le metropoli devono oggi ambire a scavalcare o aggirare lo Stato nazione. Solo in questo modo uno spazio europeo potrà essere preservato, valorizzato o esteso “dal basso”. Le città, le metropoli, i comuni devono ambire a collegarsi tra di loro, concependosi come nodi di una fitta RETE DI AUTOGOVERNO. Devono dare vita a federazioni, alleanze, leghe (di cui l’Europa era ricca agli inizi della modernità) che rompano i filtri imposti dagli Stati nazione ed aprano canali di contrattazione diretta con le istituzioni dell’Unione Europea.

Per realizzare questo obiettivo occorre ripensare alla radice la logica top\down tipica della modernità. Sono le città e i livelli locali di governo che semmai devono delegare ad istanze di governo condiviso alcune delle loro prerogative e competenze, non viceversa.
 Con ciò non intendiamo in alcun modo promuovere istanze localiste. Il localismo, al pari dello Stato, concepisce il territorio come uno spazio chiuso, segnato dalla naturalità dei suoi confini. Esso rappresenta l’altra faccia di una stessa medaglia. Il territorio, al contrario, va inteso come uno spazio dinamico, aperto, cangiante, all’interno del quale vanno fatte proliferare molteplici istante di autogoverno. Il territorio viene continuamente ridisegnato dalla società che lo attraversa. Lo stesso concetto di cittadinanza va pensato a questo livello.
Noi pensiamo quindi che sia arrivato il momento di OCCUPARE nuovi spazi politici in grado di negoziare, dal basso, le pratiche di governo. FEDERARE LE ESPERIENZE DI AUTORGANIZZAZIONE DEL TERRITORIO, trasformarle in COSTITUENTI SOCIALI capaci di progettualità e di lotta. Gli stessi amministratori locali dovrebbero utilizzare il loro ruolo di rappresentanti per dare spazio e capacità contrattuale a queste esperienze.

Per fare in modo che il dentro e il fuori dell’istituzione diventi un punto di contraddizione e di sedimentazione che duri nel tempo e che si diffonda nello spazio. Ben oltre la partecipazione, occorre essere coscienti che il problema oggi è diventato quello della RIFONDAZIONE DELLO SPAZIO PUBBLICO.

Punto 4.
 DEBITO PUBBLICO E AUSTERITÀ: IL SACCHEGGIO DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI

Dietro i programmi di austerità e di taglio alle spese sociali, è nascosto un inganno: quello di far credere che l’attuale crisi sia causata dall’ingrossamento dei debiti pubblici degli Stati, a loro volta gravati da un eccesso di spesa sociale. E’ vero il contrario: è lo smantellamento dei servizi sociali e la riduzione dei salari ad aver lasciato campo libero all’indebitamento privato delle famiglie, a un modello di sviluppo fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla rendita e sul profitto di breve periodo. Gli Stati, soccorrendo le banche private senza alcuna contropartita, hanno portato i propri bilanci al collasso. Non solo: la progressiva e incondizionata abdicazione del pubblico al ruolo di pianificatore ha spianato la strada alle strategie di conquista delle élite economiche e finanziarie che, prescrivendo la cannibalizzazione dei diritti, lo sfaldamento del welfare e il saccheggio delle risorse naturali e comuni, hanno sistematicamente preso in ostaggio le scelte politiche. Oggi si ritiene che la causa della malattia (la precarizzazione del lavoro, i taglio ai servizi sociali, il contenimento dei salari, l’aumento delle diseguaglianze e delle devastazioni ambientali) sia la medicina da somministrare al malato. C’è da escludere che ne uscirà vivo. Soprattutto il Pubblico Statale ha smesso da tempo di essere quello che pensiamo: in questa situazione paradossale lo Stato è diventato il garante degli interessi privati e i cittadini i prestatori di ultima istanza di chi li sta saccheggiando.

A completare questo rovesciamento della realtà, per il quale le vittime devono sentirsi in debito con i loro persecutori, ci pensano i programmi di austerità che stanno precipitando sui nostri territori: i piani di risanamento della spesa pubblica altro non sono che una pistola puntata alla tempia degli Enti Locali. Indebitati a causa degli stessi meccanismi perversi che mettono in ginocchio i bilanci dello Stato, svendono gli ultimi pezzi di territorio e di patrimonio, privatizzano servizi pubblici, falcidiano i servizi sociali e ogni brandello di welfare rimasto nelle loro mani. Eppure bisogna dire che lo spaventoso debito accumulato da Roma Capitale è l’altra faccia dell’arricchimento degli speculatori e dell’impoverimento dei romani. Invece di fermare questo circolo vizioso, ci si impegna per alimentarlo: sulla città di Roma ricadrà il ricatto della dismissione e della privatizzazione forzata dei servizi pubblici locali, con la conseguenza, del tutto scontata, di una riduzione della qualità e del peso dei servizi collettivi, di un aumento delle tariffe e di una spinta ulteriore alla precarizzazione del lavoro. In nome di una presunta efficienza (tutta da dimostrare), i romani pagheranno la totale inefficacia di questo modello. Le privatizzazioni “a orologeria”, d’altronde, si pongono obiettivi di mera sopravvivenza economica (oltretutto con risultati catastrofici per le casse comunali), senza contemplarne l’efficacia per la collettività in termini di miglioramento della qualità della vita.

Punto 5.
 NUOVI PRINCIPI PER I SERVIZI COLLETTIVI: VERSO UNA DEMOCRAZIA DEI BENI COMUNI

Occorre ripartire da un AUDIT COLLETTIVO DEL DEBITO DI ROMA CAPITALE. Riprendere in mano il bilancio comunale, attraverso un processo pubblico che smascheri il debito illegittimo creato a danno dei residenti. Una commissione permanente di cittadini che si occupi di “vivisezionare” il debito pregresso per capire come si è formato, chi ne ha beneficiato e chi lo detiene; per prospettare trattamenti diversi alle diverse categorie di prestatori. In secondo luogo, la commissione deve, oltre che rifiutare la dittatura del pareggio di bilancio e del patto di stabilità, assumersi il compito di reinterpretare l’idea di “sviluppo” della città, introducendo una NUOVA FILOSOFIA fondata su tre principi.

Il primo dice che i parametri che misurano la crescita economica (Pil) hanno perso ogni credibilità nel fotografare lo stato di salute di una comunità. L’innalzamento del livello dell’istruzione e della salute, la qualità della democrazia, l’impronta ambientale dei sistemi produttivi, la consistenza delle reti sociali, la riduzione del livello delle disuguaglianze, la conciliazione tra vita e lavoro: questi ed altri parametri devono essere assunti a pieno titolo quali indicatori dello sviluppo della città. Allo stesso modo il criterio per valutare l’efficienza dei servizi collettivi non può essere unicamente quello della riduzione dei costi e l’aumento dei margini di profitto, ma quello che misura l’allargamento della cittadinanza sociale, l’uguaglianza nell’accesso e la vivibilità della città.

Il secondo principio dice che il finanziamento dei servizi collettivi non può figurare come una spesa, un aggravio da ridurre e razionalizzare: questo pensiero dominante è solo un mezzo per stritolarli e renderli disponibili al saccheggio dei privati. I servizi non di mercato così come i beni che appartengono a tutti, sono la condizione per lo sviluppo di un’economia fondata sulle relazioni sociali, sulla conoscenza e sulla sostenibilità ecologica e, al tempo stesso, la remunerazione per quelle attività che rendono più ricca la società aumentando la qualità della vita, senza essere orientate dall’esclusiva ricerca del profitto. Per questo, lungi dall’esser considerato un costo, il loro finanziamento deve figurare come un INVESTIMENTO COLLETTIVO.

Il terzo principio di questa nuova filosofia afferma che il principio di sussidiarietà deve essere completamente rovesciato. Fino ad ora si è pensato che dove non arriva il pubblico, si deve lasciare al privato, e dove non arrivano entrambi, si deve lasciare alla società civile. Questa idea ha visto nel sociale un residuo dell’azione di governo e un modo opportunistico per scaricare verso il basso le inefficienze dei servizi e i costi che il pubblico non si vuole più sobbarcare.

In quest’ottica dobbiamo affermare UNA NUOVA GERARCHIA: i servizi e i beni pubblici (acqua, energia, trasporti, salute, istruzione, ecc.), così come il territorio (inteso come “suolo” ma anche come risorsa alimentare), e, perché no, la moneta, sono ISTITUZIONI e BENI COMUNI, e come tali, devono rispondere ad una logica gestionale e ad uno statuto proprietario radicalmente deversi. Rompere lo steccato che separa gli esperti dai non esperti, gli erogatori del servizio dai fruitori, i venditori dai clienti. Occupare gli spazi lasciati vuoti per il saccheggio da parte dei privati, per una ri-democratizzazione radicale che vede nei cittadini, nei lavoratori e nei fruitori che si organizzano insieme, i protagonisti di inedite modalità di gestione e di una nuova forma di PROPRIETÀ che superi la falsa alternativa tra pubblico e privato. Sono per noi i beni comuni, e non il pareggio di bilancio, a dover essere costituzionalizzati ed inseriti negli statuti degli Enti Locali.

In questa nuova filosofia non c’è posto dunque per la tirannia del privato, ma neanche per l’abulia del pubblico che esprime modi di organizzazione centralizzati e poco aperti alle trasformazioni, di conseguenza più fragili e sostanzialmente antidemocratici.
La generazione distribuita dell’energia attraverso fonti rinnovabili, i gruppi di acquisto solidale, le reti di scambio e riuso di beni e servizi, gli orti di quartiere, l’autogestione degli spazi culturali e sportivi, non sono solo esempi di sistemi locali distribuiti, aperti e interconnessi, capaci di mettere a valore competenze, di essere flessibili e accessibili su scala territoriale. Devono per noi diventare presidi di DEMOCRAZIA SOSTANZIALE e di PIANIFICAZIONE DECENTRATA dell’intera città.

Punto 6. 
MUTUALISMO E REDDITO DI BASE CONTRO IL MERCATO DELLA CARITÀ

La crisi, come c’era da aspettarsi, sta aumentando a dismisura la domanda di ammortizzatori sociali e di assistenza. Al contempo però, a causa del blocco della spesa sociale dovuto ai rigidi vincoli di bilancio, questa domanda rimarrà drammaticamente inevasa, alimentando il declassamento e l’ulteriore impoverimento di vasti strati sociali. L’esaurimento dei risparmi privati unito al de- finanziamento dei programmi di assistenza, comincia sempre più a far precipitare la situazione costringendo le persone alla solitudine e all’indebitamento. Anche in questo ambito, il federalismo esistente, in questo caso quello fiscale, afferma di voler devolvere le competenze agli enti locali, ma in assenza di fondi nazionali da trasferire perché precedentemente svuotati, con la riduzione imposta alla spesa locale e soprattutto, in mancanza della fissazione di livelli essenziali che valgano per tutti, finirà per marginalizzare gli interventi. Con conseguenze pesanti: lo scaricamento sugli utenti del costo dell’assistenza, l’individualizzazione delle prestazioni e la colpevolizzazione dell’assistito. La mancanza di risorse economiche dei cittadini, quando non verrà piegata al ricatto di un reinserimento lavorativo ad ogni condizione, verrà trasformata in un caso da medicalizzare o da trattare come problema di ordine pubblico.

In questo quadro Roma Capitale si appresta a proporre un misto di familismo, spirito caritatevole e opportunità per il mercato privato. Il welfare locale, oramai strozzato dall’assenza di risorse, verrà diviso tra una parte di servizi completamente privatizzati alla ricerca di utenti disposti a spendere i propri soldi sul mercato, ed una componente residuale lasciata in mano alle organizzazioni compassionevoli o ad un Terzo Settore completamente umiliato nelle sue prerogative, col solo fine di gestire i casi emergenziali.

Di fronte a questo scenario, due sono le controtendenze da immaginare: la prima è quella che punta alla ridefinizione dal basso dei livelli essenziali per una vita dignitosa, a partire dai quali erogare fondi per un REDDITO DI BASE, incondizionato e universale, che garantisca autonomia di scelta alle persone e consenta l’accesso ai servizi socio-assistenziali come diritti sociali e non concessioni caritatevoli. La seconda è quella di resistere nell’immediato allo scenario di impoverimento delle condizioni di vita, con pratiche collettive di MUTUALISMO URBANO, attraverso gruppi di acquisto collettivo, occupazioni abitative, dispositivi di autoformazione, recupero degli spazi della città lasciati vuoti dalla rendita immobiliare e da destinare alla produzione di cultura indipendente e alla socialità. Solo l’organizzazione comune fa uscire dalla solitudine e dalla paura, superando al contempo la condizione dell’assistito.

Punto 7.
 UNA NUOVA IDEA DI SVILUPPO URBANO

Le pratiche collettive del mutualismo urbano possono fare anche di più: aiutarci a costruire un’alternativa all’attuale immagine di Roma. Dobbiamo uscire fuori, innanzitutto, da quello spazio indefinibile, dispotico e autoritario che è stato possibile realizzare solo cancellando, insieme alla cultura del progetto, la stessa capacità di pensare alla città come forma collettiva per eccellenza. Roma, come altre città, è letta unicamente come soggetto economico. Da classificare secondo la sua capacità competitiva per tentare, così, d’entrare nelle hit del mondo. Roma vive dentro un paesaggio inedito in cui, insieme alla trasformazione delle forme economiche e produttive, è mutata l’idea stessa di urbanità che, tracimando, ha invaso la sua rappresentazione nell’immaginario collettivo. Roma dal 1993 al 2008, ha visto il proprio territorio bruciato, per oltre il 12%, dall’urbanizzazione. Come dire tre volte l’area urbana milanese. Non c’è quindi da rimettere a posto le cose, c’è da trovare nel corpo della città, vecchi e nuovi posti. Sancendo la fine di un modello che affida alla cultura il ruolo di catalizzatore di investimenti e risorse finanziarie per dare impulso alle trasformazioni urbane ed alle “valorizzazioni“, diminuendo la disponibilità della cultura per fasce sempre più vaste della popolazione.

A Roma un legame strettissimo lega tra loro, da sempre, finanza, immobili e sviluppo urbano. La crisi finanziaria ha svelato che è a questa “triade” che dobbiamo la nascita di una specifica questione territoriale romana. Non è una questione urbanistica. Dobbiamo immaginare un nostro progetto che faccia della giustizia sociale il motore della crescita urbana: opponendoci alle grandi opere, costruendo nel costruito, tirando una bella riga sul consumo del suolo, scoprendo i nessi tra esperienze sociali e pratiche di “rammendo territoriale”. Per aprire spazi pubblici, facendoci largo tra il tanto costruito, aggiungendo vuoto a vuoto da reinventare continuamente, per intraprendere un viaggio che ci faccia riconoscere l’abitare come bene comune. Iniziando a varcare, con le cinquantamila famiglie che oggi non godono del diritto alla casa, le soglie delle (cinque volte più numerose) case tenute vuote. Riportare i tanti che sono stati costretti ad abbandonare la città, per “densificarla”, non attraverso continue operazioni di rendita, ma a partire dal ROVESCIAMENTO DELLE POLITICHE DI DISMISSIONE DEL PATRIMONIO PUBBLICO, il quale va reinventato aprendolo a NUOVE FORME DELL’ABITARE. Decidiamo di fare a meno di una tecnica che vuole dominare la natura. Puntiamo a produrre nuove mappe, dove i capisaldi vengono ad essere rappresentati dal “dominio del rapporto tra natura e umanità”. Pensare alla riconversione di quello che c’è, abbandonato o meno che sia, sperimentando pratiche di ricostruzione dell’immagine urbana che si contagino tra loro.

Punto 8.
 DAL GOVERNO ILLUMINATO ALLA RESTAURAZIONE: UNA REPUBBLICA CONTRO LA CORRUZIONE

L’amministrazione della città di Roma è stata per molto tempo pensata, e presentata, come un vero e proprio “laboratorio”. Non c’è dubbio, infatti, che i governi di centrosinistra nei primi anni Novanta abbiano chiuso quel lungo medioevo che aveva segnato gli anni Ottanta romani: un misto di affarismo spregiudicato unito, per giunta, alla chiusura più totale nei confronti delle innovazioni postindustriali. Questo, da una parte, è stato possibile ripensandolo sviluppo produttivo e il sistema dei servizi attraverso la valorizzazione dell’economia della conoscenza e della cultura e in questo modo rispondendo alle esigenze della nuova composizione del lavoro che si stava affermando nella città. Dall’altra, stabilendo un rapporto maggiormente aperto alle dinamiche della cittadinanza attiva, provando ad interpretare e a riconoscere, seppur parzialmente, le molteplici esperienze di autogestione e di partecipazione che si stavano diffondendo sull’intero tessuto urbano.

Tuttavia, occorre dire che queste esperienze di “amministrazione illuminata” hanno ben presto lasciato il terreno della sperimentazione, alla “santa alleanza” con il grande capitale immobiliare e dello spettacolo. La tiepida apertura dell’amministrazione comunale alla società attraverso la messa a punto di moderni sistemi di governance e di sviluppo urbano decentrato, si è nel giro di poco tempo richiusa: la logica della rendita assieme a quella dei Grandi eventi hanno lasciato intravedere il presentarsi di un nuovo potere imperiale, insensibile ai nuovi squilibri sociali e alle richieste di diffusione della decisione. Sono state proprio queste latenti ma esplosive contraddizioni ad aver preparato il terreno all’odierna Restaurazione dell’amministrazione del sindaco Alemanno.

In altre parole, le pur brevi esperienze di “laboratorio amministrativo” della città sono degradate in poco tempo nell’autoreferenzialità, e questa, nel dilagare della corruzione degli ultimi tempi.
Come interrompere il ciclo e come fare in modo che non si riproponga nuovamente? La storia recente ci mostra che non si risponde alla domanda affidandosi semplicemente a nuovi “amministratori illuminati”. Bisogna fare altro. Innanzitutto occorre superare il principio della rappresentanza intesa unicamente come delega, così come quello della sua sorella gemella, la partecipazione, utilizzata troppo spesso dagli amministratori per controllare le istanze sociali e per salvare dalla delegittimazione gli istituti della rappresentanza in crisi. I mandati devono essere revocabili e quindi sottoposti alla condivisione comune. Dall’altra parte è necessario moltiplicare e dare potere alle ISTITUZIONI AUTONOME (comitati, gruppi d’interesse, associazioni, sindacati, comunità, esperienze di autogestione, ecc. ecc.). Roma deve diventare una REPUBBLICA, ovvero il prodotto di una pluralità di poteri costituenti che si associano o federano nel governo condiviso. Solo moltiplicando il potere, tenendo sempre aperto il rapporto tra istanze di governo e istanze conflittuali, è possibile scongiurare la corruzione. Senza un assetto istituzionale che riconosca la molteplicità dei poteri e dei contropoteri di cui è composta una città come Roma, la DEMOCRAZIA DEI BENI COMUNI rimarrà niente di più che un misero slogan elettorale.

3.2.12

La proposta di Azione Politica Locale - di Alberto Lucarelli

Tratto da www.vialiberamc.it

di Alessandro Colella


Qui sotto trovate la relazione introduttiva di Alberto Lucarelli, Assessore ai Beni Comuni del Comune di Napoli, tenuta in occasione del Forum dei Comuni per i Beni Comuni, a Napoli, il 28 gennaio; è un intervento politicamente molto “ricco” sia per le idee che lo ispirano (al tempo dei finti tecnici è quasi un miracolo) sia, soprattutto, per le indicazioni concrete di azione politica che i Comuni potrebbero mettere in moto “a partire da domani”, come sottolinea lo stesso Lucarelli. Sarebbe importante mettere alla prova e valutare il modello di democrazia partecipativa proposto a Napoli (per chi volesse approfondire: Alberto Lucarelli, Beni Comuni. Dalla Teoria all’azione politica, Dissensi) dal punto di vista della praticabilità politica, Comune per Comune, Movimento per Movimento, Cittadino per Cittadino, Persona per Persona. Da questa relazione emergono, sul modello “esemplare” del comune di Napoli, 26 punti molto chiari dai quali Persone, Cittadini, Movimenti e Comuni, nel caso in cui fossero orientati ad un rinnovamento partecipato della democrazia locale, potrebbero trarre ispirazione come esempio di azione politica concreta. Di seguito l’intervento.

A partire dalla fine degli anni ottanta, e ancor più dopo la riforma costituzionale del 2001, la parola decentramento amministrativo è stata progressivamente sostituita da democrazia locale. Siamo oggi qui riuniti, su invito e proposta del sindaco Luigi de Magistris, per reagire a quanti vogliono trasformare la democrazia locale in un simulacro: in un luogo di miseria e di speranze negate. Siamo oggi qui riuniti in quanto fiduciosi e consapevoli che proprio dalla democrazia locale, dallademocrazia di prossimità, dalla democrazia partecipativa possa partire un grande progetto di riscatto e di riconquista della dignità negata. Un progetto che da subito deve essere consapevole di volere e dovere esprimere una netta discontinuità rispetto al passato; di esprimere una volontà rivoluzionaria.

E dico subito: occorre lavorare per un intreccio forte tra democrazia locale e democrazia partecipativa. I Comuni devono trovare su temi di interesse generale, oltre e contro qualsivoglia logica e pratica di localismo, una piattaforma di valori condivisi e di proposte politiche precise da portare avanti, anche attraverso il conflitto e la disobbedienza civile, su scala nazionale e locale. Occorre lavorare ad un progetto frutto di un intreccio continuo ed intenso con le pratiche sociali ed i movimenti. Una democrazia locale che trasformi in azione amministrativa indirizzi politici conquistati e determinati dal basso. Le linee di azione convergono tutte verso unavalorizzazione profonda dei beni comuni declinati intorno alla tutela dei diritti fondamentali e dei diritti di partecipazione, sulla base di una democrazia rinnovata in grado di reagire allatirannia del binomio autoritario sovranità–proprietà e alla mistificazione della rappresentanza e della delega.

Una democrazia rinnovata che si sviluppa attraverso istanze partecipative che si collocano molto più avanti del sistema dei partiti e della mistificazione della sovranità popolare e che proprio per tali motivi ha bisogno di nuove soggettività politiche. Dal basso, dunque, la necessità di destrutturare un modello autoritario che ha consentito ad intrecci burocratico-finanziari ed alla borghesia mafiosa di saccheggiare e sfruttare risorse comuni, imponendo una effettiva dittatura economico-finanziaria. In questo senso va subito chiarito: la questione dei beni comuni non si limita ad energia, acqua, territorio ed aria, ma coinvolge tutte quelle materie materiali ed immateriali connesse al tema del legame sociale e dei diritti fondamentali. La difesa e soprattutto il governo dei beni comuni implica la riconquista di spazi pubblici e democratici fondati sulla qualità dei rapporti e non sulla quantità dell’accumulo.

Beni comuni sono proprio quegli spazi nei quali si è manifestata negli ultimi anni una miriadi di azioni dal basso, di micro conflitti, di processi aggregativi spontanei e nei quali la proprietà pubblica non è stata garanzia di tutela dei diritti fondamentali, di eguaglianza, di solidarietà, di protezione sociale; anzi, in alcuni casi, ha accelerato e agevolato processi predatori e di contaminazioni pubblico-private. Dalla lotta in difesa della scuola e dell’università pubblica, del diritto all’abitazione, all’informazione, alla cultura, alla conoscenza, al welfare, alla resistenza contro lo scempio ed il consumo del territorio prodotto dalle grandi opere, contro la privatizzazione di internet, alla salute – , alla difesa della dignità del lavoro in aree come Pomigliano o Mirafiori. Quando l’art. 4 della Costituzione recita: ogni cittadino ha il dovere……di concorrere al progresso materiale o spirituale della società” è chiaro che il lavoro quale bene comune è la premessa fondativa del diritto delle generazioni future. Vogliamo oggi, partendo dalle esperienze delle democrazie locali e dei movimenti, tessere le principali tappe di un percorso ambizioso e articolato: la Rete dei Comuni per i Beni Comuni.

Un percorso che deve articolarsi in due modalità di azioni che possono anche muoversi con la stessa tempistica:

1) esercizio di azioni politico-amministrative locali concrete;

2) rivendicazioni, resistenza e disobbedienza civile verso atti statali illegittimi ed incostituzionali.

Comincio ad indicare quelle azioni che i comuni, sospinti dalle pratiche sociali,potrebbero far partire da domani. Ne indico ovviamente solo alcune a titolo esemplificativo:

1. In primo luogo, in attuazione della volontà referendaria espressa da 27 milioni di italiani lo scorso giugno, i Comuni devono impegnarsi, attraverso un patto federativo, a gestire l’acqua attraverso un modello pubblico partecipato. Come abbiamo fatto a Napoli con ABC (azienda speciale Acqua bene comune).

2. I comuni devono eliminare dalla tariffa il 7% relativo alla remunerazione del capitale investito. Ovvero uscire dalla logica del profitto e dello sfruttamento affaristico dei beni comuni.

3. Si invitano, pertanto, i Sindaci delle città che organizzano il servizio idrico integrato mediante società per azioni a totale capitale pubblico (Milano, Torino, Palermo, Venezia, ecc.) a siglare un patto da subito per transitare tutti verso una gestione del servizio per il tramite di aziende speciali, seguendo, ad esempio, l’iter indicato da Napoli.

4. Si invitano i Comuni all’adozione di piani energetici orientati ad un più razionale utilizzo delle risorse, nell’interesse delle generazioni future, costruendo, da subito, un patto tra amministrazioni e cittadini, per l’adozione di un piano d’azione per l’energia sostenibile.

5. Prevedere che la gestione dei rifiuti debba fondarsi sulla politica delle “R” , piuttosto che su progetti affaristici fondati su discariche ed inceneritori.

6. Prevedere che la tutela dell’aria e la qualità della vita nelle città passino sempre più attraverso lapredisposizione di ampie ZTL e con una prospettiva di radicale riforma della mobilità urbana, trasformare progressivamente vie e piazze in giardini, spazi di gioco e incontro: in beni comuni a vocazione sociale.

7. Definire e gestire il territorio bene comune, arrestando il consumo di suolo efronteggiando qualsivoglia forma di condono edilizio.

8. Lo sviluppo urbanistico deve accettare limiti rigidi all’espansione su suoli agricoli,trovando spazi nella rottamazione degli edifici di bassa qualità, energeticamente inefficienti, riusando le aree già compromesse. Occorre riconquistare lo spirito di appartenenza al proprio territorio.

9. Immaginare reti di distribuzione locale di prodotti biologici per operare una sinergia fra le città e le campagne circostanti. Creare opportunità di eco-lavoro cooperativo per far cessare le forme più intollerabili di precarietà e sfruttamento.

10. Creare laboratori permanenti di consultazione dei cittadini dando loro la possibilità di deliberare ed incidere concretamente sulle grandi scelte operanti nelle città; in particolari quelle che attengono al governo ed alla gestione dei beni comuni, sull’esempio del “Laboratorio Napoli”.

11. Nella grandi metropoli il governo dei beni comuni non può che passare attraverso un discorso serio sulla Città metropolitana e della democrazia di prossimità, non già quali ulteriori luoghi di mera rappresentanza.

12. Le istituzioni comunali, in quanto enti esponenziali delle comunità presenti sul territorio, devono impegnarsi a porre in essere politiche inclusive sul versante della rappresentanza, aprendosi, ad esempio, alla partecipazione dei migranti, ed ai minorenni (penso alla loropartecipazione ai referendum consultivi) ponendo il problema politico della doppia cittadinanza e dello ius soli per tutti. Anche in questo caso si può fare riferimento a quanto deliberato di recente dal Comune di Napoli.

13. In sede locale vanno rafforzati tutti gli strumenti di democrazia diretta: quali i referendum abrogativi, consultivi, propositivi.

14. I Comuni da subito, insieme ai movimenti, anche utilizzando alcuni strumenti del Trattato di Lisbona devono, da subito, promuovere e costruire una “Carta Europea dei Beni Comuni”, così come deliberato dal Comune di Napoli, mediante la quale inserire la nozione di bene comune tra i valori fondanti dell’Unione e fronteggiare la dimensione mercantile del diritto comunitario.

15. Da subito i Comuni, infine, potrebbero modificare i propri statuti (come di recente fatto dal Comune di Napoli) per introdurre la nozione giuridica di bene comune, non soltanto simbolica, ma capace di influenzare le politiche pubbliche locali.

16. Occorre lavorare per il pieno accesso gratuito alla rete (internet bene comune).

17. Le istituzioni pubbliche della cultura devono agire come reali istituzioni culturali e non come strumenti politici o finanziari. Soltanto in questo modo i loro organi potranno garantire serietà nella valutazione dei progetti e loro credibilità internazionale. In questo senso molto significativa è l’esperienza del Teatro Valle.

Da subito quindi e a merito titolo esemplificativo un complesso di azioni concrete che coniugano insieme beni comuni e nuove forme di democrazia: di prossimità e partecipative perché vicine e accessibili ai cittadini; rivoluzionarie perché radicali nella critica dell’attuale modello economico. Pratiche fondate su una conversione ecologica ed antropologica della democrazia e dell’economia. Spostiamoci ora sul piano della lotta, della resistenza, della disobbedienza ad un quadro giuridico-economico (nazionale e non solo) che tende progressivamente a trasformare la democrazia locale in un simulacro: quello che qualcuno ha chiamato l’ipocrisia della democrazia locale. Da Napoli dunque dovrà uscire una carta da consegnare al Capo dello Stato e al governo nella quale evidenziare tutti gli atti eversivi e incostituzionali che stanno progressivamente rendendo impossibile il funzionamento dei governi locali e soprattutto l’erogazione di servizi sociali tesi al soddisfacimento dei diritti fondamentali.

1. Occorre far presente che l’art. 8 della l. n. 42 del 2009 attuativa del federalismo fiscale, così come congeniata, non consente di finanziare i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti sociali, né le funzioni fondamentali dei comuni, in contrasto con gli artt. 117, 118 e 119 Cost.

2. In questo modo il welfare diventa un lusso, regredendo a forme autoritarie e antidemocratiche antecedenti allo Stato sociale.

3. Il federalismo demaniale, così come configurato (dlgs n. 85 del 2010), rappresenta la condizione per uno smembramento mercantile dello spazio pubblico attraverso procedure di alienazione del demanio che nascondono veri e propri processi di privatizzazione e saccheggio dei beni comuni.

4. Va promossa una campagna di “disobbedienza” avverso gli artt. 4-5 della legge n. 148/2011, confermati ed inaspriti dal decreto Monti bis sulle liberalizzazioni, che reintroducono processi a tappe forzate di privatizzazione dei servizi pubblici locali, violando la volontà referendaria e non consentendo gestioni pubbliche partecipate.

5. In particolare, da subito, occorre reagire all’art. 5 che sottende ad una vera e propria svendita di servizi e beni primari (scuole, asili, ospedali) a favore di cemento e quant’altro.

6. Occorre reagire al comma 4 dell’art. 26 del dl del 24 gennaio 2012 che, in contrasto con l’art. 119 Cost, impedisce alle gestioni dirette di ricorrere all’indebitamento per finanziarie spese di investimento, assoggettandole al patto di stabilità interno. Con le norme sul patto di stabilità interno siamo in presenza di regole eversive – di incalzante pretesa dell’equilibrio finanziario – che toccano ed indeboliscono la normatività della Costituzione, introducendo una vera e propria finanziarizzazione dell’economia, del debito e della potestà di spesa che viola la Costituzione e che impedisce politiche economiche locali.

7. I comuni devono reagire ad una simile e strutturale compressione della capacità di spesa delle amministrazioni. La Corte costituzionale può avere gli strumenti per valutare gliinterventi invasivi dello Stato ed il suo potere di controllo sulla finanza pubblica e sull’attività economica pubblica.

8. In questo senso va espletata una forte reazione al progetto di modifica dell’art. 81 Costche mira sostanzialmente a costituzionalizzare il patto di stabilità interno.

9. Si è resistito alla barbarie giuridica di impedire all’azienda speciale di gestire i servizi di interesse economico generale, quindi anche l’acqua, ma rimane la norma (art. 26, comma 5 bis del decreto Monti) che sottopone anche le aziende speciali al patto di stabilità interno, negando sostanzialmente la possibilità alle stesse di accedere a risorse per effettuare investimenti.

10. Si chieda allora con forza che gli investimenti per i servizi pubblici fondamentali debbano stare fuori dal patto di stabilità interno e che la cassa deposito e prestiti torni a svolgere un ruolo attivo di finanza pubblica, sottraendola al percorso di sostegno dei processi di privatizzazione.

In sostanza, non è possibile accettare in un Paese che pretende di definirsi democratico, che l’art. 26 del Monti bis, rubricato “Promozione della concorrenza nei servizi pubblici locali” riaffermi di fatto una disciplina abrogata comportando un’indebita restrizione dell’ambito di applicazione del referendum. Occorre reagire con forza ad un subdolo disegno eversivo di disarmo del diritto pubblico, di saccheggio dei beni comuni e della democrazia partecipativa, concepito ad arte per neutralizzare l’imponente movimento politico e culturale sorto in questi mesi a tutela dei beni comuni. La Rete dei Comuni per i Beni Comuni è pronta costituire un modello alternativo di democrazia, oltre l’orizzonte attuale, è pronta ad essere la base per ridiscutere i temi della rappresentanza ed introdurre con forza l’esigenza di nuovi soggetti politici, anche andando oltre l’art. 49 della Costituzione che costituisce il fondamento giuridico dei partiti politici. Occorre però avere la forza, la compattezza, il coraggio di liberarsi o di resistere a tutte quelle leggi che danno al saccheggio il crisma della legalità. Occorre avere il coraggio, la forza, ma anche l’entusiasmo, di sperimentare pratiche alternative di democrazia, anche attraverso la ricerca di forme organizzative più adeguate allo stato di cose presenti, disincagliandoci dalla“dittatura” della rappresentanza e della delega. Modelli di coordinamento e di pratica collettiva meno obsoleti rispetto a quelli che stanno facendo naufragio (rectius che sono naufragati).Mai più forme di leaderismo, di personalismo di autoreferenzialità, ma azioni coordinate da una molteplicità di soggetti, al fine di mettere in connessione diversità culturali, etniche, linguistiche. Un laboratorio in grado di superare la separatezza, fondato sull’inclusione e sulla contaminazione dei diversi.

Proviamoci! Insieme possiamo riuscirci.

Grazie!

17.1.12

Giù le mani dall'acqua e dalla democrazia!

Il 12 e 13 giugno scorsi 26 milioni di donne e uomini hanno votato per l’affermazione dell’acqua come bene comune e diritto umano universale e per la sua gestione partecipativa e senza logiche di profitto. Le stesse persone hanno votato anche la difesa dei servizi pubblici locali dalle strategie di privatizzazione: una grande e diffusa partecipazione popolare, che si è espressa in ogni territorio, dimostrando la grande vitalità democratica di una società in movimento e la capacità di attivare un nuovo rapporto tra cittadini e Stato attraverso la politica. Il voto ha posto il nuovo linguaggio dei beni comuni e della partecipazione democratica come base fondamentale di un possibile nuovo modello sociale capace di rispondere alle drammatiche contraddizioni di una crisi economico-finanziaria sociale ed ecologica senza precedenti. A questa straordinaria esperienza di democrazia il precedente Governo Berlusconi ha risposto con un attacco diretto al voto referendario, riproponendo le stesse norme abrogate con l’esclusione solo formale del servizio idrico integrato. Adesso, utilizzando come espediente la precipitazione della crisi economico-finanziaria e del debito, il Governo guidato da Mario Monti si appresta a replicare ed approfondire tale attacco attraverso un decreto quadro sulle strategie di liberalizzazione che vuole intervenire direttamente anche sull’acqua, forse addirittura in parallelo ad un analogo provvedimento a livello di Unione Europea che segua la falsariga di quanto venne proposto anni addietro con la direttiva Bolkestein. In questo modo si vuole mettere all’angolo l’espressione democratica della maggioranza assoluta del popolo italiano, schiacciare ogni voce critica rispetto alla egemonia delle leggi di mercato ed evitare che il “contagio” si estenda fuori Italia.  Noi non ci stiamo.  L’acqua non è una merce, ma un bene comune che appartiene a tutti gli esseri viventi e a nessuno in maniera esclusiva, e tanto meno può essere affidata in gestione al mercato. I beni comuni sono l’humus del legame sociale fra le persone e non merci per la speculazione finanziaria. Ma sorge, a questo punto, una enorme e fondamentale questione che riguarda la democrazia: nessuna “esigenza” di qualsivoglia mercato può impunemente violare l’esito di una consultazione democratica, garantita dalla Costituzione, nella quale si è espressa senza equivoci la maggioranza assoluta del popolo italiano.  Chiediamo con determinazione al Governo Monti di interrompere da subito la strada intrapresa. Chiediamo a tutti i partiti, a tutte le forze sociali e sindacali di prendere immediata posizione per il rispetto del voto democratico del popolo italiano. Chiediamo alle donne e agli uomini di questo paese di sottoscrivere questo appello e di prepararsi alla mobilitazione per la difesa del voto referendario.  Oggi più che mai, si scrive acqua e si legge democrazia