9.12.11

Insolvent workers of the world

Intervista ad ANDREW ROSS – di ANNA CURCIO e GIGI ROGGERO - tratto da uninomade.org

Can’t Pay, Won’t Pay, Don’t Pay. Già in questo slogan – lanciato dalla campagna “Occupy Student Debt” – c’è tutta o quasi la potenza di Occupy Wall Street (OWS): individua le radici materiali, lo situa dentro la crisi globale, traccia la composizione, fatta di studenti, precari e lavoratori impoveriti che non ne vogliono pagare i costi, indica obiettivi e forme di lotta. É un grido di battaglia contro la finanziarizzazione della vita lanciato da quello che, almeno simbolicamente, è il ventre della bestia. L’equazione politica che azzardavamo qualche anno fa – la lotta sul salario sta al capitalismo industriale come la lotta sul debito sta al capitalismo cognitivo – si sta ora imponendo con la forza di un pregiudizio popolare. Soprattutto, è incarnata in diffuse pratiche di resistenza che della crisi costituiscono la radice soggettiva. Allora, se in soli pochi mesi tanto si è detto e scritto su OWS, è anche per queste ragioni, oltre che per la sua nota lucidità interpretativa ed efficacia di analisi, che rivestono una particolare importanza le valutazioni di Andrew Ross. Docente della New York University, noto per il suo impegno militante, Ross è infatti tra i promotori della campagna “Occupy Student Debt”.
Come è nata OWS, o per meglio dire quali ne sono state le condizioni di possibilità e come sta cambiando il contesto americano?
Gli eventi politici spontanei sono sempre “possibili”, non è facile prevedere quando e dove avranno presa. Penso che se Occupy fosse stato un anno o sei mesi prima, non sarebbe decollato nello stesso modo. Un fattore da considerare è la tardività degli Stati Uniti: quando, ci siamo chiesti tutti, le mobilitazioni globali si sarebbero diffuse nelle città americane? Un altro fattore è che, con l’occupazione di Wall Street, il disgusto popolare per il processo politico negli Stati Uniti ha raggiunto una massa critica. Ricordo che solo qualche settimana prima che l’occupazione cominciasse, Doug Henwood e Liza Featherstone hanno fatto circolare un invito tra le persone di sinistra di New York per contribuire a un convegno dal titolo “Why Fucking Bother?” (chi cazzo se ne frega?). Si proponeva di incanalare o mitigare un condiviso senso di disperazione sulla possibilità che qui accadesse qualcosa. Nondimeno, c’è stato un cambiamento a 180 gradi del morale negli ultimi mesi. Io vivo negli Stati Uniti da trent’anni e non ho mai visto qualcosa comparabile alla forza o al senso del destino di cui questo movimento è portatore. Quei trent’anni sono appartenuti a Wall Street, i prossimi trenta possono e devono appartenere a noi se Occupy mantiene la sua energia e creatività. Il mio coinvolgimento nel movimento non è atipico. É cominciato come residente (vivo non distante da Zuccotti Park), poi c’è stata una rapida transizione all’esserne partecipante, nelle prime manifestazioni di massa e nei gruppi di lavoro su “Empowerment and Education”, e infine a diventare organizzatore nella nostra campagna Occupy Student Debt. Come molti altri che conosco, è stato estremamente facile essere attratti nel movimento, che è come ci si dovrebbe sentire in un movimento.

Molti parlano di OWS come di un evento imprevedibile. Tuttavia, ci sono molte lotte che hanno preceduto e preparato il terreno di questo movimento: per citare solo un paio di esempi, a New York ci sono stati negli ultimi anni gli importanti scioperi dei graduate students e dei lavoratori dei trasporti. Pensi che ci sia un processo di sedimentazione di soggettività e pratiche politiche nella genealogia di questo movimento, oppure prevalgono gli elementi di cesura e completa novità?
Ci sono molti affluenti che sono sgorgati nel fiume di Occupy. Il movimento per la giustizia globale è il più importante. Sul lato del lavoro, penso che la capacità dei sindacati metropolitani di abbracciare il movimento del lavoro universitario costituisca uno sfondo importante. Per quanto riguarda gli elementi nuovi, certamente la crescente consapevolezza rispetto al sistema del debito è un fattore centrale. Resistere alla servitù del debito ha costituito una forma di vita nei paesi del Sud globale negli ultimi trent’anni. Ora le conseguenze del vivere nella trappola del debito hanno colpito i paesi del Nord. É un esempio di quando “chickens coming home to roost” (i nodi vengono al pettine), come una volta disse Malcolm X.

Qual è la composizione del movimento, e quali sono le sue forme di organizzazione e comunicazione?
All’inizio la composizione degli occupanti era piuttosto circoscritta: la maggior parte istruiti, bianchi, giovani, molti di loro si erano fatti le ossa nel movimento per la giustizia globale, per altri questa era la prima esperienza politica. E poi c’era un certo numero di “viaggiatori”, non necessariamente tutti motivati politicamente, che da subito dormivano nel parco. Ora, tuttavia, la composizione è molto differente: i sindacati del settore pubblico sono sempre più coinvolti, c’è un insieme pienamente intergenerazionale di soggetti, il gruppo di lavoro su “People of Color” è una presenza importante. Il processo di consenso dell’assemblea generale è il dna organizzativo del movimento, e sta cominciando a penetrare in parti della società civile tradizionale. Per esempio, alcune delle scuole superiori della città hanno rimpiazzato le loro forme di rappresentanza studentesca con le modalità orizzontali dell’assemblea generale. Si è dimostrata essere un modello virale di norme culturali. Poiché ogni gruppo può creare la propria assemblea generale (ce ne sono molte in giro per New York), è una struttura organizzativa che incoraggia e genera autonomia. Così, la natura “faccia a faccia” di questa forma decisionale completa il diffuso utilizzo dei social media volto a disseminare l’informazione. In realtà, direi che il bilanciamento tra gli incontri fisici e l’uso dei social media è un elemento chiave.

Nelle lotte transnazionali dentro la crisi è centrale proprio la già citata questione del debito, ovvero la finanziarizzazione del welfare e dei bisogni sociali (formazione, casa, salute, mobilità, e via di questo passo). In Europa sta emergendo in termini forti la rivendicazione del diritto all’insolvenza di studenti, precari e lavoratori impoveriti. Puoi spiegare come è nata la campagna “Occupy Student Debt”?
Fin dall’inizio il tormento del debito studentesco è stata una costante di OWS e delle occupazioni di altre città. George Caffentzis, Silvia Federici e io abbiamo fatto degli incontri a OWS sul debito nella stessa settimana di metà ottobre. Abbiamo invitato i partecipanti a formare un gruppo per costruire un’iniziativa di azione che legasse la questione del debito studentesco al sistema dell’istruzione superiore nel suo complesso. L’assunto centrale è che i college e le università americane dipendono in misura crescente dalla schiavitù del debito a cui sono costrette le persone che invece dovrebbero servire. Così abbiamo creato una campagna che richiama i nostri principi politici (l’atto di rifiuto, la minaccia di uno sciopero del debito, la rivendicazione di un giubileo del debito). É progettata per dare ai debitori la possibilità di agire collettivamente piuttosto che soffrire il tormento e l’umiliazione del debito e del default privato. Fondamentalmente la campagna chiede a coloro ai rifiutanti di bloccare il pagamento del prestito quando si sarà raggiunta la quota di un milione di sottoscrizioni, ed è legato a quattro principi: tutte le università private devono essere gratuite, i prestiti studenteschi devono essere sganciati dalle tasse che vanno abolite, le università private devono aprire i loro libri contabili, il debito esistente deve essere cancellato. Si può vedere il sito http://www.occupystudentdebtcampaign.org

C’è un pericoloso ritornello dei politici e opinion maker socialdemocratici e liberali (si pensi a Paul Krugman): avete ragione. L’obiettivo è quello di ridurre la radicalità del movimento a specifiche domande, cioè al ruolo di opinione pubblica. Viceversa, il movimento Occupy sembra rappresentare la fine della speranza di Obama, ovvero della speranza in Obama. La lotta contro il debito è, innanzitutto, una pratica di riappropriazione della ricchezza sociale. Da questo punto di vista, potremmo dire che è un movimento costituente. Cosa ne pensi?
Concordo. La nostra campagna è un’iniziativa di azione e non una lista di domande, poiché condividiamo l’ethos di Occupy per cui le domande non possono essere rappresentate dal sistema politico attuale, sotto la funesta influenza dei dollari delle aziende. Le azioni che puntano a riappropriarsi della ricchezza e del potere non sono solo in sé potenzianti, ma anche – come dite – costituenti di un nuovo modello di cultura politica. La maggior parte dei partecipanti a Occupy si stanno rendendo conto di una trasformazione soggettiva: il linguaggio è spesso di innocenza radicale, un sintomo manifesto del sorgere di una nuova “struttura del sentire”, per dirla con Raymond Williams. Certamente la classe politica tenterà di cooptarne alcuni, e non la vedo come una risposta inattesa: non si può erigere un confine non poroso tra un movimento e l’establishment.

Recentemente abbiamo visto la solidarietà del sindacato dei trasporti di New York a OWS. Quali sono, complessivamente, i rapporti tra le union e il movimento?
I sindacati degli impiegati pubblici non ha solo sostenuto, ma ha anche pienamente partecipato al movimento. La solidarietà mostrata per gli occupanti di Zuccotti Park da parte dei lavoratori del vicino cantiere del World Trade Center è stato particolarmente importante. I dirigenti sindacali e ancor di più i militanti della base hanno espresso in modo molto esplicito il loro rispetto per i successi tattici di Occupy nell’accumulare attenzione e generare impatto politico. Si è creato un gruppo sul lavoro ad OWS: la sovrapposizione con le questioni del lavoro, così come la sua eccedenza, è impressionante.

E quali sono i rapporti tra OWS e l’università come luogo di produzione e di conflitto? 
La fase di Occupy Colleges del movimento è appena iniziata, ma è il suo naturale prossimo passo. Gli sgomberi di Zuccotti Park coincidono con questi movimenti dentro le università, a New York, in California e altrove. A New York c’è ogni settimana un’assemblea generale degli studenti dell’intera metropoli, continui appuntamenti della People’s University alla NYU e alla New School, una serie di iniziative e manifestazione studentesche di massa, incluso anche un giorno di sciopero. Recentemente molta attenzione si è concentrata sulle lotte contro l’aumento delle tasse alla City University of New York (CUNY). Un tempo gratuita (è stata una delle università della classe operaia più grandi del mondo), le tasse sono state per la prima volta imposte agli studenti del CUNY all’alba della crisi fiscale del 1976. Ciò è generalmente visto come il primo colpo che in questo paese il neoliberalismo ha inferto alla formazione pubblica. É un motivo in più per guardare al CUNY, in questo momento altamente simbolico, come spazio per rovesciare la situazione. Ora il movimento Occupy Colleges sta costruendo una rete nazionale. Alcuni presidenti di università, in particolare alla New School, si sono mostrati disponibili, altri sono stati gravemente danneggiati dal loro ricorso alla repressione poliziesca contro la libertà di parola. Come per Occupy in generale, ogni volta che la polizia agita i manganelli o sgombera violentemente manifestanti pacifici, ciò rovina il supporto pubblico per le autorità e fa crescere la simpatia per il movimento. Forse è questa, più di ogni altra cosa, la prova dell’impatto di successo del movimento

Una manovra senza equità Con poca crescita e molto rigore (ma non per i ricchi)

Tratto da sbilanciamoci.org

La campagna Sbilanciamoci! dà un giudizio negativo sulla manovra di correzione dei conti pubblici presentata alle Camere lo scorso 5 dicembre. Esprimiamo riserve su molte delle misure contenute nella manovra del governo Monti. Ci sono alcuni provvedimenti in parte condivisibili (dalla reintroduzione dell’ICI alla tassazione delle autovetture di lusso, dal parziale abbassamento della soglia dell’uso del contante per i pagamenti all’aumento dell’imposta di bollo sulle ricchezze mobiliare detenute nelle banche, dalla creazione di un fondo per l’occupazione giovanile alla riduzione dei costi della politica), ma l’insieme della manovra non è equa, colpisce i lavoratori, i pensionati, i cittadini, salva i grandi patrimoni e non contiene adeguate misure per la crescita e lo sviluppo.
È una manovra che, secondo Sbilanciamoci!, risponde in modo inadeguato alle esigenze di equità sociale e di crescita, interpreta i vincoli europei e dei mercati finanziari in modo restrittivo e rischia di avere un effetto depressivo sulla ripresa dell’economia, mentre mancano politiche ed interventi adeguati per gli investimenti pubblici a sostegno della domanda e dei consumi collettivi. È una manovra recessiva.
In questa manovra non c’è equità
perché si usano le pensioni per fare cassa e si abbassano i redditi dei pensionati sopra i 960 euro con la deindicizzazione dall’inflazione. È ingiusto l’ulteriore slittamento del pensionamento di decine di migliaia di pensionati in procinto di andarci, a causa dell’innalzamento del limite a 42 anni (e 41 per le donne) per le pensioni di anzianità
perché si tagliano i servizi ai cittadini. Gli ulteriori tagli di oltre 5 miliardi agli enti locali e alle regioni causeranno o l’aumento delle tariffe (come nei caso dei servizi sociali e del trasporto pubblico locale) o la riduzione dei servizi pubblici per i cittadini
perché la giusta reintroduzione dell’ICI (ora IMU) non ha natura progressiva e (in attesa di conoscere il sistema di detrazione per le classi di reddito medio basse) pesa di più in termini relativi sulle classi medie rispetto alle classi ricche e non colpisce tutti gli edifici (ad esempio quelli di proprietà delle istituzioni ecclesiastiche) in cui vengono esercitate attività di natura prettamente commerciale
perché mentre si riducono i redditi a pensionati e cittadini (e non si interviene sulle manovre di luglio e di agosto che taglieranno le detrazioni ai lavoratori del 4 e del 20% nel 2012 e nel 2013) non vengono toccati i grandi patrimoni, ad eccezione di alcune condivisibili, ma simboliche misure sull’innalzamento dell’imposizione fiscale sulle autovetture e barche di lusso
perché non c’è la tassa sui grandi patrimoni e sulle ricchezze. L’innalzamento (comunque condivisibile) dell’imposta di bollo sulla ricchezza mobiliare detenuta nelle banche è molto modesta (1,5 per 1000) e non colpisce tutte le tipologie di patrimoni
perché non si porta avanti fino in fondo la lotta all’evasione fiscale: la soglia di mille euro per il pagamento in contanti è troppo alta, addirittura il doppio di quanto avevano chiesto gli stessi imprenditori. L’imposizione fiscale del 1,5% sui capitali scudati è irrisoria, un regalo per gli evasori che se la cavano con poco
perché invece di ricavare nuove entrate dalle aste delle frequenze TV per il digitale, queste si assegnano gratuitamente ai grandi network televisivi
In questa manovra non c’è rigore
verso la casta dei militari: nessun taglio alle spese militari (oltre 21 miliardi di euro) e ai 15 miliardi che spenderemo per 131 cacciabombardieri F35
versole faraoniche grandi opere: soldi sprecati per le grandi infrastrutture strategiche (1,5 miliardi nella legge di stabilità del 2012), mentre bisognerebbe indirizzare i fondi verso le “piccole opere”di cui avrebbe bisogno il paese
verso i beneficiari privati dai finanziamenti pubblici: in particolare le scuole private che ricevono 700 milioni di euro di contributi ogni anno, gli autotrasportatori (400 milioni), i gestori privati (cliniche) di convenzioni con il sevizio sanitario nazionale che lucrano sugli abusi di tariffe e prescrizioni
In questa manovra non c’è crescita
attraverso il sostegno dei consumi e lo sviluppo delle energie rinnovabili. L’aumento dell’IVA deprime i consumi e fa aumentare l’inflazione
attraverso il sostegno agli investimenti pubblici (ad esempio per le piccole opere), investimenti che sono irrisori e che vanno nella direzione sbagliata (grandi opere)
attraverso un sostegno “di sistema” all’impresa, che viene assistenzialemente beneficata con alcune limitate riduzioni dell’IRAP e altre agevolazioni per gli investimenti in ricerca ed innovazione
attraverso il sostegno all’occupazione giovanile e femminile, che in questa manovra si riduce all’aumento della deducibilità dell’IRAP per chi assume giovani e donne
attraverso investimenti nel welfare e nella coesione sociale, nel servizio civile, nella università e nella scuola: nessun investimento e nessun stanziamento a colmare la situazione drammatica delle politiche sociali e dell’istruzione e la formazione
Noi riteniamo che sarebbe stata necessaria un’altra manovra, sempre con un impatto di 30 miliardi
Sul fronte delle entrate, la riduzione delle spese miltari, la tassazione dei grandi patrimoni e delle rendite finanziare, la tassazione di almeno il 10% dei capitali scudati, la cancellazione delle grandi opere.
Sarebbero stati raccolti 30 miliardi con cui finanziare una serie di interventi: un programma straordinario per le piccole opere per la messa in sicurezza di 10mila scuole e per il riassetto idrogeologico; interventi a sostegno dei servizi sociali gestiti dagli enti locali, un piano per gli ammortizzatori sociali dei precari, interventi per sviluppare imprese nel campo delle energie rinnovabili e la mobilità sostenibile, interventi per il diritto allo studio nella scuola e nell’università.
Per questo chiediamo al Parlamento di modificare la manovra del governo, di dargli veramente il segno dell’equità, del rigore e della crescita, di salvare l’Italia dalla crisi e di dare in questo modo l’obiettivo di un modello di sviluppo fondato sull’equità sociale e la sostenibilità ambientale.
Chiediamo a tutti di inviare questo documento ai parlamentari italiani (indirizzi suwww.senato.it e www.camera.it).

5.12.11

Lo Stato del debito e l'Etica della colpa - intervista a Christian Marazzi

Tratta da uninomade.org, riportiamo l'intervista a Christian Marazzi, economista di riferimento dei movimenti di sinistra radicale, di Ida Dominijanni, femminista, intellettuale, collaboratrice de Il Manifesto.


La missione impossibile del salvataggio dell’euro, la frana della de-europeizzazione, il cataclisma geopolitico che ne può derivare. Ma con l’austerità non si esce dalla crisi, si produce recessione e depressione. Intervista a Christian Marazzi sulla penitenza dopo l’abbuffata neoliberale e sull’antidoto del comune.

Economista, docente alla Scuola universitaria della Svizzera italiana e, in passato, a Padova, New York e Ginevra, militante e intellettuale di riferimento dei movimenti della sinistra radicale, Christian Marazzi è uno degli analisti più lucidi della crisi economico-finanziaria in corso. Fra i primi a diagnosticarne il carattere storico e l’impatto globale, già nel 2009, quando la crisi impazzava negli Usa, aveva previsto l’inevitabile coinvolgimento dell’eurozona. Fine analista della finanziarizzazione come modus operandi del biocapitalismo postfordista, non crede nella possibilità di uscire dalla crisi o di contenerne le contraddizioni attraverso le politiche del rigore. Partiamo dal salvataggio dell’euro per ragionare di quello che ci attende.
L’andamento della crisi ha dato ragione alle tue analisi. Nel giro di due anni l’epicentro si è spostato dagli Stati uniti all’Europa, e nel giro di poche settimane siamo passati dal rischio di default di alcuni paesi, Italia compresa, al rischio del crollo dell’intera eurozona, che equivale al crollo dell’Unione per come è stata fin qui (malamente) realizzata. Secondo te come può evolvere la situazione?
Gli indizi della cronaca sono eloquenti. In Europa cresce l’astio nei confronti della Germania e della rigidità di Angela Merkel, che non dà segni di cedimento sulle due proposte che ormai tutti considerano indispensabili per evitare il cataclisma di Eurolandia: la monetizzazione dei debiti sovrani da parte della Bce, e l’emissione di eurobond per ridurre il peso dei tassi d’interesse sui buoni del tesoro dei paesi più esposti alla speculazione dei mercati finanziari.
Anche tu le consideri indispensabili?
Sono due misure condivisibili, ma purtroppo fuori tempo massimo: la crisi ha subito nelle ultime settimane una tale accelerazione da renderle inapplicabili. La trasformazione della Bce in una vera banca centrale sul tipo della Federal Reserve – che possa fungere da prestatore di ultima istanza per acquistare i buoni del tesoro dei paesi-membri indebitati, strappando ai mercati il potere di decidere come e quando intervenire – è un’idea sacrosanta, ma ormai irrealizzabile a fronte della fuga di capitali dall’eurozona che è già in corso, come dimostrano l’andamento dell’ultima asta di bond tedeschi e le 1500 tonnellate di oro che pare siano entrate in Svizzera ultimamente. Arrivati a questo punto, la monetizzazione dei debiti da parte della Bce non farebbe che alimentare questa fuga e accelerare il collasso dell’euro: non a caso, almeno fino a oggi, anche Draghi si oppone a questa soluzione. Lo stesso vale per l’istituzione degli eurobond, obbligazioni emesse e garantite dall’insieme dei paesi-membri per “mutualizzare” o socializzare i vari debiti sovrani: anche questa è una misura sensata, ma non ha alcuna possibilità di essere attuata, perché i paesi forti, come la Francia, l’Olanda, la Finlandia, l’Austria e la Germania si vedrebbero aumentare i tassi d’interesse in un periodo in cui le imprese stanno già subendo aumenti proibitivi del costo del denaro per il rarefarsi della liquidità in circolazione. In ogni caso, anche se al vertice di giovedì a Bruxelles si trovasse un accordo parziale, i vincoli d’austerità imposti ai paesi indebitati sarebbero tali da vanificare qualsiasi salvataggio dell’euro. E’ solo questione di tempo.
Dunque in prospettiva tu vedi un tracollo?
Il fatto è che la crisi della moneta unica costruita secondo i precetti monetaristi e neo-liberali è arrivata alla stretta finale. E a me pare del tutto verosimile che la rigidità di Merkel sia una mossa tattica per rendere inevitabile l’uscita della Germania dall’euro e il ritorno al marco. Circola già la data, fra Natale e l’Epifania, mentre tutti saremo in altre faccende affaccendati; come l’inconvertibilità del dollaro, che fu decisa a Ferragosto. E circolano già, qua in Svizzera, leggende metropolitane su due stamperie che starebbero sfornando marchi.
Se davvero andasse così, che tipo di scenario si aprirebbe?
Nascerebbe una zona monetaria forte, con dentro la Germania, l’Olanda, la Finlandia, l’Austria, con agganciati il franco svizzero e la corona svedese. L’euro, fortemente svalutato e con l’effetto inflazionistico conseguente, resterebbe la moneta dei paesi deboli, che in compenso avrebbero la possibilità di ridurre il loro debito. L’incognita di questa ipotesi è la Francia. Per i paesi più tartassati dai mercati, sul piano economico non sarebbe un cataclisma. Ma il vero cataclisma sarebbe geopolitico. Di fatto, questa spaccatura monetaria darebbe il via a un processo di de-europeizzazione, con un asse fra la Germania, la Cina, la Russia e il Brasile, e un altro fra la Francia e gli Stati uniti. Non è uno scenario fantascientifico, le grandi agenzie finanziarie internazionali ci stanno già lavorando. Quello che nessuno dice però è che può essere l’inizio di una nuova guerra fredda, con la Cina, la Russia e la Turchia coordinate per schermare l’Iran dalle minacce israeliane. E’ inquietante che di questo non si parli: il rischio Iran è esplosivo. Ed è inquietante pure che ormai si parli solo della crisi europea, rimuovendo la situazione degli Stati uniti, dove nel frattempo la crisi dei subprime continua, i poveri sono diventati 46 milioni, la disoccupazione è al 15%, Obama non riesce a battere chiodo e per la sua rielezione può sperare solo nella litigiosità dei Repubblicani.
Ci sono differenze, e quali, fra l’andamento della crisi negli Usa e in Europa?
Sul piano economico nessuna: l’Europa dei debiti sovrani è l’equivalente del mercato statunitense dei subprime, solo che al posto dei singoli individui indebitati ci sono gli stati indebitati. Ma una differenza c’è, a tutto svantaggio dell’Europa, ed è politica, anzi istituzionale e costituzionale: in Europa non c’è Costituzione, e non c’è una banca centrale. C’è la Bce che delega la monetizzazione dei debiti ai mercati, emettendo liquidità su richiesta di quelle stesse banche che hanno contribuito a creare debito pubblico e ora ci speculano sopra.
In questo quadro macroregionale e globale, che ruolo e che senso hanno le politiche nazionali del rigore? In Italia sono state create molte aspettative sul passaggio del governo da Berlusconi a Monti e alla sua squadra di “tecnici”, come se ne dipendesse non solo un recupero di credibilità, ma anche un effettivo potere di intervento sulle dinamiche dei mercati. Ma quanta efficacia possono avere i cosiddetti sacrifici sulla crisi del debito sovrano, e relative speculazioni?
Non è così che si esce dalla crisi, e infatti non ne usciremo: l’orizzonte dei prossimi anni è la recessione. Le politiche di austerità hanno un effetto deflazionistico di compressione della domanda interna, né a questo si può sperare di supplire con le esportazioni. Ma le politiche di austerità sono le uniche contemplate dalla dottrina neo-liberale, che in Europa e in tutto l’Occidente è tutt’ora imperante ed è dura a morire. Dunque restano e resteranno in piedi all’insegna dell’emergenza, o, per usare il termine di Naomi Klein, della shock economy, perché consentono di fare quello che in una situazione normale non si può fare: compressione dei salari, riduzione dell’impiego pubblico, depotenziamento dei sindacati; la famosa macelleria sociale. E’ la logica della governance della crisi: una regolazione tecnica e tecnocratica dei rapporti sociali nello stato d’emergenza. Ha detto bene il vicepremier cinese in un’intervista al Financial Times: quello che ci aspetta è un nuovo Medio Evo finanziario e sociale.
Con quali caratteristiche politiche, e antropologico-politiche?Tu non parli mai solo di economia…
Alcuni processi sono ormai evidenti. Il primo è la precarizzazione della Costituzione. Il secondo – l’hai scritto pure tu a proposito del ”passaggio Monti” – è l’azzeramento dell’autonomia del politico sotto lo stato d’eccezione. Il terzo è il passaggio dal Welfare State al Debtfare State: uno Stato in cui il sociale si rappresenta, e viene rappresentato, nella forma del debito, e si disciplina, e viene disciplinato, nel segno del debito. Anzi, del debito e della colpa, secondo il doppio significato della parola tedesca schuld: tema nietzschiano, che oggi torna al centro del bel libro di Maurizio Lazzarato, La fabrique de l’homme endetté. Il debito come dispositivo antropologico di autodisciplinamento dell’uomo neo-liberale.
E’ chiarissimo da quello che sta accadendo in Italia, dove in un attimo siamo passati dall’etica del godimento del ventennio berlusconiano all’etica penitenziale del governo Monti. Ma quanto pensi che possa reggere, questo dispositivo? Il soggetto neo-liberale descritto da Foucault, l’imprenditore di se stesso che si nutriva di consumo indebitandosi, ora può nutrirsi del senso di colpa per i debiti contratti? Si tratta di uno sviluppo o di una crisi dell’etica neo-liberale?
Per ora, io ci vedo un inveramento: il neo-liberalismo si invera nella sua essenza di fabbrica dell’uomo indebitato. L’imprenditore di se stesso produce il suo debito che ora lo disciplina attraverso un dispositivo di colpevolizzazione. Del resto, qui c’è anche un inveramento, o uno svelamento, dell’essenza del denaro: il denaro è debito, la finanziarizzazione del capitale ci ha trasformati tutti in soggetti debitori, e il valore viene prodotto in negativo, da una macchina depressiva.
Però c’è chi si indigna, non ci sta, si ribella. Per fortuna. Che pensi degli Indignados e di OWS?
Per restare nella scia di Foucault, lui degli Indignados avrebbe detto che si tratta di un movimento parresiastico: un movimento di persone che dicono la verità. Denunciare l’ipocrisia dei mercati, svelare che i debiti sono tutti “odiosi”, illegittimi, frutto di rendita e di espropri, e dichiarare che questa crisi l’hanno prodotta le banche e non possiamo pagarla noi, significa affermare la verità del punto di vista del popolo su quella dei mercati. E poi, il movimento di Madrid ha funzionato come uno spazio di democrazia assoluta, come una grande assemblea costituente del comune basata sullo stare insieme nello spazio pubblico: una sorta di ribaltamento dell’etica della paura hobbesiana, in cui mi pare molto visibile l’impronta femminile delle pratica delle relazioni e di un’economia della cura che diventa ecologia politica. La crescita del movimento su scala europea è l’unico antidoto al processo di de-europeizzazione che dicevamo all’inizio. Ma la spinta costituente deve darsi anche delle forme di autodeterminazione locale concreta. Per spezzare il dispositivo cardinale del post-fordismo, lo sfruttamento di saperi, conoscenza e relazioni, non c’è altro modo che ribaltarlo in produzione del comune, tanto più ora che le politiche di austerità comporteranno la privatizzazione ulteriore, la vendita e la svendita dei beni comuni, dall’acqua al patrimonio culturale; ma produrre il comune significa organizzarsi a livello locale, attrezzarsi a gestire nei quartieri l’acqua, l’elettricità, i mezzi di trasporto, le banche stesse.
Loretta Napoleoni, che incontri oggi alla Libreria delle donne di Milano, in un libro di due anni fa sosteneva che la funzione sociale delle banche vive ormai solo nella finanza islamica, e che è da lì che dovremmo riscoprirla: la finanza islamica non specula.
E’ vero, nel senso che dobbiamo reintrodurre la solidarietà al livello giusto, all’altezza delle contraddizioni prodotte dalla crisi. E la ri-socializzazione del debito e della funzione originaria delle banche è una strada per piegare a nostro vantaggio la finanziarizzazione del capitale, lottando sul suo terreno.
Ma la finanziarizzazione si può interrompere, o invertire? Tu ci hai spiegato molto bene che l’economia finanziaria non è più separabile dall’economia reale e si basa sul coinvolgimento attivo di comportamenti e forme di vita della gente comune: il consumatore che usa la carta di credito per fare la spesa, il salariato alle prese con i fondi pensione, i ceti medi strozzati dai mutui per la casa, i poveri che si indebitano fornendo come unica garanzia la loro ‘nuda vita’. Se è così, è possibile de-finanziarizzare, almeno in parte, il sistema, o si tratta solo di bonificarlo dai soprusi delle banche? E se produzione e consumo sono così intrecciati al debito, è possibile evitare un esito recessivo e depressivo della crisi?
La de-finanziarizzazione la sta approntando il capitalismo stesso nella forma recessiva della riduzione del debito di cui abbiamo parlato poco fa, che deprime la domanda e i consumi, e della disciplina della colpa, che deprime le esistenze. Noi dobbiamo lavorare invece per riconvertire la rendita privata in rendita sociale: per la socializzazione del debito, per il rilancio per questa via della domanda e dei consumi di beni socialmente utili, per la riappropriazione dello spazio pubblico, per la ricostruzione di socialità e di felicità collettiva. Il comune è questo e non c’è altro modo per uscire dalla spirale autolesionista della finanziarizzazione. Alcune parole d’ordine delle lotte di questi anni, dal reddito minimo garantito alla Tobin tax, vanno già in questa direzione.
E della parola d’ordine del diritto all’insolvenza che cosa pensi? Nei movimenti viene presentata come un diritto di resistenza alla finanziarizzazione della vita, molti economisti la ritengono una mossa demagogica, altri ci vedono una possibilità di ripristino della sovranità nazionale cancellata dalla tecnocrazia europea.
Penso che sia giusta se diventa una pratica soggettiva e contestuale, non se viene lasciata in mano agli Stati. Ti faccio un esempio: negli Stati uniti sta maturando da tempo una bolla delle borse di studio, che equivale più o meno alla metà del volume dei mutui subprime: in quel caso il diritto all’insolvenza va senz’altro esercitato dagli studenti e dalle loro famiglie per distinguere il debito illegittimo da quello legittimo. Ma non lo affiderei agli Stati, né alla loro velleità di ritrovare per questa via la sovranità nazionale perduta.

30.11.11

Luoghi comuni

di Luigi Sturniolo - www.terrelibere.org

I dieci anni che abbiamo alle spalle hanno visto il territorio aggredito dalle politiche delle grandi opere, dei grandi eventi, delle emergenze. Ad esso ha fatto ricorso un sistema d’impresa in crisi che si è nutrito di risorse pubbliche. Questo sistema ha replicato, nei fatti, il meccanismo di dilapidazione di risorse pubbliche e di democrazia derivato dalle privatizzazioni e dalle varie forme di combinazione pubblico-privato.

Il luogo comune non è uno spazio vuoto, non è un`oasi, non è una riserva. Esso prende i connotati di chi lo vive, non conosce la separatezza del bene protetto. E` a disposizione. Il luogo comune non si costituisce a partire dalla negazione dell`attività umana. Al contrario, in esso si addensano esperienze umane che stabiliscono rapporti di convivenza con le altre espressioni del vivente. Ma, appunto, non vive per sottrazione, vive per accumulo. E` luogo di produzione, di attraversamento. Non si specchia in sé stesso e non ama il silenzio. Il luogo comune si dà in seguito a una conquista, è il frutto di una lotta. Viene dopo, non prima della disputa. In esso ha già avuto luogo una sperimentazione. Se è uno spazio sottratto alla mercificazione lo è non perché avrebbe potuto essere venduto in quanto tale, ma in quanto già usato come territorio della spoliazione e dell`appropriazione.

I dieci anni che abbiamo alle spalle hanno visto il territorio aggredito dalle politiche delle grandi opere, dei grandi eventi, delle emergenze. Ad esso ha fatto ricorso un sistema d`impresa in crisi che si è nutrito di risorse pubbliche. Perché questo potesse aver luogo è stato costruito un apparato normativo adeguato e organico centrato sulla verticalizzazione delle scelte e sulla cancellazione sistematica di ogni forma di partecipazione democratica, fosse anche quella, costituzionalmente garantita, degli organismi di rappresentanza. Questo sistema ha replicato, nei fatti, il meccanismo di dilapidazione di risorse pubbliche e di democrazia derivato dalle privatizzazioni e dalle varie forme di combinazione pubblico-privato.

Il territorio è diventato in questi dieci anni lo spazio delle lotte. Nel territorio si sono sviluppate le esperienze più significative e partecipate. Per quanto ancora strumento di grande importanza, lo sciopero ha perso parte della propria capacità d`incidere sulla realtà. Lo stesso legame d`interesse all`interno delle categorie e dei luoghi di lavoro si è rarefatto a causa della frantumazione delle categorie stesse. La moltiplicazione dei contratti ha reso sempre più difficile la costruzione di piattaforme comuni. Gli scioperi hanno visto una riduzione della partecipazione a causa del rapporto costi/benefici assolutamente deficitario e del significato più di posizionamento che davvero vertenziale di alcuni di questi. Così il territorio ha finito per diventare il campo di definizione di nuove alleanze. Soggetti anche molto diversi tra di loro sono riusciti a convivere e a condividere mobilitazioni ricompositive sui temi della difesa del territorio dalle devastazioni ambientali, sulla gestione delle risorse pubbliche, sulla nocività, sul reddito, sull`istruzione, sulla salute, sulla mobilità.

E` sul territorio che si sono date le prime sperimentazioni relative al comune. L`acqua bene comune, gli spazi occupati bene comune, l`istruzione bene comune, la salute bene comune sono battaglie che hanno valenza universale, ma che si sostanziano a partire dai comitati locali, dalle aggregazioni locali. E` sul terreno del locale che l`interesse comune viene percepito con maggiore facilità. Laddove il piano politico vive della perdita derivata dai tanti passaggi della mediazione, laddove il piano sindacale finisce per inseguire interessi particolari che, polverizzati, finiscono spesso per confliggere in una sorta di guerra di tutti contro tutti, lo spazio locale ha consentito l`incontro di molteplicità che hanno dato vita a lotte comuni. E sono i movimenti più avanzati sul piano del sindacale e della pratica dello sciopero che si costituiscono ormai su una dimensione territoriale. Le esperienze indignate, delle acampadas e dell`occupy in giro per il mondo sono esperienze territoriali. La manifestazione del 15 ottobre a Roma, che ha visto la partecipazione di centinaia di migliaia di persone, è stata animata in misura prevalente da esperienze, comitati, aggregazioni, movimenti territoriali, piuttosto che mossa dalla capacità delle organizzazioni nazionali. Nelle assemblee che l`hanno preceduta il richiamo all`unità che si dispone all`azione sul piano locale è stato il grido d`auto-aiuto più sentito.

La crisi ecologica (della quale il dissesto idrogeologico è fenomeno particolarmente gravido di pericoli e rappresentativo della rottura di tutti gli equilibri legati all`insediamento umano), la crisi della rappresentanza politica (evidente ormai a tutti i livelli nei quali si forma la decisione politica), la crisi economica (con il portato di crisi dei riformismi) consegnano ai territori il compito e la possibilità di ricostruire dal basso forme sostenibili dell`abitare, del decidere e del produrre. Il carattere strutturale delle crisi rende impossibile rintracciare delle soluzioni senza una fuoruscita dai dispositivi che le hanno causate. Da questo punto di vista, evidentemente, un governo guidato da personale della finanza e fondato sull`intimazione di una banca non può che rappresentare il tentativo di disporre la società ai flussi della finanziarizzazione, piuttosto che una difesa dai disastri di cui essa è portatrice.

Le pratiche del comune, le forme politiche originali di esodo dal privato e dallo statale, non possono che darsi sul territorio, laddove i corpi s`incontrano. Le pratiche del comune dovranno inondare il pubblico, guerreggiare affinchè esso venga riempito di partecipazione, autogestione, autorganizzazione, ma è solo al livello territoriale che sarà possibile, ad esempio, ricostruire, ripartendo dai saperi e dalle competenze locali, una dimensione urbanistica che consenta di sottrarsi al riprodursi sempre più frequente di eventi calamitosi. E` solo a questo livello che sarà possibile costruire un welfare dal basso che consenta, attraverso forme di mutualismo e autogestione, di difendersi dalla penuria cui costringe la crisi economica. E` a questo livello che si possono sperimentare forme di produzione auto-centrate, sostenibili e libere dalle forme dello sfruttamento.

I luoghi comuni non sono perimetrati. Riconoscono e recuperano saperi e vocazioni locali, ma non sono identitari. Sperimentano forme di autogoverno e non competono tra di loro. Sono territori che, dolcemente, si compenetrano. Dandoci ancora una possibilità.

28.11.11

Perchè va rispettato il voto dei referendum - Stefano Rodotà

Il governo Monti non è atteso soltanto alla prova difficile dell´economia. Lo hanno sottolineato ieri a Roma i movimenti per l´acqua come bene comune che non si sono dissolti dopo il successo referendario.
Ma hanno voluto opportunamente ricordare che nessuna emergenza può giustificare l´allontanarsi dalla retta via costituzionale. Sappiamo che sono all´opera gruppi e interessi che spingono nella direzione opposta, invocando il mercato come unica regola, alla quale le istituzioni dovrebbero, una volta di più, piegarsi. Guai se queste suggestioni trovassero eco nel governo. La paventata sospensione della democrazia troverebbe un´inquietante conferma. La volontà espressa con il referendum, infatti, non è disponibile per nessun governo, politico o tecnico che sia, e per qualsivoglia maggioranza parlamentare, ristretta o allargata che sia.
Torniamo alle radiose giornate di giugno, quando 27 milioni di cittadini (ricordiamo sempre questa cifra) dissero no al nucleare, alla generalizzata privatizzazione di servizi pubblici, alle leggi ad personam. Proprio il risultato di quest´ultimo referendum dovrebbe esser preso terribilmente sul serio da un governo che non può affidare soltanto allo "stile" l´impresa ardua di ricostruire un tessuto civile profondamente lacerato. Con il loro voto i cittadini non hanno semplicemente abrogato una legge. Hanno voluto manifestare in modo netto la loro volontà di un ritorno pieno alla legalità, senza privilegi per i potenti: ieri Berlusconi e la sua cerchia, oggi gli interessati all´industria nucleare e alla lucrosa gestione privata dell´acqua.
Il rispetto assoluto della legalità non dovrebbe avere bisogno del severo e corale richiamo venuto dalla maggioranza degli italiani. Ma questo vi è stato.
Ve ne era bisogno, e oggi la legittimazione del governo passa anche attraverso questa ineludibile prova di "serietà" (altra parola inflazionata in questi giorni) che consiste in primo luogo nel rispetto delle istituzioni. Così come dev´essere rispettato il Parlamento, vi è un pari dovere di fedeltà verso l´istituto del referendum, con il quale si esercita direttamente la sovranità popolare.
Archiviamo pure come un incidente di percorso di un ministro frettoloso la dichiarazione secondo la quale potrebbe essere ripreso il tema dell´energia nucleare, che pure è servita a ridare fiato a chi non vuole prendere atto del risultato referendario. Ma è quanto continua ad avvenire, o a non avvenire, intorno alla questione dell´acqua ad inquietare seriamente. Soltanto occasionali e sporadiche sono state le iniziative volte a dare seguito alla chiarissima volontà popolare. Molteplici, invece, sono state quelle volte ad aggirare o vanificare le indicazioni dei referendum, la cui portata, peraltro, era stata ben chiarita dalla Corte costituzionale. E questo spirito non è scomparso, viste le proposte, talora sgangherate, con le quali si indica la via della privatizzazione dei servizi pubblici, delle dismissioni in blocco di beni pubblici.
Il governo, allora, dovrebbe rivolgere la sua attenzione all´articolo 4 della manovra economica che, come da più parti è stato messo in evidenza, non appare in linea con l´esito referendario; e, comunque, non dovrebbe secondare alcuna mossa che possa essere intesa come sostegno per chi, a livello locale, vuole cancellare o rinviare all´infinito gli effetti del referendum. Proprio qui, infatti, nei Comuni e nei cosiddetti Ato (Ambito territoriale ottimale), devono essere avviate le iniziative per la ripubblicizzazione dell´acqua secondo le indicazioni referendarie. Il punto di partenza può essere individuato nei Comuni dove già la gestione dell´acqua è affidata a società per azioni interamente in mano pubblica, che possono essere trasformate in aziende speciali: è già avvenuto a Napoli, e lo stesso può essere fatto a Torino, Milano, Venezia, Palermo.
Ma i movimenti riuniti ieri a Roma hanno indicato anche una strada che affida alla vitalità stessa delle iniziative dei cittadini l´attuazione di quanto è stato stabilito con il voto sul secondo quesito referendario che, per quanto riguarda la gestione del servizio idrico, ha abrogato la norma relativa alla remunerazione del capitale nella misura del 7 per cento. Di fronte all´inadempimento dell´obbligo referendario, sarà lanciata una campagna di "obbedienza civile" per il ricalcolo delle bollette, da pagare senza la remunerazione del capitale. E vi saranno specifiche iniziative giudiziarie.
Questo non è solo un segno della vitalità del movimento dell´acqua, che si conferma come soggetto politico capace di custodire e attuare la volontà dei cittadini. Rappresenta un momento importante della battaglia complessiva per il rispetto della legalità costituzionale.
Si delinea così con nettezza una strategia politica e istituzionale con la quale il governo deve fare i conti.
Può darsi che trovi sostegno debole nella propria maggioranza, dove sono molti quelli che anelano ad una rivincita sul risultato referendario. Ma, legalità costituzionale a parte, questo sarebbe da parte di tutti un segno di incomprensibile miopia politica, un´occasione ulteriore e grave di separazione tra ceto politico e opinione pubblica. Non si può costruire un continuum governoParlamento che contrapponga una propria maggioranza a quella referendaria. Se ci si vuole liberare dalle tossine e dai ricatti dell´antipolitica, bisogna guardare alla buona politica che in Italia si è manifestata con continuità fin dai primi mesi del 2010 e che ha prodotto la partecipazione attiva di 7 milioni di persone alle campagne per le elezioni amministrative e referendaria della passata primavera. Il governo non segua i cattivi consigli di chi incita a liberarsi dalla presa del "movimentismo".
Senza un confronto vitale con la società, il suo respiro sarebbe corto.
Il Parlamento, dal quale si levano voci da vergini violate da parte di chi ne ha segnato l´estrema mortificazione con il voto su Ruby come nipote di Mubarak, vuole ritrovare un suo ruolo? Ha davanti a sé una proposta d´iniziativa popolare per una nuova disciplina dell´acqua firmata da 400mila cittadini. Vi sono due disegni di legge per una nuova classificazione dei beni, con l´introduzione della categoria dei beni comuni, presentati dalla regione Piemonte e dai senatori del Pd. Metta questi testi all´ordine del giorno, ne discuta e il governo, per la parte che gli compete, secondi queste iniziative. E, comunque sia, misuri le sue decisioni con il metro di un´intelligenza politica lungimirante, che non guardi a beni e servizi come ad un´occasione disperata per fare cassa, ma ne consideri il nesso con i diritti fondamentali delle persone, il loro valore "comune" e così consenta pure una loro utilizzazione economica non prigioniera della logica distruttiva del brevissimo periodo.
Una volta di più, i cittadini stanno mostrando intelligenza politica, respiro culturale. Che le istituzioni siano alla loro altezza.

27.11.11

Tanti, colorati e determinati: "Rispettate il voto del referendum""

di Cinzia Gubbini, da "Il Manifesto" di oggi.

Palloncini che sono gocce di acqua, tantissimi striscioni, una scansione ordinata del corteo: prima di tutto i Comitati che si sono battuti per il refrendum del 12 e 13 giugno che ha visto stravincere i quesiti relativi allo stop dei privati nella gestione dell'acqua e al "profitto garantito" per i gestori, poi tutte le realtà che hanno sostenuto quella battaglia dalle associazioni come Arci, Legambiente, Wwf, i partiti da Rifondazione a Sel, i Cobas e a seguire quella che sarà la prossima emergenza, cioè i rifiuti. Il popolo dell'acqua è tornato a Roma per farsi vedere, di nuovo, in tutta la sua potenza. Una manifestazione che non ha avuto - come già accadde per i referendum - una grande eco mediatica. Ma che evidentemente non ne ha bisogno. 
Se all'inizio, a piazza della Repubblica, i numeri non sembravano entusiasmanti, via via la manifestazione ha preso corpo fino a far dire agli organizzatori "Siamo in 100 mila". Lo striscione di apertura dà tutto il senso politico della manifestazione: "Per il rispetto dell'esito referendario, per un'uscita alternativa dalla crisi". Questo movimento, che è riuscito a costruire consenso sfidando tutti i luoghi comuni che infarciscono anche il "problema" della crisi economica - ovvero privatizzazioni/liberalizzazioni come unica ricetta, messa all'angolo della gestione pubblica considerata sempre e comunque sbagliata - non si fa spaventare: "Sapevamo che la battaglia sarebbe stata lunga", dicono in molti. La questione è chiara: il referendum di giugno ha portato alle urne più del 50% dei votanti, una cosa che non si vedeva da anni in Italia. Il giorno dopo tutti sono saliti sul carro dei vincitori. Il giorno seguente la questione era archiviata, e il problema più urgente sembrava essere: come fare ad aggirare l'ostacolo? 
Così non solo, ad eccezione del Comune di Napoli, nessun altro ente locale ha colto nell'immediato l'occasione per ripubblicizzare l'acqua trasformando anche le Spa a maggioranza pubblica (certo, il referendum non lo impone, ma tutto sta nel coraggio di cogliere il segno politico di un'espressione popolare). Ma dell'obbligo, sancito dal voto, di abbattere quel 7% di "reddito garantito" (la famosa, criptica espressione, del "capitale remunerato") per i gestori, non se ne parla proprio. Come se non bastasse, sull'onda della crisi e col fiato sul collo della Bce (che nella sua lettera all'Italia mette al primo posto le liberalizzazioni dei servizi pubblici) il governo Berlusconi ha varato un pacchetto di privatizzazioni.
E il governo Monti? Dalle premesse, è evidente, non è amico dei referendari. Nei fatti ancora non si è espresso, e continua a non esprimersi. Silenzio eloquente. Il Comitato italiano per l'acqua pubblica, però, non arretra e ha chiesto un incontro con il neo premier. Per ora non accordato.
La risposta del movimento comunque è già pronta: "contro la crisi e la speculazione, autoriduzione, autoriduzione", uno degli slogan più gettonati della giornata. Partirà infatti nei prossimi giorni la campagna "Obbedienza civile". L'obiettivo è autorganizzare i territori per una riduzione della tariffa pari al 7%, tanto quanto il capitale garantito. Torino partirà a giorni.

L'appello della manifestazione "In piazza per l'acqua, i beni comuni e la democrazia":
 http://lgsmacerata.blogspot.com/2011/11/in-piazza-per-lacqua-i-beni-comuni-e-la.html

25.11.11

Roma 25 novembre 2011 - L'AUSTERITY E' VIOLENZA SUL CORPO DELLE DONNE

Oggi, 25 novembre, è la Giornata contro la violenza sulle donne. Noi siamo con loro.
Tratto da globalproject.info

Oggi 50 donne, studentesse, migranti, precarie hanno attraversato le strade del centro, rispondendo all'appello di Wall Street, #occupypatriarchy ed esponendo uno striscione: l'austerity e' violenza sul corpo delle donne. 
Oggi 25 novembre e' giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Un occasione per dire che anche le politiche di austerity che ci vogliono imporre sono una forma di violenza sui nostri corpi. 
Abbiamo attraversato le strade del lusso, per ribadire che la possibilità di scelta e all'autodeterminazione, messo in crisi dalla proposta di legge Tarzia sui consultori e dall'attacco alla 194, non sono un lusso, ma un diritto. 
Qui di seguito il volantino dell' iniziativa:

Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Nel nostro paese e in tutto il mondo la violenza contro le donne è all’ordine del giorno: stupri, violenze domestiche, assassinii. Questa condizione è acuita dentro il contesto di crisi. Abbiamo deciso di aderire all’appello Occupypatriarchy, una chiamata che nasce all’interno dello spazio pubblico aperto negli ultimi mesi dal movimento Occupy Wall Street. WE ARE THE 99%, slogan delle mobilitazioni statunitensi, non sta a indicare uno spazio liscio ed omogeneo, ma al contrario trae la sua forza dalle differenti striature di colore, genere e condizione che lo fanno vivere.
Le donne con il loro lavoro suppliscono alla crisi economica e a quella politica. Un recente rapporto Istat mostra come il “nuovo sistema di Welfare” abbia a che vedere direttamente con il lavoro femminile non retribuito: come siano, cioè, le nonne a sostituire gli asili nido, le figlie a sostenere il peso dei genitori anziani, le madri ad occuparsi dei figli, e come, in altre parole, il taglio ai fondi per i servizi sociali significhi il trasferimento di compiti e fatica sulle donne.
La violenza sulle donne è frutto di un sistema fondato sulla sopraffazione maschile. In tempi di austerity la parità tra i sessi sembra diventare un di “bene di lusso”. Quando i governi propongono politiche di conciliazione vita-lavoro legittimano, di fatto, il principio per cui una donna deve svolgere più lavori contemporaneamente: precari e senza garanzie nel mercato del lavoro “ufficiale”, senza retribuzione e diritti nella sfera privata. Questa è violenza travestita da austerity!
La crisi attacca ogni possibilità di autodeterminazione, mettendo in discussione la libertà di scelta. Ed è proprio su questa che è stato sferrato l’attacco: l’intento della Proposta di Legge Tarzia è quello di cancellare l’esperienza dei consultori, intesi come strutture sanitarie laiche, adibite alla tutela della salute della donna. Mettendo direttamente in discussione la legge 194 sull’aborto, i consultori vengono proposti come centri per la tutela del concepito e della famiglia, togliendo di fatto qualsiasi centralità all’autonomia delle donne e consentendo l’accesso a figure non qualificate del mondo cattolico.
Il “caso Lazio” è in questo senso emblematico e si configura come laboratorio per legittimare lo smantellamento del Welfare su scala complessiva. Quello dei consultori è, tra gli altri, un terreno di conflitto sul quale bisogna insistere, soprattutto con il governo Monti, in odor di sacrestia, per difendere il diritto alla salute e all’autodeterminazione della donna.
Occupyamo spazi per reinventare la democrazia!  I nostri corpi non sono titoli di Stato!
LA VITA SIAMO NOI!
#OccupyPatriarchy Roma

22.11.11

Note sul 15 ottobre - di Toni Negri

Convinti che il 15 ottobre sia stata una grande data di ricomposizione mondiale delle vittime del capitalismo e della crisi, riportiamo di seguito un intervento di Toni Negri in merito alla manifestazione degli indignati del 15 ottobre. Un ulteriore spunto, accanto a quelli già proposti.

18 ottobre 2011 - tratto da uninomade.org
Ero e sono fuori, in queste settimane, in Spagna ed in Portogallo. Non ho seguito direttamente quello che è avvenuto a Roma. Ma sono stato sorpreso, direi sbalordito, nel leggerne cronache e commenti.
1) La divisione tra gli “indignati” e gli altri, i “cattivi”, è stata fatta prima di tutto da La Repubblica, l’organo di quel partito dell’ordine e dell’armonia che ben conosciamo (per non dire degli altri media). Non sembra che il comitato organizzatore della manifestazione si sia indignato molto per ciò. C’era forse un peccato originale alla base di questo oltraggio: chi aveva organizzato la “manifestazione degli indignati” non aveva molto a che fare con le pratiche teoriche e politiche che dalla Spagna si sono estese globalmente, talora in maniera massiccia, altre volte minoritaria: il rifiuto della rappresentanza politica e sindacale, il rigetto delle costituzioni liberali e socialdemocratiche, l’appello al potere costituente. In Italia, invece, un gruppo politico al limite della rappresentanza parlamentare si è appropriato il nome degli Indignados … E ora reclamano: “Lasciateci fare politica”.
2) Ma allora, si dirà, gli indignati “veri” sono i ragazzi che incendiano le macchine e fanno quel gran casino contro la polizia a San Giovanni? Certo che no. Qui nasce tuttavia il grande, se non l’unico problema. Chi possono essere gli unificatori del movimento? Chi costruisce oggi, in Italia, l’unità degli sfruttati, degli indebitati, dei non-rappresentati?
Le risposte a questi interrogativi sono molteplici. Tanti anni fa, Asor Rosa avrebbe detto: quei ragazzi pieni di rabbia appartengono alla “seconda società”, essa è inorganizzabile, essa è la non-politica. Oggi, alcuni rappresentanti del “movimento” diranno: sono estremisti, anarchici e insurrezionalisti, quindi pericolosi, quindi inorganizzabili. È forse vero. La conseguenza sarà allora la medesima che ne trasse Asor trent’anni fa: sono irrappresentabili? Anche qui: forse sì. Ma per questo li escludiamo per principio, prima ancora di aver capito perché erano tanti e di cosa erano l’espressione? Noi non crediamo che il ritornello di Asor Rosa possa valere come pregiudizio. A chi ce lo presentasse come tale, ci rivolgeremmo allora agli Indignados spagnoli ed universali per avere un’altra risposta. Gli Indignados sono un movimento dei poveri – sono anni che andiamo indagando e parlando di precarizzazione lavorativa e esistenziale, di pauperizzazione generalizzata, di esclusione e declassamento, di espropriazione finanziaria, di emarginazione sociale. Tutto questo è prodotto dal Capitale. E a noi sembra che queste lotte debbano essere e siano innanzitutto lotte contro il Capitale.
Dobbiamo ricordarci che laddove, in altri paesi d’Europa che pur conoscono grandi tradizioni di lotta, si è data l’incapacità a mettere insieme tutte le facce della nuova povertà, la sconfitta è stata generale, anche quando i movimenti erano duraturi e forti. La Francia, per esempio, non produce più lotte vincenti da quando il movimento studentesco ha smesso di congiungersi con quello delle banlieues. In Germania, non c’è più lotta da quando i Grünen Realos-pragmatici hanno isolato e liquidato i Fundis – gli occupanti delle case, quelli che lottavano assieme ai migranti, e avevano assunto la dimensione dei quartieri per tentare la costruzione di istituzioni del comune. Dobbiamo tornare a costruire un fronte dei poveri – tutti i poveri, dalla classe media immiserita in giù.
C’è dunque una bella differenza fra stare con i poveri, anche se spaccano tutto, e non starci – considerarli intoccabili, lebbrosi. Loro – quelli che spaccano – hanno diritto a dirci di no, a rifiutarci, a preferire l’isolamento. Ma noi, non per questo li consideriamo estranei alla povertà. Il 14 dicembre, il 15 ottobre, e tante altre volte, li abbiamo visti in azione: alcune periferie della povertà sono scese in piazza. La polizia e i media le hanno immediatamente riconosciute: il potere è spesso bieco ma non è stupido. Perché i movimenti non potrebbero anche loro chiedersi chi sono, e provare a capire prima di giudicare? Forse perché dietro alla puzza al naso degli organizzatori, senti un rigetto di pelle?
3) Il colmo della cecità e della provocazione dei media (e, subito dopo, del Ministero degli Interni) è stato toccato quando hanno scelto di attaccare i movimenti NoTAV e San Precario – vale a dire le due realtà di movimento attualmente più forti. Forse le uniche che non abbiano aperture politiciste e che non siano interessate alla rappresentanza parlamentare, ma che piuttosto sono democraticamente piantate nel reale, nella società civile, e che producono effetti concreti immediati.
Dobbiamo stringerci attorno ai compagni che subiscono queste provocazioni – cosi come attorno agli incarcerati, di cui chiediamo la liberazione senza se e senza ma. Cos’altro fanno gli Indignados di Barcellona per gli arrestati dopo la tentata occupazione della Camera regionale catalana? Hanno riconosciuto che si trattava di un errore politico evidente, ma li difendono comunque in nome dell’unità del movimento. Vogliamo continuare a caricaturare i comportamenti pacifici degli Indignados spagnoli alla maniera di pecore gentili?
4) Oggi solo un progetto costituente può unificare tutti nel movimento. Non un “programma minimo” – un programma che non dia obbiettivi concreti ma solo linee di alleanza sindacale e parlamentare. Perché stupirsi che molti sentano questo programma minimo come un “opportunismo massimo”?
Centrale è invece oggi un progetto costituente che unifichi politicamente, e quindi sappia anche reagire alle eventuali componenti distruttive del movimento. In Spagna, l’elemento qualificante di questa unificazione è stato senz’altro l’acampada. Il vivere insieme nelle piazze. Poi si sono sviluppati comitati di quartiere su cui si sono assommate le funzioni dell’emancipazione concreta del proletariato moltitudinario. Si tratta di camere del lavoro metropolitano e di centri di occupazione e di autogestione delle istituzioni del Welfare ormai disertate dallo Stato.
Ma c’è ben altro. La chiave del modello costituente nella vita condivisa sta nella distruzione della “paura” che troppi ancora sentono, non appena si tratta di stare insieme. Una distruzione praticata con esperienze pacifiche, collettive, di massa – quando questo è possibile -, ma senza mai cedere alla facilità di abbandonare i poverissimi della società, i senza tetto, gli ipotecados, gli indebitati, i nuovi poveri, e tutte le altre vittime del saccheggio capitalistico odierno.
Non aver paura è resistere al potere ed esprimere potenza d’invenzione, di produzione sociale e politica. I ragazzi – quelli che hanno fatto casino – esprimono, con la loro rabbia, non la capacità ma l’incapacità di rispingere la paura del potere. Si può tuttavia probabilmente vincere gli eventuali caratteri distruttivi di alcuni settori del movimento dei poveri – a condizione che si abbia un programma positivo, maggioritario, materialmente definito. Oggi quel programma del comune si è già ampiamente manifestato nei referendum e nelle elezioni municipali, contro le macchine partitiche. Si tratta di procedere su questo terreno.
Svolgere il tema del comune costituente nella lotta rappresenta dunque oggi forza maggioritaria. A Reggio Emilia nel 1960, e a Genova nel 2001, dei compagni sono stati uccisi – ma il movimento non aveva paura, era unito, vinse perché non escludeva nessuno a priori, mise polizia e governi davanti all’evidenza di un irresistibile ostacolo. Oggi, volendo presentarsi con un programma minimo, cercando alleanze in una parte del ceto politico screditata e corrotta quanto lo è il ceto politico di destra, si è finito per rafforzare Berlusconi. Tutti dunque sembrano consapevoli che siamo giunti ad una impasse. Un’impasse di programma prima che di metodo. Ma come metterlo nella testa di coloro che vedono un insorto in ogni povero che non ha più paura?
5) Siamo infine anche di fronte ad un’impasse di metodo. Non erano stati dati obbiettivi al corteo di Roma. Di contro, a Madrid, sono stati i palazzi del potere e le banche ad essere assediate da mezzo milione di Indignados. Gli stessi che, immediatamente dopo, hanno ripreso le loro attività di quartiere, uniti da un’unica organizzazione orizzontale, usando reti, socialnetworks e twitts in modo astuto, chiamando tutti dove c’era bisogno, su uno sfratto come nelle scuole occupate, o negli ospedali autoamministrati.
A Barcellona, duecentomila persone si sono ritrovate: poi si sono formati tre cortei, l’uno ha occupato un ospedale, l’altro l’università ed un terzo un enorme magazzino per farne un centro sociale. A Piazza San Giovanni bisognava invece arrivare per ascoltare i politici di prima, seconda e terza generazione? Vi stupisce che nasca il bordello che c’è stato? Qual è stato il metodo, qual è stata la gestione politica del comune in quel caso?
Attorno al metodo – è bene sottolinearlo – i movimenti italiani conoscono un limite di fondo: mai sono stati capaci di cogliere nell’orizzontalità, nella massificazione del movimento, la singolarità della decisione – la decisione voluta da tutti, e che nasce solo quando se ne parla prima, quando se ne discute a lungo, quando se ne dibatte senza la paura di esser ascoltati, senza aver voglia di esser subito intervistati. Speriamo che quanto è avvenuto non rappresenti l’ultima avventura dei movimenti nati negli anni novanta, che riconobbero nella forma-manifestazione l’evento decisivo. C’è un nuovo movimento oggi, che considera il comune costituente come il suo orizzonte e la discussione senza paura e senza autorità come il suo metodo. Si tratta di lasciargli spazio e voce.
 “Lasciateci fare politica”, dicono alcuni. Certo. Intanto, noi proviamo a costruire il movimento degli Indignados.

Barbara di Tommaso, Io, in movimento fuori dai recinti. E dagli scontri
Loris Campetti, La posta in gioco è una sola:
Immagini:
Riflessioni di un poliziotto:
Francesco Interlenghi, Uno sguardo sul 15 ottobre:

"Se l'Europa fosse un contropotere" di Etienne Balibar

Si riporta di seguito l'articolo di Benedetto Vecchi, tratto da Il Manifesto del 19 novembre, con il quale si riprende l'intervento di Etienne Balibar tenuto all'Università di Bologna "Cittadinanza europea: non finire così" (http://incidenze.blogspot.com/2011/11/etienne-balibar-cittadinanza-europea.html). Testo interessante e utile per mettere in circolazione alcuni concetti utili per leggere l'attuale situazione politica, economica e sociale: stato d'eccezione, dittatura commissaria, tecnostruttura, accumulazione, costituzione europea.


La risposta alla crisi da parte delle élite europee e dei mercati è l'instaurazione di uno stato d'eccezione incentrato su una «dittatura commissaria». Un incontro con il filosofo francese I movimenti sociali possono costituire l'antidoto alla politiche di austerità imposte da Bruxelles. Mentre i governi tecnici vanno interpretati come un laboratorio per il futuro assetto politico del vecchio continente.

La provocazione arriva a metà del seminario tenuto all'Università di Bologna. «Quello che sta accadendo in Europa può essere considerato la messa in forma di un nuovo modello di governo politico. Stiamo cioè assistendo al rilancio del processo di unificazione politica dopo la battuta d'arresto successiva ai referendum francese, olandese e irlandese, che misero in evidenza il diffuso dissenso al processo avviato dai tecnocrati di Bruxelles. Il rilancio dell'unificazione politica avviene però all'insegna di un neoliberalismo che, nonostante la sua crisi, è ancora capace di esercitare un'egemonia nel vecchio continente». Etienne Balibar è un europeista convinto; e tuttavia non ha mai smesso di criticare l'Unione europea rispetto a quanto faceva nella definizione della sua costituzione. Un'attitudine critica che non viene meno neppure in questi giorni, con la formazione dei governi tecnici in Grecia e in Italia. «Non credo perciò che l'Europa sarà la vittima sacrificale necessaria per uscire dalla crisi del capitalismo. Più realisticamente, invece, stiamo appunto vedendo la formazione di un modello di governo europeo che ha tutte le carte in regola per affermarsi dentro e oltre la crisi». 
In Italia per una serie di seminari e per ricevere, a Genova, il premio «Mondi migranti», il filosofo francese invita a guardare con attenzione le mutazioni in atto dei sistemi politici nazionali e, soprattutto, sovrannazionali. «In Francia, ma anche in Italia, Germania, Inghilterra, c'è una forte componente politica e intellettuale che vuol chiudere il discorso europeo per tornare a una sovranità nazionale, ritenuta la trincea indispensabile per fronteggiare il potere della finanza. Una posizione che non coglie un dato per me fondamentale: l'interdipendenza tra gli stati e la formazione di un mercato mondiale che non tollera confini. E soprattutto un cambiamento nella costituzione materiale delle società».
Il dominio della tecnostruttura
La lettura di Balibar non pecca certo di ingenuità. Ha sempre guardato con favore alla formazione del nuovo soggetto politico sovranazionale chiamato Europa. Una posizione in controtendenza con quanto sosteneva la «sinistra-sinistra» francese, e non solo. Un impegno europeista che non ha però mai omesso il fatto che ciò che stava consumandosi era un processo di costituzionalizzazione che non aveva nessuna legittimazione popolare. Ed è su questo aspetto che l'analisi di Balibar attinge alla cronaca di queste settimane, cioè da quando la crisi del cosiddetto debito sovrano ha messo in forte difficoltà l'Unione europea, nonché ha quasi decretato il fallimento della Grecia e spinto l'Italia sulla stessa strada intrapresa dal governo di Atene. Il filosofo francese circoscrive la sua analisi alla dimensione del Politico, ma sa che l'ospite che potrebbe presentarsi ai tavoli istituzionali è la costituzione materiale terremotata dalla crisi economica. La formula che usa - quella che sta imponendo Bruxelles è una dittatura della tecnostruttura comunitaria - deve essere quindi articolata in relazione al regime di accumulazione capitalistico. L'unico accenno che fa su questo tema è un rinvio alle tesi del geografo marxista David Harvey, quando afferma che la finanza è il mezzo che regola e garantisce l'accumulazione di capitale attraverso espropriazione della ricchezza sociale. 
«Recentemente, su "Le Figaro", giornale della borghesia francese, è stato pubblicato un interessante commento che fotografa con precisione ciò che sta accadendo in Europa. La decisione di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel di imporre alla Grecia e all'Italia politiche di austerità ha favorito l'emergere della soluzione del governo tecnico. Ad Atene e a Roma si sono così insediate due figure di economisti come Mario Monti e Lucas Demetrios Papademos, uomini da sempre inseriti nella rete di potere che ha come nodo Goldman Sachs. Da questo punto di vista, la situazione che si è venuta a creare è stata una vera e propria rivoluzione dall'alto. È, questa, un'espressione che ha un'antica storia. Per anni ho creduto che il primo ad usarla sia stato Friedrich Engels nella prefazione all'edizione del 1895 alla lotte di classe in Francia di Marx. Veniva usata per indicare processi di trasformazione sociale e politica imposti dalle élite. Poi ho scoperto Engels l'aveva «copiata» da Bismark. Tutto questo per dire che le rivoluzioni dall'alto ci sono sempre state e che sono servite per dare forma a modelli e dispositivi di governo che la consuetudine non prevedeva. Bismark aveva perseguitato le organizzazioni socialiste, ma aveva altresì imposto anche un prototipo del futuro stato sociale. In altri termini, e qui veniamo di nuovo all'Europa novecentesca, la rivoluzione dall'alto instaura sempre uno stato d'eccezione, necessario appunto a dare forma a un nuovo modello di governo dei rapporti sociali. Quello che sta accadendo in Europa, con la retorica dei governi tecnici, è proprio questo: una sospensione delle regole del gioco vigenti per imporre soluzioni alla crisi. Carl Schmitt ha parlato, in tempi passati, di dittatura commissaria, che non è però di stampo totalitario, semmai ricorda le forme di dominio esistenti nell'antica Roma. I governi tecnici sono la forma contemporanea di una dittatura commissaria necessaria per imporre una risposta neoliberale alla crisi del capitalismo».
La «rivoluzione dall'alto» è quindi associata all'instaurazione di stati d'eccezione a livello nazionale è una descrizione che coglie forti tendenze che hanno caratterizzato la crisi del neoliberalismo e del suo fratello gemello, il populismo cosiddetto postmoderno. In molti, tuttavia, hanno spesso indicato nella tecnostruttura uno dei poteri forti che agisce in Europa già da molti anni. Una tecnostruttura che fa parte, tuttavia, di una rete più ampia, dove agiscono imprese finanziarie, imprese transnazionali. Insomma è una forma di governance che gestisce il contemporaneo regime di accumulazione capitalista. Da questo punto di vista, la tecnostruttura garantisce, in Europa, sia il funzionamento politico che la ripresa del controllo su un ciclo economico «impazzito». In altri termini, il neoliberalismo impone lo stato d'eccezione per dare slancio al suo progetto politico continentale. Con alcune contraddizioni, ovviamente, come ad esempio la legittimazione dei governi tecnici da parte dei parlamenti eletti dal popolo. 
La catastrofe annunciata
L'Europa riesce sì a proporre una forma di governo del continente, ma corre il rischio di creare le condizioni del nuovo divorzio tra democrazia e capitalismo. Etienne Balibar indica il rischio, anche avverte che ogni stato d'eccezione ha sempre esiti incerti. «È un processo conflittuale quello in atto. Non è detto che la dittatura commissaria riesca a funzionare in questa situazione. I tecnocrati, le élite hanno un forte potere persuasivo dalla loro parte, perché partono da un ricatto: o si fa così o sarà il caos. La paura di una catastrofe riesce così a vincere resistenze e dubbi. Eppure da un po' di mesi a questa parte sui giornali della borghesia, ma anche di quelli progressisti, sono in molti a chiedere che la sovranità popolare si esprima proprio attorno alle forme politiche e ad una eventuale costituzione europea. Jürgen Habermas scrive da molto tempo sulla necessità di una legittimazione popolare su quanto sta accadendo in Europa. Il suo obiettivo è di democratizzare le istituzioni europee, chiudendo così la fase che ha visto i mercati esautorare di fatto il suffragio universale. Sono ovviamente d'accordo con Habermas, ma penso tuttavia che vadano creati dei veri e propri contropoteri insurrezionali che contrastino questa forma di governo che si sta affermando a livello europeo. Non penso a all'insurrezione popolare, ma alle creazioni di istituzioni da parte dei movimenti sociali per contrastare la tecnostruttura».
Per il momento, tuttavia, i movimenti sociali agiscono spesso in una prospettiva nazionale. Gli unici che si sono posti il problema di costituire uno spazio pubblico europeo di azione politica sono stati gli indignados spagnoli, che chiedono sia di porre fine alla «dittatura dei mercati» che una necessaria democratizzazione della vita pubblica. Per il resto, la scelta nazionale sembra più un ripiegamento, un segno di debolezza che non un punto di forza. «Mi sembra utile usare la distinzione fatta dal filosofo statunitense Richard Rortry tra campaign e mouvement. Gli indignados spagnoli sono certo un movimento sociale. Si sono radicati nel territorio, hanno sviluppato proprie istituzioni, hanno definito regole per prendere le decisioni, hanno infine posto con forza il nodo de i rapporti sociali di produzione. Possono averlo fatto con linguaggi che un marxista può trovare strani, ma il loro punto di forza è la critica al regime di accumulazione incentrato sulla espropriazione. Occupy Wall Street ha invece tutte le caratteristiche di una campagna di sensibilizzazione attorno ad alcuni temi - la povertà, la polarità tra il 99 per cento della popolazione e l'1 per cento dei ricchi - ma finora non hanno fatto il grande salto nell'azione politica. Quando penso ai contropoteri insurrezionali penso quindi ai movimenti sociali e alla loro capacità di sviluppare proprie istituzioni. Solo in presenza di questi contropoteri possiamo condizionare e mettere in crisi la dittatura commissaria, che è fragile visto che la crisi economica ha impoverito le società. La partita è quindi aperta. E il risultato finale non è stato ancora scritto».