17.2.12

Una nuova democrazia a Roma

Riportiamo il documento (tratto da www.democraziakmzero.org) elaborato da una moltitudine di realtà romane, con il quale si fa sintesi di quanto portato avanti sinora nelle nostre lotte locali e nazionali, cercando di dare uno spessore politico alle rivendicazioni dei movimenti, attorno al nodo della riappropriazione collettiva dei beni, del governo del territorio, della ricchezza comune, verso uno sviluppo collettivo e partecipato.

L’ANNUNCIO DI UN INCONTRO A ROMA per “costruire la democrazia dei beni comuni” e la bozza di un “Manifesto politico della città di Roma”.

Costruiamo la Democrazia dei beni Comuni a Roma. Rilanciamo la città pubblica contro le privatizzazioni, le dismissioni, i tagli al welfare. Mercoledì 29 febbraio ore 17.30 all’ex Cinema Palazzo – San Lorenzo.

Roma si trova sotto attacco delle speculazioni finanziarie e immobiliari, delle privatizzazioni, dei tagli ai servizi e al welfare. Un strategia che si svolge su più fronti.

I programmi di austerità e di tagli portati avanti dal governo Berlusconi e proseguiti da Monti, sotto il diktat delle burocrazie europee, hanno ridotto le risorse disponibili nelle casse comunali, già oberate da un forte indebitamento e strozzate dall’imposizione del Patto di stabilità. Sulla città di Roma incombe il ricatto della dismissione e della privatizzazione forzata dei servizi pubblici locali, in spregio dei 27 milioni di “sì” ai referendum di giugno che hanno rotto l’egemonia liberista affermando la difesa dei beni comuni. I primi effetti sono sotto gli occhi di tutti: riduzione della qualità e del peso dei servizi collettivi, aumento delle tariffe, ulteriore precarizzazione delle condizioni di lavoro, azzeramento delle politiche culturali.

Altro che federalismo! Roma e le altre città sono annichilite dalle politiche centraliste di un governo nazionale che scarica sulla dimensione locale la propria incapacità.

La destra al governo della città e della Regione propone un modello di sviluppo fondato sulla rendita, le privatizzazioni e la subalternità totale ai poteri forti, come dimostrano il Piano Casa, i progetti di cementificazione di Alemanno (milioni di metri cubi di cemento oltre a quelli già previsti dal Piano regolatore) e il Piano rifiuti della Regione Lazio. Inoltre, assistiamo alla svendita di un immenso patrimonio pubblico ( i depositi Atac, gli immobili militari, gli immobili trasferiti con il federalismo demaniale) che invece potrebbe essere destinato a servizi e abitazioni a canone sociale. Stessa musica nell’ambito culturale, dove assistiamo a tagli drastici delle già poche risorse disponibili e un attacco frontale alle esperienze che nei territori producono socialità, cultura e riqualificazione urbana. Mentre in Europa e nel mondo vanno in crisi le ricette liberiste, la destra di Alemanno gioca la carta dell’aggressione ai beni comuni e della finanziarizzazione della città, riducendo ai minimi termini il ruolo e le funzioni del consiglio comunale e degli organi rappresentativi.

Occorre invertire la rotta. La città deve cessare di essere concepita come una preda dagli speculatori, come salvadanaio dal governo nazionale o come proprietà privata dalle classe politica.

Intendiamo cogliere lo spirito emerso nel “Forum dei Comuni per i beni comuni” che si è tenuto a Napoli il 28 gennaio per aprire una nuova stagione nella città di Roma. Proponiamo di costruire uno spazio politico di movimento che punti a realizzare un nuovo modello di città fondato sui beni comuni, il federalismo possibile, l’autogoverno dei cittadini. Uno spazio autonomo dai partiti, ma non autoreferenziale, che sappia produrre proposte per la città e imporle nel dibattito pubblico.

Per farlo pensiamo di partire dalle tante vertenze e dalle mobilitazioni per i beni comuni e i diritti sociali che attraversano Roma. Vogliamo aprire una discussione pubblica e un percorso dal basso che sia in grado di disegnare un’altra via d’uscita dalla crisi e un’altra idea di città.

Primi promotori: Action-diritti in movimento, Esc-atelier autogestito, Point Break, Horus Project, Lab Puzzle, Strike, Angelo Mai.



Dalla partecipazione all’autogoverno

Bozza per un Manifesto politico della città di Roma

Punto 1. 
OLTRE LA RETORICA DELLA PARTECIPAZIONE

All’inizio degli anni duemila, sulla scorta del laboratorio di Porto Alegre in Brasile, si erano avviate esperienze di partecipazione all’interno degli enti locali di molti paesi del mondo. Sotto il nome di “nuovo municipalismo”, si era fatta strada l’idea che “processi partecipativi” che coinvolgessero attivamente la cittadinanza, potessero riformare “dal basso” le logore istituzioni locali.

Oggi dobbiamo constatare che quel progetto di riforma ha subito una battuta d’arresto. Bisogna infatti vedere nella crisi economico-finanziaria che si è avviata nella seconda metà del 2007, le radici di una più profonda CRISI DEMOCRATICA che riguarda da vicino le stesse istituzioni politiche e che rende la parola d’ordine della “partecipazione”, insufficiente a rispondere alla domanda di nuova democrazia.

Nella fase attuale, infatti, assistiamo ad un profondo processo di espropriazione della decisione politica da parte delle istituzioni economiche-finanziarie a danno dei cittadini. Il criterio di legittimazione delle decisioni in materia politica ed economica smette di essere interno al rapporto tra governati e governanti, spostandosi fuori dei tradizionali canali della rappresentanza. Che sia il comportamento dei mercati, le valutazioni delle agenzie di rating o le decisioni della Banca Centrale Europea, il cosa decidere, come e quando, non è più appannaggio dei cittadini, neanche attraverso gli strumenti di delega tipici delle democrazie liberali.

Chi governa esegue decisioni prese altrove, chi è governato non può far altro che subire un processo sul quale non ha più alcuna capacità di controllo. La crisi del debiti sovrani in Europa ha ancor di più accelerato e radicalizzato questo processo di espropriazione della decisione, proiettandolo su tutti i livelli amministrativi. Il dominio incontrastato del potere esecutivo dei governi su quello legislativo delle assemblee elettive, così come la fiducia incondizionata accordata ai tecnici e agli esperti, ne sono una conferma lampante.

In questo quadro, limitarsi ad inserire degli scampoli di partecipazione all’interno dei canali della rappresentanza, già sostanzialmente svuotati dalle loro prerogative, è quantomeno debole e rischia di non essere all’altezza della sfida che abbiamo di fronte.

Punto 2.
 IL DECENTRAMENTO AUTORITARIO: PER UNA CRITICA AL FEDERALISMO ESISTENTE

Le nuove disposizioni in tema di federalismo non smentiscono, anzi confermano, il quadro che stiamo descrivendo. Il problema sta, per così dire, a monte. L’utilizzo della stessa parola federalismo – aggettivata nei modi più disparati: amministrativo, regionale, fiscale, demaniale – rischia di trarre in inganno. Ciò che va sotto il nome di federalismo è in realtà una forma di mero decentramento di alcuni poteri e competenze che in precedenza erano monopolio dello Stato centrale. La stessa riforma del Titolo V della Carta costituzionale è stata informata da questa concezione: abbiamo assistito, infatti, non ad un ripensamento dei rapporti tra i poteri e le istituzioni in senso propriamente federativo, ma ad una semplice ridefinizione degli ambiti di competenza spettanti a Stato, Regioni e agli altri Enti locali. Si è dunque rimasti all’interno della stessa logica centralistica dello Stato moderno. Il processo devolutivo dei poteri e delle competenze ha riprodotto così la stessa topologia dello Stato unitario e accentrato: dall’alto verso il basso, si è detto, oppure dal centro alla periferia.

Lo stesso atteggiamento si è riscontrato, anche a sinistra, all’interno del dibattito su quella che, fino a poco tempo fa, veniva definita come “l’Europa politica”. La costruzione graduale dello spazio politico europeo, in senso federalista, è stata concepita come la proiezione, su scala territoriale più ampia, della statualità: l’Europa sarà finalmente politica – veniva detto da più parti – solo quando assumerà le fattezze di un Super-stato. Oggi, di fronte al rischio reale di una rottura dello stesso spazio economico e monetario europeo, i limiti di questo modo di vedere le cose sono sotto gli occhi di tutti e chi fino a poco tempo fa invocava l’Europa come nuovo Stato prova un certo imbarazzo e senso di smarrimento.

Infine, lo stesso discorso è stato fatto anche per un’altra parola andata molto di moda negli ultimi anni: la sussidiarietà. Questa è stata intesa come un principio residuale, utile a colmare gli spazi che il potere statale lasciava vuoti o scoperti, favorendo così non processi di autonomia a livello locale, ma di privatizzazione.

Con l’approfondirsi della crisi i limiti di questa prospettiva sono venuti allo scoperto. Da una parte il federalismo esistente appare oggi come uno strumento per scaricare verso il basso il peso delle misure di austerity e i processi di privatizzazione e svendita del patrimonio pubblico. Basti vedere gli effetti del cosiddetto “federalismo demaniale”, oppure le norme relative alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, per non parlare dell’effetto a cascata dei tagli alla spesa pubblica che finiranno per strangolare gli Enti Locali costringendoli alla riduzione e al congelamento dei servizi. Dall’altra parte il federalismo esistente, nonostante le apparenze, finirà per concentrare potere invece che diffonderlo. Emblematica è in tal senso la logica che informa la riforma di ROMA CAPITALE per accorgersene: qui il decentramento va di pari passo con la riduzione dei margini di rappresentanza nell’assemblea capitolina e con lo svuotamento più totale del ruolo dei municipi, ridotti ad essere organi meramente consultivi e senza budget.

Punto 3.
 DIFFONDERE IL POTERE: PER UN FEDERALISMO POSSIBILE

Contro l’inganno del federalismo esistente, occorre riaprire la riflessione e la pratica di un federalismo possibile. Non si tratta di una questione tecnica o di modellistica istituzionale, come si suole dire quando si parla di queste tematiche. Si tratta di riaffermare il federalismo come differente modo di concepire le relazioni, i processi decisionali e la strutturazione del potere politico. Si tratta, detto in altri termini, di ripensare radicalmente il rapporto tra l’uno e i molti, andando definitivamente oltre gli angusti confini della sovranità statale.

Abbiamo già parlato dei limiti e degli errori di prospettiva di chi ha pensato l’Europa federale alla maniera di un Super-stato. Occorre oggi, allo stesso tempo, ripensare radicalmente anche un’altra ipotesi che in questi anni ha circolato con forza, tra gli europeisti più convinti, il federalismo multilevel. Il multilevel, di fronte alla crisi della governance europea, va ridefinito a partire dai movimenti sociali e dalle istanze di autogoverno territoriale. Le città e le metropoli devono oggi ambire a scavalcare o aggirare lo Stato nazione. Solo in questo modo uno spazio europeo potrà essere preservato, valorizzato o esteso “dal basso”. Le città, le metropoli, i comuni devono ambire a collegarsi tra di loro, concependosi come nodi di una fitta RETE DI AUTOGOVERNO. Devono dare vita a federazioni, alleanze, leghe (di cui l’Europa era ricca agli inizi della modernità) che rompano i filtri imposti dagli Stati nazione ed aprano canali di contrattazione diretta con le istituzioni dell’Unione Europea.

Per realizzare questo obiettivo occorre ripensare alla radice la logica top\down tipica della modernità. Sono le città e i livelli locali di governo che semmai devono delegare ad istanze di governo condiviso alcune delle loro prerogative e competenze, non viceversa.
 Con ciò non intendiamo in alcun modo promuovere istanze localiste. Il localismo, al pari dello Stato, concepisce il territorio come uno spazio chiuso, segnato dalla naturalità dei suoi confini. Esso rappresenta l’altra faccia di una stessa medaglia. Il territorio, al contrario, va inteso come uno spazio dinamico, aperto, cangiante, all’interno del quale vanno fatte proliferare molteplici istante di autogoverno. Il territorio viene continuamente ridisegnato dalla società che lo attraversa. Lo stesso concetto di cittadinanza va pensato a questo livello.
Noi pensiamo quindi che sia arrivato il momento di OCCUPARE nuovi spazi politici in grado di negoziare, dal basso, le pratiche di governo. FEDERARE LE ESPERIENZE DI AUTORGANIZZAZIONE DEL TERRITORIO, trasformarle in COSTITUENTI SOCIALI capaci di progettualità e di lotta. Gli stessi amministratori locali dovrebbero utilizzare il loro ruolo di rappresentanti per dare spazio e capacità contrattuale a queste esperienze.

Per fare in modo che il dentro e il fuori dell’istituzione diventi un punto di contraddizione e di sedimentazione che duri nel tempo e che si diffonda nello spazio. Ben oltre la partecipazione, occorre essere coscienti che il problema oggi è diventato quello della RIFONDAZIONE DELLO SPAZIO PUBBLICO.

Punto 4.
 DEBITO PUBBLICO E AUSTERITÀ: IL SACCHEGGIO DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI

Dietro i programmi di austerità e di taglio alle spese sociali, è nascosto un inganno: quello di far credere che l’attuale crisi sia causata dall’ingrossamento dei debiti pubblici degli Stati, a loro volta gravati da un eccesso di spesa sociale. E’ vero il contrario: è lo smantellamento dei servizi sociali e la riduzione dei salari ad aver lasciato campo libero all’indebitamento privato delle famiglie, a un modello di sviluppo fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla rendita e sul profitto di breve periodo. Gli Stati, soccorrendo le banche private senza alcuna contropartita, hanno portato i propri bilanci al collasso. Non solo: la progressiva e incondizionata abdicazione del pubblico al ruolo di pianificatore ha spianato la strada alle strategie di conquista delle élite economiche e finanziarie che, prescrivendo la cannibalizzazione dei diritti, lo sfaldamento del welfare e il saccheggio delle risorse naturali e comuni, hanno sistematicamente preso in ostaggio le scelte politiche. Oggi si ritiene che la causa della malattia (la precarizzazione del lavoro, i taglio ai servizi sociali, il contenimento dei salari, l’aumento delle diseguaglianze e delle devastazioni ambientali) sia la medicina da somministrare al malato. C’è da escludere che ne uscirà vivo. Soprattutto il Pubblico Statale ha smesso da tempo di essere quello che pensiamo: in questa situazione paradossale lo Stato è diventato il garante degli interessi privati e i cittadini i prestatori di ultima istanza di chi li sta saccheggiando.

A completare questo rovesciamento della realtà, per il quale le vittime devono sentirsi in debito con i loro persecutori, ci pensano i programmi di austerità che stanno precipitando sui nostri territori: i piani di risanamento della spesa pubblica altro non sono che una pistola puntata alla tempia degli Enti Locali. Indebitati a causa degli stessi meccanismi perversi che mettono in ginocchio i bilanci dello Stato, svendono gli ultimi pezzi di territorio e di patrimonio, privatizzano servizi pubblici, falcidiano i servizi sociali e ogni brandello di welfare rimasto nelle loro mani. Eppure bisogna dire che lo spaventoso debito accumulato da Roma Capitale è l’altra faccia dell’arricchimento degli speculatori e dell’impoverimento dei romani. Invece di fermare questo circolo vizioso, ci si impegna per alimentarlo: sulla città di Roma ricadrà il ricatto della dismissione e della privatizzazione forzata dei servizi pubblici locali, con la conseguenza, del tutto scontata, di una riduzione della qualità e del peso dei servizi collettivi, di un aumento delle tariffe e di una spinta ulteriore alla precarizzazione del lavoro. In nome di una presunta efficienza (tutta da dimostrare), i romani pagheranno la totale inefficacia di questo modello. Le privatizzazioni “a orologeria”, d’altronde, si pongono obiettivi di mera sopravvivenza economica (oltretutto con risultati catastrofici per le casse comunali), senza contemplarne l’efficacia per la collettività in termini di miglioramento della qualità della vita.

Punto 5.
 NUOVI PRINCIPI PER I SERVIZI COLLETTIVI: VERSO UNA DEMOCRAZIA DEI BENI COMUNI

Occorre ripartire da un AUDIT COLLETTIVO DEL DEBITO DI ROMA CAPITALE. Riprendere in mano il bilancio comunale, attraverso un processo pubblico che smascheri il debito illegittimo creato a danno dei residenti. Una commissione permanente di cittadini che si occupi di “vivisezionare” il debito pregresso per capire come si è formato, chi ne ha beneficiato e chi lo detiene; per prospettare trattamenti diversi alle diverse categorie di prestatori. In secondo luogo, la commissione deve, oltre che rifiutare la dittatura del pareggio di bilancio e del patto di stabilità, assumersi il compito di reinterpretare l’idea di “sviluppo” della città, introducendo una NUOVA FILOSOFIA fondata su tre principi.

Il primo dice che i parametri che misurano la crescita economica (Pil) hanno perso ogni credibilità nel fotografare lo stato di salute di una comunità. L’innalzamento del livello dell’istruzione e della salute, la qualità della democrazia, l’impronta ambientale dei sistemi produttivi, la consistenza delle reti sociali, la riduzione del livello delle disuguaglianze, la conciliazione tra vita e lavoro: questi ed altri parametri devono essere assunti a pieno titolo quali indicatori dello sviluppo della città. Allo stesso modo il criterio per valutare l’efficienza dei servizi collettivi non può essere unicamente quello della riduzione dei costi e l’aumento dei margini di profitto, ma quello che misura l’allargamento della cittadinanza sociale, l’uguaglianza nell’accesso e la vivibilità della città.

Il secondo principio dice che il finanziamento dei servizi collettivi non può figurare come una spesa, un aggravio da ridurre e razionalizzare: questo pensiero dominante è solo un mezzo per stritolarli e renderli disponibili al saccheggio dei privati. I servizi non di mercato così come i beni che appartengono a tutti, sono la condizione per lo sviluppo di un’economia fondata sulle relazioni sociali, sulla conoscenza e sulla sostenibilità ecologica e, al tempo stesso, la remunerazione per quelle attività che rendono più ricca la società aumentando la qualità della vita, senza essere orientate dall’esclusiva ricerca del profitto. Per questo, lungi dall’esser considerato un costo, il loro finanziamento deve figurare come un INVESTIMENTO COLLETTIVO.

Il terzo principio di questa nuova filosofia afferma che il principio di sussidiarietà deve essere completamente rovesciato. Fino ad ora si è pensato che dove non arriva il pubblico, si deve lasciare al privato, e dove non arrivano entrambi, si deve lasciare alla società civile. Questa idea ha visto nel sociale un residuo dell’azione di governo e un modo opportunistico per scaricare verso il basso le inefficienze dei servizi e i costi che il pubblico non si vuole più sobbarcare.

In quest’ottica dobbiamo affermare UNA NUOVA GERARCHIA: i servizi e i beni pubblici (acqua, energia, trasporti, salute, istruzione, ecc.), così come il territorio (inteso come “suolo” ma anche come risorsa alimentare), e, perché no, la moneta, sono ISTITUZIONI e BENI COMUNI, e come tali, devono rispondere ad una logica gestionale e ad uno statuto proprietario radicalmente deversi. Rompere lo steccato che separa gli esperti dai non esperti, gli erogatori del servizio dai fruitori, i venditori dai clienti. Occupare gli spazi lasciati vuoti per il saccheggio da parte dei privati, per una ri-democratizzazione radicale che vede nei cittadini, nei lavoratori e nei fruitori che si organizzano insieme, i protagonisti di inedite modalità di gestione e di una nuova forma di PROPRIETÀ che superi la falsa alternativa tra pubblico e privato. Sono per noi i beni comuni, e non il pareggio di bilancio, a dover essere costituzionalizzati ed inseriti negli statuti degli Enti Locali.

In questa nuova filosofia non c’è posto dunque per la tirannia del privato, ma neanche per l’abulia del pubblico che esprime modi di organizzazione centralizzati e poco aperti alle trasformazioni, di conseguenza più fragili e sostanzialmente antidemocratici.
La generazione distribuita dell’energia attraverso fonti rinnovabili, i gruppi di acquisto solidale, le reti di scambio e riuso di beni e servizi, gli orti di quartiere, l’autogestione degli spazi culturali e sportivi, non sono solo esempi di sistemi locali distribuiti, aperti e interconnessi, capaci di mettere a valore competenze, di essere flessibili e accessibili su scala territoriale. Devono per noi diventare presidi di DEMOCRAZIA SOSTANZIALE e di PIANIFICAZIONE DECENTRATA dell’intera città.

Punto 6. 
MUTUALISMO E REDDITO DI BASE CONTRO IL MERCATO DELLA CARITÀ

La crisi, come c’era da aspettarsi, sta aumentando a dismisura la domanda di ammortizzatori sociali e di assistenza. Al contempo però, a causa del blocco della spesa sociale dovuto ai rigidi vincoli di bilancio, questa domanda rimarrà drammaticamente inevasa, alimentando il declassamento e l’ulteriore impoverimento di vasti strati sociali. L’esaurimento dei risparmi privati unito al de- finanziamento dei programmi di assistenza, comincia sempre più a far precipitare la situazione costringendo le persone alla solitudine e all’indebitamento. Anche in questo ambito, il federalismo esistente, in questo caso quello fiscale, afferma di voler devolvere le competenze agli enti locali, ma in assenza di fondi nazionali da trasferire perché precedentemente svuotati, con la riduzione imposta alla spesa locale e soprattutto, in mancanza della fissazione di livelli essenziali che valgano per tutti, finirà per marginalizzare gli interventi. Con conseguenze pesanti: lo scaricamento sugli utenti del costo dell’assistenza, l’individualizzazione delle prestazioni e la colpevolizzazione dell’assistito. La mancanza di risorse economiche dei cittadini, quando non verrà piegata al ricatto di un reinserimento lavorativo ad ogni condizione, verrà trasformata in un caso da medicalizzare o da trattare come problema di ordine pubblico.

In questo quadro Roma Capitale si appresta a proporre un misto di familismo, spirito caritatevole e opportunità per il mercato privato. Il welfare locale, oramai strozzato dall’assenza di risorse, verrà diviso tra una parte di servizi completamente privatizzati alla ricerca di utenti disposti a spendere i propri soldi sul mercato, ed una componente residuale lasciata in mano alle organizzazioni compassionevoli o ad un Terzo Settore completamente umiliato nelle sue prerogative, col solo fine di gestire i casi emergenziali.

Di fronte a questo scenario, due sono le controtendenze da immaginare: la prima è quella che punta alla ridefinizione dal basso dei livelli essenziali per una vita dignitosa, a partire dai quali erogare fondi per un REDDITO DI BASE, incondizionato e universale, che garantisca autonomia di scelta alle persone e consenta l’accesso ai servizi socio-assistenziali come diritti sociali e non concessioni caritatevoli. La seconda è quella di resistere nell’immediato allo scenario di impoverimento delle condizioni di vita, con pratiche collettive di MUTUALISMO URBANO, attraverso gruppi di acquisto collettivo, occupazioni abitative, dispositivi di autoformazione, recupero degli spazi della città lasciati vuoti dalla rendita immobiliare e da destinare alla produzione di cultura indipendente e alla socialità. Solo l’organizzazione comune fa uscire dalla solitudine e dalla paura, superando al contempo la condizione dell’assistito.

Punto 7.
 UNA NUOVA IDEA DI SVILUPPO URBANO

Le pratiche collettive del mutualismo urbano possono fare anche di più: aiutarci a costruire un’alternativa all’attuale immagine di Roma. Dobbiamo uscire fuori, innanzitutto, da quello spazio indefinibile, dispotico e autoritario che è stato possibile realizzare solo cancellando, insieme alla cultura del progetto, la stessa capacità di pensare alla città come forma collettiva per eccellenza. Roma, come altre città, è letta unicamente come soggetto economico. Da classificare secondo la sua capacità competitiva per tentare, così, d’entrare nelle hit del mondo. Roma vive dentro un paesaggio inedito in cui, insieme alla trasformazione delle forme economiche e produttive, è mutata l’idea stessa di urbanità che, tracimando, ha invaso la sua rappresentazione nell’immaginario collettivo. Roma dal 1993 al 2008, ha visto il proprio territorio bruciato, per oltre il 12%, dall’urbanizzazione. Come dire tre volte l’area urbana milanese. Non c’è quindi da rimettere a posto le cose, c’è da trovare nel corpo della città, vecchi e nuovi posti. Sancendo la fine di un modello che affida alla cultura il ruolo di catalizzatore di investimenti e risorse finanziarie per dare impulso alle trasformazioni urbane ed alle “valorizzazioni“, diminuendo la disponibilità della cultura per fasce sempre più vaste della popolazione.

A Roma un legame strettissimo lega tra loro, da sempre, finanza, immobili e sviluppo urbano. La crisi finanziaria ha svelato che è a questa “triade” che dobbiamo la nascita di una specifica questione territoriale romana. Non è una questione urbanistica. Dobbiamo immaginare un nostro progetto che faccia della giustizia sociale il motore della crescita urbana: opponendoci alle grandi opere, costruendo nel costruito, tirando una bella riga sul consumo del suolo, scoprendo i nessi tra esperienze sociali e pratiche di “rammendo territoriale”. Per aprire spazi pubblici, facendoci largo tra il tanto costruito, aggiungendo vuoto a vuoto da reinventare continuamente, per intraprendere un viaggio che ci faccia riconoscere l’abitare come bene comune. Iniziando a varcare, con le cinquantamila famiglie che oggi non godono del diritto alla casa, le soglie delle (cinque volte più numerose) case tenute vuote. Riportare i tanti che sono stati costretti ad abbandonare la città, per “densificarla”, non attraverso continue operazioni di rendita, ma a partire dal ROVESCIAMENTO DELLE POLITICHE DI DISMISSIONE DEL PATRIMONIO PUBBLICO, il quale va reinventato aprendolo a NUOVE FORME DELL’ABITARE. Decidiamo di fare a meno di una tecnica che vuole dominare la natura. Puntiamo a produrre nuove mappe, dove i capisaldi vengono ad essere rappresentati dal “dominio del rapporto tra natura e umanità”. Pensare alla riconversione di quello che c’è, abbandonato o meno che sia, sperimentando pratiche di ricostruzione dell’immagine urbana che si contagino tra loro.

Punto 8.
 DAL GOVERNO ILLUMINATO ALLA RESTAURAZIONE: UNA REPUBBLICA CONTRO LA CORRUZIONE

L’amministrazione della città di Roma è stata per molto tempo pensata, e presentata, come un vero e proprio “laboratorio”. Non c’è dubbio, infatti, che i governi di centrosinistra nei primi anni Novanta abbiano chiuso quel lungo medioevo che aveva segnato gli anni Ottanta romani: un misto di affarismo spregiudicato unito, per giunta, alla chiusura più totale nei confronti delle innovazioni postindustriali. Questo, da una parte, è stato possibile ripensandolo sviluppo produttivo e il sistema dei servizi attraverso la valorizzazione dell’economia della conoscenza e della cultura e in questo modo rispondendo alle esigenze della nuova composizione del lavoro che si stava affermando nella città. Dall’altra, stabilendo un rapporto maggiormente aperto alle dinamiche della cittadinanza attiva, provando ad interpretare e a riconoscere, seppur parzialmente, le molteplici esperienze di autogestione e di partecipazione che si stavano diffondendo sull’intero tessuto urbano.

Tuttavia, occorre dire che queste esperienze di “amministrazione illuminata” hanno ben presto lasciato il terreno della sperimentazione, alla “santa alleanza” con il grande capitale immobiliare e dello spettacolo. La tiepida apertura dell’amministrazione comunale alla società attraverso la messa a punto di moderni sistemi di governance e di sviluppo urbano decentrato, si è nel giro di poco tempo richiusa: la logica della rendita assieme a quella dei Grandi eventi hanno lasciato intravedere il presentarsi di un nuovo potere imperiale, insensibile ai nuovi squilibri sociali e alle richieste di diffusione della decisione. Sono state proprio queste latenti ma esplosive contraddizioni ad aver preparato il terreno all’odierna Restaurazione dell’amministrazione del sindaco Alemanno.

In altre parole, le pur brevi esperienze di “laboratorio amministrativo” della città sono degradate in poco tempo nell’autoreferenzialità, e questa, nel dilagare della corruzione degli ultimi tempi.
Come interrompere il ciclo e come fare in modo che non si riproponga nuovamente? La storia recente ci mostra che non si risponde alla domanda affidandosi semplicemente a nuovi “amministratori illuminati”. Bisogna fare altro. Innanzitutto occorre superare il principio della rappresentanza intesa unicamente come delega, così come quello della sua sorella gemella, la partecipazione, utilizzata troppo spesso dagli amministratori per controllare le istanze sociali e per salvare dalla delegittimazione gli istituti della rappresentanza in crisi. I mandati devono essere revocabili e quindi sottoposti alla condivisione comune. Dall’altra parte è necessario moltiplicare e dare potere alle ISTITUZIONI AUTONOME (comitati, gruppi d’interesse, associazioni, sindacati, comunità, esperienze di autogestione, ecc. ecc.). Roma deve diventare una REPUBBLICA, ovvero il prodotto di una pluralità di poteri costituenti che si associano o federano nel governo condiviso. Solo moltiplicando il potere, tenendo sempre aperto il rapporto tra istanze di governo e istanze conflittuali, è possibile scongiurare la corruzione. Senza un assetto istituzionale che riconosca la molteplicità dei poteri e dei contropoteri di cui è composta una città come Roma, la DEMOCRAZIA DEI BENI COMUNI rimarrà niente di più che un misero slogan elettorale.

8.2.12

OccupyMacerata: lettera della neve ai maceratesi

Riporto di seguito il contenuto di una lettera che ho trovato sommersa dalla neve sotto la Torre di Piazza della Libertà.
Stefano Casulli

Macerata Occupata: lettera della neve ai cittadini.
Cari maceratesi,
non potete immaginare con quale gioia ho accolto l’invito dell’assemblea universale di Gaia a riempire le strade vostre e di tutti gli italiani.
Come solo Tolkien e pochi visionari hanno compreso, noi figli (e componenti) di Madre Natura siamo soliti riunirci e decidere democraticamente, tutti insieme, cosa fare sulla terra: lo sbocciare delle sorelle rose, il fiorire degli alberi, ma anche lo sfogarsi dei mari (quelle che nominate “tempeste”, giusto?), il correre dei venti, l’inondare di raggi del fratellone Sole… E’ tutto deciso in comune accordo, fatto salvo che tutti gli elementi chiedono uno spazio equo per mettersi in mostra (voi lo chiamate “alternare delle stagioni”).
E così questa volta tocca a me…
Eh sì che finora me ne sono stata buona buona, nonostante l’inizio della mia stagione, l’inverno, e le insaziabili richieste di voi umani che pretendete sempre la mia discesa durante quel periodo di festa cui dedicate in Italia così tanti giorni…

Ho disobbedito al volere degli altri elementi, lo ammetto! Avrei dovuto scendere giù nelle passate settimane, accoccolarmi sui Monti Sibillini e poi fare una capatina da voi, nelle belle colline marchigiane, per esaudire i desideri di tutti. Ho disobbedito lo ammetto! Ma non mi scuso!
Solo il mio candore e la mia infinita bontà (che in misura inversamente proporzionale all’eta voi umani potete capire!) vi evitano il solito rimprovero: i vostri finti artifici, la vostra arroganza, il desiderio di consumare e bruciare stanno innalzando la temperatura e rendono sempre più faticosa la mia discesa!
Ma non è di questo che voglio parlarvi.

Il mio rimbrotto è piuttosto che voi italiani e maceratesi vi state atrofizzando!!! I vostri pensieri si cristallizzano come un mio fiocco su un terreno ghiacciato!!!
Avete sospeso le vostre regole democratiche in nome di non si sa bene cosa.
Vi state assopendo sotto un monopensiero che noi nessuno di noi condivide!
Tenete nelle vostre mani le passioni tristi: il disincanto, il principio di realtà, la tristezza, la debolezza. Parole che fanno rima con quelle che trovate sui vostri pezzi di carta: crisi, spread, debito. Termini aulici (per me, semplice e chiara, persino incomprensibili) che vi sputano addosso come macigni.
E così, ho deciso di scendere io. Scendere in piazza, nelle strade, sugli ombrelli e sui cappelli. Ho deciso di Occupare Macerata.
Ho occupato Macerata per dimostrarvi come si sta bene senza le automobili
Ho occupato Macerata per stimolare in voi, giovani e meno giovani, il desiderio di giocare
Ho occupato Macerata per veder diffondere questo desiderio
Ho occupato Macerata per contare il numero delle persone in centro storico e scoprire che una domenica di neve (ops, di me) è più affollata e ricca di una normale domenica d’autunno
Ho occupato Macerata per ridare il potere ai bambini
Ho occupato Macerata per chiudere le finestre e aprire le porte delle case, per riprendere gli slittini, per tirare le palle di me
 Ho occupato Macerata per ricordare a tutti che si lavora per vivere, non viceversa, e che un giorno “slow” (come dite voi) è un giorno fantastico
Ho occupato Macerata perché la stessa gioia e speranza che ho visto negli occhi degli indignati dei vostri Paesi la vedo tutte le volte che un bambino si sveglia con la città imbiancata
Ho occupato Macerata per crearvi confusione, ma farvi vedere che dopo un paio di giorni si può vivere bene e felici lo stesso, dividendosi il lavoro e gli impegni
Ho occupato Macerata per vedere volontari e singoli cittadini, donne e uomini, e poi tanti tanti ragazzi che spalavano me con le pale dei nonni
Ho occupato Macerata perché qui, come altrove, per recuperare il senso del vivere sociale e civile serve una pausa di riflessione.

Non accetto disincanto: vorrei per voi un futuro diverso.
E, forse, il mio candore disobbediente può esservi d’aiuto.


La NEVE

3.2.12

La proposta di Azione Politica Locale - di Alberto Lucarelli

Tratto da www.vialiberamc.it

di Alessandro Colella


Qui sotto trovate la relazione introduttiva di Alberto Lucarelli, Assessore ai Beni Comuni del Comune di Napoli, tenuta in occasione del Forum dei Comuni per i Beni Comuni, a Napoli, il 28 gennaio; è un intervento politicamente molto “ricco” sia per le idee che lo ispirano (al tempo dei finti tecnici è quasi un miracolo) sia, soprattutto, per le indicazioni concrete di azione politica che i Comuni potrebbero mettere in moto “a partire da domani”, come sottolinea lo stesso Lucarelli. Sarebbe importante mettere alla prova e valutare il modello di democrazia partecipativa proposto a Napoli (per chi volesse approfondire: Alberto Lucarelli, Beni Comuni. Dalla Teoria all’azione politica, Dissensi) dal punto di vista della praticabilità politica, Comune per Comune, Movimento per Movimento, Cittadino per Cittadino, Persona per Persona. Da questa relazione emergono, sul modello “esemplare” del comune di Napoli, 26 punti molto chiari dai quali Persone, Cittadini, Movimenti e Comuni, nel caso in cui fossero orientati ad un rinnovamento partecipato della democrazia locale, potrebbero trarre ispirazione come esempio di azione politica concreta. Di seguito l’intervento.

A partire dalla fine degli anni ottanta, e ancor più dopo la riforma costituzionale del 2001, la parola decentramento amministrativo è stata progressivamente sostituita da democrazia locale. Siamo oggi qui riuniti, su invito e proposta del sindaco Luigi de Magistris, per reagire a quanti vogliono trasformare la democrazia locale in un simulacro: in un luogo di miseria e di speranze negate. Siamo oggi qui riuniti in quanto fiduciosi e consapevoli che proprio dalla democrazia locale, dallademocrazia di prossimità, dalla democrazia partecipativa possa partire un grande progetto di riscatto e di riconquista della dignità negata. Un progetto che da subito deve essere consapevole di volere e dovere esprimere una netta discontinuità rispetto al passato; di esprimere una volontà rivoluzionaria.

E dico subito: occorre lavorare per un intreccio forte tra democrazia locale e democrazia partecipativa. I Comuni devono trovare su temi di interesse generale, oltre e contro qualsivoglia logica e pratica di localismo, una piattaforma di valori condivisi e di proposte politiche precise da portare avanti, anche attraverso il conflitto e la disobbedienza civile, su scala nazionale e locale. Occorre lavorare ad un progetto frutto di un intreccio continuo ed intenso con le pratiche sociali ed i movimenti. Una democrazia locale che trasformi in azione amministrativa indirizzi politici conquistati e determinati dal basso. Le linee di azione convergono tutte verso unavalorizzazione profonda dei beni comuni declinati intorno alla tutela dei diritti fondamentali e dei diritti di partecipazione, sulla base di una democrazia rinnovata in grado di reagire allatirannia del binomio autoritario sovranità–proprietà e alla mistificazione della rappresentanza e della delega.

Una democrazia rinnovata che si sviluppa attraverso istanze partecipative che si collocano molto più avanti del sistema dei partiti e della mistificazione della sovranità popolare e che proprio per tali motivi ha bisogno di nuove soggettività politiche. Dal basso, dunque, la necessità di destrutturare un modello autoritario che ha consentito ad intrecci burocratico-finanziari ed alla borghesia mafiosa di saccheggiare e sfruttare risorse comuni, imponendo una effettiva dittatura economico-finanziaria. In questo senso va subito chiarito: la questione dei beni comuni non si limita ad energia, acqua, territorio ed aria, ma coinvolge tutte quelle materie materiali ed immateriali connesse al tema del legame sociale e dei diritti fondamentali. La difesa e soprattutto il governo dei beni comuni implica la riconquista di spazi pubblici e democratici fondati sulla qualità dei rapporti e non sulla quantità dell’accumulo.

Beni comuni sono proprio quegli spazi nei quali si è manifestata negli ultimi anni una miriadi di azioni dal basso, di micro conflitti, di processi aggregativi spontanei e nei quali la proprietà pubblica non è stata garanzia di tutela dei diritti fondamentali, di eguaglianza, di solidarietà, di protezione sociale; anzi, in alcuni casi, ha accelerato e agevolato processi predatori e di contaminazioni pubblico-private. Dalla lotta in difesa della scuola e dell’università pubblica, del diritto all’abitazione, all’informazione, alla cultura, alla conoscenza, al welfare, alla resistenza contro lo scempio ed il consumo del territorio prodotto dalle grandi opere, contro la privatizzazione di internet, alla salute – , alla difesa della dignità del lavoro in aree come Pomigliano o Mirafiori. Quando l’art. 4 della Costituzione recita: ogni cittadino ha il dovere……di concorrere al progresso materiale o spirituale della società” è chiaro che il lavoro quale bene comune è la premessa fondativa del diritto delle generazioni future. Vogliamo oggi, partendo dalle esperienze delle democrazie locali e dei movimenti, tessere le principali tappe di un percorso ambizioso e articolato: la Rete dei Comuni per i Beni Comuni.

Un percorso che deve articolarsi in due modalità di azioni che possono anche muoversi con la stessa tempistica:

1) esercizio di azioni politico-amministrative locali concrete;

2) rivendicazioni, resistenza e disobbedienza civile verso atti statali illegittimi ed incostituzionali.

Comincio ad indicare quelle azioni che i comuni, sospinti dalle pratiche sociali,potrebbero far partire da domani. Ne indico ovviamente solo alcune a titolo esemplificativo:

1. In primo luogo, in attuazione della volontà referendaria espressa da 27 milioni di italiani lo scorso giugno, i Comuni devono impegnarsi, attraverso un patto federativo, a gestire l’acqua attraverso un modello pubblico partecipato. Come abbiamo fatto a Napoli con ABC (azienda speciale Acqua bene comune).

2. I comuni devono eliminare dalla tariffa il 7% relativo alla remunerazione del capitale investito. Ovvero uscire dalla logica del profitto e dello sfruttamento affaristico dei beni comuni.

3. Si invitano, pertanto, i Sindaci delle città che organizzano il servizio idrico integrato mediante società per azioni a totale capitale pubblico (Milano, Torino, Palermo, Venezia, ecc.) a siglare un patto da subito per transitare tutti verso una gestione del servizio per il tramite di aziende speciali, seguendo, ad esempio, l’iter indicato da Napoli.

4. Si invitano i Comuni all’adozione di piani energetici orientati ad un più razionale utilizzo delle risorse, nell’interesse delle generazioni future, costruendo, da subito, un patto tra amministrazioni e cittadini, per l’adozione di un piano d’azione per l’energia sostenibile.

5. Prevedere che la gestione dei rifiuti debba fondarsi sulla politica delle “R” , piuttosto che su progetti affaristici fondati su discariche ed inceneritori.

6. Prevedere che la tutela dell’aria e la qualità della vita nelle città passino sempre più attraverso lapredisposizione di ampie ZTL e con una prospettiva di radicale riforma della mobilità urbana, trasformare progressivamente vie e piazze in giardini, spazi di gioco e incontro: in beni comuni a vocazione sociale.

7. Definire e gestire il territorio bene comune, arrestando il consumo di suolo efronteggiando qualsivoglia forma di condono edilizio.

8. Lo sviluppo urbanistico deve accettare limiti rigidi all’espansione su suoli agricoli,trovando spazi nella rottamazione degli edifici di bassa qualità, energeticamente inefficienti, riusando le aree già compromesse. Occorre riconquistare lo spirito di appartenenza al proprio territorio.

9. Immaginare reti di distribuzione locale di prodotti biologici per operare una sinergia fra le città e le campagne circostanti. Creare opportunità di eco-lavoro cooperativo per far cessare le forme più intollerabili di precarietà e sfruttamento.

10. Creare laboratori permanenti di consultazione dei cittadini dando loro la possibilità di deliberare ed incidere concretamente sulle grandi scelte operanti nelle città; in particolari quelle che attengono al governo ed alla gestione dei beni comuni, sull’esempio del “Laboratorio Napoli”.

11. Nella grandi metropoli il governo dei beni comuni non può che passare attraverso un discorso serio sulla Città metropolitana e della democrazia di prossimità, non già quali ulteriori luoghi di mera rappresentanza.

12. Le istituzioni comunali, in quanto enti esponenziali delle comunità presenti sul territorio, devono impegnarsi a porre in essere politiche inclusive sul versante della rappresentanza, aprendosi, ad esempio, alla partecipazione dei migranti, ed ai minorenni (penso alla loropartecipazione ai referendum consultivi) ponendo il problema politico della doppia cittadinanza e dello ius soli per tutti. Anche in questo caso si può fare riferimento a quanto deliberato di recente dal Comune di Napoli.

13. In sede locale vanno rafforzati tutti gli strumenti di democrazia diretta: quali i referendum abrogativi, consultivi, propositivi.

14. I Comuni da subito, insieme ai movimenti, anche utilizzando alcuni strumenti del Trattato di Lisbona devono, da subito, promuovere e costruire una “Carta Europea dei Beni Comuni”, così come deliberato dal Comune di Napoli, mediante la quale inserire la nozione di bene comune tra i valori fondanti dell’Unione e fronteggiare la dimensione mercantile del diritto comunitario.

15. Da subito i Comuni, infine, potrebbero modificare i propri statuti (come di recente fatto dal Comune di Napoli) per introdurre la nozione giuridica di bene comune, non soltanto simbolica, ma capace di influenzare le politiche pubbliche locali.

16. Occorre lavorare per il pieno accesso gratuito alla rete (internet bene comune).

17. Le istituzioni pubbliche della cultura devono agire come reali istituzioni culturali e non come strumenti politici o finanziari. Soltanto in questo modo i loro organi potranno garantire serietà nella valutazione dei progetti e loro credibilità internazionale. In questo senso molto significativa è l’esperienza del Teatro Valle.

Da subito quindi e a merito titolo esemplificativo un complesso di azioni concrete che coniugano insieme beni comuni e nuove forme di democrazia: di prossimità e partecipative perché vicine e accessibili ai cittadini; rivoluzionarie perché radicali nella critica dell’attuale modello economico. Pratiche fondate su una conversione ecologica ed antropologica della democrazia e dell’economia. Spostiamoci ora sul piano della lotta, della resistenza, della disobbedienza ad un quadro giuridico-economico (nazionale e non solo) che tende progressivamente a trasformare la democrazia locale in un simulacro: quello che qualcuno ha chiamato l’ipocrisia della democrazia locale. Da Napoli dunque dovrà uscire una carta da consegnare al Capo dello Stato e al governo nella quale evidenziare tutti gli atti eversivi e incostituzionali che stanno progressivamente rendendo impossibile il funzionamento dei governi locali e soprattutto l’erogazione di servizi sociali tesi al soddisfacimento dei diritti fondamentali.

1. Occorre far presente che l’art. 8 della l. n. 42 del 2009 attuativa del federalismo fiscale, così come congeniata, non consente di finanziare i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti sociali, né le funzioni fondamentali dei comuni, in contrasto con gli artt. 117, 118 e 119 Cost.

2. In questo modo il welfare diventa un lusso, regredendo a forme autoritarie e antidemocratiche antecedenti allo Stato sociale.

3. Il federalismo demaniale, così come configurato (dlgs n. 85 del 2010), rappresenta la condizione per uno smembramento mercantile dello spazio pubblico attraverso procedure di alienazione del demanio che nascondono veri e propri processi di privatizzazione e saccheggio dei beni comuni.

4. Va promossa una campagna di “disobbedienza” avverso gli artt. 4-5 della legge n. 148/2011, confermati ed inaspriti dal decreto Monti bis sulle liberalizzazioni, che reintroducono processi a tappe forzate di privatizzazione dei servizi pubblici locali, violando la volontà referendaria e non consentendo gestioni pubbliche partecipate.

5. In particolare, da subito, occorre reagire all’art. 5 che sottende ad una vera e propria svendita di servizi e beni primari (scuole, asili, ospedali) a favore di cemento e quant’altro.

6. Occorre reagire al comma 4 dell’art. 26 del dl del 24 gennaio 2012 che, in contrasto con l’art. 119 Cost, impedisce alle gestioni dirette di ricorrere all’indebitamento per finanziarie spese di investimento, assoggettandole al patto di stabilità interno. Con le norme sul patto di stabilità interno siamo in presenza di regole eversive – di incalzante pretesa dell’equilibrio finanziario – che toccano ed indeboliscono la normatività della Costituzione, introducendo una vera e propria finanziarizzazione dell’economia, del debito e della potestà di spesa che viola la Costituzione e che impedisce politiche economiche locali.

7. I comuni devono reagire ad una simile e strutturale compressione della capacità di spesa delle amministrazioni. La Corte costituzionale può avere gli strumenti per valutare gliinterventi invasivi dello Stato ed il suo potere di controllo sulla finanza pubblica e sull’attività economica pubblica.

8. In questo senso va espletata una forte reazione al progetto di modifica dell’art. 81 Costche mira sostanzialmente a costituzionalizzare il patto di stabilità interno.

9. Si è resistito alla barbarie giuridica di impedire all’azienda speciale di gestire i servizi di interesse economico generale, quindi anche l’acqua, ma rimane la norma (art. 26, comma 5 bis del decreto Monti) che sottopone anche le aziende speciali al patto di stabilità interno, negando sostanzialmente la possibilità alle stesse di accedere a risorse per effettuare investimenti.

10. Si chieda allora con forza che gli investimenti per i servizi pubblici fondamentali debbano stare fuori dal patto di stabilità interno e che la cassa deposito e prestiti torni a svolgere un ruolo attivo di finanza pubblica, sottraendola al percorso di sostegno dei processi di privatizzazione.

In sostanza, non è possibile accettare in un Paese che pretende di definirsi democratico, che l’art. 26 del Monti bis, rubricato “Promozione della concorrenza nei servizi pubblici locali” riaffermi di fatto una disciplina abrogata comportando un’indebita restrizione dell’ambito di applicazione del referendum. Occorre reagire con forza ad un subdolo disegno eversivo di disarmo del diritto pubblico, di saccheggio dei beni comuni e della democrazia partecipativa, concepito ad arte per neutralizzare l’imponente movimento politico e culturale sorto in questi mesi a tutela dei beni comuni. La Rete dei Comuni per i Beni Comuni è pronta costituire un modello alternativo di democrazia, oltre l’orizzonte attuale, è pronta ad essere la base per ridiscutere i temi della rappresentanza ed introdurre con forza l’esigenza di nuovi soggetti politici, anche andando oltre l’art. 49 della Costituzione che costituisce il fondamento giuridico dei partiti politici. Occorre però avere la forza, la compattezza, il coraggio di liberarsi o di resistere a tutte quelle leggi che danno al saccheggio il crisma della legalità. Occorre avere il coraggio, la forza, ma anche l’entusiasmo, di sperimentare pratiche alternative di democrazia, anche attraverso la ricerca di forme organizzative più adeguate allo stato di cose presenti, disincagliandoci dalla“dittatura” della rappresentanza e della delega. Modelli di coordinamento e di pratica collettiva meno obsoleti rispetto a quelli che stanno facendo naufragio (rectius che sono naufragati).Mai più forme di leaderismo, di personalismo di autoreferenzialità, ma azioni coordinate da una molteplicità di soggetti, al fine di mettere in connessione diversità culturali, etniche, linguistiche. Un laboratorio in grado di superare la separatezza, fondato sull’inclusione e sulla contaminazione dei diversi.

Proviamoci! Insieme possiamo riuscirci.

Grazie!

30.1.12

"Un altro mondo è possibile?": il nostro cineforum indignato all'ITAS

In questi anni il lavoro nelle scuole superiori ha generato tanti buoni frutti e una diffusa consapevolezza dei problemi della/nella scuola. Alle mobilitazioni si è sempre cercato di affiancare un lavoro assembleare di informazione, orizzontale e democratico ai massimi livelli.
Da oggi LGS porta avanti un cineforum alla settimana culturale dell'ITAS intitolato: "Un altro mondo è possibile?"... Con le decine di ragazze e ragazzi che sicuramente parteciperanno vogliamo aprire un canale di discussione, di condivisione di esperienza (la visione di un film) e comune individuazione di alcune tematiche centrali, che vertono innanzitutto sul disagio sociale e la marginalità.
La questione dell'autoritarismo a scuola come a casa, il futuro "meticcio" di una società che si vuole comunque razzista, escludente, con nemmeno troppo velate forme di neofascismo; e poi il tema della religione e della laicità. Quando io e Gabriele ideato questo cineforum ci siamo mmaginati un viaggio nei luoghi dell'esternalità, del fuori, nelle periferie; nei luoghi dove si genera esclusione, si producono forme di controllo e dove tuttavia (è il caso di Tutti per uno) si producono sempre nuove resistenze e pratiche liberatorie: da qui, il desiderio di rompere le dicotomie violente centro/periferia, dentro/fuori per far risaltare la potenza della soggettività subalterna e allo stesso tempo far immaginare una pratica della vita in comune che sappia appunto riconoscere le differenze e combattere le discriminazioni, le diseguaglianze, le poliedriche forme di dominio e controllo: da qui, la domanda sull' Altro mondo possibile.
Non avendo la pretesa di esaurire le tematiche che possono interessare una generazione comunque segnata dall'iperinformazione e dall'abbondanza di stimoli contraddittori e per questo sovente ininfluenti, ci siamo posti l'obiettivo di mettere a fuoco alcuni nodi del potere nella nostra società, incentivando tuttavia un ascolto partecipato ed una rielaborazione attiva del materiale di cui fruire.

Ipotizziamo, tuttavia, che questa positiva esperienza politica e culturale che è la visione collettiva di film a tema, possa continuare in seguito nelle forme che l'insieme di coloro che vorranno partecipare si darà.

Ringraziando Ludovica, compagna di lungo corso e rappresentante d'istituto dell'ITAS, ci auguriamo che esperienze come questa possano sempre più fiorire negli istituti della nostra città, in quanto determinano una riappropriazione democratica degli spazi scolastici e danno vita a forme nuove e futuribili di autoformazione collettiva.


Stefano Casulli

28.1.12

"La fabbrica dell'uomo indebitato. Saggi sulla condizione neoliberista" di Maurizio Lazzarato



Giorno dopo giorno siamo sempre più debitori: nei confronti dello Stato, delle assicurazioni private, delle imprese… E per onorare i nostri debiti siamo sempre più costretti a diventare «imprenditori» delle nostre vite, del nostro «capitale umano». Il nostro orizzonte materiale ed esistenziale viene così del tutto stravolto.
Il debito, tanto privato che pubblico, è la chiave di volta attraverso la quale leggere il progetto di un’economia fondata sul pensiero neoliberista.

Rileggendo Marx, Nietzsche, Deleuze e Foucault l’autore dimostra che il debito è anzitutto una costruzione politica e che la relazione creditore/debitore è il rapporto sociale fondamentale delle nostre società.

Perché il debito non è semplicemente un dispositivo economico, è anche, e soprattutto, una tecnica di governo e di controllo delle soggettività individuali e collettive.
Come sfuggire alla condizione neoliberista dell’uomo indebitato? Per Maurizio Lazzarato la risposta non è semplicemente economica. Ciò che dobbiamo rimettere in discussione è proprio «il sistema del debito» oggi alla base della struttura del capitalismo.

In libreria a fine marzo 2012
Isbn 978-88-6548-042-7
pp 168
euro 12,00

L'autore
Maurizio Lazzarato, sociologo e filosofo, vive e lavora a Parigi dove svolge attività di ricerca sulle trasformazioni del lavoro e le nuove forme di movimenti sociali. In italiano sono disponibili: La politica dell’evento (Rubbettino 2004), Lavoro immateriale. Forme di vita e produzione di soggettività (ombre corte, 1997) e Videofilosofia (manifestolibri, 1997).

Vai alla scheda
http://www.deriveapprodi.org/2012/01/la-fabbrica-delluomo-indebitato/

Vai all'introduzione pubblicata da Alfabeta2
http://www.alfabeta2.it/2011/12/05/la-fabbrica-dell%E2%80%99uomo-indebitato/

Vai alla recensione di Jason Read (in inglese)
http://www.unemployednegativity.com/2011/11/debt-collectors-economics-politics-and.html

Vai alla pagina dell'edizione francese (Editions Amsterdam, 2011)
http://www.editionsamsterdam.fr/articles.php?idArt=200

26.1.12

L'altra uscita dalla crisi: presentazione del libro "DEBITOCRAZIA" di Millet e Toussaint SABATO 28 GENNAIO



- Rivolta il debito
- LGS Macerata - Laboratorio Giovanile Sociale di Macerata
- Lavoratori intermittenti del teatro Sferisterio di Macerata

Presentano il libro "DEBITOCRAZIA. Come e perché non pagare il debito pubblico" di Damien Millet e Eric Toussaint

con Salvatore CANNAVO', ex parlamentare, giornalista del Fatto Quotidiano e tra i promotori della campagna nazionale Rivolta il Debito.
Anche Macerata, così, si apre alla discussione sulle misure di risposta della crisi!!
L'obiettivo è quello di confrontarsi criticamente sul tema del debito e della crisi economica, nella consapevolezza che l'austerità ed il rilancio neoliberista di Monti e dei grandi potentati europei non rappresentino la soluzione ai problemi che ci attanagliano! 
Come uscire dalla crisi cambiando il modello di sviluppo? E soprattutto, può passare dal default o dalla selezione del debito pubblico una possibile alternativa alle politiche di austerity e restrizione dei diritti e della democrazia?

17.1.12

Giù le mani dall'acqua e dalla democrazia!

Il 12 e 13 giugno scorsi 26 milioni di donne e uomini hanno votato per l’affermazione dell’acqua come bene comune e diritto umano universale e per la sua gestione partecipativa e senza logiche di profitto. Le stesse persone hanno votato anche la difesa dei servizi pubblici locali dalle strategie di privatizzazione: una grande e diffusa partecipazione popolare, che si è espressa in ogni territorio, dimostrando la grande vitalità democratica di una società in movimento e la capacità di attivare un nuovo rapporto tra cittadini e Stato attraverso la politica. Il voto ha posto il nuovo linguaggio dei beni comuni e della partecipazione democratica come base fondamentale di un possibile nuovo modello sociale capace di rispondere alle drammatiche contraddizioni di una crisi economico-finanziaria sociale ed ecologica senza precedenti. A questa straordinaria esperienza di democrazia il precedente Governo Berlusconi ha risposto con un attacco diretto al voto referendario, riproponendo le stesse norme abrogate con l’esclusione solo formale del servizio idrico integrato. Adesso, utilizzando come espediente la precipitazione della crisi economico-finanziaria e del debito, il Governo guidato da Mario Monti si appresta a replicare ed approfondire tale attacco attraverso un decreto quadro sulle strategie di liberalizzazione che vuole intervenire direttamente anche sull’acqua, forse addirittura in parallelo ad un analogo provvedimento a livello di Unione Europea che segua la falsariga di quanto venne proposto anni addietro con la direttiva Bolkestein. In questo modo si vuole mettere all’angolo l’espressione democratica della maggioranza assoluta del popolo italiano, schiacciare ogni voce critica rispetto alla egemonia delle leggi di mercato ed evitare che il “contagio” si estenda fuori Italia.  Noi non ci stiamo.  L’acqua non è una merce, ma un bene comune che appartiene a tutti gli esseri viventi e a nessuno in maniera esclusiva, e tanto meno può essere affidata in gestione al mercato. I beni comuni sono l’humus del legame sociale fra le persone e non merci per la speculazione finanziaria. Ma sorge, a questo punto, una enorme e fondamentale questione che riguarda la democrazia: nessuna “esigenza” di qualsivoglia mercato può impunemente violare l’esito di una consultazione democratica, garantita dalla Costituzione, nella quale si è espressa senza equivoci la maggioranza assoluta del popolo italiano.  Chiediamo con determinazione al Governo Monti di interrompere da subito la strada intrapresa. Chiediamo a tutti i partiti, a tutte le forze sociali e sindacali di prendere immediata posizione per il rispetto del voto democratico del popolo italiano. Chiediamo alle donne e agli uomini di questo paese di sottoscrivere questo appello e di prepararsi alla mobilitazione per la difesa del voto referendario.  Oggi più che mai, si scrive acqua e si legge democrazia

14.1.12

La mitigata laicità delle nostre scuole

Lettera aperta di un maceratese riportata dal il Manifesto l'11/01/12.

Son da poco finite le vacanze invernali per chi, come me, lavora in una scuola. Ognuno di noi avrà vissuto questi giorni nel modo più opportuno: riposandosi, condividendo il tempo a disposizione con i propri cari, dedicandosi agli altri, giocando a carte o andando alle funzioni religiose, recuperando il sonno perduto o festeggiando la pausa con gli amici.
Tuttavia, mi rimane ancora chiaro in testa quanto accaduto nel mio istituto il 23 dicembre, ultimo giorno prima delle vacanze.

Evento centrale di quella giornata era la “Santa Messa” organizzata dalla scuola, cui gli studenti erano tenuti a partecipare: ragazze e ragazzi di buona volontà componevano l'orchestra fatta di flauti, chitarre e pianole, mentre di altri giovani erano le voci del coro. Il tutto, sotto la direzione degli insegnanti di musica e all'attenzione del resto della scuola.
Alle ore 11.00 era prevista la sospensione delle lezioni, per iniziare la funzione celebrata dall'arcivescovo alle 11.30. Così, effettivamente, è stato. 
In linea di massima ciascun ragazzo aveva libertà di non presenziare alla funzione, ma in realtà questo discorso è stato fatto solo a coloro che durante l'anno non prendono parte all'ora di religione. Questa è stata la percezione anche degli altri ragazzi della scuola, che hanno recepito la messa come un momento rientrante a tutti gli effetti nella normale prassi scolastica. 
Ecco il nudo racconto di quanto accaduto.
O meglio, di una parte.

L'altra parte della faccenda ci fa vedere che quel 23 dicembre il 20% circa degli alunni era assente (contro il 6% del giorno prima, ad esempio), ed in particolare la percentuale si impennava tra i non frequentanti l'ora di religione (i soli che, in sostanza, quel giorno erano esentati dalla messa): 40%.
A ciò va aggiunto che chi è rimasto a scuola si è trovato con una professoressa che ha tentato di improvvisare una lezione per circa 30 ragazzi.
Vi è poi un altro aspetto, che mi sento di far rientrare nel capitolo “dati di fatto” educativi e formativi: la scuola ha costruito un momento collettivo per festeggiare la fine dell'anno all'interno di una chiesa, mettendo a disagio e fortissimo imbarazzo i ragazzi esclusi dalla “festa di fine anno”. E poi, quale messaggio è stato veicolato ai ragazzi che erano alla messa? Non è forse normale che qualcuno di loro dica: “i musulmani, gli arabi e gli albanesi non devono venire alla messa”? Possibile che non ci si renda conto che una scuola aperta e laica, che dovrebbe essere luogo di incontro, condivisione, scambio ed educazione alla convivenza, non può in alcun modo mettere in atto iniziative parziali, dando scientemente adito all'associazione Scuola-Italia-Cattolicesimo? Quali altre, diverse, funzioni religiose vengono autorizzate all'interno delle nostre scuole?

Come molti sanno, quanto successo nel mio istituto non è una novità e nemmeno un'eccezione, dato che accade in moltissime scuole della provincia di Macerata, dove (spesso in buona fede e senza gridare allo scontro di civiltà) si presentano come naturali e normali attività religiose quali messe, confessioni o omelie, generando disparità di trattamento tra gli studenti ed una vera e propria discriminazione/marginalizzazione di una specifica forma di diversità che è quella religiosa. 
Ripeto, la cosa ancor più grave sta nel fatto che nelle scuole (medie in particolare) abbiamo a che fare con persone che prima di essere “uomini di fede consapevole” sono ragazzi e ragazze che crescono, apprendono come le spugne, vivono e leggono le situazioni rapportandosi ad esse come se fossero la norma sociale: e cosa è stato recepito, in questa situazione? Che a scuola la messa si può fare e le altre funzioni religiose no? Che ci sono delle cose che rientrano nella norma, e altre che sono anormali?
Siamo proprio sicuri, noi insegnanti, genitori, cittadini di voler educare a tutto ciò?
É poi vero che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali […] senza distinzione di religione”? È proprio vero che le confessioni religiose sono “egualmente libere davanti alla legge” e che “la scuola è aperta a tutti”?

Qualcuno potrebbe obiettare che la presenza del crocifisso e IRC (Insegnamento della Religione Cattolica) rappresentino già un'evidente violazione dei suddetti principi costituzionali: è vero, e chi lavora nella scuola pubblica lo può ben vedere.
Ritengo tuttavia che un caso concreto e specifico come questo renda manifesta la violazione dell'eguaglianza degli studenti e delle loro famiglie da parte di un'istituzione che dovrebbe viceversa fondare la convivenza sociale.
Inoltre, quanto successo ha determinato un livello tale d'assenteismo (di una specifica categoria di ragazzi) da poter affermare che non è stato garantito il diritto allo studio di tutti gli studenti.

In ultimo, il fatto che l'intero Consiglio dei Docenti abbia votato questa specifica iniziativa, facendola rientrare a tutti gli effetti tra le attività didattico-formative, non la giustifica minimamente: l'educazione all'eterogeneità, alla democrazia e al pluralismo vanno garantite attraverso norme che impediscono ai docenti di legiferare e intervenire con iniziative come queste.

La scuola del futuro deve preservare ed esaltare le differenze, costruendo un vivere comune attorno alle tante esperienze (anche religiose) di ciascuno.
Non saranno uno Stato e una scuola fintamente laici a impedirmi di sognare ed educare a un futuro in cui le esperienze e gli spazi da condividere o sono per tutti, con i colori di ciascuno, o non sono per nessuno.
LETTERA FIRMATA

10.1.12

Difendiamo i beni comuni dalle liberalizzazioni - verso Napoli 28/01

È necessaria una  grande battaglia di civiltà contro la privatizzazione dei servizi  pubblici locali. E per dire al governo «tecnico» che l'acqua non si  tocca. Un grande appuntamento a Napoli il 28 gennaio, con  amministrazioni locali e movimenti.
Un governo "politico" in agosto ha violato la Costituzione reintroducendo, in contrasto con l'esito referendario  del 12 e 13 giugno 2011, meccanismi concorrenziali e logiche di mercato  per l'affidamento dei servizi pubblici locali (ad eccezione dei servizi  idrici), determinando un preoccupante scollamento tra democrazia  rappresentativa e democrazia partecipativa. Un governo "tecnico", nella osiddetta fase due della sua azione politica, vuole accelerare tale  processo, con l'obiettivo di reintrodurre privatizzazioni forzate anche  nel settore all'acqua. È bene allora ricordare che l'art. 4 d.l. n.  138/2011, convertito con la L. n. 148/2011 riproduce l'abrogato art. 23  bis del Decreto Ronchi, che trovava applicazione per tutti i servizi  pubblici locali (spl), prevalendo sulle discipline di settore con esso  incompatibili, salvo quanto previsto in materia di distribuzione di gas  naturale e di energia elettrica, gestione delle farmacie comunali,  trasporto ferroviario regionale. Attraverso procedure competitive ad  evidenza pubblica, da svolgersi nel rispetto della relativa normativa  comunitaria, gli spl potevano essere affidati ad imprenditori o a  società in qualunque forma costituite oppure a società a partecipazione  mista pubblica e privata (mediante il ricorso alla gara cosiddetta a  doppio oggetto), con l'attribuzione al socio privato di una  partecipazione non inferiore al 40%.
L'affidamento in house veniva  ammesso come deroga al regime ordinario, a patto che fossero presenti  «situazioni eccezionali che, a causa di peculiari caratteristiche  economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto  territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso  al mercato» e che si rispettasse la procedura indicata (svolgimento di  un'analisi del mercato per motivare la scelta dell'in house,  consultazione dell'Agcm). In ultimo, la norma abrogata prevedeva un  regime transitorio per gli affidamenti già in essere all'entrata in  vigore della disciplina, fissandone la scadenza ed una data certa per la  messa a gara, a seconda del tipo di affidamento e della natura  dell'ente gestore. La norma trovava applicazione per tutti i servizi  pubblici di rilevanza economica, come del resto era stato riconosciuto  dalla stessa Corte Costituzionale con la sentenza n. 24 del 2011, la  quale, proprio in forza dell'applicazione estesa a tutti i servizi,  aveva ritenuto il primo quesito rispettoso del requisito di omogeneità,  richiesto ai fini dell'ammissibilità dalla giurisprudenza della  Consulta. 
L'abrogazione referendaria dell'art. 23 bis, come indicato  dalla stessa Corte Costituzionale, non determinava né la reviviscenza  dell'art. 113 Tuel né tanto meno creava una lacuna normativa, giacché la  disciplina comunitaria poteva infatti trovare diretta applicazione nel  nostro ordinamento, anche in assenza di una intervento nazionale di  adeguamento. Tale cornice giuridica ha avuto una assai breve  vigenza: l'articolo 4 è stato infatti introdotto dal legislatore solo  due mesi dopo l'avvenuta abrogazione dell'art. 23 bis, ignorando di  fatto la volontà referendaria. La consultazione di giugno avrebbe reso  prioritaria una discussione profonda in materia di spl, al fine di  intervenire in maniera razionale e sistematica in un settore da sempre  oggetto di continui ritocchi normativi. Ciò tuttavia non è avvenuto: il  decreto legge n. 138/3011 è stato votato in una situazione di asserita  emergenza, per rispondere al mercato. Il risultato, per quel che  concerne i servizi pubblici locali, è stato - come si è detto - la riproposizione della norma abrogata solo due mesi prima, con una scelta  che ha definitivamente segnato l'incapacità di una classe politica di  saper cogliere le novità politiche ed istituzionali generate dal  processo referendario. Ancora una volta, il legislatore ha posto le basi  per un processo di dismissione, segnato da uno sbilanciamento  dell'assetto delle gestioni a favore del privato, contribuendo alla  svalutazione degli stessi assets che saranno messi a gara, essendo  indiscutibile che una contestuale immissione sul mercato di numerosi  beni e servizi è idonea a determinare il crollo del loro prezzo. In  questo modo, il legislatore ha anche ignorato la maggiore autonomia che  il diritto comunitario assicura agli enti locali in materia di  definizione delle procedure di affidamento. 
Attualmente la  situazione è la seguente: l'art. 4 d.l. 138/2011 disciplina la gestione concorrenziale dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, ad  eccezione del servizio idrico e dei settori già esclusi dal Decreto  Ronchi, «liberalizzando tutte le attività economiche e limitando, negli  altri casi, l'attribuzione di diritti di esclusiva alle ipotesi in cui,  in base ad un'analisi di mercato, la libera iniziativa economica privata  non risulti idonea a garantire un servizio rispondente ai bisogni della  comunità». L'affidamento dei servizi avviene «in favore di imprenditori  o di società in qualunque forma costituite individuati mediante  procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto del Trattato  sul funzionamento dell'Unione europea e dei principi generali relativi  ai contratti pubblici e, in particolare, dei principi di economicità,  imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione,  parità di trattamento, mutuo riconoscimento e proporzionalità» (comma  8); inoltre, per quel che concerne gli affidamenti a società miste, al  partner privato selezionato con gara a doppio
oggetto dovrà detenere  «una partecipazione non inferiore al 40 per cento» (comma 12). 
L'affidamento in house, possibile ma solo in via derogatoria rispetto al  regime ordinario, è ammesso «a favore di società a capitale interamente  pubblico che abbia i requisiti richiesti dall'ordinamento europeo per  la gestione cosiddetta in house», a patto che «il valore economico del  servizio oggetto dell'affidamento sia pari o inferiore alla somma  complessiva di 900.000 euro annui». Infine, è definito un regime  transitorio per gli affidamenti già in essere all'entrata in vigore  della nuova disciplina, determinandone la scadenza e la relativa messa a  gara (comma 32, lett. a, b, c, d). Se all'esistenza del regime  transitorio e del meccanismo delle gare a data certa si aggiunge da una  parte il "premio" che i Comuni riceveranno una volta effettuate le  dismissioni (l'art. 5 prevede infatti l'assegnazione di una somma non  sottoposta ai vincoli di spesa propri del patto di stabilità),  dall'altra la sanzione del commissariamento per gli enti che invece  risulteranno inadempienti alla data del 31 marzo 2012, non è certamente  infondato parlare di una violazione dei principi comunitari e  costituzionali dell'autonomia decisionale dell'ente locale.
Occorre  reagire, e subito, a questa situazione di illegalità diffusa, di  attentato alla Costituzione e di vulnus alla democrazia partecipativa;  occorre reagire agli ulteriori e attuali progetti politici dell'attuale  governo "tecnico" (fase 2) che intendono estendere gli effetti di tali  provvedimenti anche all'acqua. La reazione deve partire non "soltanto"  dal Forum dei movimenti per l'acqua pubblica e dai ventisette milioni di  cittadini che hanno votato contro le privatizzazioni "forzate", ma  anche da parte di tutte quelle amministrazioni locali che rivendicano il  rispetto della Costituzione e della loro dignità ed autonomia  decisionale. Democrazia partecipativa e democrazia locale, in una  dimensione nazionale, devono unirsi in una grande battaglia di civiltà,  una grande battaglia per i diritti.Una prima e importante occasione  per discutere di questi temi sarà il 28 gennaio a Napoli, giorno in cui  de Magistris ha invitato, nell'ambito del I forum dei comuni per i beni  comuni.

5.1.12

Appunti diseguali sulla frase «Né destra, né sinistra» - Wu Ming 1

Appunti diseguali sulla frase «Né destra, né sinistra»


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Ho preso questi appunti nel corso del tumultuoso, convulso 2011, anno di insurrezioni, detronizzazioni, disvelamenti e nuove confusioni. Per la precisione, sono note scritte nel periodo aprile-settembre 2011.
Alla bruta materia di queste frasi annotate live, nel pieno degli eventi, non ho saputo imporre alcuna struttura solida e coerente. La numerazione di paragrafi e capoversi è il residuo di un tentativo in tal senso, sostanzialmente fallito.

1. CHI DICHIARA COSA?

1.a. Negli ultimi tempi si sente sempre più spesso la frase: «Non siamo di destra né di sinistra». Talvolta, l’ordine dei fattori è invertito: «Non siamo di sinistra né di destra».
Non è certo una frase nuova, l’abbiamo udita tante volte. Eppure, tendendo l’orecchio, possiamo registrare una prima, piccola novità: il soggetto plurale ricorre più spesso di quello singolare. Il noi sta scalzando l’io. Fino a qualche anno fa, questa “dichiarazione di non-appartenenza” era il più delle volte a titolo personale. Oggi, invece, è sempre più sovente l’enunciazione di soggetti collettivi.

1.b. Se continuiamo ad ascoltare e intanto ci guardiamo intorno, possiamo comprendere il perché della coniugazione plurale: se ieri, nella stragrande maggioranza dei casi, la frase era espressione di qualunquismo destrorso (ovvero, chi premetteva di «non essere di destra né di sinistra», novanta volte su cento era in procinto di attaccare politiche o personaggi di sinistra), di recente la questione si è ingarbugliata: in giro per l’Europa, nuovi movimenti, anche molto diversi tra loro, si fanno un punto d’onore di dichiararsi non-appartenenti ad alcuno dei due campi politici. Si va dal nostrano Movimento 5 Stelle, si passa per i «Partiti dei Pirati» che hanno ottenuto buoni risultati elettorali in Germania e altri paesi, e si giunge ai cosiddetti «Indignati», movimento transnazionale che ha i suoi miti delle origini nelle rivolte nordafricane e nelle mobilitazioni spagnole partite il 15 maggio 2011.

1.c. La mia convinzione è che, a seconda del soggetto che la dice, del contesto in cui viene usata e delle pratiche a cui si accompagna, il significato della frase di cui al punto 1.a. si trasformi in maniera radicale.

2. IL PARADOSSO DI QUADRUPPANI

2.a. Una volta ho sentito lo scrittore francese Serge Quadruppani dichiarare: «Ci sono due modi di non essere né di destra né di sinistra: un modo di destra e uno di sinistra».
L’apparente paradosso spaziale – quasi da disegno di Escher – può aiutarci a trovare l’orientamento nel territorio dei nuovi movimenti. In parole povere: la frase «Non sono di destra né di sinistra» è un velo che possiamo e dobbiamo lacerare, per capire quali tra i nuovi movimenti appartengano al composito phylum (ma è una vera e propria treccia composta di tanti fili) che per comodità o richiamo a una tradizione chiamiamo «Sinistra», e quali invece al phylum che chiamiamo «Destra».

2.b. Per capirci: io credo che gli Indignados spagnoli siano di sinistra. Si tratta di un movimento egualitario, anticapitalista, non privo di interlocutori a sinistra e indubbiamente ostile a ogni destra politica e sociale.
Di contro, il «grillismo» mi appare sempre più come un movimento di destra: diversivo, poujadista, sovente forcaiolo, indifferente a ogni tradizione (anche recente) culturale e di lotta, noncurante di ogni provenienza politica.


Alain Badiou
2.c. Esistono discorsi e circostanze in cui il concetto di “Sinistra” è messo in discussione «da sinistra», in quanto insufficiente, inadeguato, eccessivamente inscritto in una rappresentazione parlamentare o para-parlamentare.
Il filosofo Alain Badiou, in una celebre conferenza sulla Comune di Parigi, ha proposto di chiamare «sinistra»

«l’insieme del personale politico parlamentare che si dichiara il solo capace di assumere le conseguenze generali di un movimento politico popolare singolare. O, in un lessico più contemporaneo, il solo capace di fornire un ‘esito politico’ ai ‘movimenti sociali’.»

In questo senso, secondo Badiou, la Comune di Parigi fu una rottura con la sinistra, poiché «non rimise il proprio destino nelle mani dei politici competenti» per poi, come sempre accade, lamentarsi del loro «tradimento». Per Badiou «questa volta, quest’unica volta, il tradimento fu invocato come uno stato di cose al quale ci si doveva finalmente sottrarre, e non come una conseguenza disgraziata di quanto si era scelto».

2.d. Il linguista cognitivista George Lakoff (esponente della sinistra “liberal” statunitense) ha più volte criticato la rappresentazione destra-sinistra, perché fa pensare che le persone siano allineate l’una l’accanto all’altra su un piano bidimensionale, e che si possa procedere con continuità da “quello più a destra” a “quello più a sinistra”. Invece, dice Lakoff, la realtà è multilineare e multidimensionale, il modo in cui si formano le nostre idee è complesso ed esistono molte persone «biconcettuali», ovvero progressiste su alcuni temi e conservatrici su altri.
La coppia antitetica progressista/conservatore mi suona ben più problematica e insoddisfacente di destra/sinistra, ma non mi interessa criticarla in questa sede. Quello di Lakoff è un discorso che in Italia possiamo capire senza sforzi: una grossa fetta di «popolo cattolico» è composta da biconcettuali: «di sinistra» su molte questioni sociali ed economiche, «di destra» in materia di questioni di genere, sessualità, diritti civili.

2.e. La rottura prodotta dagli Indignados nei confronti della sinistra spagnola mi sembra sintetizzare – in modo precario, transitorio – queste due impostazioni: il 15 maggio 2011 si è trattato di sottrarsi al «tradimento come stato di cose», e al tempo stesso di parlare al maggior numero di persone possibile, di raggiungere le parti «progressiste» dei cervelli biconcettuali, e di farlo non a colpi di mediazioni al ribasso, bensì scompigliando l’antinomia: «Non siamo di destra né di sinistra: siamo los de abajo», ovvero quelli di sotto, quelli che vengono dal basso.

3. «STORICIZZARE AL MASSIMO»

3.a. Il difetto del discorso di Lakoff è che non sembra esserci posto per la storia. In questo, Lakoff è molto americano, il suo mondo è tutto sincronico, schiacciato sull’adesso.
«Storicizzare sempre!», intimava Fredric Jameson, con tanto di punto esclamativo, all’inizio del suo capolavoro L’inconscio politico (1981). «Storicizzare al massimo, per lasciare meno spazio possibile al trascendentale», disse Michel Foucault in un dibattito del 1972.
La sostanza del concetto di «Sinistra» può essere capita solo con un approccio diacronico che ne ripercorra la genealogia e le trasformazioni. «Sinistra» è qualcosa che discende i fili del tempo in un certo modo, a partire dalla Rivoluzione francese, e si evolve attraversando due secoli di lotte.

3.b. Io stesso penso che «Sinistra» non basti a descrivere le mie posizioni, e trovo utile aggiungere precisazioni e qualificazioni. Io non sono semplicemente di sinistra: io mi riconosco in un phylum di idee rivoluzionarie e lotte per l’uguaglianza che attraversa i secoli; penso che la specie umana – previa una rottura radicale nella temporalità in cui siamo immersi – debba avviare la fuoriuscita dal capitalismo; penso che l’obiettivo da realizzare sia la società senza classi etc. Un mio amico usava dire: «Io non sono di sinistra: sono comunista!»
Tuttavia, è chiaro che se devo semplificare ed evitare di aprire troppe parentesi, non mi faccio problemi a dire che sono di sinistra.

3.c. Ricapitolando: in certi casi il concetto di «Sinistra» è criticato per la sua insufficienza da punti di vista che si sono formati nel phylum della sinistra rivoluzionaria. A questo proposito, si possono citare gli anarchici, ma anche gli zapatisti.
Di solito, in questi casi, la dichiarazione di «non-appartenenza lineare» si accompagna a pratiche egualitarie, alla presenza di interlocutori «privilegiati» a sinistra e all’ostilità verso qualunque destra. A diverse latitudini e in diverse fasi del loro percorso, nonostante i problemi, tanto gli anarchici quanto gli zapatisti hanno cooperato con diverse correnti della sinistra.

3.d. Certo, può anche succedere che movimenti originariamente di sinistra cerchino interlocutori a destra, o meglio, tra i fascisti. Nella storia del nostro phylum ricorrono confusionismi e infiltrazioni, orridi esperimenti «rosso-bruni», «nazi-maoisti», «terze posizioni» etc.
Il fascismo stesso, fin dalla nascita, si presenta come una «terza posizione». Il fascismo è un prodotto dello spavento, sorge e si diffonde per reazione alle lotte del movimento operaio e bracciantile. L’ascesa del fascismo è l’oscillare del pendolo a destra dopo l’oscillazione a sinistra del Biennio Rosso. Il Nemico n.1 è la Bestia Proletaria che ha osato alzare la testa. La cattiva coscienza del fascismo nei confronti della sinistra (dalla quale il suo Duce e molti suoi dirigenti provengono) e dell’arditismo (dal quale provengono svariati squadristi, benché in minor numero di quanto si pensi, e nel cui alveo si è formato l’unica formazione che ha opposto resistenza armata allo squadrismo, ovvero gli Arditi del Popolo) si manifesta nell’adozione di simboli e nell’imitazione di retoriche degli avversari. La stessa parola «fascio» viene prelevata nel phylum della sinistra (i «fasci operai», i «fasci siciliani dei lavoratori»), e resa inutilizzabile.
Il fascismo vince e la memoria degli avversari diviene bottino di guerra: il vincitore si presenta come unica forza popolare e unico nemico del capitalismo che ha appena salvato (o meglio, di una più vaga e comodamente denunciabile “plutocrazia”). Facendosi regime, il fascismo carpisce lo spirito vitale dei nemici che ha sconfitto.

4. GRILLISMO E FALSI EVENTI


Louis Antoine Léon de Saint-Just (1767-1794), santo persecutore di troll e affini
[Avviso preliminare alle "truppe cammellate" dei seguaci dell'ex-comico genovese, usi a intervenire en masse ingiuriando / sbraitando / sgrammaticando ogni volta che in rete si tocca il loro Leader: qui è fatica sprecata. Su Giap, il primo commento di qualunque utente finisce in moderazione e lo sblocchiamo solo se pensiamo ne valga la pena. Non pubblichiamo qualunque cagata venga deposta fumigante da Tizio o Caio, ma applichiamo una precisa politica redazionale, sovente riassunta nel motto: "Saint-Just vigila sulle nostre discussioni". La vedete quella? Ecco, ci siamo capiti.]
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4.a. C’è un modo più «normalizzante» e di destra (nonché largamente maggioritario) di dichiararsi né di destra né di sinistra. Qui l’attitudine è: «rossi e neri sono tutti uguali» (cfr. la celeberrima scena di Ecce Bombo in cui Nanni Moretti attribuisce a generici «film di Alberto Sordi» la responsabilità di tale cliché). Si afferma l’equivalenza e l’indistinguibilità tra diversi percorsi e storie. Si getta tutto nel mucchio, occultando il conflitto primario – quello a cui i concetti di «Destra» e «Sinistra» continuano ad alludere, anche se più flebilmente che in passato, ossia la lotta di classe – in nome di surrogati, diversivi, conflitti sostitutivi come quello tra la «gente» e i «politici», la «casta» etc.

4.b. Il grillismo non è solo un «caso di studio»: è un’urgenza, un problema da affrontare quanto prima. In uno spazio «né di destra né di sinistra», retoriche e pratiche in apparenza vicine a quelle dei movimenti euroamericani di cui sopra vengono «risemantizzate» e messe al servizio di discorsi ben diversi. Le energie di molti benintenzionati, in maggioranza giovani o addirittura giovanissimi, sono incanalate in un discorso in cui sono rinvenibili elementi di criptofascismo.
Non mi riferisco solo allo spettacolare Führerprinzip che il movimento mette in mostra durante le sue adunate pubbliche con ex-cabarettista sbraitante, fin dal celebre «V-Day» dell’8 settembre 2007. E’ senz’altro l’elemento più appariscente, ma da solo non giustificherebbe l’uso dell’espressione «criptofascismo».

4.c. Il prefisso «cripto» deriva dal greco, e lo si usa per qualcuno che nasconde (di solito male) la sua vera natura. «Criptofascista» allude a un discorso cifrato, decrittando il quale si trova un animus fascistoide. Di solito tale «cifratura» si riscontra nei movimenti di impronta qualunquista / poujadista / destrorso-populista etc. Tra questi ultimi si può annoverare la Lega Nord.
La cifratura del grillismo è molto peculiare. Il nocciolo criptofascista è avvolto da fitti banchi di nebbia e fuffa. Il modo in cui il movimento descrive se stesso trasuda di quella retorica dei «processi dal basso» che il grillismo ha avuto in dote dai movimenti altermondialisti di inizio secolo e si è adoperato a ricontestualizzare. Per molti versi, il grillismo è un prodotto della sconfitta dei movimenti altermondialisti: ha occupato lo spazio lasciato vuoto da quel riflusso. Per citare Žižek che parafrasa Benjamin: «Ogni fascismo è testimonianza di una rivoluzione fallita».


Giovanni Favia, leader del Movimento 5 Stelle in Emilia-Romagna
4.d. Il dirigente grillino Giovanni Favia, per descrivere il «Movimento 5 Stelle», ha usato il concetto deleuzo-guattariano di «rizoma». Metafora botanica, il «rizoma» indica una distribuzione di messaggi e/o produzione di concetti non-gerarchica né lineare, che può passare da un punto qualsiasi a un altro punto qualsiasi, muovendosi potenzialmente in qualunque direzione. Deleuze e Guattari contrapposero il rizoma all’albero, metafora che indica l’esatto opposto: una struttura verticale e gerarchica, funzionante per passaggi obbligati da un centro alle sue periferie.
Tuttavia, Beppe Grillo è proprietario unico del logo e del nome «Movimento 5 Stelle», ed è lui a decidere insindacabilmente chi possa usarlo. Percorso obbligato tipico di una struttura arborescente, cioè l’opposto del rizoma.

4.e. La retorica autoreferenziale e auto-elogiativa del grillismo è mistificante. Non è su di essa che dobbiamo concentrarci, ma sui modi in cui il movimento addita e descrive i propri nemici.
Presso il grillismo, l’individuazione del nemico è sempre diversiva. In questo, è in «buona» compagnia: in Italia, negli ultimi anni, abbiamo visto movimenti tutti focalizzati sulla «disonestà dei politicanti», sui privilegi della «casta» etc. Sono problemi veri, e al contempo falsi bersagli: le decisioni importanti sull’economia non vengono prese a Roma, perché il potere capitalistico sovranazionale non autorizza la politica in tal senso.
Diceva tempo fa un compagno: «’Ce lo chiedono i mercati’ è il nuovo ‘Sento le voci nella testa’. Puoi fare le peggiori cose e nessuno ti riterrà responsabile!» «Ce lo chiedono i mercati» è il tormentone di un’epoca in cui la politica è esautorata. Qualunque discorso sulla «Casta», anche quando basato su dati di fatto reali, alimenta una strategia di depistaggio e impedisce di individuare e attaccare i nemici veri.


L'economista Eugenio Benetazzo in posa con Roberto Fiore, fondatore e leader di Forza Nuova. Cliccando sulla foto, lo si vede in compagnia di Borghezio.
4.f. Certo, anche il grillismo si occupa di economia e, seppure disordinatamente, denuncia la subalternità a essa della politica. Tuttavia, nel farlo, non può fare a meno di introdurre ulteriori diversivi e simulacri. Ad esempio, incanala la critica ai meccanismi finanziari in un discorso paranoide contro il cosiddetto «signoraggio», cavallo di battaglia di vari complottismi destrorsi. A lungo il grillismo si è valso della consulenza di Eugenio Benetazzo, bizzarra figura di economista che si definisce «fuori dal coro», più volte ospite di iniziative del partito neofascista Forza Nuova.

4.g. I movimenti che si concentrano a lungo su falsi bersagli diventano, per dirla con Badiou, «fedeli a falsi eventi».
Falso evento è anche la «rivoluzione di Internet» come la descrive il grillismo: processo unilateralmente positivo, salvifico, che promette la risposta a ogni problema. L’approccio alla rete è all’insegna di un feticismo digitale e di una sorta di «animismo» che vede nella tecnologia una forza autonoma, trascendente le relazioni sociali e le strutture che invece la plasmano, determinandone sviluppo e adozione. La Rete diventa una sorta di divinità, protagonista di una narrazione escatologica in cui scompaiono i partiti (nel senso originario di fazioni, differenze organizzate) per lasciare il posto a una società mondiale armonica, organicista. L’utopia di un uomo è la distopia di un altro.
A chi pensa che stia esagerando, consiglio il video «Gaia. Il futuro della politica», realizzato nel 2008 dalla Casaleggio & Associati, agenzia di pubblicità e web-marketing organica al grillismo. Guardandolo, mi è tornato alla mente il concetto coniato dallo storico americano Jeffrey Herf per descrivere il tecno-entusiasmo delle destre tedesche tra le due guerre mondiali: «modernismo reazionario».



Va ricordato che non più di una decina di anni fa Beppe Grillo demonizzava i computer e li sfasciava sul palco durante i suoi spettacoli. Adesso li osanna ed esalta la rete libera e bella, il «popolo della rete» etc.



5. DOVE L’ASINO CASCA: GRILLISMO E IMMIGRAZIONE

5.a. E’ la tematica dell’immigrazione quella in cui il discorso grillino si fa più decifrabile e lascia trasparire l’animus fascistoide. Il blog di Grillo offre non poche «perle» in tal senso. Ecco un’arringa contro romeni e zingari risalente all’ottobre 2007:

«Un Paese non può SCARICARE SUI SUOI CITTADINI i problemi causati da decine di migliaia di rom della Romania che arrivano in Italia. L’obiezione di Valium [Romano Prodi, N.d.R.] è sempre la stessa: la Romania è in Europa. Ma cosa vuol dire Europa? MIGRAZIONI SELVAGGE di persone senza lavoro da un Paese all’altro? Senza la conoscenza della lingua, senza possibilità di accoglienza? Ricevo ogni giorno centinaia di lettere sui rom. E’ un vulcano, una BOMBA A TEMPO. Va disinnescata. Si poteva fare una MORATORIA per la Romania, è stata applicata in altri Paesi europei. Si poteva fare un serio controllo degli ingressi. Ma non è stato fatto nulla. Un governo che non garantisce la sicurezza dei suoi cittadini a cosa serve, cosa governa? CHI PAGA per questa insicurezza sono i più deboli, gli anziani, chi vive nelle periferie, nelle case popolari.
Una volta i confini della Patria erano sacri, i politici li hanno sconsacrati.»

5.b. Non esiste quasi più discorso razzista che non sia fatto… in nome dell’antirazzismo. E’ in nome dell’antirazzismo che il grillismo fomenta l’odio. Cito da un altro articolo del blog di Beppe Grillo, pubblicato nel maggio 2011 e intitolato «Un clandestino è per sempre»:

«In Italia sono entrati 20.000 TUNISINI, della maggior parte di loro non si sa più nulla, che fine abbiano fatto. Pochi sono riusciti ad arrivare in Francia. Vagano per la penisola senza sapere una parola di italiano. In nessuno Stato del mondo questo è permesso con una tale SERENITÀ D’ANIMO, da noi si. Il motivo è semplice, sono utili ai profitti delle aziende, ai partiti, alle mafie. Il clandestino è MULTIUSO come un coltellino svizzero. Per ricevere qualcuno a casa tua devi disporre delle risorse per farlo. Dargli un lavoro dignitoso, un letto, organizzare l’integrazione. Altrimenti devi interrogarti se stai giocando con la DINAMITE e con il futuro della tua nazione.»

Si parte dalla denuncia dello sfruttamento di cui sono vittime i clandestini, e si arriva alla conclusione che bisogna impegnarsi a respingerli, in nome della nazione. Una premessa umanitaria, capace di blandire la parte progressista ed egualitaria di un cervello «biconcettuale», apre la via a un discorso che ne vellica la parte conservatrice e razzista.

5.c. Grillo alza un polverone sensazionalistico ed eccezionalistico («Solo in Italia!») per un numero irrisorio di tunisini sbarcati nella primavera 2011. E’ la stessa impostazione truffaldina dell’allora ministro degli interni Maroni, il quale parlò di inesistenti «maree di immigrati» e reclamò un aiuto da parte dell’UE, che gli rispose con un misto di disprezzo e commiserazione.
Parlare di lassismo e «serenità d’animo» in tema di immigrazione equivale a occultare leggi criminali e criminogene come la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini e i vari «pacchetti sicurezza». A produrre clandestinità non sono presunte politiche lassiste, bensì, all’opposto, politiche troppo restrittive e vessatorie, in parte disfunzionali anche dal punto di vista capitalistico, concepite per soddisfare una parte di elettorato il cui razzismo eccede quello strutturale e «sistemico» necessario a regolare il mercato del lavoro.
Una mistificazione presente in molti testi prodotti da Grillo e del suo movimento consiste nel dire che l’accoglienza ai migranti favorirebbe la Lega Nord. Al contrario, è la mancata accoglienza a favorirla. La Lega ha sempre avuto interesse a mantenere una situazione criminogena che producesse clandestinità e quindi disagio da additare e stigmatizzare.
A seguire, si capovolge la realtà: Grillo, in pratica, sostiene che l’Italia non avrebbe le risorse per mantenere gli immigrati. Ma secondo il «Sole 24 Ore», si dovrebbe proprio agli immigrati (l’8% della popolazione italiana) il 10% del nostro PIL. Gli immigrati lavorano, pagano contributi all’INPS e permettono all’ente di erogare le pensioni ai nostri anziani. Ammesso che abbia senso distinguere tra «noi» e «loro», sono loro a produrre le risorse per mantenere molti di noi.

5.d. Una volta dispersa la fuffa, del discorso grillino sui migranti non resta che il nocciolo razzista e fascistoide.

Wu Ming 1